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Full text of "Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo con un appendice sulla leggenda di Gog e Magog"

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ROMA 

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SELLA MEMORIA E NELLE IMMAGINAZIONI 


DEL MEDIO EVO 


Attention Patron: 

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Please handle with great care. 

UNIVERSITY OF MICHE AN LIBRARY « CONSERVATION U BOOK REPAIR 


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ARTURO ORAR 


ROMA 


NELLA MEMORIA E NELLE IMMAGINAZIONI 


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MEDIO EVO 


CON UN APPENDICE SULLA LEGGENDA DI OOO E MAGOO 


Rtas capai «nudi regi! orkii freaa ntisdì. 


(Ristampa). 



TORINO 

Casa Editrioe 

ERMANNO LOESCHER 

1915 


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PKOPRIBTÀ LETTERARIA 



* 


# 


Torino — Tipografia Vimcehzo Bora (12612). 



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VRBI 

AETERNAE 

D. 


36S031 


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VII 



PREFAZIONE 


All ia not false whieh seems at first a lie. 

SotiTHRy, St. Gualbert. 


L'aver di tanto arricchito il patrimonio delle singole scienze 
di qnanto, dal Rinascimento in poi, non lo arricchì tolta intera 
l’età che ci precede, è, senza dubbio, gloria principalissima del 
nostro secolo; ma è gloria ancor maggiore l'aver riconosciuto 
che il dominio della scienza è così vasto com'è vasto lo stesso 
dominio dell'essere, nella infinita varietà, e nella interminabile 
consecuzione delle forme, e che non v'è, sia nel mondo fìsico, 
sia nel mondo morale, fatto così lieve, nè così fuggitiva parvenza, 
che non meriti studio, e non contenga in sè qualche parte della 
verità che si cerca. 

Poniamo da banda le discipline che si esercitano intorno alla 
natura fisica, e guardiamo, per quanto è lecita una separazione 
così fatta, a quelle che, dato alle parole il più largo significalo, 
si chiamano morali e storiche. Quali avanzamenti in breve giro 
di anni! e quanto diversi da quelli dei non lontani predeces¬ 
sori nostri, sono i principii direttivi ed i melodi che guidano e 
sorreggon noi nell'indagine! Non è ancora un secolo la critica 
dissolvente dei razionalisti, tutta involta nelle lotte vive e negl’in¬ 
teressi pratici del tempo, pareva intendesse di deliberato propo¬ 
sito, a restringere sempre più, a menomare, a sfaldare il tutto 


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Vili 


PREFAZIONE 


insieme dei fatti in che consiste la vita varia delia umanità e il 
complicato processo della storia, e a privarsi degli ajuti più effi¬ 
caci a penetrarne il secreto. Si abbattevano le religioni senza 
cercar le cause e le leggi del loro nascere, fiorire e scadere; si 
combattevano le superstizioni perchè dannose, senza sapere pro¬ 
priamente che cosa fossero, a che altro accennassero, |>erchè per¬ 
durassero; le letterature e le immaginazioni popolari spignora¬ 
vano, o, in nome del buon gusto e della ragione, si deridevano; 
se accadeva di dover riferire una ingenua finzione, una tradizione 
nata sulla gleba o sul lastrico, una immaginosa leggenda, non si 
faceva senza prima domandarne scusa al lettore, volta in beffe 
la cosa. 

Tutt’altro modo si tiene ora da noi, e la scienza nostra ha 
dismesso ogni sprezzatura antica. Cercare il vero così nelle minime 
come nelle massime cose, non ispezzare con elezioni e con esclu¬ 
sioni consigliate dalfarbitrio le grandi unità della natura e della 
storia, è legge suprema di ogni nostra indagine, e condizione in¬ 
dispensabile di buon successo. I linguaggi più rozzi ed inorganici, 
i miti più semplici, gl’ingenui racconti di popolazioni non ancora 
uscite di fanciullezza, i canti e le confuse memorie dei nostri 
volghi, le credenze religiose più assurde, le più pazze supersti¬ 
zioni, le povere cantilene con cui dalle nutrici si allettano al 
sonno i bambini, queste, ed altrettali forme ed espressioni del 
pensiero nascente, del sentimento indistinto, sono da noi con 
amorosa diligenza raccolte e studiate; e in tutte queste menzogne 
cerchiamo e troviamo la verità. Come negli organismi più umili 
il naturalista rintraccia le leggi della vita fìsica, così noi in questi 
rudimenti le leggi della vita intellettuale e morale, e ad ogni 
passo che moviamo su questa via vediamo mutarcisi dinnanzi 
gli aspetti della storia, e sorgere nuove e più larghe apparite. 

Fra queste menzogne feconde di verità uno dei primi luoghi 
spetta alla leggenda, cui più particolarmente si volge ora la mia 
attenzione. L’attrattiva che la leggenda esercita anche sopra spi- 


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PREFAZIONE 


IX 


riti disciplinati dalla critica e temprati nello studio del vero non 
è cosa nuoya. In tempi di critica già soperchiale diceva Gian 
Giacomo Rousseau : a Le pays des chimères est , en ce monde, 

le seul digne d'étre habité . Il riy a de beau que ce qui n’est 

pas e il Voltaire, lo strenuo oppugnatore d’ogni falsa credenza, 
il Voltaire, di cui, più che d'altro qualsiasi, giova qui citare la 
testimonianza, conchiudeva una sua poesia, dove si ricordano le 
immaginose fole di un'altra età, dicendo: 

Od court, hélas ! après la vérité : 

Ah! croyez-moi, l’erreur a son mérite 

Se non che noi siamo oramai proceduti più oltre. La poesia, al* 
enne volte sovrana, della leggenda, commuove senz'alcun dubbio 
gli animi nostri; ma il pregio poetico non è già, a nostro giu¬ 
dizio, il pregio suo principale, o almeno, non è più il solo. Chi 
delia leggenda non vede altro aspetto che quello della menzogna 
conosce assai malamente qual essa sia; giacché ogni leggenda ha 
due aspetti ; l'uno che guarda l'esterno, cioè il mondo, ed è, ma 
non in tutto sempre, l'aspetto della menzogna, l'altro che guarda 
l'interno, cioè lo spirito, ed è l’aspetto della verità. Ogni leggenda 
è necessario portato dello spirito che l'ha prodotta, e a giudicare 
della struttura, della economia, delie tendenze di quello spirito 
porge i più sicuri e più pregevoli indizii. Inoltre, ogni leggenda, 
quando siasi largamente diffusa, quando vada vestita di molta 
autorità, diventa essa stessa un fatto storico, e una forza che in¬ 
terferisce e si compone con l’altre forze ond’è promosso e gui¬ 
dato il corso della storia. La leggenda della guerra di Troja (dico 
leggenda, senza tuttavia voler negare che possa esservi in essa un 
germe di verità) spande il suo spirito ed i suoi influssi su tutta 
l'età più gloriosa della storia greca. 

Chi pertanto disse la leggenda essere la storia ideale, non disse 
vero se non in parte; la leggenda è ancora storia reale. Tanto 
che Tesser suo di leggenda non è riconosciuto, essa può offuscare 


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X 


PREFAZIONE 


la verità ed esser causa di errore; ma riconosciuto che sia, essa 
diventa, per contrario, principio di critica e d’interpretazione. 
Non si può sperare di cogliere il carattere esatto e la giusta si¬ 
gnificazione di certi fatti storici, se questi, oltreché nei documenti 
e nelle relazioni autentiche, non si rintraccino ancora nelle Un¬ 
zioni cui diedero origine. Le numerose leggende raccoltesi intorno 
al nome e alla persona di Carlo Magno sono, in certo qual modo, 
una effusione della storia certa di lui; e noi solamente allora 
intendiamo a pieno l’importanza storica del suo operato quando 
ne vediamo crescere e perpetuarsi nella leggenda la fama gloriosa. 
Mi sarebbe agevole di moltiplicare gli esempii in prova di quanto 
dico; ma uno ne addurrò che può valere per tutti. Ognuno sa 
quanta parte abbia nella vita del medio evo il sentimento reli¬ 
gioso, e come, senza la chiara cognizione di tal sentimento, quella 

vita non possa essere intesa a dovere. Di molti storti e parziali 

« 

giudizii sul medio evo é cagione appunto il non sapere quali 
fossero l’indole e le necessità di quel sentimento, che s’inframette 
per tutto, e tutto allora segna del proprio carattere. Noi posse¬ 
diamo numerose storie, e alcune eccellenti, della Chiesa, dei con¬ 
cilo e dei canoni, del dogma e delle eresie; ma una storia della 
credenza religiosa, popolare e comune, immaginosa ed essenzial¬ 
mente affettiva, considerata fuori delle stretture del dogma, e 
dei rigidi confini della chiesa ufficiale, non fu fatta per anche. 
E questa è veramente la religione che vive e che opera. Alla co¬ 
scienza cristiana, sino da tempo antico, non bastarono nè i libri 
canonici, nè i dogmi con lungo e faticoso studio fermati dalle 
supreme potestà ecclesiastiche; il sentimento prorompeva da ogni 
banda e si ricomponeva in figure, in simboli, in finzioni d’ogni 
maniera. Di fronte alle scritture canoniche sorgeva la schiera dei 
libri apocrifi: dove nella storia autentica era un silenzio che la¬ 
sciava insoddisfatta la devota e premurosa curiosità dei credenti, 
la tradizione viva, nata del sentimento di tutti, metteva una voce 
e una memoria. Si rifaceva la storia della creazione, si rifacevano 


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PREFAZIONE 


XI 


le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo, si rinarra¬ 
vano, col sussidio di nuove testimonianze, i fatti meravigliosi 
della Passione. Poi venivano le Vite dei Santi, opera della poesia 
non meno che della fede, creazioni in gran parte libere, dove 
il sentimento poteva espandersi e dar figura e corpo di realtà 
agl’ideali suoi più sottili e più reconditi. La religione popolare 
nel medio evo è fatta per un terzo di dogma, e di due terzi di 
leggenda, e chi questa leggenda non considera, e non ricerca 
nelle sue ragioni e nelle sue forme, non conosce quella religione, 
e non può conoscere la vita del medio evo che è ad essa così 
strettamente legata. 

Nelle pagine che seguono io discorro delle leggende e delle im¬ 
maginazioni (fogni maniera cui diedero argomento nel medio evo 
Roma antica e la sua storia indimenticabile. Non preoccuperò qui 
il mio soggetto, nè dirò cose che il lettore potrà trovare più op¬ 
portunamente trattate nel primo capitolo di questo volume. De¬ 
sidero solamente si sappia che io non iscrissi il mio libro, frutto 
di più anni di perseverante lavoro, per servire al diletto e ad 
una oziosa curiosità; ma bensì per giovare, come per me si po¬ 
teva meglio, a questi studii cui va meritamente crescendo di 
giorno in giorno il favore, e più, mi duole il dirlo, fra gli stra¬ 
nieri che non fra noi. Le finzioni onde il medio evo venne po¬ 
polando la storia di Roma mi sono sembrate non indegno argo¬ 
mento di studio, e non immeritevole dell'altrui attenzione. In 
esse vive e si palesa lo spirito di quell’età inquieta e fantastica 
cui travagliarono ideali eccedenti fuor (fogni misura le condi¬ 
zioni della vita reale; ed io esponendole, commentandole, illu¬ 
strandole, non ho creduto far altro se non aggiungere alla storia 
di quella età un capitolo nuovo. 

Se dico nuovo non mi sia imputato a tracotanza. L’argomento 
da me impreso a trattare era ancora in gran parte vergine, il 
che ben di rado incontra in questi tempi di febbrile lavoro. Di 
buon numero di leggende esposte nei capitoli che seguono, aveva 


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XII 


PREFAZIONE 


già parlato, gli è vero, con erudizione copiosa e minuta il Mass- 
mann nel terzo volume della Kaiserchronik da lui data in Juce; 
ma non dirò per questo ch’egli abbia prima di me trattato il 
mio tema. Anzi tutto il suo non è un libro, ma una raccolta di 
materiali non ordinati, nè dominati da nessuno spirito d’unità; 
schede d’appunti ricucite insieme; in secondo luogo egli non 
conobbe, generalmente parlando, altre fonti che le latine e le 
tedesche, mentre alla trattazione del tema si richiede la notizia 
di fonti appartenenti a tutte le letterature del medio evo; final¬ 
mente tredici capitoli di quest'opera non hanno quasi riscontro 
nel libro di lui. Di talune leggende si tratta pure in apposite mo¬ 
nografie, di cui mi sono più d’una volta giovato, e che saranno 
debitamente ricordate ai lor luoghi; ma non voglio lasciar di ri¬ 
cordare qui in modo speciale quella incomparabile del Prof. Com- 
paretti, intitolata Virgilio nel medio evo , la quale, quanto più è 
degna di trovare imitatori, tanto è più diffìcile che ne trovi. 

Chi ha qualche pratica di così fatti lavori, intenderà di leg¬ 
gieri quale fatica mi sia costata quest’opera. Le mie ricerche do¬ 
vevano estendersi sopra libri d’ogni generazione, stampati e 
manoscritti, e che in nessuna biblioteca del mondo si potevano 
trovare insieme riuniti. Quindi la necessità di ripetuti viaggi e 
di più o meno lunghe dimore, non solo nelle principali biblio¬ 
teche d’Italia, ma in quelle ancora della rimanente Europa. 

Dell’ordine e del modo da me tenuto nello scrivere dà dimo¬ 
strazione, senza che io ne ragioni altrimenti, il libro stesso. Se 
nel riferire passi di scritture edite o inedite ho largheggiato, non 
credo di dovere per ciò invocar l’indulgenza dell’erudito lettore. 
In poesia e in istoria leggendaria i testi sono fatti, e nulla v’è 
che possa farne adeguatamente le veci. 

Nei lunghi giorni consumati in pazienti e penose indagini un 
pensiero mi sorreggeva e mi alleggeriva il còmpito; il pensiero 
di quella gloriosa città che da venticinque secoli assiste imperi¬ 
tura alla drammatica vicissitudine della storia, e vede dalla pol- 


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PREFAZIONE 


XIII 


vere delle signorie cadute e delle morte generazioni rifarsi senza 
fine i suoi misteriosi destini. Mi tornavano in mente gli anni, 
lontani oramai, vissuti tra le sue mura, e le impressioni inde- 
lebili della sua maestà ricevute fra quelle ruine superbe di me¬ 
morie e parlanti. Un affetto riconoscente scalda nelFanimo mio 
quei cari ricordi, ond’io ne do, come posso, una prova. La storia 
certa della città regina, nel tempo antico, nell'età di mezzo, nella 
età presente, fu scritta per modo che poca speranza può rima¬ 
nere ad altri di meglio: in questa parte io nulla poteva dare; 
ma un libro delle sue leggende io tentai di comporre, e a questo 
godo di poter scrivere in fronte il nome venerato di Roma Eterna. 


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INDICE DEI CAPITOLI 






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• • a • • • a V fl I 

Cap. 

I. 

La Gloria e il Primato di Koma .... 

, 1 

T 

II. 

Le rovine di Roma e i Mirabilia .... 

, 34 

9 

III. 

La fondazione di Roma. 

0 

, 61 


IV. 

Le meraviglie e le curiosità di Roma 

, 86 

T 

V. 

I tesori di Roma. 

„ 11» 

9 

VI. 

La potenza di Roma. 

, 148 

9 

VII. 

La Leggenda degl’imperatori. 

, 180 

9 

Vili. 

Giulio Cesare. 

„ 193 

9 

IX. 

Ottaviano Augusto. 

, 243 

9 

X. 

Nerone. 

F 262 

T 

XI. 

Tiberio, Vespasiano, Tito. 

. 285 



Appendici al Cap . XI: Appendice A 

„ 815 



Appendice B . 

, 826 



Appendice C . 

, 889 

9 

XII. 

Trajano. 

„ 370 

• 

XIII. 

Costantino Magno. 

, 405 

1» 

XIV. 

Giuliano l’Apostata. 

, 464 

11 

XV. 

Gli autori latini nel medio evo .... 

, 488 

• 

XVI. 

Virgilio. 

, 520 

* 

XVII. 

Cicerone, Catone, Orazio, Ovidio, Seneca, Lucano, Stazio 

. 567 

r 

XVIII. 

Severino Boezio. 

. 616 

9 

XIX. 

Gli dei di Roma. 

, 650 

9 

XX. 

Roma e la Chiesa . 

, 679 

9 

XXI. 

L’Impero nel medio evo . 

, 691 

* 

XXII. 

La fine di Roma e del suo Impero .... 

, 726 



Appendice. — La leggenda di Gog e Magog 

, 754 


Indici 

ANALITICO DBLLB HATBRIK ...... 

. 799 


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CAPITOLO I. 


La Gloria e il Primato di Roma. 


Durante tutto il medio evo l’immagine dell’antica Roma, cinta 
dello splendore della sua gloria incomparabile, è presente alla me¬ 
moria degli uomini. 

Quanto più i tempi sono calamitosi, quanto più aspra la vita, 
tanto più sollecito e appassionato par che si drizzi il sentimento 
verso queH’indimenticabile paragone d’ogni grandezza, tanto più 
ardente pare che vi si appunti il desiderio. I destini di Roma non 
avevano pari nel mondo. Decaduta dalla signoria politica, vinta, 
conculcata, la città regina risorge armata di nuova potenza, e, fatta 
centro della fede, riconquista sui popoli un nuovo dominio, più 
sicuro e più formidabile dell’antico. La storia presente si ricon¬ 
giunge alla passata : l’unità sussiste, turbata si, ma non interrotta 

m 

dagli esterni travolgimenti, e si manifesta, e s’impone agli spiriti. 
Restituito l’impero d’Occidente, si riprenderà come se nulla ci fosse 
stato di mezzo, la serie degl’imperatori, si crederà trasmessa diret¬ 
tamente in Carlo Magno, traverso ai despoti di Bisanzio, la potestà 
imperiale. Roma è piena delle proprie rovine, quasi ad ammonire 
altrui della caducità d’ogni cosa terrena; ma ferve tra quelle una 
vita nuova, che si spande all’intorno; e regna negli animi una cre¬ 
denza che Roma, sortita dalla divina provvidenza ad essere la reg- 
gitrice perpetua dell’uman genere, non può morire, ed è serbata 
a vedere la consumazione dei secoli. In mezzo alla crescente bar¬ 
barie, tra il frastuono della vita disordinata e battagliera, nei si- 
lenzii dello spirito ingombrato d’ignoranza, la voce dell’antica città 

a«Ar, Boma. i 


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4 


CAPITOLO I. 


timorati. Nel X secolo Raterio da Verona si lagna, della vana 
scienza de’ tempi suoi che più attendeva a ricordare la vittoria di 
Mario sopra Giugurta che non la vittoria di Cristo sopra il mondo, 
più Siface prigione che non Michele trionfatore del drago, più 
Scipione, Pompeo, Dejotaro e Catone che non Pietro, Paolo e Gio¬ 
vanni (4). Ma nè f suoi ammonimenti nè gli altrui fecero frutto. 
Anzi le storie romane diventarono sempre più famose, e finirono 
per entrare largamente nelle raccolte di esempii che si propongono 
la edificazione dei fedeli. Dice Fra Guido rxeAF Antiprologo del Fiore 
d’Italia che i romani tutto il mondo di maravigliosi esempli 
hanno illuminato. Nei Gesta Romanorum i fatti veri o supposti 
della storia romana servono di tema a numerose moralizationes. 
I trionfi romani porgono spesso argomento a pietose ammonizioni 
in molti libri ascetici e non ascetici. Vero è che la mania mora¬ 
lizzatrice giunge a tale nel medio evo che non tralascia nessuna 
delle cose esistenti, tutte considerandole quali simboli di verità 
morali, e che però anche la storia pagana doveva essere da lei 
sfruttata; ma è pur vero che i fatti della storia romana avevano 
una propria virtù esemplare, la quale li faceva accogliere anche 
in opere dove quella mania non aveva luogo. Così Rodulfo Tor¬ 
tario, il quale fiori in sul principio del XII secolo, nei nove libri 
dei suoi Memorabilia in circa 8000 versi trae dalle istorie di Roma 
un infinito numero di esempii (5). 

Nè solamente si ricordavano le persone e l’opere, ma si cerca¬ 
vano ancora le memorie riguardanti in più particolar modo la 
città che i secoli e le molte vicende avevano tanto mutata da 
quella di prima. Carlo Magno, per testimonianza di Eginardo, cu¬ 
stodiva nel suo privato tesoro una tavola d’argento su cui era in¬ 
cisa la pianta di Roma, e che lasciò poi per testamento alla chiesa 


(4) Praeloquia, 1. IV, 10. 

(5) Dei Memorabilia di Roduuto Tobtahio, monaoo Floriacense, si fa ri¬ 
cordo nella Bibliotheea latina mediae et infitnae aetatis del Fabbicio, ed. del 
Massi, Padova, 1754, voi. V, p. 115. Il Lktser nella Historiapoetarum etpoe- 
matum medii aeri, Halae Magdeb., 1721, non li registra- Si trovano mano¬ 
scritti nella Vaticana Cristina, cod. 1857. 


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LA GLORIA B IL PRIMATO DI ROMA 


vescovile di Ravenna (6). Copie di Regionarii e di luoghi di scrit¬ 
tori latini che parlarono di Roma, s’incontrano molto frequente¬ 
mente nei manoscritti. 

Roma era la più nobile, la massima fra le città del mondo. Ciò 
che Ausonio aveva detto di lei : Prima urbes inter , divum domus , 
aurea Roma; ciò che di lei avevano detto tanti altri nel tempo 
antico, il medio evo fedelmente ripete, aggiungendovi anche di 
suo. L’epiteto di aurea le rimane come quello che più si conviene 
alla sua dignità. Aurea seguitano a chiamarla gli scrittori eccle¬ 
siastici, aurea la saluta Ermoldo Nigello (7), aurea è detta in una 
bolla plumbea di Papa Vittorio II (1055-1057), aurea spesso nei 
suggelli imperiali, aurea nel titolo stesso della Oraphia urbis , di 
cui avremo a parlar più oltre. I nomi di mater urbis , di mater 
imperii , di domina mundi , le si danno anche con amoroso com¬ 
piacimento, ma più sovente, e con manifesta predilezione, si usa 
quello di caput mundi. Questo doveva sembrare più d’ogni altro 
appropriato dopoché, fatta sede della suprema potestà spirituale, 
Roma era divenuta, più che non fosse mai stata in passato, la di¬ 
rettrice del genere umano. Queste due sacramentali parole si tro¬ 
vano in monumenti e documenti di svariatissima natura: negli 
scritti di Sidonio Apollinare, di Cassiodoro e di più e più altri 
autori della letteratura latino-cristiana (8), in suggelli di Enrico II, 
Corrado II, Lotario II, Federico II e Lodovico il Bavaro (1002-1347), 
dove una immagine prospettica di Roma è accompagnata dal verso 
famoso e tante volte ripetuto: 

Roma capai mandi regit orbis frena rotandi (9); 


(6) Vita Karoli Magni, c. 33, ap. Jaffé, Monumenta Carolina , Berlino, 1867, 
p. 540. Opina il De Rosai, Piante icnografiche e prospettiche di Roma , Roma, 
1879, p. 73, che tanto questa tavola, quanto le altre due che recavano la 
pianta di Costantinopoli, dovessero appartenere ai tempi di Arcadio e di 
Onorio. 

(7) De rebus gesti8 Ludovici imperatorie , 1. 11, v. 79. 

(8) Ovidio chiama Roma caput immensi orbis; Livio, Tacito, Ausonio la 
chiamano caput rerum; Marziano la saluta col nome di caput gentium, e 
Rati Lio Numaziano con quello di mater mundi ; Prudenzio la chiama saeculi 
tummum caput , ecc. eco. 

(9) Questo verso era pure scritto in giro della corona ed in due ruote ai 


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G 


CAPITOLO I. 


su due monete coniate durante il tribunato di Cola di Rienzo, che 
si faceva chiamare liberator urbis, aruator orbis, unendo in un 
solo pensiero la città e il mondo, ecc., ecc. Giovanni Caligator, che 
fiorì verso il mezzo del XIV secolo, comincia un carme De vita 
et passione SS. Apostolorum Pelvi et Pauli col verso: 

Roma caput mundi, primo pastore beata; 

e il distico : 

Roma decus, mutata secus quam prima fuisti, 

Roma caput mundi super omnes omne no visti, 

si trova riportato in molte scritture. A quel titolo glorioso Alcuino 
raccosta la seguita ruina : 

Roma caput mundi, mundi decus, aurea Roma, 

Nunc remanet tantum saeva ruina tibi (10); 

* « 

e il Petrarca chiama Roma nostro capo nella canzone famosa in¬ 
dirizzata a Stefano Colonna. 

Ma questo titolo glorioso di caput mundi viene usato anche 
con intenzione derisoria da chi rinfaccia alla Roma dei Papi la 
rapacità o la corruzione dei costumi. Nei Camnina Burana si 
legge (li): 

Vidi, vidi caput mundi 
instar maris et profondi 
* vorax guttur siculi t ; 

e 

Roma caput mundi est, sed nil capii mundum (12). 


capi dello scudo imperiale. Graphia aureae urbis Roma*, ap. Oeanam, Do¬ 
cumento inèdito pour servir à Vhistoire littéraire de Vltaìie, Paris, 1850, pa* 
gine 174-5. 

(10) De rerum humanarum vicissitudine et clade Lindisfamensis Mona - 
sterii, Opera, ed. del Fbobkn, voi. II, p. 288, col. 2*. 

(11) Bibliothek des literarischen Vereins, voi. XVI, Stoccarda, 1847, p. 16, e 
The latin poems commonly attributed to Walter Mapes, collected and edited by 
Thomas Wrioht, Londra (Cambden Society), 1841, De ruina Romae, pp. 217-22. 

(12) Golias in Romanam curiam, The latin poems, ecc., p. 87. 


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LA GLORIA I IL PRIMATO- DI ROMA 


7 


Il primato di Roma è riconosciuto da tutti, Italiani e non Italiani. 
Vulgario, nel X secolo, così lo afferma (13) : 

Roma caput mundi, rerum suprema potestas. 

Terranno terror, fulmen quod fulminat orbem, 

Regnorum cultus, bellorum vivida virtus, 

Immortale decus solum, haec urbs super omnes. 

Nel Roman de Rou si dice (14) : 

De Buine oi Hasteins parler 
£ Rame oi forment loer, 

Qn’en tut le munt, a icel iur, 

N’aveit cite de s^valur; 

e Fra Guido nel Prologo del Fiore d’Italia cosi ne parla : « Piena 

(ITtalia) delle più nobili cittadi e delle più nobili terre marine e 

terreste, che siano in tutto il mondo; ed in mezzo d’essa è l’alta 

città di Roma, ove Iddio pose tutta la potenzia umana spirituale e 

temporale, cioè lo papato e lo impero ». Martino da Canale non si 

accorda certo col comune sentimento quando osa dire Venezia la 

più bella città del mondo : . la noble Cite que l’on apele Veniste, 

qui est orendroit la plus biele cUm siècle (15). 

Un segno di primato si credeva scorgere anche nella forma 

# 

della città, che si diceva essere quella di un leone. Onorio Scola¬ 
stico dice nel Liber de imagine mundi (16): « Antiqui civitates 
secundum praecipuas feras ob significationem formabant. Unde 
Roma formam leonis habet qui caeteris bestiis, quasi rex praeest. 
Hnius caput est urbs a Romulo constructa, lateritia vero aedificia 
utrobique disposila, unde et lateranis dicitur. Brundisium autem 
cervi formam, Carthago bovis, Troia equi figuram habuit ». E Ger- 

(18) DuBfMLn, Auxiliu» vnd Vulgarius , Lipsia, 1866, p. 162. 

(14) Ed. dcll'AavRBssa, Heilbronn, 1877-9, voi. I, p. 26, vv. 462*5. 

(16) La Croniqué dea Venicians, parte 1% c. 1, Archivio atorico ital., t. Vili, 
1846. Lo stesso dice ael o. 2. 

(16) L. I, c. 28. 


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CAPITOLO I. 


8 

vasio di Tilbury (17): «.ad formam leonis ob insignem sui do- 

minationem formata. Habet ergo Roma formam, ut dixi, Leonis, 

sicut Brundusium, etc. ». Lo stesso dicono Galvagno Fiamma (18) 
ed altri. Qualche rara volta il primato si dà a Troja (19), ma per 
eccezione (20). Anzi il concetto che si ha del primato romano è 
tale che in Roma s’immagina quasi tutta raccolta l’antichità, e che 
il nome di Roma serve a designare l’antichità tutta quanta. Nella 


(17) Otia imperi alia, Decis. HI, c. 9, De sita Bomae. 

(18) Manipulu» Florum, ap. Muratori, Scriptore», t. XI, col. 589 e 588. La 
forma di Roma è ricordata anche nella Image du monde, 1. II, c. 12. Nel 
testo che accompagna un atlante catalano del 1375, è detto a questo pro¬ 
posito: * Hedificaven les ciutats srains les meios feres o besties salvatges; 
per que Roma ha forma de leo, Toqual senyoreya cent bestias. Aquesta 
Roma es cap de totes les ciutats. Los Beus hedifici son de reyola e tenia, 
pero es dita hUemis, que voi dir reyolencha Notice» et Extraits de ma- 
nu*criis, t. XIV, parte II, pp. 8-9. 

(19) il Cuento muy fermoeo del enperador Otta* de Roma et de la infante 
Florengia su fija, et del buen cavaUero Esmere pubblicato da Amador dr los 
Rio8 in calce al voi. V della sua Historia critica de la literatura e spasola, 
pp. 391-468, comincia così: “ Bien oystes en cuentos et en romance que 
de todas las cibdades del mundo Troya fué ende la mayor, et despues fué 
destroide et quemada, asy que el fuego andò en ella siete anos ,. 

(20) Il primato di Roma si addimostra ancora nelle carte geografiche del 
medio ero per le figure che servono a rappresentarla e per certi contras- 
segni o motti che ne accompagnano il nome. Neirantichissima Tavola Peu- 
tinge ri ana Roma è rappresentata da un cerchio in cui campeggia l'imma- 
gine di un imperatore; in una mappa dell’XI secolo esistente fra i mss. 
Cottoniani del Museo Britannico e pubblicata dal Saktarrm nel suo Atta» 
composi de Mappemonde», de Portulans et de Carte» hydrographique» et hio- 
torique$ depuie le VIjusqu’au XVII gitele, Parigi, 1849, da un edifizio mu¬ 
nito di sei torri, distintivo non accordato a nessun'altra città, tranne Ba¬ 
bilonia, della cui grandezza e suntuosità durava viva la memoria nel medio 
evo; in uno sohizzo di carta geografica posto in fronte a un manoscritto 
della Bibliothèque Royale di Bruxelles (n. 3899, scritto nel 1119) da una 
gran torre con un portico sotto, dal quale esce il Tevere, e altrove, nello 
stesso codice, da un grande edifizio in figura di chiesa; in una carta d'Eu¬ 
ropa assai rozza dell'anno 1120, pubblicata nell 'Anzeiger fQr Kunde de s 
deutschen Vorzeit del More, anno 1886, da un edifizio maggiore degli altri. 
In due mappe, l’una probabilmente del XIII secolo, conservata nella cat¬ 
tedrale di Hereford in Inghilterra, l’altra disegnata nel XIV da Riccardo 
di Haldingham, Roma è contrassegnata dal motto : Roma capai mundi regìt 
orbi» frena rotundi (V. Wrigbt, Estay» on archaeological subject», Londra, 


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LA GLOBIA B IL PB1MATO DI BOMA 


9 


poesia epica francese del medio evo la matiere de Rome la grani 
comprende, non solamente le storie romane, ma le greche ancora, 
come la storia della guerra di Troja, e la storia favolosa di Ales¬ 
sandro Magno, e le altre tutte che, appo gli storici di quella poesia, 
formano il cosi detto ciclo delTantichità. Giovanni Bodel nella se¬ 
conda metà del XII secolo scriveva (21) : 

Ne sont que trois matieres a noi hom entendant, 

De Franco, de Bretaigne et de Rome la grant, 

dove per matieres de France e de Bretaigne s’intendono le storie 
del ciclo carolingio e del ciclo bretone. E nel Dii de Flourence 
de Rome sono questi versi (22) : 

Douce gent, ès croniques de Saint-Denis en France 
Voit-on moult de merveilles; mais sachiez sana doutance 
Celles de Romme sont de trop plus grant sustance. 

% 

Rutilio Numaziano aveva già detto, apostrofando Roma (23): 

Fecisti patriam diversis gentibus unam, 

Urbem fecisti, quae prius orbis erat. 

Il papa Zaccaria era forse mosso da questo pensiero quando, 


1861, voi. Il, p. 16). Ma in una carta aggiunta a un codice delle Grandea 
ckroniques de Saint Denis, scritto fra il 1864 e il 1372, e conservato nella 
Biblioteca di Santa Genoveffa in Parigi, l’edifizio più cospicuo spetta a 
Gerusalemme. 

(21) La Chanson dee Saxona, ed. di Fa. Michel, Parigi, 1839, str. I. 

(22) Jdbieal, Nouveau recueil de Contea, Dita, Fabliaux et autrea ptìcea iné- 
ditea dea XIII*, XIV • et XV* aiiclea, Paris, 1889*42, voi. I, p. 88. 

(23) Itinerarium, V, 68. Questo concetto fu del resto familiare ai Latini. 
Cioerone e Seneca ohiamano Roma patria comune, e tale ò pure detta nel 
Bigesto. Ulpiano e Callistrato sostengono che il relegato non può dimorare 
a Roma, essendo Roma patria di tutti. Teodorieo dice per bocca di Cassio* 
doro (Variarunt, li, 39): * Nulli sit ingrata Roma quae dici non potest 
aliena „. 


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10 


CAPITOLO I. 


l’anno 741, fece dipingere nel triclinio Lateranense una descri- 
ptionem orbis terrai'um (24). 

Altro documento della dignità di Roma si ricorda, con la scorta 
di antichi scrittori, che la città aveva tre nomi, uno volgare, uno 
arcano, uno sacro (25), e del nome dei romani si dice che significa 
sublimi ovvero tonanti (26). 

Dopo ciò non è a maravigliare se l’ammirazione inspirata da 
tanta grandezza e da cosi alti destini si esprime nelle più svariate 
forme, e con parole, e con atti. Sanno tutti quale rispetto la maestà 
e il nome di Roma incutessero negli stessi barbari invasori. Gun- 
debaldo e Odoacre ambiscono e ottengono il patriziato; Teodorico 
va superbo del titolo di console e di quello di proconsole Clodoveo. 
Il longobardo Autari si faceva bello del nome di Flavio e i dotti 
della corte di Carlo Magno volentieri usurpavano, per fregiarsene, 
i nomi di Orazio e di Ovidio. Un san Virgilio del secolo VII adorna 
il calendario della Chiesa irlandese. 

Si potrebbe riempiere un grosso volume dei luoghi di scrittori 
che nel medio evo levarono a cielo il nome e la gloria di Roma; 
siami concesso di recarne qui alcuno. Alessandro Neckam, che 
fioriva nella seconda metà del XII secolo, così ne parla nel poema 
De laudibm divinae sapientiae (27) : 

Primitus Europae mea pagina serviet, in qua 
Roma stat, orbis apex, gloria, gemma, decus. 

Urbs titulis Claris tam laetis clara triumphis, 

Quondam bisseno Caesare tuta fuit. 

Hfeec genuit Magnum tam magni nominis, Eurus 
Imperio vidit regna subacta suo. 


(24) Liber Pontificali e, § XVIII. 

(25) Fozio nelle Quaestione* ad Amphilochiutn dice che Roma aveva tre 
nomi, uno mietico, Amor, ano sacro. Flora , uno politico, Roma. Il mistico, 
Botto pena della vita, non si poteva divulgare. Mai, Scrìptorum veterum 
nova collectio, t. I, p. 283. Cf. Solino, Polyhistor , I. 

(26) Papxa, Elementarium , s. v. Romani. 

(27) DÌ8tinct. V\ v. 181-98, edizione delle opere, curata da Tommaso 
Wbiqht, Londra, 1863 {Rerum Britannicarum medi* aevi scriptores). 


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LA GLORIA E IL PRIMATO DI ROMA 


11 


Haec genuit Bruto m, qui victor ab urbe tyrannum 
Expulit, iste pater urbis et orbis erat. 

Vieto rem Magnum genuit Oarthaginis altae, 

Fulsit in hac geminum sidus nterque Caio. 

Urbe Boethins hac oonsul, Symmachusque senator 
Fulsit, sub Fabio oonsule laeta fhit. 

Quis non miretur linguaan Ciceroni», et ausus 
Tantos, eloqui maximus auctor erat. 

Àrtis rethoricae fuit arx, fons, manna, columna; 

Cessit et invitus huic Catalina farox. 

Clarus avos fulsit hac urbe Ballastius, isti 

Par aliquis, nemo major in urbe fuit. 

% 


E cosi seguita per molti altri versi predicando le lodi dell’antica 
Roma, ma poi soggiunge il biasimo che si merita Roma papale. 
Nè men caldo di entusiasmo è il linguaggio che Amato di Monte 
Cassino (morto nel 1003) usa nel poema da lui composto in onore 
di 8an Pietro e Paolo (2S\: 


Orbis honor, Roma splendens decorata corona 
Viotorum regum, discretio maxima legum, 

His simul et multis aliis redimita triumphis 
0 victrix salve; cuius super ethera palme 
Pulcre Bcribuntur, et quam oolit undique mundus. 
Que vox, qnis sapiens, vel que facondia verbi 
Quisque tuas laudes poterit replicare poeta? 

Grecus et Uebreus, si barbarus atque Latinus 
Hec pertemptarent, tantus labor hos maceraret. 
Gratia que terra poterit vel inesse potestas, 

Quam tua precellens domi natio non sit adepta? 

Tu retines soeptrum super omnia sceptra tiraendum, 
Tu nosti gente» armis redomare furentes. 


(28) L. IV. DuButLBB, Atta Uemdachriften, Nette* Archiv der Oeselleehaft fUr 
Altere deutsche Qeeehichtekunde. voi. IV, p. 182. 


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12 


CAPITOLO I. 


Que sis, qaam prestans Cicero dictamine narrat, 
Cui 8ÌmilÌ3 nuli us describi tur atque secundus. 

Et Livius Titus, Lucanus in ense peritus 
Egregiusque Maro magnusque poemate Naso, 

Et vir mirificus Varo quem fovet iste Casinus, 
Et plures de te scripserunt plora poete. 

Ex te qui cunctum meruere subdere raundum, 
Et proce8serunt ex te qui iura dederunt. 

Tu titolum destra gestas et dona sinistra: 

His concedis opes, his et largius honores, 

Hec quia magna facis mundi regina rocaris. 


Chi cosi parlava aveva certo innanzi agli occhi della mente la 
immagine di Roma antica assai più che non quella di Roma papale. 
Alessandro Neckam fu abate di Cirencester, Amato fu abate di 
Monte Cassino, ma lo spirito che scalda le parole di questi due 
ecclesiastici quando parlano di Roma, è interamente laico. Nel 
codice testé citato della Biblioteca regia di Bruxelles, in un elenco 
di città d’Italia con cui si dà principio a un Liber variis historiis 
compositoi (29), di Roma così si ragiona : « Sequitur omnium no- 
bilior, ditior atque poteutior Italia generaliter tota, quam quidem 
plurimi non solum descripsere, sed laudabiliter ac triumphabiliter 
eecinere philosoplii, tam greci, quam et latini ; nec incongrue, 
quippe totius mundi monarchiam, obsequiumque orbis ac plenitu- 
dinem sola in domina et regna omnium urbium Roma sortita est »• 
L’onore di Roma rifluisce su tutta Italia. Fra Guido nel P?'ologo 
del suo Fiore , spiega a modo suo il nome di Magna Grecia dato 
già in antico all’Italia. « E se altri domandasse perchè fu chiamata 
la Gran Grecia, dico che fu, non perchè sia maggior terreno che 
l’altra Grecia, ma perchè più nobil gente di vita, di costumi e di 
ingegni e d’arme fu sempre in Italia, che nell’altra Grecia, ed 
anche perchè ella è la più nobile patria che sia nel mondo ». Non 


(29) Come autore è indicato un Guido che non si sa chi sia. V. Archiv 
der Oesellschaft filr (Utere deutsche Oeschichtskunde del Pertz, voi. VII, pa¬ 
gine 587-40. 


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LA GLORIA B IL PRIMATO DI ROMA 


13 


si può più risolutamente affermare la precellenza del gentil sangue 
latino. Che se ci appressiamo a quell’estremo confine del medio 
evo dove già principia il rinascimento, voci ben più possenti e più 
clamorose ci soneranno allo incontro. Leggasi ciò che Dante con 
la solennità consueta scrive della città predestinata nel cap. 5 del 
trattato IV del Convivio : « E certo sono di ferma opinione che le 
pietre che nelle mura sue stanno siano degne di reverenzia; e ’l 
suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è 
predicato e provato ». Leggasi ciò che il Petrarca scriveva da Avi¬ 
gnone a Giacomo Colonna, quando non ancora aveva visitata Roma 
e ardeva del desiderio di visitarla (30): «De civitate, inquam, illa, 
cui nulla similis fuit, nulla futura est; de cuius populo scriptum 
legimus: magna est fortuna populi romani, magnum et terribile 
nomen\ cuius sine exemplo raagnitudinem, atque incomparabilem 
monarchiam futuram praesentemque divini cecinerunt vates ». Lo 
stesso Petrarca nella epistola 1* a Carlo IV introdusse Roma a ce¬ 
lebrare le proprie sue glorie (31). E a compiere la triade non si 
mostra da meno il Boccaccio che alla glorificazione di Roma tutta 
consacra la canzone che comincia: 

0 fior d’ogni città, donna del mondo, 

0 degna, imperiosa monarchia. 

Le ricordanze che si serbavano dell’antichità suggerivano natu¬ 
ralmente questi pensieri; ma ad accrescere il gran concetto che 
si aveva di Roma giovavano inoltre non poco le scoperte non in¬ 
frequenti di monete, di statue e di vasi preziosi (32), e le maestose 
rovine sparse su tutta la faccia dell’ Europa (33). 


(30) Epistolat de rebue familiaribus, ed. del Frac assètti, 1. II, 9. 

(SI) Op. cit., 1. X, 1. 

(82) Roma, Tinta dai barbari, ooonltò nella terra quanto più potè delle 
proprie ricchezze. V. Zappbrt, Ueber AntiquiUUenfunde in MittelaUer , nei Sit- 
zungeberichte dell’Accademia imperiale di Vienna, classe stor.-filosof., 1850, 
toI. II, pp. 752-98. 

(33) Teodnlfo, soprannominato Pindaro, che fu il migliore poeta della 
oorte di Carlo Magno, ricorda nella sua Pnraeneeie ad judieee le rovine ro- 


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14 


CAPITOLO I. 


Così ammirata e magnificata Roma diventa come il naturai pa¬ 
ragone di ogni umana grandezza. Le città andranno a gara per 
potersi fregiare, quasi titolo singolare di nobiltà, del nome di Nova 
Roma (34), o di Roma secunda; e prima si farà chiamare Nova 
Roma Bisanzio, e poi, nei tempi a cui è più particolarmente volta 
la nostra attenzione, si glorieranno di potersi cosi chiamare Acquis- 
grana (35) e Treveri, Milano e Pavia. È noto come, a cominciare 
dal IV secolo, Milano acquistasse, per le condizioni deir impero, 
tanta importanza da far ombra a Roma. Se si dovesse prestar fede 
a certi racconti, un proconsole Marcellino avrebbe fatto scolpire 
sopra le porte di Milano i versi seguenti: 

Die homo qui transis, dum portae limine tangis: 

Roma seconda vale, Regni decus imperiale; 

Urbs veneranda nimis, pienissima rebus opimis, 


mane di cui andava superba la città di Beziers. Del resto molte rovine 
passarono per romane che tali veramente non erano. 

(34) Roma stessa si chiamò Nova dopo che fu rinnovata in certo qual 
modo dal cristianesimo. 

(85) Non dimentica di così chiamarla in una sua ecloga il poeta Nasone 
della corte di Carlo Magno. I carmi di questo poeta furono pubblicati dal 
Dubmmlbb, nella Zeitsehrifl filr deuUches AUerthum , nuova serie, voi. VI, pa¬ 
gine 58 segg. Angilberto detto Omero, nel Carmen de Karólo Magno, 1. Ili, 
vv. 94-100 (ap. Pbrts, Scriptores, t. II, p. 895), dice, parlando della città di 
Aquisgrana : 


.Roma seoa oda 

Flore novo, ingenti, magna consurgit ad alta 
Mole, tholis maro praeoelsie sidera tangens. 

Stat pine arce procol Carolns loca singola signans, 
Altaqne dispone!» ventarne moenis Romae. 

Hio inbet esse forano, sanotnm quoque inre senatnm, 
Ios popoli et leges ubi sacraque iossa cape ssant. 


Si noti la imitazione di Virgilio. Non si dimentichi inoltre che Carlo Magno 
chiamò col nome di Luterano il palazzo che fece costruire in Aquisgrana. 
Parlando di esso Eginardo dice: * Ad cuius structuram cum columnas et 
marmora aliunde habere non poterat, Roma atque Ravenna devehenda cu* 
ravit ,. Più tardi la leggenda racconterà che le colonne e i marmi farono 
trasportati • in una notte dai diavoli. 


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LA GLORIA ■ IL PRIMATO DI ROMA 


15 


Te metcmnt gentes, tibi flectant colla potentes. 

In bello Thebas, in sensu vincis Athenas (36). 

Quattro versi che esprimono gli stessi concetti quasi con le 
stesse parole si leggevano, nel secolo XV, sopra una delle porte 
di Pavia (37). Accostarsi a Roma come al supremo termine della 
gloria, e coprirsi di un lembo della sua porpora, tale è il pensiero 
che suggerisce questi ed altri simili vantamenti. 

Il sentimento e l’amor della gloria non erano cosi scarsi e cosi 
freddi nel medio évo come da taluno si va dicendo. La fede e la 
sapienza che da lei s’inspirava, raccomandavano, è vero, il di¬ 
sprezzo dei beni e delle grandezze della terra, ma non riuscivano 
a soffocare le naturali cupidigie dell’anima umana, nobili od igno¬ 
bili che fossero. Poter essere paragonato a qualcuno di quegli il¬ 
lustri figliuoli di Roma, fulmini di guerra, o maestri d’ogni dot¬ 
trina, i cui nomi avevano vita immortale nelle storie, stimavasi 
lode maggiore d’ogni altra, e l’adulazione, più ingenua che servile, 
alcune volte la largiva con manifesto compiacimento. Quando il 

i 

Poeta Sassone vuol celebrare nel più degno e solenne modo l’alte 

« 

virtù e i gran fatti di Carlo Magno, ecco in quali parole pro¬ 
rompe (38) : 

Ob hoc, mirificos Karoli qui legeris actus, 

Desine mirari historias ve te rum. 


(36) Tolgo questi versi, che anche altrove s'incontrano, da una curiosa 
compiiamone storica, anonima, contenuta nel cod H, V, 37 della Biblioteca 
Nazionale di Torino. Essi stanno al f. 42 r. Al f. 43 r. si trova il seguente 
passo: 

Qttod insigniti nrbinm Romeo et Mediolani erant equalia. 

* Crevit autem hec inclitissima urbs Mediolani in tanto honore in tan- 
taque potentia quod Roma voluit eam in suam habere sororem et (©oca* 
bolo indecifrabile). Insignia ipsarum duarum civitatum erant in totum equalia, 
quid plus ista inclitissima oivitas Mediolani semper in bello primam aciem 
pugne habuit ,. 

(37) Comtnmtarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, 
col. 44. 

(88) Vita Caroli Magni, 1. V, vv. 653-8, ap. Jafpì, Monumenta Carolina , pa¬ 
gine 625-6. 


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16 


CAPITOLO I. 


Non Decii, non Scipiadae, non ipse Camillus, 

Non Cato, non Gaesar mai or eo fuerat; 

Non Pompeins hoic merito, vel gens Fabiornm 
Praefertur, pariter mortua prò patria. 

Quando Fra Guittone d’Arezzo rimprovera ai suoi concittadini la 
miseria in cui da felice e glorioso stato precipitarono per lor colpa, 
ecco in qual forma esprime il suo pensiero (39): «O miseri, mi¬ 
serissimi, disfiorati, ove è l’orgoglio e la grandezza vostra, che 
quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto soggiogare il 
mondo ? e certo non ebbero cominciamento gli Romani più di voi 
bello, nè in tanto di tempo più non fecero, nè tanto quanto ave¬ 
vate fatto, e eravate inviati a fare, stando a comune ». 

Città e popoli si studiano di tenersi stretti a Roma quanto più 
possono, credono e fanno credere ad antiche alleanze, a guerre com¬ 
battute insieme, a glorie e a trionfi comuni. Se v’è una tradizione 
che secondi comechessia tale vaghezza, non si lascerà perire; se 
nulla sussista che paja far testimonio di quel venturoso passato, 
si serberà come preziosa reliquia. Roma, com’è fonte di ogni diritto, 
così ancora di ogni nobiltà. Nei tempi di sua maggiore prosperità 
e potenza Siena ostenta il titolo di colonia romana, e dinnanzi alla 
sua cattedrale una colonna regge la lupa coi gemelli (40). Il mu¬ 
nicipio romano rivive forse nel nostro comune (41). Vordo e la 
plebs sussistono ancora durante la dominazione dei Longobardi in 
molte città della media e della inferiore Italia, e a molte più tardi 
diventa impresa comune il sacro e solenne Senatus iwpulusqw. 


(39) Lettere, Roma, 1775, p. 40. 

(40) Impresa di Siena era la lupa. Fazio degli Uberti nel Serventese ai 
Signori e popoli d’Italia: 

Volgo alla lupa vana i tristi versi. 

(41) Dico forse, giacché tutti sanno quanto oscure e dubbie siano le ori¬ 
gini dei comuni italiani. V. Savioht, Oeschichte des rdmischen Reehte, 2* ed., 
Eidelberga, voi. 1, c. V, e V Appendice, pp.484-6; Leo, Entwickelung derVerfas- 
sung der lombardieehen Stàdie bis zu der Ankunft Kaiser Friederich I in 
Italien, Amburgo, 1824. 


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LA OLOBIA S IL PBIMATO DI SOMA 


17 


Si continua a conferire il patriziato. Nella incoronazione degl’im¬ 
peratori, neirordinamento della loro casa civile e militare, nella 
forma degli atti loro, si cerca di conservare, quanto più è possi¬ 
bile, le antiche costumanze imperiali (42). 

L’ammirazione detta i raccostamenti, e i raccostamene fanno 
nascere il desiderio delle origini comuni. Città o nazione, per po¬ 
tersi dar vanto di vera nobiltà, bisogna aver avuto comuni con 
Roma i principii, bisogna esser usciti d’onde i romani uscirono 
primamente, avere nelle vene un sangue con essi; oppure derivare, 
propaggine di nobilissima pianta, dalla stessa Roma, dagli stessi 
suoi abitatori. Quando si vedono nel medio evo popoli diversissimi 
per lingua e per costume, alcuna volta anzi divisi da lunga e in¬ 
dimenticabile inimicizia, far risalire sino a’ Trojani le proprie ori¬ 
gini, non è possibile d’ingannarsi circa il sentimento che a ciò li 
muove. Venir dai Trojani, vuol dire essere consanguinei dei Ro¬ 
mani, e però nobili e illustri quant’essi. Che cosa poteva impor¬ 
tare ai Franchi, ai Bretoni e ai Danesi, di Troja e dei pochi scam¬ 
pati alla sua ruina, se Troja non fosse stata la madre di Roma, se 
da quegli scampati non fosse venuto il popolo romano ? Dimostrata 
la comune origine, i barbari non sono più i barbari. Gotofredo da 
Viterbo dice nel suo Speculum Regum (43): 

In duo dividili! us Troiano semine prolem ; 

Una per Ytaliam sumpsit diademate Rome, 

Altera Theutonica regna beata fovet. 

I nemici di un tempo si scopron fratelli : 

Romanum fore Troianum natura fatetur, 

Germanus patriota suus fraterque videtur, 

Troia suis populis roater utrique fuit. 

Questa fratellanza fa sembrare più legittimo il trasferimento della 
potestà imperiale (44). 

(42) V. Bhtce, Holy Roman empire, IV 4 ed., Londra, 1878, p. 258. 

(43) Proemio al 1. Il, ap. Phtz, Script., t. XXII. 

(44) Di ciò si discorrerà più distesamente nel c. XXI. 

Our, Rema. 2 


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18 


CAPITOLO I. 


Nasceva tutta una sene di leggende parallele (45). Come Enea 
io. Italia, così giungeva Franco, o Francione, figlio di Ettore, dopo 
l’eccidio di Troja, in Germania. Da lui traggono l’origine i Franchi. 
Fredegario fa derivare a dirittura i Franchi dalla quarta parte 
degli abitanti di Troja distrutta (46) ; i Gesta Regurn Francorum 
li fan venire dall’avanzo dell’esercito Trojano sommante a circa 
t2.0p0 uomini (47). Priamo, ultimo figlio di Priamo il vecchio, 
giunge con grande moltitudine in Ungheria e fonda la città di Si- 
oambria. Paride fonda Parigi, e Gallo, suo socio, Gallia, che poi dà 


(45) Notisi che già Locano nel I della Pharsalia , v. 427-8, ricorda come 
gli Arverni osassero fingersi fratelli dei Latini, 

Arvernique ausi Latio se fingere fruire*, 

Sanguine ab Iliaco popoli. 

Anche gli Edui si gloriarono di cotal fratellanza. 

(46) Gregorii Turonensis bistorta Francorum epitomata per Fredegarium 
scholasticum, ap. Bouquet, Recueil dee hi stortene de» Gaule» et de la Franee, 
t. Il, p. 994. 

(47) Bouquet, Recueil, t. II, p. 542. Secondo i Gesta , i Franchi furono cosi 
chiamati dall'imperatore Valentiniano, dopoché ebbero espulsi gli Alani 
dalla palude Meotide. * Tunc appellavi eos Valentinianus imperator Francos 
attica lingua, quod in latinum interpretatur sermonem, hoc est feros a du- 
ritia vel ferocitate cordis Circa le orìgini della leggenda franca varie 
opinioni si misero innanzi. K. L. Roth, Die Trojasage der Franken (nella 
Germania del Pfjsjfkkr; I, 1, 1856) e il Bbàuh, Die Trojaner am Rheim ( Km- 
ckelmann8 Programtne de» Vereina ton Alterthumafreunden tm Rheinlande , 
1856) fanno la origine della leggenda anteriore alle relazioni dei Franchi 
coi Romani, mentre il Lobbbll, Gregor ron Tours und scine Zeit, Lipsia, 
1839, p. 479 segg., sostiene la leggenda essere passata dai Romani ai 
Franchi. L'opinione del Roth e del Braun fu impugnata dallo Zarncke 
(Sitzungsberichte der sàchsischen Gesellschaft der Wissenschaften , 1866) il 
quale afferma la leggenda essere di origine puramente letteraria, e sorta 
soltanto nel secolo VII. Dello stesso parere è il Wattbnbach ( Deutschlands 
Geschichtsquellenim Mittelalter, Berlino, 1877-8, vol.I, pp. 89-90), ma il Wobms- 
tall (Die Herkunft der Franken non Troja , MOnster, 1869) ammette una 
fonte storica della leggenda e alla tradizione franca subordina le versioni 
greco-romane. A tale opinione si raccosta pressoché intieramente il Da- 
dkrich (Der Franekenbund , Annovria, 1873). Il LOthgkw (Die Quellen und 
der historische Werth der frànkisehen Trojasage, Bonna, 1876) prende no- 
v&mente ad esaminare la questione e giudica anche egli la leggenda es¬ 
sere di origine erudita. QuestA opinione è la più probabile. 


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LA GLOBI A E IL PRIMATO DI ROMA 


19 


il nome a tutta la regione. Da Colono e da Maganzi o hanno prin¬ 
cipio Colonia e Magonza. Bruto, nipote di Enea, espulso dall’ Italia, 
giunge in Bretagna, che da lui riceve il nome (48). In Italia, oltre 
Padova, cent’altre città si gloriano di trojane origini (40). 

Ma e in Italia e fuori molte pur se ne trovano che stimano gloria 
uguale, se non maggiore, trarre l’origine dalla stessa Roma. Non 
parlo di quelle cui tale origine è dalle storie debitamente ricono¬ 
sciuta, ma di quelle che se la usurpano. Aquisgrana si diceva fon¬ 
data da un Grano, fratello di Nerone; Perugia da un Perus ro¬ 
mano (50). Pisa pretendeva d’essere il luogo dove si pesavano 
(quindi il nome) i tributi che dalle varie province si mandavano 


(48) Cosi racconta Nibbio, Hieloria Britonum, § 7. Goffredo di Monmouth 
aggiunge qualche particolare. Sbandito dall'Italia per avere ucciso involon¬ 
tariamente suo padre, Bruto va in Greci», dove trova la posterità di He- 
leno, figlinolo di Priamo, tenuta in schiavitù dal re P&ndraeo (Pietro di 
Urotost dice più disavvedutamente nella sua Cronaca in versi franeesi [pub¬ 
blicata dal Whiqht nella collezione dei Rerum britannicarum medi* nevi 
eeriptores] che Bruto vi trovò lo stesso Eleno ed Ancbise le sené). Bruto li¬ 
bera i suoi ooncittadini, vince un po' per tradimento, un po’ per forza, il 
re Pandraso, e, sposatane la figliuola, passa in Bretagna. Ma nel Livere dee 
Reie de Brittaine , compilato dopo il 1274 (edito da J. Glovbb, Rerutn bri * 
Umn. t m. ae. script.), si dice soltanto (p. 2): * Devant la nativite nostre Sei- 
gneur mil e deus cens ans, Brutus, le fiz Silvii, ou Ynogen sa femme e ou 
ses treis fiz, vint de la bataile de Troye en Engletere, ki estoii dunkes si cum 
un desert ,. La storia di questo Bruto si trova distesamente narrata snlle 
tracce di Goffredo di Monmouth nel Brut di Wacs, pubblicato dal Le Roux 
db Liaox, Parigi, 1886*8, v. 118 aegg. Cfr. il M&nchener Brut , pubblicato da 
Corrado Hofmabb e da Carlo Volmòllkb, Halle s. S., 1877, vv. 875 segg. 

(49) Yeggasi il Libro ditto el Trojano, Venezia, 1491 (2* ed., ibid., 1509) e 
la inedita Fiorita d’Italia di Abmabhiho Giudice, specialmente nei conti IV, 
V, XXX, XXXIII. 

(50) Armannino Gindice racconta altrimenti nel canto XXXIII della Fio¬ 
rita l’origine del nome di Perugia (Cod. Mediceo Palatino 119 nella Nazio¬ 
nale di Firenze): * Al tempo di Totyle, lo quale, chome io dissi, veramente 
fu flagello d'idio, furono destrocte in Ytalia molte ciptadi, tra le quali fu 
Perugia et Agobbio, et molte altre, delle quali sarebbe lungo a dire. lusti- 
nianus imperator, del quale io dissi, habiendo in prigione molti baroni et 
re di gente gocta et vandula et longobarda, comandò loro che rifacessero 
Perugia et Agobbio et molte altre terre alle loro spese. Dne furono li re 
che alle loro spese rifeciono Perugia; lo uno fu lo re di Persia et l’altro 


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CAPITOLO I. 


a Roma (51), ecc. Il cronista Giovanni d’Outremeusé, instancabile 
raccoglitore di ogni maniera di favole, parla della città di Nimay 
in Germania, fondata da Numa Pompilio, e di cinque altre città, 
fondate da Tarquinio il Superbo (52). 


fa lo re di Roscia, et però fu mutato lo nome a Perugia, che imprima area 
nome Tyberia. Dei due nomi di quelli re ne fu fatto uno, cioè Perugia, che 
viene a dire Persia et Roscia ,. 

(51) Molto spesso la leggenda della origine è suggerita dal nome stesso 
della città, nel quale, per una certa etimologia a ritroso, si scopre il nome 
del fondatore, o la memoria di un fatto che diede luogo alla fondazione, 
o che avvenne in essa. Qualche altro esempio, tolto di fra le città d'Italia, 
non sarà qui fuor di luogo. Papia viene da Papa o da Papae ria, o da Pau * 
peribus pia, o anche da unione di lettere, o sillabe iniziali di più parole 
(Commentario de laudibua Papiae , c. XXI, ap. Mcbat., Script., t. XI, col. 44). 
Ravenna trae il nome a ha tibus vsm to et msvibus, essendo Tubai, nipote di 
Noè, e suo fondatore, venuto per mare in Italia (Giovanhi da Ckbmbmatb, 
Uistoria de sita, origine et cultoribus Ambrosianae urbis, c. I, apud Mcbat., 
Script., t. IX, col. 1225*6). Arezzo si chiamò prima Aurelia, e mutò nome 
dopoché Totila l’ebbe fatta arare e seminare di sale (Giov. VnxAin, Istorie 
fiorentine , 1. I, c. 47). Lucca si chiamò prima Fidia, e poi mutò il nome, 
perchè molto lucente nella fede (Id m ibid., c. 49). Siena fu così chiamata 
perchè vi si posarono i più vecchi dell’esercito franco, al tempo che Carlo 
Martello venne in Italia in soccorso della Chiesa (Id., ibid., c. 50). Lo 
Pseudo-Ricordano Malespini ripete, copiando, queste e altre favole. Veg- 
gansi anche i luoghi citati della Fiorita di Armannino. 

(52) Siami conceduto di recar qui, come un saggio della semplicità di così 
fatte immaginazioni, il suo racconto. Ly myreur des histors, pubblicato dal 
Bobgmbt, t. I, p. 87 : * Item l’an David III* et XCIX, fondat li emperere 
Nyma Pompilius une citeit en Alemagne, et le nommat solonc son nom 
Nymay „. P. 94-5: * Item l’an XLII1, avoit 1 gran prinche a Romme qui 
estoit une senateur, liqueis fot appelleis Tarquinus li Orgulheux. Chis se 
contencha à l’emperere Tulius tant que ilh le tuat de unc cute al, et, quant 
il l’oit oohis, se fist tant par son sene et par les grand dons qu'ilh donnat 
aux altres senateurs see compangnons, qu’ilh fot eslus à emperere, et fot 
coronée à Romme: chis Tarquinius fot le VII* emperere de Romme et 
regnat XXXV ans. — Item, l’an XLV, prist li emperere de Romme à 
femme Helyodes, la filhe l'emperere Odeles de Greche, qui dedens le terme 
de III ans oit I fis de l’emperere de Romme, et fot nommeis Saldones. Et 
l’an XLIX, oit ladit emperes I filhe, laqueile oit nom Wierbel; maina de 
celle filhe fot la damme si travelhiet de maladie, que les saiges dammes 
disoient que elle en moroit. Quant Tarquin entendit chu que sa femme 
moroit, si fot muli esmayés, et vowat a son Dieu Venus que il vowist sa 


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LA GLORIA E IL PRIMATO DI ROMA 


21 


Non mancano tuttavia esempii di città che pretendono farsi più 
antiche, e però più nobili di Roma. Anteriore alla Roma romulea (53) 
si vantarono Genova, fondata da Giano, Ravenna, fondata da Tubai, 
Bologna, fondata da Felsino (Felsina), ampliata da Buono (Bononia). 
Secondo che narra Galvagno Fiamma, Milano fu edificata 932 anni 
prima di Roma (54). Brescia si vantava fondata da Ercole (55), 
Torino da Fetonte (56); persino Chiusi si reputava più antica di 
Roma. Ma di tutte le città d’Europa la più antica, secondo gl’Ita¬ 
liani, era Fiesole (57), secondo i Tedeschi, Treveri (58). 


flemme delivrer, et ilh feroit fondeir en plusors ìieu de son empire une 
conteit. Adont soy delivrat la damme de la filhe Wierbel desus dite, et 
li emperere tantoist fiat sa conteit. Enssi que je vos dia, mandai l'emperere 
à planteit d’onvriera, paia en allat en Allemagne, portant qu’ilh aavoit bien 
qne ilh y avoit aaaeia de leia lien ; car illnc eatoient lea pallia et lais lien 
plua qne altre part. Et fondat là V citeis qni fnrent nomméea : la promier, 
Saldelle; li altre, Bella; la tierche, Atroppa;li quarte, Anael; li V*, Cesarne; 
maina puiaedit ont-ilh esteit changiés de nommea par lea saingneura qui 
ont là regneit ,. 

(53) Vedremo più oltre che vi fu nella leggenda una Roma anteromulea. 

(54) Manipulus Florum, c. VII, ap. Morat., Script., t. XI, col. 548. Ma nel 
Ch rotti con Attente (ibid ., col. 189) ai dice che Milano, Pavia, e molte altre 
città d’Italia furono edificate da Brenno. Milano e Subria sono tutt’uno, e 
Sobria, secondo Giovanni da Cermenate, 1. c., sarebbe stata fondata da 
8ubre, figlio di Tubai, fondatore di Ravenna. 

(55) Giacomo Malvezzi, Chronicon, diat. I, c. I, ap. Murat., Script., t. XIV, 
col. 784. 

(56) A sto n io Astigiano, De ejut cita et varietate fortunae, 1.1, c. 7, apud 
Murat., Script., t. XIV, col. XIV, col. 1015. 

(57) Giovanni Villani raoconta nelle Ittorie fiorentine , 1. I, c. 7, che A te¬ 
lante, con la moglie Elettra e con Apollino suo astrologo e maestro, venne 
in Italia e fondò la città di Fiesole. ‘ Et nota che fu la prima Città edi* 
ficata, nella detta terza parte del Mondo chiamata Europa, et però fu no¬ 
minata Fia Sola, cioò prima sanza altra Città habitat» ,. Lo Pseudo-Ricor- 
dano Malespini ripete, amplificandolo, il racconto di Giovanni Villani. 

(58) La leggenda oirca l’origine di Treveri è alquanto mal ferma. Ordi¬ 
nariamente se ne fa fondatore un Trebeta (Treberi, Troletum), nipote di 
Semiramide, il quale, fuggendo l'avola, che voleva sforzarlo a sposarla, 
giunse sin sulle rive della Mosella. Cobì Gotofredo da Viterbo nella terza 
parte del Pantheon, e molti altri (V. anche un commento in prosa allo Spe- 
eulum Regum di Gotofredo, ap. Prrtz, Script., t. XXII, p. 86). Secondo Gio¬ 
vanni d’Outremeuse (Myreur dee hist., 1.1, p. 11) fu Trebeta a volere sposare 


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CAPITOLO 1. 


Se intere città pretendono di trarre da Roma V origine, non 
mancheranno famiglie patrizie, e persino dinastie, che cercheranno 
in qualche romano illustre il primo loro stipite, o si spacceranno 
per diretta e legittima discendenza di qualcuna tra le più famose 
famiglie romane. I Frangipani, i conti di Pola, altri, si gloriavano 
di discendere da Ottavio Manilio, morto alla battaglia del Lago 
Regillo (59). Gli Uberti di Firenze si dicevano discesi da Cati- 
lina (60). I Colonnesi facevano risalire sino a Giulio Cesare la loro 
prosapia (61). Altre famiglie romane provvidero in egual modo, o 


la madre (non più l'avola), che lo cacciò. La prima versione è più con¬ 
forme alla riputazione di Semiramide, ed è, aenza debbio, una reminiscenza 
delle nozze di costei col proprio figliuolo Nino. Nel Chronicon Engelhusii 
si dice : * Ante Romam Treveris fuit annis mille trecentis ma la cronaca 
tedesca di Luneburgo si contenta di minore antichità; * Treer is gebuwet 
do Abraham VII. jar alt waa up dat water Mosele nnd was CXX. jar eer Rome 
gestichtet tea« Nei Gesta Treverorum (ap. Pwtrz, Script., t. Vili), Treveri, 

Qua* caput Europae oognoscitur auotoritate, 

si dice fondata 1250 anni prima di Roma, e Trebeta cacoiato da Semira¬ 
mide bramosa di maggior dominio. Altri fece derivare Tr.everi da Triumvir, 
perchè Eucario, Valerio e Materno vi avevano predicato la fede. Alberto 
Stadense, nel Chroniron, dice senza più Treveri essere statala prima città 
d’Europa. 

(59) Ma intorno a costoro e ad altri è grande disparità e arruffio di opi¬ 
nioni. V. Bbnbdktto Pucci. Genealogia degl’illustrissimi signori Frangipani. 
Venezia, 1821. 

(60) G. Villani, l8t. fior., 1.1, c. 42. 

(61) Leggasi ciò che Lodovico Monaldesco racconta negli Annali (apud 
Mubat., Script., t. XII, col. 580) parlando della venuta di Lodovico il Bavaro 
in Roma. ‘ Habitao allo palazzo granne delli Colonnesi, e si riposao 
Vili, giorni ; e allo Palazzo di Messer Pietro della Colonna non si sentiva 
se no suoni e canti pe dare gusto allo Imperatore ; e si vedea quasi onni 
mattina Misser Agabito, e Misaer F&britio, e Misser Stefano, figli di Pietro 
della Colonna tutti vestiti di bianco, e no cavallo bianco peduno. Jero gri¬ 
dando pe Roma: Gloria in exceleie Deo; e dello granne Imperatore sumus 
liberi a peste, fame et bello, et a tirannide Pontificia liberati siamo, o Pòpolo 
mio. Ci ivano direto tutto lo Popolo, e gridava: Viva Dio, lo Imperatore, 
e Casa Colonna, che rimette la Cittade in libertade ; ben si conosce che succe¬ 
dono dalli Imperatori antichi loro antecessori; veramente t" vero, che la razza 
vostra discetme da Giulio Cesare. Vita dunque o Colonna, o Zagarda, li si- 
gnuri sui, che toccò tanto bene a nui „. Veggasi anche ciò che negli stessi 


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LA GLORIA K IL PRIMATO DI ROMA 


28 


anche meglio, alla dignità propria. I Savelli si vantavano d’essere 
stati con Aventino, re degli Albani, in soccorso del re Latino 
contro Enea. Dèi Conti pensavano alcuni che discendessero dai 
primi re d’Italia, ma più sicuri scintlori li facevano venire dallà 
gente Anicia, che fu quella di Giulio Cesare. La famiglia Cesi, di¬ 
scesa da Ceso, nipote di Ercole, e re degli Argivi, sin dai tempi 
della repubblica aveva dato a Roma molti uomini insigni; e anti¬ 
chissimi ancora fra i Romani erano gli Anguiilari, sebbene la loro 
prosapia « sotto altro nome fosse vissuta » (62). Dalla gente Anicia 
similmente si fecero derivare gli Absburgo (63), e secondo il Chro- 
nicon Rastadense (64), compilato nel secolo XV, tutti i lignaggi 
dei re, duchi, conti e baroni di Alemagna e di Germania vengono 
da Ottaviano Augusto. 

La grandezza e felicità di cui Roma aveva più particolarmente 
fruito nei tempi migliori della repubblica, e sotto il glorioso reg¬ 
gimento di Augusto, considerate a tanti secoli di distanza, e dal 
mezzo di una età piena di turbamento e di travaglio, non solo in¬ 
cutevano maraviglia e rispetto, ma naturalmente ancora facevano 
nascere di sè un desiderio fervido e generoso che più di una volta 
si tradusse in azione. Crescenzio, Arnaldo da Brescia, Cola di 
Rienzo pagarono con la vita i loro sogni di repubblica. Se un prin¬ 
cipe saggio e màgnanimo sparge sopra il suo popolo i benefizi i 


» 

Annali è detto nn po' più oltre, col. 582-3. Narrasi che un principe Co¬ 
lonna, interrogato ironicamente da Napoleone il Grande circa questa di¬ 
scendenza, rispose: Maestà, sono mille anni che ci si crede nella nostra 
famiglia. Ma intorno alla discendenza dei Colonna si ebbero anche altre 
opinioni, e chi li fece venire da Ercole, che sulle coste dello stretto Ga* 
ditano rizzò le due famose colonne, chi da C%jo Mario, chi da Trajano, chi 
da Franco che diede il nome ai Franchi. V. Domenico Db Sahtis, Discorso 
genealogico della nobilissima famiglia Colonna, Venezia, 1675. 

(62) Hi storia delle Fameglie antiche e nobili romane, codice della Vaticana 
Cristina. Ma notizie simili a queste si trovano in molte altre opere così 
impresse come manoscritte. 

(68) AmnoLDus Wionub, Lignum vitae, Venezia, 1595. V. anche il citato 
opuscolo di Benedetto Pucci sui Frangipani, dove si parla pure delle ori¬ 
gini dèlia Casa d'Austria. 

(64) Ap. Mkibomius, Rerum germanicarum scripiores, t. II, p. 3. 




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24 


CAPITOLO I. 


del buon governo, si crederanno prossimi a tornare, o già tornati, 
i tempi venturosi deirantica Roma. Cosi Nasone, parlando, nell’e- 
cloga poc’anzi citata, dell’èra di felicità che novaraente arride al 
mondo sotto il paterno reggimento di Carlo Magno, esclama : 

Bonus in antiquo? mutata saecula mores; 

Aurea Roma iterom renovata renascitur orbi. 

La rinnovazione dell’impero cresceva forza alle accarezzate spe¬ 
ranze; ma il più delle volte tale è la reale condizione delle cose, 
che più che al desiderio non lascia luogo, e questo tanto più vivo 
e più impaziente quanto più la realtà si mostra disforme dal sogno. 
Presso Sutri i legati di Roma invitavano Federico Barbarossa a 
ricondurre gli antichi tempi, a difendere i sacri diritti della eterna 
città, a far piegare novamente sotto la imprescrittibile autorità di 
lei la mala tracotanza del mondo : ricordavano come in antico, per 
la saviezza del senato, per il valore dei cavalieri, Roma avesse 
esteso la sua dominazione sopra tutte le genti (65). In una poesia 
goliardica la stessa Chiesa invoca i Catoni e gli Scipioni perchè 
sorreggano le sue vacillanti colonne (66), e tutta la poesia dei Va¬ 
ganti è piena del rimpianto e del desiderio del tempo andato. Ap¬ 
pena si presentava il destro di rimettere alcuna istituzione antica, 


(65) Otto hi di Fbisikoa, Gesta Friderici Imperatorie , 1. Il, c. 21, ap. Pbbtj, 
Script., t. XX, pp. 404-5. Dei diritti e dei privilegi di Roma, non troppo 
bene specificati, a dir vero, si fa oontinno ricordo. Narrasi che, partito Lo¬ 
tario li da Roma, dopo avervi ricevuto dalle mani del Pontefice la corona 
imperiale, fosse fatta in Luterano una pittura col distico : 

Rex venit ante fores, tarane prius Urbia honorea ; 

Poet homo ait papae, siimit quo dante ooronam. 

Papi e Imperatori, Senato e Plebe invocano a gara i diritti di Roma, 
Roma è la fonte di ogni diritto perchè sede naturale della suprema potestà; 
ond’è che chi nel medio evo vuol fabbricarsi un qualche privilegio bisogna 
si studii di dargli origine romana. II Petrarca in una epistola a Carlo IV 
( Ep . sen., 1. XV, 5) combatte e mostra chimerici certi privilegi austriaci che 
si facevano risalire sino a Giulio Cesare e a Nerone. 

(66) Hobatsch, Die lateinischem Vagantenlieder dee MUtelalters , Gflrlitr., 
1870, p. 28. 


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LA GLORIA K IL PRIMATO DI ROMA 


25 




o alcun antico costume, si rimetteva, senza punto avvertire che la 
diversità dei tempi non consentiva a si fatte rinnovazioni nè lunga 
durata, nè prospero evento. Federico II, vinti nel 1237 i Milanesi 
a COrtenuova, mandava a Roma il Carroccio, e faceva intendere ai 
Romani di volere il trionfo secondo il costume dei Cesari antichi. 
Restituito nelFanno 1143 il Senato, di cui nei tempi anteriori poco 
più sussisteva che il nome, rinnovata per opera di Cola di Rienzo 
la Repubblica, si dava principio a una nuova èra, quasi si fosse 
rifatto il mondo. 

Ma un sentimento che si leva sopra tutti gli altri, o che tutti 
gli altri accompagna, si è quello di una profonda tristezza e di un 
vivo rammarico al cospetto della formidabile rovina di Roma. Già 
Gregorio Magno, quel Gregorio a cui la storia e la leggenda con¬ 
cordi imputarono, a torto, credo, devastazioni non osate dai bar¬ 
bari, piange amaramente in una sua celebre omelia lo sterminio 
della Città, e ad essa collega la fine del mondo (67). Potrei di leg¬ 
gieri moltiplicare le citazioni e le testimonianze, ma, poiché dovrò 
tornare nel seguente capitolo sopra questo stesso argomento, mi 
terrò pago ora di riportar per intero un carme elegiaco d’Ildeberto 
di Lavardin, vescovo Cenomanense, morto fra il 1130 e il 1140, . 
carme che da taluno fu creduto opera di poeta classico, e che go¬ 
dette nel medio evo di molta celebrità. Eccolo, ridotto a lezione 
più corretta che non sia la comune (68) : 

Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota mina; 

Quam magni fueris integra fracta doces. 

Longa tuos fastos aetas destruxit, et arces 
Caesaris et snperùm tempia palude jacent. 


(67) Homeliae in Ezechielem , 1. II, 6. 

(68) Questo carme fu pubblicato più volte: nel Supplementum Fatrum 
dellUoMMKT, nel voi. IV dei Poetae minor e s del Lkmaibb, nel Codex brbis 
Romae topographicus delTUaucHB, che lo trae dal De rebus gestis Regutn 
Anglorum di Gugubuio di Malmksbdbt. L’Haurìau in una Notice sur les 
mélanges poétiques d’ffildebert de Lavardin , inserita nel t. XXVIII, parte 2*, 
dei Notice* et Extraits des manuserits, la ristampa più correttamente che 
non siasi fatto sinora. Io riproduco la sua lezione. 


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CAPITOLO I. 


Ille labor, labor ille ruit quem dirus Araxes 
Et stantem trerauit et cecidisse dolet; 

Quem gladii regum, quem provida cura senatus, 

Quem superi rerum constituere caput; 

Quem roagis optavit cum crimine solus habere 
Caesar, quam socius et pius esse socer, - 

Qui crescens, studiis tribue, hostes, crimen, amicos 
Vi domuit, secuit legibus, emit ope; 

In quem, dum fieret, vigilavit cura priorum : 

Juvit opus pietas hospitis, nuda, locus. 

Materiem, fabros, expensas axis uterque 
Misit, se muris obtulit ipse locus. 

Expendere duces thesauros, fata favorem, 

Artifices studium, totus et orbi opes. 

Urbs cecidit de qua si quicquam dicere dignum 
Moliar, hoc poterò dicere: Roma fuifc. 

Non tamen annorum series, non fiamma, non ensis 
Ad plenum potuit hoc abolere decus. 

Cura hominum potuit tantam componere Romam 
Quantam non potuit solvere cura deùm. 

Confer opes marmorque novum superumque favorem, 
Artificnm vigilent in nova facta manus, 

Non tamen aut fieri par stanti machina muro, 

Aut restaurari sola ruma potest. 

Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans 
Aequari possit, diruta nec retici. 

Hic superùm formas superi mirantur et ipsi, 

Et cupiunt fìctis vultibus esse pares. 

Non potuit natura deos hoc ore creare 
Quo miranda deùm signa creavit homo. 

Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur 
Artifìcum studio quam deitate sua. 

Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret, 

Vel dominis esset turpe carere fide. 

In una seconda poesia Ildeberto tìnge che Roma stessa gli 


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LA GLORIA E IL PRIMATO 1»I ROMA 


27 


sponda (69). Queste prosopopee sono molto frequenti nelle lettera¬ 
ture del medio evo. Roma si dice lieta della sua sorte. Vero è che, 
decaduta d’ogni sua grandezza, ella ha quasi perduta la memoria 
di sè medesima; vero è ch’è perita la forza delle armi, che pre¬ 
cipitata è la gloria del senato, che rovinano i templi, che i teatri 
giacciono nella polvere, che i rostri son vacui e mute le leggi, che 
manca il coraggio ai valorosi, il diritto al popolo, il colono ai campi ; 
ma la presente miseria è più gloriosa dell’antica prosperità, ma 
Pietro è da più di Cesare. 1 Cesari, i consoli, i retori le diedero 
la terra, Cristo le diede il Cielo. Un cristiano, il quale per giunta 
era vescovo, non poteva ragionare altrimenti; ma la enumerazione 
stessa, dolorosamente minuta, dei danni sofferti mostra che il bene 
acquistato non racconsolava interamente del bene perduto. La 
Roma di Pietro lasciava desiderare talvolta la Roma di Cesare. 

E più che le mura superbe si ridesideravano gli uomini per la 
cui virtù Roma era diventata regina del mondo. Il Boccaccio nella 
già citata canzone, li chiama un per uno: 

Ove li duo gentili ScipYoni, 

Ov’è il tuo grande Cesare possente? 

Ove Bruto valente, 

Che vendicò lo stupro di Lucrezia. 

Furio, Camillo, e gli due Curioni, 

Marco Valerio e quel Tribun saccente, 

Quinto Fabio seguente, 

Cornelio quel che vinse Pirro e tìrezia, 

Publio Sempron colla vinta Boezia, 

Il fedel Fabio, Fulvio, Quinto Gneo, 

Metel, Marco, Pompeo, 

Porzio Caton, Marcel, Quinto Cecilio, 

Tito Flaminio, e il buon Floro Lucilio? 

Ov’è il gran Consolato, e’ Senatori, 

Ove quel grazioso Ottaviano, 


(69) Not. et Evtr. des mantis., t. XXVIII, parte 2*, pp. 384-5. 


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28 


CAPITOLO I. 


Ove il prode Trajano, 

E Costantino valoroso Augusto? 

Ove le dignitadi e gli alti onori, 

Ove quel Tito e quel Vespasiano, 

E ’l magno Aureliano, 

E Marco Antonio si benigno e giusto, 
Ove il nobile oratore Sallusto, 

Ove il facondo Cicero primero, 

E il Massimo Valero, 

E Tito Livio, e gli altri signor grandi? 
Dove son Tali tue che non le spandi? 


Nella più bella forse delle sue canzoni (70) Fazio degli Uberti 
introduce Roma, come fa anche nel Dittamondo, a ricordare le 
glorie antiche e a dolersi della bassezza in cui è caduta. 

Ne’ suoi sospiri dicea lacrimando 
Con voce assai modesta e temperata: 

— 0 lassa i sventurata, 

Come caduta son di tant’altezza, 

Là dove m’avean posto trionfando 
Gli miei figliuol, magnanima brigata 1 
Che m’hanno or visitata 
Col padre loro in tanta gran bassezza. 

Lassa! ch’ogni virtù, ogni prodezza 
Mi venne men quando morir costoro, 

I quai col senno loro 


(70) Comincia: 

Quella virtù ohe '1 terso oielo infonde. 

È stampata nel volume, delle Rime di M. Cino da Pistoja e d'altri del se* 
colo XIV, ordinate da G. Carducci, Firenze, 1862, pp. 884-42. In sul prin¬ 
cipio del Paradiso degli Alberti, composto nel 1889, Giovanni da Prato ri¬ 
corda i fatti oapitali della storia di Roma, e i Romani più insigni, che 
finge rappresentati da vaghe pitture, insieme con fatti ed uomini d'altre 
storie, nel teatro d'amore. Scelta di curiosità letterarie, disp. 85-88, Bo¬ 
logna, 1867. 


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LA GLORIA K IL PRIMATO DI ROMA 29 

Domaro il mondo e riformarlo in pace 
Sotto lo splendor mio ch’ora si face 
Di greve piombo e poi di fuor par d’oro. 

Or di saper chi fóro 

Arde la voglia tua si che no ’l tace. 

Ond’io farò come chi satisfece 
L’altrui voler nella giusta dimanda, 

E perchè di lor fama anc’or si spanda. 


E da Romolo ad Augusto fa vedere al poeta i suoi più illustri 
figliuoli. 

Secondochè avvenne un tempo (e in parte avviene ancora) di 
tutte le cose che fortemente occuparono la memoria e la fantasia 
degli uomini, Roma ebbe nella leggenda un’amplificazione ideale 
di vita e di gloria. Le sue mura secolari, le massime sue vicende, 
gli uomini che più con l’opre ne illustrarono o ne offuscarono il 
nome, diedero origine a tutto un mondo di colorite finzioni, delle 
quali ora mi accingo a discorrere. Come, essendo nel pieno della 
potenza, Roma vide affluire tra le sue mura, sin dai più remoti 
angoli della terra, le disparatissime genti soggette al suo dominio, 
così, essendo travolta e giacente, vide da settentrione e da mez¬ 
zodì, da oriente e da occidente, scendere sopra di lei le immagi¬ 
nazioni e le favole. Essa divenne allora centro di attrazione per 
un infinito numero di fantasie solute e vaganti, le quali, come 
furono entrate, per dir cosi, nella sua orbita, non ne uscirono più. 
La smania delle riconnessioni, di cui più esempii ci mostrò la vita 

reale, si manifesta ugualmente in questo mondo di sogni. Poter 

« 

dire di una storia bugiarda qualsiasi, che essa è romana, e nar¬ 
rata nelle istorie romane, vale acquistarle favore e credenza. Dalle 
più remote regioni del mondo verranno le favole a legarsi a Roma. 
Il libro dei Sette Savii , giunto dall’estremo Oriente in Europa, 
acquisterà dritto di cittadinanza e universalità senza pari, legan¬ 
dosi indissolubilmente al nome di Ottaviano, o di Diocleziano (71). 


(71) Il Comparetti (Intorno al libro dei Sette Savii di Roma, Pisa, 1865, 


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30 * 


CAPITOLO I. 


Noi Gesta Romano)nini si romanizzeranno finzioni d’ogni patria 
e condizione, si attribuiranno a imperatori di Roma storie imma¬ 
ginate sulle rive del Gange, e i capitoli cominceranno spesso 
con le sacramentali parole: Quidam imperator regnami, come 
per dare al racconto un nesso sicuro e legittimo. 1 monumenti e 
le rovine di Roma si copriranno di leggende come di piante pa¬ 
rassite. 

Cosi la ragione e il sentimento, il sapere e la fede, la storia e 
la leggenda, concorrono del pari nella glorificazione della eterna 
città. Quando, per ricevere la corona d’alloro, costume rinnovato 
dagli antichi Romani, Francesco Petrarca pospone Parigi e Napoli 
a Roma, il pensiero che lo guida non è, come a prima giunta po¬ 
trebbe parere, un pensiero nuovo, proprio deH’umanista, ma è anzi 
un pensiero vecchio, familiare a tutto il medio evo, e solo ritem¬ 
perato nella nuova coltura. 

• Se non che le voci che nelle età di mezzo suonano intorno a 
Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode. A fianco della 
Roma antica che vive nella memoria degli uomini, c’è la Roma 
Nuova, la Roma dei papi, che vive nella realtà delle cose, e quanto 
quella sembra degna di gloria, tanto questa, a molti, sembra degna 
d’infamia. Se alcuni uomini religiosi si sgomenteranno di certi 
ricordi, e imprecheranno ai poeti e ai filosofi pagani, molti più 
s’adonteranno delle vergogne onde Roma papale è fatta turpe ri¬ 
cettacolo, e malediranno alla corruzione della Chiesa. Quello stesso 
Alessandro Neckam che abbiam veduto celebrare in versi traboc¬ 
canti di nobile entusiasmo la Roma degli Scipioni e di (Cesare, 
cosi, in alcuni altri versi, parla della Roma dei pontefici (72) : 

Roma, vale, papam, dominos quoque cardines orbis, 
Romulidasque tuos opto valere, vale. 


p. 10 e segg.) attribuisce la grande diffusione del libro al male che vi si 
dice delle donne, ma anche la connessione con Roma deve avere avuto in 
ciò la sua parte. 

(72) L. cifc., vv. 825-44. 


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LA GLORIA B IL PRIMATO DI ROMA 


31 




Roma, vale, numquam dicturus som tabi, salve; 

Compresaas valles diligo; Roma, vale. 

Roma, Jovis montes, alpes nive semper amictas. 

Hannibalisque vias horreo ; Roma, vale. 

Includi claustro, privatam ducere vitam, 

Opto; me terret curia; Roma, vale. 

Romae quid facerem? mentiri nescio, libros 
Diligo, sed libras respuo; Roma, vale. 

Numquid adulabor? faciem jam ruga senilis 
Exarat, invitus servio; Roma, vale. 

Mausoleo mihi non quaero, pyramidasve, 

Glebae contentns gramine; Roma, vale. 

Respuo delicias tantas, tantosque tumultus; 

Comutas frontes horreo; Roma, vale. 

Sed ne nugari videar tociens repetendo, 

Roma, vale, cesso dicere, Roma, vale. 

Chi cosi scriveva era un abate agostiniano, che forse vide Roma 
co’ proprii occhi. Un monaco Cluniacense, Bernardo di Morlas, che 
fioriva nella prima metà del XII secolo, prorompe in queste più 
aspre parole (73) : 

Est modo mortua Roma superflua; quando resurget? 

Roma superflui, afflua corruit, arida, piena; 

Clamitat et tacet, erigit et jacet, et dat egena. 

K in queste ancora (74): 

Fas mihi dicere, fas mihi scribere “ Roma, fuisti, „ 

Obruta moenibus, obruta morìbus, occubuisti. 

Urbs ruis inclita, tam modo subdita, quam prius alta; 

Quo prius altior, tam modo pressior, et labefacta. 


123) De contemptu mundi, in The anglo-latin aatirical poeta and epigram - 
•Wistt of thè ttcelth century edited bg Thomas Wbioht, Londra, 1872, voi. II, 

PP. 92-3. 

(H) Md ., p. 97. 


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32 


CAPITOLO I. 


F&s mihi scribere, fas mihi dicere * Roma peristi 
Suot tua moenia vociferalitia, * Roma, misti , (75). 

Nè men severo si mostra Galfredo Malaterra benedittino (c. 1098) (76): 

Fons quondam totius laudis, none es fraudis fovea; 

Moribus es depravata, ezausta nobilibus, 

Pravis studiis inservis nec est pudor frontibus: 

Surge Petre, summe pastori finem pone talibus. 

In un poema latino sopra san Tommaso Becket si legge (77): 

Dudum terras domuit, domina terrarum 
colla premens plebiura, tribuum, linguarum; 
nnne bis colla subjicit spe pecuniarum; 
aeris fit idolatra dux cbristicolarum. 

Ciò che pivi fieramente si rinfaccia a Roma è la voracità insa¬ 
ziabile. 


Roma dat omnibus omnia, dantibus omnia Romae, 

sentenzia con incisiva brevità il già citato Bernardo Cluniacense. 
E un vagante soggiunge: 

Roma manus rodit, si rodere non valet, odit (78). 


(75) Trascrivo questi versi come furono pubblicati dall’editore, ma, senza 
dubbio, essi andrebbero scritti. 

Fas mihi dicere. 

Fas mihi scribere, 

« Roma, fuisti, » 

Eoe. 

(76) Historia Siculo, 1. HI, c. 38, ap. Mohat., Script., t. V, p. 588. 

(77) Du Mébil, Poésiet* populaires latines du moyen àge, p. 89. 11 mano¬ 
scritto da cui il Da Méril trasse questo poema è probabilmente del XII se¬ 
colo. Altre poesie si trovano nello stesso volume a pp. 281 e 407, nelle 
quali Roma, accusata d’ogni maggior turpitudine, b apostrofata ooi nomi 
più ingiuriosi. 

(78) Questa infamia finisce per involgere tutta Italia nel concetto degli 
stranieri. In certe sentenze aforistiche riguardanti varii popoli, pubblicate 


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LA GLORIA K IL PRIMATO DI ROMA 


33 


Un'altra accusa capitale si è quella di menzogna: 

Qaid Romae faciam? 

Mentili ne scio, 

dice con non meno acuta brevità un anonimo (79), ed altri ripe¬ 
tono. I trovatori di Provenza non risparmiaron nemmen essi la 
città decaduta e corrotta, e Guglielmo Figueiras, il più popolaresco 
fra tutti, compose un terribile serventese: 

De Roma qu’es 
Caps de la dechasensa 
On dechai totz bes (80). 

Cessati i clamori del medio evo contro Roma papale, cominciano 
quelli degli umanisti e poi dei protestanti. 


dal Wbight e daH’HALLnriL nelle Reliquiae antiquae, Londra, 1845, voi. I, 
p. 127, si ricorda la rapacità* romanorum , mentre in altre, che le prece¬ 
dono (p. 5), è detto: 

Italici qaae non sacra sant et qaae sacra vendant. 

Tali sentenze sono tratte da codici del XIII e XIV secolo. 

(79) Flacio Illirico, Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ec- 
cleeiae statu poemàta, 2* odia., 1754, p. 28, Carmina Burana, p. 65. 

(80) Beirckmeibb, RAgelieder der Troubadours gegtn Rom und die Hierarchie, 
Halle, 1846. 


Ornar, Rema. 


8 



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CAPITOLO II. 


Le rovine di Roma e i Mirabilia . 


La rovina di Roma non si compie in un tratto: otto secoli ci 
vogliono e l’opera devastatrice di trenta generazioni per condurla 
al punto in cui il Rinascimento inoltrato l’arresta. Dice Ildeberto 
Cenomanense, di cui ho riportato i versi qui di sopra, che gli dei 
non valevano a distruggere la fattura degli uomini. 

I barbari, parlando in generale, pensarono più a far bottino che 
a demolire; anche gl’incendii suscitati dalle loro mani non furono 
cosi esiziali ai monumenti come fu poi l’opera lenta e sistematica 
degli stessi Romani (1). Teodorico mostra per le moltissime fab¬ 
briche di cui ancora andava superba Roma al suo tempo, la più 
viva sollecitudine; vuole che si spendano in loro beneficio i de¬ 
nari provveduti a tal uopo (2), e ne domanda conto (3); loda Sim¬ 
maco pei molti nuovi edifizii da lui costruiti, e fa riparare del 
proprio il teatro di Pompeo (4). Certo i successori suoi non imi¬ 


ti) In un racconto di un Zaccaria (Metropolita?), tradotto di siriaco in 
latino, e pubblicato dal Mai, Scriptorum veterum nova colleetio, t. X, pa¬ 
gine xm-xiv, si descrivono le ricchezze e le maraviglie di Roma e si dice, 
tra l'altro, che c’erano nella città ottanta statue di dei tutte d'oro, e ses¬ 
santa d’avorio. Questo racconto è del VI secolo ; ma, sebbene parli di tali 
statue come tuttavia esistenti, si riferisce evidentemente a tempi anteriori. 
Il Curiosum Urbis e il De Regionibm dicono : Dei aurei LXXX, eburnei LXXIIII 
(o LXXXIIli). 

(2) Cabsiodoro, Variarutn, II, 34, ed. delle Opere, Venezia, 1729. 

(3) In., ibid., I, 21. 

(4) Id., ibid., IV, 51. Cfr. Il, 39; 111, 9, 10, 30, 31, 49. Leggasi inoltre 


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LX BOTINE DI ROMA B I MIRABILIA 


35 


tarono si nobile esempio; ma, se non fecero bene, non si può dire 
nemmeno che facessero male; ond’è che ai tempi di Carlo Magno 
i monumenti dell’antica Roma, tuttoché danneggiati e guasti dai 
terremoti e dagl’incendii, rimangono ancora pressoché tutti in 
piedi (5). Molto più rapida fu la decadenza morale ed economica. 
Già ai tempi di papa Vigilio (537-55), nell’interno della città, che 
non contava più di 50000 abitanti (6), erano campi seminati, e pa¬ 
scoli per bestiame (7). Nel 556 Pelagio I scrive a Sapaudo vescovo 
di Ai'les, perchè induca il Patrizio Placido a mandar denari e ve¬ 
stimento, e nel 557 riscrive, perchè sieno mandate a Roma le ve- 
stimenta comperate, « quia », dic’egli, « tanta egestas et nuditas in 
civitate ista est, ut sine dolore et angustia cordis nostri homines, 
quos honesto loco natos idoneos noveramus non possimus adspi- 
cere » (8). 

La scarsa popolazione si va man mano raccogliendo nella re¬ 
gione di campo Marzio, abbandonando i colli: dove sorgevano un 


ciò che Camiodoro dice nel Chronieon : * Dominila Rex Theodoricua Roma 
cunctorum votia expetitus advenit, et Senatnm 8nnm mira affabilitate 
tractana, Romanae plebi donavit annonaa, atque admirandia moenibus de* 
potata per annos singulos maxima pecuniae quantitate aubvenit, sub cuius 
felici imperio plnrimae renovantur urbes, munitiaeima castella conduntur, 
consurgunt admiranda palatia, magnisque eiua operibua antiqua miracula 
roperantur Nè questa sollecitudine ai limita a Roma. In Ravenna Teo¬ 
dorico fa ricostruire la basilica di Ercole ( Var ., I, 6); essendo stata rubata 
a Como una statua di bronzo, ordina se ne faccia diligente indagine 
(iòtd., II, 85, 36). Le parole con cui pomincia la prima delle due epistole 
dove di ciò si ragiona sono caratteristiche : * Acerbum nimis est nostria 
temporibus Antiquorum facta decrescere, qui ornatum urbium quotidie de* 
sideramua augere ,. 

(5) Db Rossi, Piante icnografiche e prospettiche di Roma, Roma, 1879, par 
gina 76. 

(6) La popolazione di Roma si mantenne a questo livello circa per tutto 
il medio evo. Nel XIV secolo essa non doveva passare i 60.000 abitanti. 
PArncoRDT, Cola di Rienzo und scine Zeit, Amburgo e Gotha, 1841, pa¬ 
gine 14-15. Cfr. Gbboorovius, Oeschichte der Stadt Rom im Mittelalter, voi. VI, 
pp. 710-1. 

(7) Piocopio, De hello gothico, ili, 26, 86. 

(8) Jaffé, Regesto pontificum, ad a. 556, n. 628, 557, n. 629. 


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36 


CAPITOLO II. 


tempo le case della migliore cittadinanza, si stendono umili orti (9). 
D’anno in anno la miseria cresce, e crescono con la miseria l’igno¬ 
ranza e l’imbarbarimento dei costumi. Alcuni versi che potrebbero 
risalire al VII secolo, ma che sicuramente non sono posteriori 
al X, deplorano la sciagurata sorte della città stata un tempo si¬ 
gnora del mondo (10). Essi meritano d’essere qui riportati. 


Nobilibus quondam fueras costructa patronis; 

Subdita nunc servis, heu male, Roma, ruis. 
Deseruere tui te tanto tempore reges; 

Cessit et ad Grecos nomen honosque tuus. 
CoDstantinopolÌ8 florens nova Roma vocatur; 

Mori bus et muris, Roma vetusta, cadis. 
Transiit imperìum, mansitque superbia tecum; 

Cultus avariciae te nimium superai. 

Vulgus ab extremis distractum partibus orbis, 
Servorum servi nunc tibi sunt domini. 

In te nobilium rectorum nemo remansit; 

Ingenuique tui rura Pelasga colunt. 
Troncasti vivos crudeli vulnera sanctos; 

Vendere nunc horum raortua membra soles. 
lam ni te meritum Petri Paulique foveret, 
Tempore iam longo Roma misella fores. 


(9) Non so su quali prove si fondi il Lancisi per dire (De adventitiis Ro¬ 
mani eoeli qualitatibus, parte 2\ c. IV, n. 10) che il Campo Marzio si prese 
ad abitare solamente ai tempi di Leone X. 

(10) Questi versi non fu primo il Muratori a pubblicarli, sebbene cosi 
comunemente si creda. Essi trovansi già in calce al t. I delle Opere di 
Bkda, ed. di Basilea, p. 558. Il Muratori li inserì nel t. II, p. 148 delle 
Antiquitatee italieae , traendoli da un antichissimo codice modenese, e fa¬ 
cendoli del VII, o dell’Vili secolo. Li ripubblicò il Mionk nel t. 122, p. 1194 
della Patrologie latine, e poi il Jaff£ nei Monumenta Batnbergensia, pp. 457-8. 
Che non possano essere posteriori al X secolo dimostra un codice Bamber- 
gense che li contiene, come pure il trovarsene citati gli ultimi due in una 
Invectiva in Romam, che è di quel secolo appunto. Alcuno ne fece autore 
Ratranno, ma senza buon fondamento. 


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LE ROVINE DI ROMA E I MIRABILIA 


37 


La massima decadenza, con molta vigoria di linguaggio descritta 
in un discorso inspirato da Gerberto, e pronunziato da Arnulfo nel 
sinodo di Reims, si riscontra verso la fine del secolo X. Della 
profonda notte d’ignoranza che pesa su Roma durante quei tempi 
infelici, troviamo fatto ricordo e lamento assai spesso. Nessuno 
studio, nessuna cognizione d’arti o di lettere sopravvive colà dov’era 


stato il regno della più varia e più fiorente coltura. Roma è la più 
barbara fra le città dell’Europa. Già sin dai tempi di Gregorio 
Magno non vi si trovavano più libri. Cadente il secolo VII, Aga¬ 
tone papa confessava che i legati da lui mandati al Concilio ecu¬ 
menico di Costantinopoli erano uomini digiuni di ogni dottrina (11). 
Nel 992, il già ricordato sinodo di Reims rimproverava ai Romani 
di non avere nella loro città quasi nessuno che possedesse qualche 
coltura (12). 

In pari tempo, nelle grandi aree spopolate, invase da una sel¬ 
vaggia vegetazione, o coperte d’acque stagnanti, l’aria si veniva 
infettando di mortifere esalazioni, e tratto tratto contagi terribili 
si difiondevano a diradare vie più la già scarsa popolazione. Fra 
le ingenti macerie che ingombravano il suolo, sulle rive melmose 
del Tevere pullulavano i rospi e le serpi (13). Nel Foro, sede 


(11) V. Gibssbbbcht, De litterarum et udita apud Italos , ecc., p. 5. • 

(12) 1»., ibid. 

(18) Gcktero, descrivendo nel Ligurinua la triste condizione di Roma du- 
nuate la canicola, quando le pestilenziali esalazioni del suolo ammorbano 
l'&ria, dice : 

Adde quod antiqui* horrena incolta rainia, 

Parte soi malore vaoat, generi eque nooentia 
Plurima mona tri feria animantia Boma cavernia 
Ooonlit: hio viride* oolubri, nigriqne bofonea, 

Hio aoa pennati poeuerunt laatra draoonea. 

Il poema di Ligurinua, tenuto apocrifo sino a questi ultimi tempi, fu dimo¬ 
strato autentico dal Parhbubobo, Foraehungen tur deutachen Geackichte, t. XI, 
pp. 163-300, e da Gaston Paris, Disaertotion critique aur le poème latin de 
Ligurinua , attribuì à Gunther , Comptea Rendus de l'Académie dea Inaerip• 
tiona et Bellea-Lettrea, gennaio e dicembre 1871 (pubblicata anche a parte 
nel 1872). Il poema fu composto nel 1186 o 1187. V. anche Wattknbach, 
Deutaehlanda Geaehichtsquellen, 4* ediz., voi. I, pp. 218-22. Si può trarre a 
riscontro dei versi testò citati ciò che narra Gbboorjo di Toubs (Hiatoria 


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38 


CAPITOLO li. 


principale un tempo della maestà di Roma, sulle rovine sopravan¬ 
zate agl’incendii di Genserico e d’Alarico, e sepolte oramai sotto 
ai rottami e alla terra, pascolavano i bufali come ai tempi favo¬ 
losi d’Evandro (14). La distruzione dei monumenti si compie a poco 


Francorum, 1. X, in principio) di una piena del Tevere, che, nell’anno 590, 
trascinò con sè grandissima moltitudine di serpenti e un drago enorme, i 
cui corpi, corrompendosi poi sulla riva del mare, generarono una micidia* 
lissima peste. I serpenti dovevano ancora infestare la campagna intorno 
Roma in pieno secolo XVI, giacché I’Ahiobto dice nell’ Epithalamion : 

Fissipede* sargunt edera», fruotioeeque maligni, 

Et turpe* praebent latebra* eerpentibns atri*. 

Curiosa e degna d’essere riportata è la ragione che della insalubrità di 
Roma e delle città di maremma e di marittima reca Giovanni Villani nelle 
Istorie Fiorentine, 1. 1, c. 50 : * Et la cagione perchè hoggi sono disabitate 
quelle terre della marina et inferme, et etiandio Roma è peggiorata, di¬ 
cono i grandi maestri dietrologia, che ciò è per lo moto della Vili, sphera 
del Cielo, che in ogni C. anni si muta uno grado verso il polo di Setten¬ 
trione, et così farà LXXV. gradi in 7500 anni, et poi tornerà adrieto per 
simile modo, se fia piacere d’iddio che ’l mondo duri tanto; et per la 
detta mutatione del Cielo è mutata la qualità della terra et dell’aria, et 
là dove prima era habitata et sana si è hoggi dishabitata et inferma, et e 
converso ,. 11 fenomeno a cui allude Giovanni Villani è quello della pre¬ 
cessione degli equinozii. 

(14) Fabio Pittore ricorda i pascoli a piè del Clivo Capitolino, e Porcio 
Catone dice nelle Origini : ' Roma principio sui pascua bobus erat „. Vir¬ 
gilio, narrando la visita dei Trojani alla città di Evandro, dice ( Aeneid ., Vili, 
360-1): 

.paasimque armento videbant 

Romanoque foro et tonti* magi re Carini*. 

Il Mascheroni andò più in là, dicendo neU'/fiefto a Lesbia : 

Che qni già forse itoiioi elefanti 
Pascea la piaggia e Soma ancor non era. 

Il Poggio, ricordando in pieno Rinascimento, nel libro I De varietate for- 
tunae, gli antichi onori del Colle Capitolino, dice che Antonio Losco, favel¬ 
lando un giorno con lui, mutò il verso virgiliano (Aeneid., Vili, 347): 

Anrea nono, olim silveatribu* horrida domi* 


in quest'altro : 

Aurea quondam, nunc squalida spineti* vepribusqae referta. 


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LE BOVINE DI KOMA E 1 MIRABILIA 


39 


a poco. Templi, terme e teatri diventano cave inesauribili di ma¬ 
teriale da costruzione ; dei marmi si fa calcina. Pisa, Napoli, altre 
città d'Italia, Aquisgrana e Costantinopoli si arricchiscono delle 
spoglie tolte a Roma. All’opera distruttrice cotidiana si aggiungono 
le devastazioni subitanee e generali. Nel 1084 i Normanni, venuti 
con Roberto Guiscardo in ajuto di Gregorio VII, incendiano buona 
parte della città, e forse vi fanno più gran guasto che non aves¬ 
sero fatto nelle ripetute incursioni i barbari del V e del VI secolo. 
Ciò nullameno, corrente il XII, molti monumenti sussistono ancora, 


che poi sono distrutti più tardi (15). Restituito nel 1143 il Senato, 
una certa tutela si stese sopra di essi (16), ma ebbe certo a fai* 
poco frutto e a durar poco, giacché il Petrarca, nella Epistola 
hortatoria, rimpiange e biasima con acerbe parole la distruzione 
che liberamente si proseguiva a’ suoi tempi. Qualche monumento 
scampò in grazia di condizioni speciali. I frati di San Silvestro in 
Capite, proprietarii della colonna Antonina, custodivano gelosa¬ 
mente il loro diritto, e minacciavano anatema a chiunque si atten¬ 
tasse di menomarlo (17). 

Gli avanzi sparsi qua e là, ingombrati in parte di nuove costru¬ 
zioni cresciute loro addosso o ai fianchi, o profanati, come ancora 
oggidì il teatro di Marcello, dall’esercizio di sordide arti mecca¬ 
niche, non serbavano più traccia dello splendore di un tempo, ma 
erano pur sempre 


L’antiche mura ch’ancor teme ed ama, 

£ trema il mondo quando si ricorda 
Del tempo andato e ’ndietro si rivolve (18). 


(15) Circa la condizione di Roma nel X secolo, vedi Grbgorovios, Geschiehte 
der Stadi Rom im Mittelalter, voi. Ili, 1. VI, c. 7, e circa la condizione sua 
ai tempi di Dante, lo stesso Gregorovins, voi. V, pp. 640-58, e Alfredo von 
Rruxort, Rom in Dante'8 Zeit, Jahrbuch der deutechen Dante-Geselhchaft, 
voi. Ili, pp. 369-422. Sulla distruzione dei monumenti in Roma, a cominciare 
dal V secolo, v. Jordan, Topographie der Stadi Rom im Alterthum, voi. I, 
parte 1* (Berlino, 1878), pp. 60-8. 

(16) Grboorovius, op. eit., voi. IV, pp. 640-1. 

(17) Id., ibid., p. 642. 

(18) Pbtrarca, * Canzone a Stefano Colonna ,. 




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40 


CAPITOLO II. 


Tali quali erano, queste mura commovevano col tristo e solenne 

« 

aspetto gli animi dei riguardanti, e li levavano alla contemplazione 
delle glorie passate. La presente rovina lasciava indovinare l’an¬ 
tica maestà. « Vere maior fuit Roma, maioresque sunt reliquiae, 
quam rebar », scrive da Roma a Giovanni Colonna il Petrarca (19). 
Di Cola di Rienzo, dice l’anonimo narratore della sua vita (20): 
« Tutta la die se speculava negl'intagli de marmo , li quali 
iaccio intoi'no Roma. Non era aiti che esso che sapesse Iqjet'e 
li antichi Pataffi. Tutte scritture antiche vulgarizzava: quesse 
tiure de marmo justamenle interpretata. Oh corno spesso di¬ 
ceva: Dove suoco quelli buoni Romani? dove ene loro summa 
justitia? poteramme trovare in tiempo che quessi fìuriano!» Am¬ 
brogio Camaldulense scrive in una delle sue epistole (21): «Urbem 
certe dum peragro, stupore delincar, intuens partim ruinarum 
moles incredibiles ferme, partim projectas pretiosi marmoris crustas. 
Nusquam enim transire datur, quin occurrat oculis vel sculptura 
antiquae artis, aut parieti vice lapidis vilis ac singularis injecta, 
aut humi jacens. Columnarura item fragmeirta fere perpetua, 
partim marmorea partim porphyretica humi constrata intueri 
licet. Ita dum antiqua illa atque inclyta Roma venit in men- 
tem: ingens datur mortalis imbecillitatis et inconstantiae docu¬ 
mentato ». 

Nel 1433 Ciriaco d’Ancona conduceva in giro per Roma l’impe¬ 
ratore Sigismondo, e vivamente si doleva con lui della distruzione 
degli antichi monumenti. « Non equidem parum putabam Opt. Aug. 
Caesarei Principis animum lacessere, quod qui nunc vitam agunt 
Romana inter moenia homines marmorea, ingentia, atque ornatis¬ 
sima undique per Urbem aedificia, statuas insignes, et columnas 
tantis olim sumtibus, tanta majestate, tantaque fabrum et archi- 
tectorum arte conspicuas ita ignave, turpiter, et obscoene in dies 
ad albam, tenuemque convertunt cinerem, ut eorutn nulla brevi 


(19) Epist. de reb. fami li, 14, ed. del Fracassktti. 

(20) Muratori, Antiq. ital., t. Ili, col. 899. 

(21) L. X, 30, ap. Martbkk et Durand, Amplissima collectio , t. IH, col. 341. 


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LE BOVINI DI SOMA I I MIRABILIA 


41 


tempore speciem vestigiumque posteris apparebit. Proh scelus! Et 
o vos inclytae Romuleae gentis manes 

Aspicite haec, meritumque malis advertite numen n (22). 

Poggio Braeciolini nel 1.1 del suo trattato De veiridate Forlunae , 
dedicato a papa Niccolò V (1447-55), deplora con pari vivezza di 
sentimento, ma con parola più elegante e inspirata, l’ingente, ir¬ 
reparabile mina (23). 

Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa sotto il nome di Pio II, 
compose sopra lo stesso doloroso argomento i seguenti versi: 

Oblectat me, Roma, tuas spoetare ruinas 
Ex caius lapsu gloria prisca patet. 

Sed tuus hic populus muris defossa vetustis 
Calcis in obsequium marmora dura coquit. 

Impia ter centum si sic gens egerit annos 
Nullum hic inditium nobilitata erit. 

K Giano Vitale questi altri: 

Aspice murorum moles, praeruptaque saxa, 

Obrutaque horrenti vasta theatra situ: 

Haec sunt Roma. Viden’ velut ipsa cadaveri tantae 
Urbis adhuc spirent imperiosa minas? 

Sentimenti simili a questi si trovano espressi da Lazzaro Bonamici, 
da Fulvio Cardulo, da Cristoforo Landino, da Francesco Quinziano 
e da cento altri poeti del Rinascimento (24). 


(22) Itinerarium , edito dal Mkbus, Firenze, 1742, pp. 21-2. 

(23) De varietale fortunae libri guatuor, Parigi, 1723. 

(24) Cf. Bcbckhabdt, Die Cultur der Renaissance in Italien , 3* ed., Lipsia, 
1877-8, voi. I, parte 3*, c. 2, pp. 224*33, e Voiqt, Die Wiederbelebung des 
classischen Alterthums, 2* ed., Berlino, 1880-1, voi. I, pp. 268 segg. Gia- 
9 AMTOSIO Campano, il poeta di Pio II, descrive molto al vivo, in una epi¬ 
stola a Matteo Ubaldo, lo stato miserando delle rovine di Roma. Non sarà 
fuor di proposito riportarla qui per intero, sebbene un po’ lunga: * Cam- 
panus Matteo Ubaldo suo salutem. — Magna me libido incesserat videndi 


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42 


CAPITOLO II. 


Il popolo di Roma, pure aspirando a modo suo al ritorno del¬ 
l’antico stato, poco si curava dei monumenti e delle memorie che 
andavano a quelli congiunte. In un'altra epistola a Giovanni Co- 


Romam, cum propter rerum antiquarum magnitudinem, quam adhuc extare 
cogitabam, qualem plurimi rerum aoriptorea posteritatis memoriae manda- 
verunt, tum ut summum Pontificem, quem antea numquam conapexeram, 
adorandi et mea expiandi gratia convenirem. Sed o utinam numquam ac- 
ce8BÌssem ! Omnia etenim longe aliter evenere . quam fueram opinatale. 
Primum magnitudinem vidi nullam. Urbe magna sui parte diruta, mul- 
tiaque in locis funditua deleta, vim mihi lachrimarum excuaait. Quadrati 
enim lapides antiquia litteria incisi jacentea ubique conculcantur. Edifi- 
ciorum reliquiae pauciaaimae, et quas vetuataa ex oroni parte exedere non 
potuit. Columnae passim occurrunt eximiae magnitudini, longe lateque 
disjectae, quaedam prò aliquo impetu con frac tae vel conaumptae vetuatate. 
Gens ip8a barbarie multo quam Romania similior, aapectu foeda, sermone 
varia, disciplini inperita, cultu agresti ruaticaque videtur. Nec mirum: 
quae ex omni parte orbi terrarum in eum locum tamquam in vivarium 
servile confluxerit. Nana, ai ad civea reapiciaa, pauciaimi aunt qui specimen 
illud priscae nobilitati retineant. Nana gloriam et splendorem militarem, 
magnitudinem imperii, aeveritatem morum, integritatem vitae, tamquam 
vetera et aliena deapicientea, in luxum, mollitiem, egeatatem, inaolentiam, 
atque in effractam libidinem proruperunt. Dignitas omni in sacerdotibus, 
quos aut claritudo generis in eum gradum, aut virtua eximia provexit. Hi 
sunt qui Romani esse faciunt qualem, non Romuli fortitudo, aed Numae 
Pompilii aanctitaa feciaae fertur. Sed nec omnea aacerdotea esse poaaunt 
Exteros servorum turbam judicandam putea: quorum alios coquos, alios 
fartores, alios lenonea, alios scurras nebulonesque cenaeaa. Hi aunt qui 
arcem obtinent capitolinam. Hi Catulorum, Scipionum, Caeaarum domos 
habitantes, clarisimas illorum statua» atque imaginea pedore, vinolentia, 
fumo, culina, et omni denique spurca, coenoaa foeditate deturpant, obacu- 
rant, delent. Quis animo tam duro, tam ferrea mente, ut illa clarisima 
gesta recensen8, summos atque repetens honores, a populo, a Senatu, ab 
exercitu decreto», maximas atque ampliaaimaa cogitane dignitatea, non 
eorum miseram vitam, et fortunae imbecillitatem damnare accuaareque co- 
gantur, cum videant in tantam apurcitiem, tantum squalorem et foeditatem 
clarisaimaa eorum imagines, obduxiaae, domos illustrisimorum hominum, 
ducum, imperatorum, a aicarìis, coquia, lenonibua possideri, tituloa earum, 
aut fumo culinarum obscnratos et foediaimarum rerum pedore funditua 
esse deletos, aut partim contemptu deletos, partim negligentia et vetustate 
conaumptos? . Sebbene la distruzione degli antichi monumenti fosse coti* 
diana e continua, pur tuttavia sembra essere stata opinione di taluno che 
Roma non potesse essere interamente disfatta per le mani degli uomini. 
Nelle note marginali che accompagnano la tavola icnografica del Cod. Va- 


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LE BOVINE DI BOMA E I MIBABILIA 


43 


lonna il Petrarca (25), dopo aver ricordato molti luoghi e molte 

maraviglie di Roma, si duole che in Roma, più che in qualsivoglia 

# 

altro luogo, fosse ignorata la storia romana. « Qui enim hodie magis 
ignari rerum Romanarum sunt quam Romani cives? Invitus dico. 
Nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae ». Certo non si 
può credere che in Roma stessa non fossero sorte, e probabilmente 
sino dai primi secoli del medio evo, intorno alle rovine più co¬ 
spicue, alcune leggende intese a dar ragione, sia della origine, sia 
dell’uso speciale dei monumenti onde quelle erano avanzo; ma 
tuttavia è da credere che la maggior parte delle immaginazioni 
raccolte nei Mirabilia e nella Graphia si debbano ai pellegrini, 
che ìd gran numero, da tutte le province dell’orbe cattolico trae¬ 
vano a Roma, vuoi per visitarvi i santuarii e fruire delle munifiche 
indulgenze, vuoi per farvi acquisto di reliquie, di cui Roma erasì 
fatta in certo modo il generale mercato del mondo. Costoro dove¬ 
vano di certo rimanere più profondamente impressionati alla vista 
delle rovine che non gli stessi Romani, i quali le avevano del con¬ 
tinuo sott’occhio, e tornati alle case loro narravano, com’è incli¬ 
nazione naturale di chi vien di lontano, più meraviglie assai che 
non avessero veduto, e più favole che non avessero udito (26). 
Dal VII secolo in giù i pellegrinaggi si fanno sempre più nume- 
rosi, nonostante i molti disagi e pericoli del viaggio. Per chi teneva 
la via di terra c’erano le Alpi da traversare; per chi quella del 


tic&no 1960 (XIII sec.), pubblicata prima assai imperfettamente daU’HoEKLEK 
(Die teui sche n PSpste, voi. I)» poi dal Db Rossi (Piante icnografiche , ecc., tav. I), 
si leggono, secondo la trascrizione dello stesso De Rossi, le seguenti pa¬ 
role : * Roma suob cineree vidit sub duce Breno, incendium suum oruit sub 
Alarico et minore filio Galaonis regia Britanie. Successivos atque cotidianos 
ruinarum destructus deplorat et more senis decrepiti vii potest alieno ba¬ 
calo sustentari: nil habens honorabilis vetustatis pr&eter antiquatam la- 
pidum congeriem et vestigia ramosa. Ex gestis beati Benedioti antistiti 
Canusie, dnm Roma per Totilam destrue(re)tur ait: Roma a gentibus non 
exterminabitur, sed tempestatibus corascis et turbinibus ac terremotu fati- 
gata marcescet in semetipsa „. 

(25) Epist. de reb. fornii., 1. VI, 2. 

(26) Cf. Cokpabbtti, Virgilio nel medio ero, Livorno, 1872, voi. II, pp. 66-7. 


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44 


CAPITOLO II. 


mare, i pirati barbareschi da deludere o da combattere. Per venire 
da Parigi ai limina Apostoloì'um ci voleva, in media, una cin¬ 
quantina di giorni, e spesso, giunti in vista della sospirata città, i 
poveri fedeli erano derubati e trucidati dai malfattori che infesta¬ 
vano la campagna (27). Ma non per questo veniva meno lo zelo. 
Bandito nel 1300 da papa Bonifacio Vili il Giubileo, accorsero in 
Roma due milioni di pellegrini (28). 

Quando si scopriva loro dinanzi la città eterna, i pellegrini in- 
tonavano un canto la cui prima strofa sonava cosi: 

0 Roma nobilis, orbis et domina, 

Cunctarum urbium excellentissima, 

Roseo martyrum sanguine rubea, 

Albis et virginum liliis candida: 

Salutem dicimus tibi per omnia, 

Te benedicimus, salve per saecula (29). 

Entrati in città, e dato principio alle pratiche di devozione, si tro¬ 
vavano tosto in presenza delle mine, le quali servivano a dirigere 
le processioni nella via lunga e malagevole, su per i colli, traverso 
ai grandi spazii disabitati (30). Che nelle menti loro riscaldate dal 
sentimento religioso e dalle peripezie del viaggio dovessero nascere 
molte strane immaginazioni, è naturale il pensarlo, e Ranulfo 
Higden, il quale del resto, come vedremo, molte ne spaccia per 


(27) Parecchi Itinerarii Romani ci sono rimasti del medio evo. Negli 
Annate$ Sta dente» (ap. Pebtz, Scriptores , t. XXVi, pp. 335-8) uno ce n'ha 
che muove dalla città di Stadio (Stade, nel ducato di Brema). Vi si dice, 
tra l’altro, che il tempo migliore per andare a Roma era * circa medium 
Augustum, quiatunc aer temperatns est, viae siccae sunt, aque non abundant, 
dies longi satis ad ambolandum ,. 

(28) Ravnald, Annales ecclesiastici ad a. 1300. Cf. Daktk, Inferno, c. XVIII, 
vv. 28*33. Si fu in quella occasione che Giovanni Villani, considerando che 
Firenze * era nel suo montare e a seguire grandi cose disposta, siccome 
Roma nel suo calare ,, concepì il pensiero di scrivere la Cronaca (Ist . Fior., 
1. Vili, c. 36). 

(29) Daniel, Thesaurus hymnologicus, voi. IV, p. 96. 

(30) V. YOrdo Romanus di Benedetto Canonico, pubblicato dal Mabillon 
nel voi. II deir/fcr italicum. 


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LE BOVINE DI SOMA E 1 MIRABILIA 


45 


conto suo, ripetutamente lo afferma (31). Da siffatte immaginazioni 
dovettero avere origine, almeno in parte, i Mirabilia. 

Dire in che tempo sia stato composto questo strano e divulga¬ 
tissimo libro non si può con piena certezza, e le opinioni dei varii 
scrittori che ne hanno trattato s’accordano poco su questo punto. 
Che esso si colleghi in parte con l’antica descrizione delle regioni» 
quale si trovava nel calendario officiale, è ammesso comunemente, 
ma con ciò non tutto il problema si risolve. La divisione augustea 
in quattordici regioni si conservò, più o meno sicura, sino al 
XII secolo inoltrato (32); e da canto suo una in sette ne aveva 
introdotta la Chiesa; ma le descrizioni del medio evo non si at¬ 
tengono propriamente nè all’una, nè all’altra divisione (33). L’ano¬ 
nimo autore dei Mirabilia conosce evidentemente gli antichi 
Regionarii, ma non costringe la sua descrizione entro gli schemi 
di quelli. 

Nel secolo Vili o nel IX, l’anonimo di Einsiedeln, probabilmente 
un discepolo di Valafredo Strabono, versato nel greco, e provve¬ 
duto di tutta la coltura classica concessa ai suoi tempi, visita e 
descrive Roma riportando un gran numero d’iscrizioni fedelmente 
copiate (34). Ma il suo libro non contiene neppur una delle tante 
favole che si raccolgono poi nella Gi'aphia e nei Mirabilia , e 
poiché non si può credere che nel tempo in cui egli scriveva molte 
non ne fossero già nate e divulgate, bisogna dire che di deliberato 


(31) Ranclphi Hiodeni monachi Ccstrensis Polychronicon , edito da Chuhchill 
Babihqtok ( Ber . hrit. m. ae. script.), voi. I, 1.1, c. 24. * Est etiam ibi pyramis 
Romuli, ubi sepeliebatur juxta ecclesiam beati Petri; quam peregrini qui 
semper frivolie abundant, dicunt fuisse acervum segetis beati Petri, quera 
cum Nero rapuisset in lapideum collem pristinae quantitatis ferunt fuisse 
conversum „. Un po' più oltre chiama i pellegrini mendosi.- 

(32) Jordan, Topographie der Stadi Rom im Alterthum, voi. II (Berlino, 
1871), pp. 315 28. 

(S3) lo., ibid., p. 329. 

(34) Il codice di Einsiedeln che contiene l'anonimo fu fatto conoscere pri¬ 
mamente dal Mabillon, Analecta Vetera , p. 358. Il testo fu pubblicato dal* 

I’Haknbl nell’Archivio del Seebode e del Jahn, t. suppl: V, pp. 115 segg., 

0 

e dall’tJHLicHs, Co<lex urbis Romae topographicus , pp. 59-79. Vedi inoltre la 
già citata opera del Jobdan, v. II, pp. 329*56. 


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46 


CAPITOLO II. 


proposito egli le passasse sotto silenzio, come del resto pure fa di 
tutto quanto direttamente si riferisca al culto pagano. 

Qui tutta una serie di quesiti si affaccia alla mente perplessa 
del critico. È più antica la Graphia o sono più antichi i Mira - 
bilia ? Quale rapporto è tra questi due opuscoli che hanno tanta 
parte comune? I Mirabilia sono essi formati di un solo getto, o 
in più tempi? Quale età può essere loro ragionevolmente asse¬ 
gnata? Quante recensioni ve n’ha? Chi fu il loro autore? A ciascun 
quesito rispondono più e disformi opinioni. L’Ozanam, che primo 
mise in luce di su un codice Laurenziano la Graphia. aureae 
urbis Romae (35), esagerandone fuor di misura l’antichità, la giu¬ 
dica composta fra il V e l’VIII secolo (36). Il Giesebrecht la crede 
composta ai tempi di Ottone III, e fa da essa derivare i Mira¬ 
bilia (37). Questa opinione fu generalmente respinta dai dotti più 
competenti in si fatta materia, e il De Rossi (38), il Jordan (39), 
altri ancora, riconoscono nella Graphia come una seconda edizione 
dei Mirabilia con aggiunte di poca importanza. 


Che i Mirabilia risultino di due parti, l’una piu antica, piu mo¬ 
derna l’altra, fu sostenuto dal Gregorovius. La parte più antica, o, 
se cosi voglia dirsi, la prima composizione dell’opera, risalirebbe 
al tempo degli Ottoni, cioè alla seconda metà del X secolo, mentre 
la più moderna, la redazione definitiva, sarebbe del mezzo circa 
del secolo XII, e posteriore alla restituzione del Senato in Roma (40). 


(35) Documenti inèdita pour aervir à Vhistoire littéraire de VItalie, Parigi, 
1850, pp. 155 segg. Fu ripubblicata dairUsLicus, Op. cit., pp. 118*25. 

(36) La opinione deirOzauam, che la Graphia eia anteriore al ristabili¬ 
mento dell'impero d'Occidente, fu accolta e sostenuta da T. H. Dykb, A 
Hiatory of thè city of Rome ita atructurea and monumenta. Londra, 1865, 
pp. 388*9, il quale si fonda sui molti nomi greci che si trovano nell’ultima 
parte del libro, e sul carattere delle cerimonie ivi descritte, le quali sono 
in tutto conformi agli usi della corte bizantina, come pure sul nome stesso 
di Graphia. 

(37) Geachichte der deutschen Kaiaerzeit, 3* ed., voi. I, pp. 866 8. 

(38) Roma aotterranea, voi. I, pp. 157-8. 

(39) Op. cit., voi. II, p. 387. 

(40) Op. cit., voi. IV, pp. 609*11. L'UOplek, nell’opera già citata, poneva 
la compilazione dei Mirabilia ai tempi di Arnaldo da Brescia. 


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LE BOVINI DI BOMA E I MIRABILIA 


47 


Il Reumont reputa che la Graphia appartenga, nella forma sotto 
a cui è pervenuta sino a noi, alla fine dell’XI, o al principio del 
XJI secolo, ma che nello essenziale rappresenti Roma qual era in 
sul finire della età carolingia, adorna ancora di molti avanzi di 
antichi monumenti che sparvero poi più tardi (41). Ora, ciò che 
egli dice della Graphia bisogna intendere implicitamente anche 
dei Mirabilia . Se la descrizione, o la semplice menzione di mo¬ 
numenti distrutti più tardi non si potesse altrimenti spiegare se 

% 

non facendo contemporaneo ad essi chi ne parla, bisognerebbe certo 
assegnare la prima composizione dei Mirabilia al X, o al IX se¬ 
colo; ma tal fatto può dar luogo ad altra più probabile spiegazione. 
A questo proposito dice il Jordan (42): Verso il mezzo del XII se¬ 
colo, un uomo, fornito della comune erudizione del tempo suo, 
scrisse una periegesi delle rovine, con l’intenzione di mostrare, a 
fronte della malsicura tradizione, e delle mutabili denominazioni, 
che, in origine, esse erano templi sacri a tali e tali divinità. Egli 
la scrisse mosso da un sentimento allora comune a molti, i quali 
speravano il ristabilimento della repubblica, e la rinnovazione della 
romana potestà assisa in Campidoglio. La periegesi ampliò e ri- 
dusse a manuale sistematico, traendo gli elementi di parecchi ca¬ 
pitoli dal catalogo delle regioni che per intero si conservava an¬ 
cora, e da altri vecchi cataloghi medievali ov’erano registrati nomi 
di antichi monumenti, o forse rimaneggiando una compilazione di 
tal sorta già esistente. Al tutto egli aggiunse un capitolo sulla to¬ 
pografia cristiana, utile in più particolar modo ai pellegrini curiosi, 
e un certo numero di leggende, che, in parte, circolavano già da 
lungo tempo. « Che i Mirabilia non sieno più antichi del XII se¬ 
colo, prova inoltre il fatto che dei molti scrittori che vi attinsero, 
o che a dirittura li incorporarono nelle opere loro, nessuno ve n’ha 
che sia a quel tempo anteriore. Ora la riputazione di cui nel XII se¬ 
colo finiscono i Mirabilia è tale, che se fossero già esistiti in- 


(41) Geschichte der Stadi Som, voi. II, p. 276. Vedi anche una notizia 
dello stesso Reumont sui Mirabilia Romae del Partbby, nell ’Archivio sto¬ 
rico italiano , serie IIP, voi. XI, parte 2*, p. 149. 

(42) Op. cit., voi. II, pp. 386*7. 


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48 


CAPITOLO li. 


nanzi, sia pure in una forma alquanto diversa da quella che as¬ 
sunsero poi, qualche scrittore ne avrebbe certamente fatto ricordo ». 

Il testo, nei manoscritti che lo contengono, sparsi qua e là per 
le biblioteche d’Europa, presenta molte varietà, ma queste possono 
essere ridotte a due principali recensioni. « La più antica », scrive 
il De Rossi. « è quella, che quasi documento officiale fti inserita 
nei libri della curia romana, cioè nel Politicus (leggi polypticus) 
di Benedetto canonico (scritto prima del 1142), nelle Collectanea 
Albini scholaris (circa il 1184) e nel celebre libro de’censi di 
Cencio Camerario, che fu poi papa Onorio III. La seconda fa la 
sua principale comparsa nelle Collettanee del Cardinal Nicola di 
Aragona (anni 1356-62); donde proviene quella che Martino Polono 
inserì nella sua cronaca, e quella della Qraphia aureae urbis 
Romae, d’un codice fiorentino» (43). Il Jordan ammette le due 
recensioni, ma riferisce la Qraphia alla più antica (44). L’Urlichs 
distingue sei classi di Mirabilia nel già citato Codex topogra- 
phicus. La prima contiene il testo del XII secolo ( Descriptio ple¬ 
naria totius urbis), quale si ha nella recensione più antica (Be¬ 
nedetto canonico, Albino scolastico, Cencio Camerario); la seconda, 
la Graphia , del secolo XIII; la terza, i testi del secolo XIV (De 
mirabilibus civitatis Rornae) ; la quarta, i Mirabilia abbreviati e 
interpolati dei secoli XIV e XV; la quinta, i Mirabilia congiunti 
con la rinascente dottrina, ancor essi dei secoli XIV e XV ; la sesta, 
VAnonimo Magliabecchiano, che è del secolo XV. 

Nulla si sa dell’autore del libro. Nel 1851 il Bock annunciava 
un testo nuovo, e il nome del primo autore di essi, un Gregorius 
magister, non altrimenti conosciuto nella storia letteraria del 
medio evo (45) ; ma passarono circa vent’anni senza che di tale 
scoperta si udisse più fare parola. Finalmente nel 1870, lo stesso 
Bock, in un articolo sulla testé citata pubblicazione del Parthey (46), 
svelò il mistero. Un capitolo del Polychronicon di Ranulfo Higden, 

♦ 

(48) Roma sotterranea, voi. I, p. 158. 

(44) Op. cit ., voi. II, p. 862. 

(45) Archaelogischer Anzeiger, 1851, p. 6. 

(46) Nel Theologiechee Literaturblatt di Bonna, col. 344-54. 


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LI BOVINI DI BOMA I I MIRABILIA 


49 



rimasto precedentemente inedito, ma allora fatto già di pubblica ra¬ 
gione (47) (il che dal critico non fu risaputo), contiene una parte 
dei Mirabilia, con alcune peculiarità che non s’incontrano altrove. 
Il cronista inglese afferma di aver tratto ciò che dice di Roma 
e dei suoi monumenti da Martino Polono e dal suddetto magister 
Gregorius (48). Il Bock stimò questo magister Gregorius essere 
stato il primo compilatore dei Mirabilia , mentre il De Rossi giu¬ 
dica la compilazione a lui attribuita una delle meno antiche, e 
credo con ragione (49). 

Sia qui inoltre notato di passaggio che l’Harding, nella sua Con- 
fulation of thè Apology of Jevoel , stampata in Anversa nel 1565, 
f. 166 v., fa autore dei Mirabilia lo stesso Martino Polono. 

Pochi libri ebbero nel medio evo la celebrità e la diffusione dei 
Mirabilia . Ciò si deve anzi tutto, panni, al trovarsi felicemente 
combinata in essi l’ammirazione per Roma antica con la devozione 
inspirata da Roma cristiana. Alla descrizione delle mura, delle 
porte, dei principali monumenti, si accompagna il catalogo dei 
luoghi più celebri ricordati nelle Passioni dei Santi, la enumera¬ 
zione dei cimiteri, la indicazione di molte chiese. 

Un sentimento schietto ed ingenuo di ammirativa benevolenza 

(47) È il c. 24 del 1. I nella edizione citata. 

(48) Auctores tradont quod in Tuscia, quae pars est Italiae, situata est 
arbs Romana, de cujus fundatione et regimine multa et varia scripserunt 
auctores, potissime tamen frater Martinus de conditione ejus, magister vero 
Gregorius de urbis mirabilibus perstrinxit digna memorata. 

(49) Piante icnografiche, ecc., pp. 77*8. Sulla fede di questo Gregorio, Ra- 
nulfo pone in Roma, tra l’altro meraviglie, le terme di Apollonio Tianeo, 
la statua di Bellerofonte e il famoso teatro di Eraclea, dei quali si parla 
in parecchi di quegli opuscoli cbe, sotto il titolo di Mirabilia mundi, fu¬ 
rono tanto diffusi nel medio evo. Un error così fatto, togliendo ogni auto¬ 
rità a Gregorio, il Bock cercò di scagionamelo, imputandolo, senz’ombra 
di ragione, allo stesso Ranulfo. È a desiderare ohe il De Rossi faccia di 
pubblica ragione le molte ricerche e i lunghi studii da lui proseguiti per 
più e più anni sui codici dei Mirabilia in tutte le principali biblioteche 
d’Europa. 11 Papencordt morì mentre attendeva a un’edizione critica del 
testo. Il Gaissa, che or son trent’anni lasciò sperare una critica compiuta 
del libro ( Beitrdge tur Literatur und Sage dea MiUelalters, Dresda, 1850, 
p. ixX ue smise poi, a quanto sembra, il pensiero. 

Giàr, Roma. 4 


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50 


CAPITOLO II. 


per quell’antichità gloriosa che aveva lasciato nei marmi e negli 
spiriti indestruttibile memoria di sè prorompe da tutto il libro. 
Giunta al fine della sua rassegna la Des&'iptio plenaria si chiude 
con le seguenti parole: « Haec et alia multa tempia et palatia im- 
peratorum, consulum, senatorum praefectorumque tempore paga- 
norum in hac Romana urbe fuere, sicut in priscis annalibus le- 
gimus et oculis nostris vidimus et ab antiquis audivimus. Quantae 
etiam essent pulchritudinis auri et argenti, aeris et eboris pretio- 
sorumque lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius 
potuimus reducere curavimus ». 

Le leggende inserite qua e là, alcune delle quali strettamente 
si legano alla storia dei primi secoli della Chiesa, accrescevano 
attrattive al libro, che noi troviamo citato, o accolto per intero, 
in iscritture di diversissima indole. Benedetto, Albino, Cencio Ca¬ 
merario ne usano come di documento officiale. Alcuni cronisti lo 
introducono, se non in tutto, in parte, nelle loro storie, primo fra 
tutti il domenicano Martino Polono, morto nel 1279, la cui cronaca 
conosciuta comunemente sotto il nome di Martiniana godette di 
grandissima riputazione durante il XIII, XIV e XV secolo. Martino 
Polono attinge probabilmente dalla Graphia, poi molti attingono 
da lui, tra gli altri il già citato Ranulfo Higden (c. 1299-1363), e 
il Signorili nel libro intitolato De juribus et excellentiis urbis 
Romae 1 scritto per ordine di Papa Martino V (1417-31) (50), l’au¬ 
tore di una cronaca latina contenuta in un codice della Casana- 
tense, segnato A II, 20, e probabilmente anche il Ramponi nella 
Historia di cose memorabili della città di Bologna , istoria che 
va sino all’anno 1432. Accolgono inoltre più o meno distesamente 
il testo dei Mirabilia Giacomo da Acqui (c. 1330) nella sua Cro¬ 
naca (51), l’autore dell 'Eulogium (52), il quale certamente attinse 
da Ranulfo Higden, Giovanni Mansel, nella Fleur des histoires (53), 


(50) De Rossi, Le prime raccolte d’antiche iscrizioni, Roma, 1852, pp. 7-8. 

(51) Monumenta historiae patriae, Seriptores, tom. Ili, col. 1021-6. 

(52) Ed. di F. Scott Haydoh, Londra, 1858-63 (Rer. brit. m. ae. script.), 
voi. I, pp. 410-4. 

(53) L. I, c. 125. 


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LE BOVINE DI ROMA E 1 MIRABILIA 


51 


Giovanni d’Outremeuse nel Mireur des histors (54). Giovanni 
d’Outremeuse descrive le meraviglie di Roma secondo le cronache 
d’Estodien e con alcune particolarità che altrove si cercherebbero 
invano. Questo Estodien, non è evidentemente altri che l’Hescodius 
citato dalla Oraphia , da Martino Polono, e da altri parecchi (55). 
Le particolarità che nel racconto si trovano farebbero quasi credere 
che Giovanni d’Outremeuse avesse veramente sott’occhi* una recen¬ 
sione dei Mirabilia diversa dalle conosciute sin qui; ma è più 
probabile ch’egli abbia attinto da Martino, e che le particolarità le 
abbia aggiunte di suo. Fazio degli Uberti trae dalla Graphia , ma 
forse anche in parte dal racconto di Martino, ciò che di Roma fa 
dire alla stessa Roma nel c. 31,1. Il del Dittamondo. Finalmente 
un ristretto dei Mirabilia si trova anche negli Otia imperialia 
di Gervasio di Tilbury (56). 

La celebrità dei Mirabilia si mantenne lungamente anche dopo 
che il Rinascimento, facendo meglio conoscere l’antichità, specie 
la romana, ebbe dato lo sfratto alle favole immaginate dal medio 
evo. Essi compiono ancora in molti manoscritti del XV secolo; 
trovata la stampa, se ne fecero numerose impressioni. Anche altre 
città in Italia ebbero descrizioni per più rispetti somiglianti a 
quella che di Roma si ha nei Mirabilia , ma nessuna poteva spe¬ 
rare la celebrità toccata a questi. Galvagno Fiamma cita a più 
riprese una Descriptio urbis Mediolanensis dalla quale toglie ciò 
che dice delle fabbriche più insigni di Milano. Intorno al 1320 un 
anonimo compose un Commentarius de laudibus Papiae (57). Ma 
Milano e Pavia non erano Roma. Descrizioni delle loro bellezze e 
singolarità potevano importare ai Milanesi e ai Pavesi, non a tutti 


(54) T. I, pp. 58*85. 

(55) Si trova anche scritto Est odi us ed Eseodero. Notisi a tale proposito 
che Esoderò, Esidero, in luogo di Isidoro (di Siviglia), si trova spesso nei 
codici. 

(56) Dacia. II, c. 9. 

(57) Moeat., Scrip., t. XI, p. 1 segg. Anche Atene ebbe i suoi Mirabilia, 
ma meno antichi e meno famosi d’assai. Vedi Grboobovids, Mirabilien der 
Stadi Atken. Sii tungsber. d. phUos.-philol. u. ist. Cl. d. k. k. Akad. d. W issensch. 
nt Monche «, 1881, p. 348 segg. 


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52 


CAPITOLO II. 


gli abitatori dell’orbe cattolico. I Mirabilia sono un’altra prova 
del primato di Roma. 

Per discorrere in modo adeguato delle diversità più o meno ri¬ 
levanti che il testo dei Mirabilia presenta negli innumerevoli 
manoscritti, e delle variazioni cui esso andò soggetto in processo 
di tempo, si richiederebbe un’apposita e lunga dissertazione. Qui 
qualche brève cenno potrà bastare. Sebbene i testi conosciuti pos¬ 
sano, come s’è detto di sopra, ridursi a due recensioni principali, 
pure le differenze loro nei particolari sono qualche volta assai nu¬ 
merose. Già il testo più antico pervenuto sino a noi è un testo 
corrotto (58). Passando di trascrizione in trascrizione la redazione 
primitiva si altera sempre più, e si accresce di varie accessioni, 
che non sempre hanno stretta attinenza con il resto. Una descri¬ 
zione delle province d’Italia, tolta da Paolo Diacono, gli si annet¬ 
terà in fine od in principio (59); lo si interpolerà con una storia 
della cattività di Babilonia, e con una interpretazione del sogno 
di Nabuccodonosor (60); lo si correderà di considerazioni filosofiche 
e morali, lo si arricchirà d’interi capitoli (61). A poco a poco, le 


(58) Pubblicato dal Nibby nelle Effemeridi letterarie di Roma , 1.1, 1820, 
di su un codice del XIII secolo appartenente alla Biblioteca Colonna. 

(59) In fine nel Liber ctnsuum di Cencio Cameràrio, in prinoipio in un 
testo della Marciana, cod. lat., cl. XIV, CCLIX. Nel 1. II della Historia Lan- 
gobardorum, Paolo Diacono dà l’elenco delle provincie d’Italia in numero 
di diciotto, ma egli stesso lo trae da altri. V. una nota di G. Waitz inserita 
a p. 188 del volume degli Scriptores rerum langobardorum (Monumenta Oer- 
tnaniae), 1878. 

(60) Nel Liber politicus di Benedetto Canonico, in un testo dell’Angelica 
in Roma, ood. Q, I, 14, in uno della Biblioteca di Corte di Vienna, ood. 609. 

(61) V. nella già citata pubblicatone del Parthet i capitoli aggiunti, 
pp. 47-62. 

Nel già citato cod. Marciano lat. cl. XIV, CCLIX (XIV sec.) si contiene 
dal f. 58 v. al 66 r. un testo ampliato dei Mirabilia. Dopo una speoie d'in¬ 
troduzione abbastanza lunga, dove si descrivono le diciotto province d'Italia 
e si dà ragione de' varii nomi di questa, vengono i seguenti capitoli (i 
titoli in corsivo sono da me suppliti) : Muri, — Portae, — Arcua trium* 
phales, — Montes, — Thermae, — Palatia, — Theatra, — Loca quae in- 
veniuntur in passionibus sanctorum, — Pontes, — Ci mite ria, — De visione 
Octaviani, — Caballi marmorei, — Varia de primicerio, secundicerio, no- 


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LI BOVINI DI ROMA K I MIRABILIA 


53 


alterazioni prenderanno un doppio indirizzo ben determinato, e si 
feranno in qualche modo sistematiche, provocate, per una parte, 
dal sentimento religioso, e, per un’altra, dalla nuova e crescente 
coltura dell’umanesimo. I Mirabilia nella prima lor forma non 
soddisfacevano se non assai imperfettamente ai bisogni dei pelle¬ 
grini, che si recavano a Roma con lo scopo precipuo di visitare i 
santuari e di purgarsi dei loro peccati. Ed ecco introdursi in essi, 
e prendervi luogo sempre maggiore, la indicazione delle stazioni 
e delle indulgenze, e la descrizione delle reliquie più cospicue (62). 
Ciò accadeva più particolarmente nelle traduzioni (63). Cosi venivan 


menculatore, difensore, areario, blibliothecario, protoscriniario, referendario, 

— De eoiumna Antonini, Colosseo, colutnna Trajana, — Cabaline Constan- 
fini, — Quare inventa est solemnitas omnium sanctorum {Pantheon), — De 
nece Jordani et Philippi imperatorum et qualiter Decius adeptus est im- 
perium et quare idem Decius sanctos Abdon et Senen Sixtum et Laurentium 
interfecit, — Quare imperator dicatur Augustus et quare dicatur sanctus 
Petrus ad Vincla, — De palatio Neroniano ubi nunc est basilica sancti 
Petri et de agulia, — De paradiso sancti Petri, — De meta sancti Petri, 

— Ubi terra manavit oleum, — De tribus altaribus qui sunt in ecclesia 
sancti Lauregtii in Palatio, — De festivitatibus in quibus papa coronari 
debet, — De statipnibus nocturnalibus, — De stationibus diurnis, — De 
constitutionibus pontificarti romanorum. — In fine sono i due versi: 

* * 

Ex petit, noti*, reficit. reguit. aprions. 

* 

Integer. r. depto. t. paleo, atioe. rapto. 

(62) Veggasi, per un esempio, l'opuscolo intitolato: Le Cose | Meravi¬ 
gliose | dell'alma citta | di Roma, | Dove si tratta delle Chiese, Stationi, et Re¬ 
liquie | de' Corpi Santi, che vi sono. | Con la Guida Romana, che insegna fa¬ 
cilmente a’ for ostieri di | ritrovare le più nobili cose di Roma; e i Nomi de’\ 
Sommi Pontefici, Imperatori, et altri Principi \ Christiani, adomati di bellis¬ 
sime figure. | Con le Poste d'Italia. | Di nuovo corretto et ampliato con le cose 
notabili fatte da Papa Sisto V. Per Flaminio Pbimo da Collb. | In Roma, Con 
licenza de' Superiori, Per Nicolò Mutii. 1596 | Ad istanza di Camillo Fran- 
cecchini. Confrontisi con Le cose maravigliose di Roma per Giacomo Mascabdi, 
Roma, 1619. Sulle stazioni si ha un vecchio poemetto inglese pubblicato 
da F. J. Fubnivall, Early English Text Society, Londra, 1867. Non vi si trova 
più nulla che ricordi le descrizioni dei Mirabilia. 

(63) Traduzioni dei Mirabilia si ebbero, come era naturale, in tutte le 
lingue, e molte se ne trovano manoscritte per le biblioteche. In italiano 
essi dovettero essere tradotti assai presto. Un codice Gaddiano della Lau- 


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54 


CAPITOLO II. 


fuori mano mano certi nuovi Mirabilia che con gli antichi nulla 
più avevano di comune (64). Ma in pari tempo la coltura del Ri- 

renziana, segnato CXLVIII, e scrìtto nel secolo XIII, contiene una versione 
in dialetto napoletano, nella quale l'ordine delle materie è alquanto diverso 
dal consueto. Eccone il titolo e le rubriche dei capitoli: Questo sono le 
miracole de Roma, — Deio palazo de Nerone, — Dela Gulia, — Deio can¬ 
taro de sancto Pietro, — Deio terebinto de Nero, — Deio castello Adriano, 

— Deio Agosto (Augusteo), — De Capitolio, — De sancta Balbina, — Deio 
iooo de Circo, — Dele cose ke foro in Circo, — De templis, — Quanno 
resorse l’olio, — Dele Cartolario, — Dele agulie, — Dele mercatore, — 
Dele basilike, — Dele vie de Roma, — Deli cavalli, — De colopna Anto¬ 
nina, — De colopna adrìana, — De Coliseo, — De sancta Maria Rotunda, 

— Quanno fo facta ecclesia sancta Maria Rotunda, — Deio Caballo Con¬ 
statino, — Quanno vide la visione Octabiano in celo. — Deli cobalti 
marmorei, — Deli monti de Roma, — Deli campi de Roma, — Dele arcore 
triumphale de Roma, — Deli termini (terme) de Roma, — Dele palare de 
Roma, — De theatris de Roma, — Dele mura de Roma, — De le porte 
de Roma, — Dele porte principale de Roma, — Dele cimiterìa de Roma, 

— De primicerio, — De secundicerìo, — De numenculatore. — De primo 
defensore, — De archario. 

(64) Cf. Grasssi, Lehrbueh einer allgemeinen Literdrgeeehichte, t. II, parte 2\ 
p. 784. Tra i libri che si possono far rientrare nella categoria dei Mira- 
bilia , e più particolarmente dei Mirabilia della seconda maniera, merita 
una menzione speciale quello tedesco di Nicola Muffel, cittadino cospicuo 
e magistrato norìnibergese, il quale fu a Roma nel 1452, per la incorona¬ 
zione di Federico V, e pubblicò, di ritorno in patria, una descrizione della 
città da lui visitata (Nikolaus Murene Besehreibung der Stadi Rota heraus- 
gegeben poh Wilhblm Voot, Biblioth. d. litter. Ver., Stoccarda, 1879). L’opuscolo 
può fare, per la mole, tre volte quello dei Mirabilia; ma l'autore non attinse 
nè da questa, nè da altra scrittura, sibbene da ottime persone, come dice 
egli stesso, e la intenzione sua nello scrìverlo fu principalmente di far 
cosa grata ai devoti. La materia è distribuita in tre parti. Nella prima si 
enumerano le sette chiese ed altre delle principali, e si dà la indicazione 
delle indulgenze che vi si fruiscono. Le chiese di Roma sommavano anti¬ 
camente a millecinquecentocinque, come ci fanno sapere i papi San Sil¬ 
vestro e San Gregorio ; ma furono poi la più parte distrutte. Il Battisterio 
di San Giovanni in Laterano era in orìgine, secondo alouni, il bagno di 
Costantino. Accennasi la donazione fatta da costui alla Chiesa. La descri¬ 
zione delle basiliche è piuttosto diffusa, e spesso minuto il ragguaglio delle 
reliquie che vi si custodiscono. Per entro alla descrizione parecchie leg¬ 
gende sacre. Nella seconda parte si dice delle stazioni, argomento che 
molto stava a cuore ai pellegrini. Nella terza si parla di altre chiese meno 
importanti e di monumenti profani, parecchi dei quali sono designati con 


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LE BOVINI DI BONA B I MIRABILIA 


55 


nascimento si diffonde e prevale; già nasce un’archeologia scien¬ 
tifica, già si mostrano i primi archeologi. Il così detto Anonimo 

nomi insoliti, o forse travisati, per modo che non sempre s’intende quali 
sieno veramente. Le terme sono sempre chiamate cantine, e di quelle di 
Diocleziano sono nominati autori Termanus e Dyoclecianus. La importanza 
principale l’opuscolo la deriva dalle leggende profane di cui fa memoria, 
e che si vede essere state conservate nella tradizione orale anche quando 
erano già quasi sparite dagli scritti e cadute nel dispregio dei dotti. Per 
giunta alcune di esse vi appaiono sott’altra forma da quella che hanno nei 
Mirabilia. Del cavallo più comunemente detto di Costantino narra che fu 
fatto in onore di un contadino per nome Settimio Severo, vincitore del re 
che tra’ piedi dello stesso cavallo vedovasi effigiato (p. 14). Anche nel rac¬ 
conto inserito nella Storia di Fioravonte si parla di un contadino (V. ca¬ 
pitolo Xni, pp. 115*6). La famosa pigna di bronzo dorato fu portata dagli 
spiriti maligni da Troja a Costantinopoli, e da Costantinopoli a Roma, 
dove servì a chiudere il foro della cupola del Pantheon, finché un santo 
pontefice non ordinò agli spiriti di trasportarla in Vaticano (p. 19). Nella 
chiesa di San Pietro è l’altare su cui celebrando la messa il papa Gregorio 
liberò l'anima di Tnyano dall' inferno (p. 25). Nella sfera d'oro che è in 
cima all’obelisco vaticano sono rinchiuse le ceneri degl’imperatori Augusto 
e Tiberio (pp. 26-7). Romolo e Remo sono sepolti nella piramide che ò 
accosto alla Porta di San Paolo (piramide di Cestio; v. cap. Ili, pp. 107-8). 
Essi fecero costruire il loro sepolcro a quel modo affinchè non potessero 
andarvi sopra i cani; ma alcuni credono che quivi riposi Cajo Cesare, come 
da una iscrizione è indicato (pp. 28-9, 49). Tra la chiesa di San Pietro e 
il Ponte Sant’Angelo sorge il doner pur eh (castello del tuono, mole adriana). 
Lo fece costruire un imperatore a cui era stato predetto ohe morrebbe di 
fulmine. Egli usava ripararvi; ma un giorno essendovisi recato mentre il 
cielo era sereno, fu colpito dal fulmine improvvisamente ed ucciso (pp. 29, 49). 
Anticamente, nel tempio che ora si ohiama Maria Rotonda, erano gl’idoli 
di tutti i paesi, disposti intorno a Pantheon, idolo de) mare, e a Diana, 
idolo della caccia. Quando una provincia si ribellava, l’idolo suo voltava 
a questa le spalle. 11 tempio fu consacrato in onor della Vergine da S. Gre* 
gorio (pp. 46-7). Visione di Augusto e leggenda di Ara Coeli. Nella sfera 
d'oro che è in cima alla guglia, dinnanzi alla chiesa di Ara Coeli (?), è 
sepolto Augusto (pp. 51-2). Leggenda del sepolcro di Nerone e della chiesa 
di Santa Maria del Popolo (p. 58). Anche di un altro suppostp sepolcro di 
Nerone è fatto ricordo (p. 62). Presso all'arco di Tito, o nell'arco stesso, è 
murata la pietra so cui stette la druda deH’imperatore, quando i Romani 
dovettero procacciare sulla persona di lei il fuoco di cui abbisognavano 
(p. 57). È questa la nota favola di Virgilio e della figliuola dell’imperatore, 
la quale qui si trasforma di figliuola in druda. L’editore, non avendo, come 
pare, cognizione della favola, cade qui in uno strano errore, giacché inter- 


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56 


CAPITOLO II. 


Magliabecchiano (65) tiene un luogo di mezzo fra i Mirabilia e 
il Poggio o il Biondo; egli deve avere scritto nei primi anni del 
secolo XV. Le favole a poco a poco spariscono. Nei Mirabilia 
Romae pubblicati da Marcello Silber, alias Franck, in Roma, 
nel 1513, si ripetono ancora le leggende di Trajano, della Salvatio , 
dei Cavalli marmorei, del Cavallo di Costantino, di Augusto. Se¬ 
guono le indulgenze delle chiese di Roma, un sommario della 
storia della città, la descrizione delle sette chiese e di molt’altre. 
Vi si riportano versi devoti ed iscrizioni. Ma nell’ Opusculum de 
mirabilibus novae et veteris urbis Romae, edito da Francesco 
de Albertinis chierico fiorentino, e dedicato a Giulio II (per maestro 
Jacopo Mazochio in Roma, 1510), delle favole medievali non si 
trova più traccia, mentre abbondano le citazioni di antichi scrittori. 
Finalmente le Collectanea di Fabricio Varano, la Descriptio Romae 
di RatFaello Volaterra, VAntichità di Roma di Andrea Pallajo, 
più non ricordano i Mirabilia che per lo schema del Regionario 
con servato in parte. 

Qui cade in acconcio far qualche parola di un curioso libro, 
salvo alcuni pochi frammenti, tuttora inedito e assai poco noto, la 
T*olistoria , cioè, di Giovanni Cavallino de’ Cerroni, la quale non 
è, come il titolo potrebbe far credere, un’opera storica propria- 


preta il pulì del testo per ampul, ampolla, mentre evidentemente non è se 
non una forma antica del moderno BuMe. L’autore chiama spiegelpurck , o 
castello dello specchio, il Colosseo, dove dice che si facevano i giuochi, e 

dove era uno specchio in cui vedovasi tutto quanto si faceva nel mondo 

% 

(p. 57). Qui pare siensi confusi insieme il Colosseo e la così detta Tor de' 
Specchi , la quale è la Tour del Miraour di certi racconti francesi. L’&ntore 
nomina anche il Wunderpurck (ibid.) senza che si possa intendere se con 
quel nome egli voglia, come nelle versioni tedesche dei Mirabilia, indicare 
il Colosseo, oppure alcun altro monumento cospicuo. 

(65) Pubblicato dal Mbrcklin, ma scorrettamente, nel Programma della 
Università di Dorpat, 1852, poi dall'UBLicHS, Codex, pp. 149-66. Dell’Ano¬ 
nimo si hanno anche due versioni italiane (V. Jordan, Novae quaestiones 
topographicae, Festprogramme der Università Kdnigsberg , 1868). 11 Grego* 
rovius (Gesch. d. St. Rom, voi. IV, p. 662) dice il libro dell'Anonimo una 
compilazione fatta sul Regionario e sui Mirabilia , con l’auto di altre notizie 
topografiche. Il Jobdab ( Topographie , ecc., voi. II, p. 398) nota che l’autore 
si giovò anche della raccolta d’iscrizioni del Signorili. 


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LE ROVINI DI ROMA E I MIRABILIA 


57 


mente, ma è piuttosto un trattato d’antichità romane, e, insieme, 
una descrizione di Roma (66). Dell’autore non si sa altro se non 
quel pochissimo ch’egli stesso dice nel titolo dell’opera sua (67): 
era scrittore della Sede Apostolica e canonico di Santa Maria Ro¬ 
tonda; fioriva probabilmente verso il mezzo del XIV secolo (68). 


(66) Due manoscritti se ne conoscono, l’uno conservato nella Biblioteca 
Capitolare di Novara (n. XXIV), l’altro conservato nella Guelferbitana 
(Gadiano, n. 47), tutt’e due membranacei del sec. XIV. Del primo diede 
notizia I'Ahdrks nella lettera al Morelli Sopra alcuni codici delle Biblio¬ 
teche capitolari di Novara e di Vercelli , Parma, 1802, pp. 29-39, riportando 
tatti i titoli dei libri e dei capitoli. Dal secondo ]’Ublichs trasse alcuni 
frammenti che pubblicò nel Codex, pp. 140-7. 11 cod. Gudiano non può es¬ 
sere, come afferma l’Urlichs, un apografo del Novarese da lui non veduto, 
giacché troppe e di troppo rilievo sono le differenze che, per quanto si può 
giudicare dal confronto coi pochi frammenti pubblicati di quello, passan 
fra i due; ma il Novarese è esso stesso un apografo, scritto a richiesta di 
Giovanni di Capogallo, che fu poi vescovo di Novara. Ad ogni modo a 
Roma nessun codice si trova più di .quest’opera che a Roma e da un Ro¬ 
mano fu scritta. Il codice Novarese, tuttoché di faticosa lettura, sembra 
inoltre assai più corretto che il Gudiano non sia, ed io traggo da esso i 
vani passi che mi avverrà di riportare in seguito. Ivi il testo è preceduto 
dalla tavola dei libri e dei capitoli, appiè della quale è una miniatura che 
rappresenta Roma sotto specie di una donna incoronata, seduta in un trono, 
e reggente nella mano destra lo scettro, nella sinistra la palla d’oro. Ai 
due lati del trono in alto, sono due stemmi, l’uno con le lettere S. P. Q. R., 
l’altro con un gallo, impresa dei Capogalli. 

(67) Il titolo pieno nel cod. Novarese suona così: Incipit prologus poli- 
storie Joannis Caballini de Cerronibus. de urbe, apostolice sedie scriptoris. 

ac Canonici sancte Marie Rotunde de eadern urbe. De virtutibus et dotibus 

% 

Romanorutn ipsorumque imperatorie et pape, eingularibue tnonarchiis. de aliis 
incidentiie eorundem. Il titolo messo innanzi alla tavola dei capitoli è: Po- 
Ustoria Joannis Caballini de Cerronibus de urbe de dignitatibus Romanorutn. 
Dal titolo del ood. Gadiano trasse il Fabricio il brevissimo cenno inserito 
nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis (1* ed., voi. IV, pp. 170-1; 
2* ed., voi. IV, p. 61, col. I 4 ). 

(68) Quando Giovanni di Capogallo fece trar copia della Polistoria era 
ancora, secondo nei codici è detto, professore di Sacra Scrittura e abate 
di San Paolo in Roma, il che, come fu giustamente osservato daìl’AitDBBs 
a p. 87 della citata Lettera , rimanda a un tempo anteriore al 1898, a co¬ 
minciare dal quale anno, sino al 1402, che passò alla diocesi di Novara, 
Giovanni fu vescovo di Belluno e di Feltre. L’Ublicbs congettura non senza 
boon argomento, che il libro sia stato scritto fra il 1845 e il 1847 (Codex, 
p. 139). 


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58 


CAPITOLO II. 


Tutto il libro, ch’egli dice di avere scritto a richiesta di molti 
amici curiosi e solleciti della gloria di Roma, lo dimostra uomo 
di molta e varia, benché farraginosa erudizione: non vi si legge 
pagina senza trovarvi citato qualche scrittore pagano o cristiano: 
Cicerone, Catone, Tito Livio, Sallustio, Lucrezio, Virgilio, Giove¬ 
nale, Vegezio, Plutarco, Giustino, Valerio Massimo, Orazio, Lat¬ 
tanzio, Boezio, San Gregorio, Isidoro di Siviglia, Hugutio e altri. 
A canto alle Sacre Scritture vi si cita spesso il Digesto. L’opera 
è divisa in dieci libri, che abbracciano tutti insieme non meno di 
cento ventino ve capitoli (09). Vi si discorre promiscuamente di Roma 
pagana e di Roma cristiana. Nel 1. I si ragiona di Roma invitta, 
eterna e beata, origine delle leggi e delle armi, principio di so¬ 
vranità, maestra al mondo di nobilissimi esempii, clemente ed 
umana coi nemici, punitrice inesorabile dei malvagi. In essa è la 
Cattedra di San Pietro per cui si compiono gli alti destini medi¬ 
tati dalla Provvidenza, si conciliano insieme l’antico e il nuovo di¬ 
ritto. Al 1. II porge argomento il discorso di Orazio Coelite al 
ponte, e una discussione circa le perfette qualità militari. Il l. III 
tratta della eccellenza della Città quanto ai cittadini e reggitori 
suoi, il che offre occasione all’autore di ricordare in due capitoli 
la legazione famosa di Pilato a Tiberio, e la distruzione di Geru¬ 
salemme per Vespasiano e Tito; poi alcune cose si soggiungono 
circa le dignità e virtù del sacerdozio. Nel 1. IV si parla. delle 
virtù della croce, della significazione delle insegne romane, dei 
pregi e della gran nobiltà di Fabrizio, degli Scipioni e di Giulio 
Cesare. Il V tratta dei giuochi e delle carceri quali usavano in 
Roma. Nel VI, ch’è fra tutti il più lungo, si ragiona del modo di 
costruire le città in genere, poi dei tredici fondatori di Roma, a 
principiare da Noè, poi delle diciannove porte. Il VII è tutto speso 
nella descrizione dei sette monti. L’VIII tratta delle tredici regioni 
in cui Roma era divisa. Nel IX si dice dei dodici popoli da cui 
primamente fu Roma abitata, e perchè sieno tredici regioni, e 


(69) La distribuzione dei capitoli è molto disuguale; così il III non ne 
contiene che tre, mentre il VI ne. conta quarantuno. 


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LE BOTINE DI ROMA E I MIRABILIA 


59 


come sorse e fu denominata Città Leonina. Il X finalmente tratta 
della condizione del suolo ove Roma fu edificata, dei pregi d’Italia 
e dei cittadini Romani e Italici, della istituzione dell’impero, delle 
virtù che debbono essere nell’imperatore, delle relazioni vicende¬ 
voli della Chiesa e dell’impero. Alcuna volta non torna facile, così 
alla prima, scorgere il nesso de’ varii argomenti trattati in uno 
stesso capitolo; pur tuttavia questo nesso non manca, secondo le 
opinioni e le credenze dei tempi. Così nel 1. IV si discorre, come 
abbiamo veduto, delle virtù della croce e delle insegne romane, e 
a discorrerne congiuntamente l’autore è tratto senza sforzo dalla 
vittoria che Costantino, recando appunto per nuova insegna la 
croce, riportò sopra Massenzio. 

9 

Pei tre libri VI, VII e Vili, dove si ragiona della fondazione di 
Roma, delle porte, dei monti, delle regioni, il trattato di Giovanni 


Cavallino viene ad avere più stretta relazione colla Qraphia e 
coi Mirabilia. Egli certamente conobbe e l’una e gli altri, ed 
anzi, quanto alla Qraphia, espressamente lo dichiara, dicendo nel 
c. 20 del 1. VI : « Graphia aureae urbis Romae stante in ecclesia 
sancte Mario nove de urbe quam vidi et iugiter legi ». Dei Mira¬ 
bilia non fa cenno, ed è omissione notabile; ma ben più strano 
deve parere certamente che delle leggende e delle descrizioni fan¬ 
tastiche contenute in quelle due cognitissime e divulgatissime 
scritture, egli, se si faccia eccezione di due o tre, non abbia vo¬ 
luto giovarsi. Non già che il suo libro vada esente da fantasti¬ 
cherie, chè pei tempi sarebbe stato un pretendere troppo; ma 
quelle che vi si trovano hanno tale un’aria, che a primo aspetto 
si riconoscono nate da erudita saccenteria, anziché di schietto e 
popolaresco immaginare. Giovanni Cavallino patisce il male comune 
degli eruditi della età sua, la mania etimologica, l’ossessione del¬ 
l’allegorìa e del simbolo. Parlando delle porte e dei monti, egli 
ricorda i varii nomi di ciascuno, e cerca di darne ragione il meglio 
che può, e quando non l’ajutano la storia o il sapere, s’syuta con 
la fantasia. Di queste curiose fanfaluche vedremo qualche esempio 
più sotto, ma darne un saggio anche qui non sarà fuor di luogo. 
La porta Septinea ( Septimiana ) prende il nome dalla plaga di 
settentrione, alla quale è rivolta, oppure lo deriva da sub e da 


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-60 


CAPITOLO II. 


Jano , trovandosi d’essere sotto il Gianicolo. Il monte Palanteo (Pa¬ 
latino) si denomina da Pallante, dea del sapere. Il Colle Capitolino 
è così chiamato perchè capo di tutta la città, o piuttosto perchè 
vi si raccoglievano i senatori come i frati al capitolo. Il Celio ebbe 
nome dall’altezza, a celsitudine. Parlando delle regioni, dice quale 
fosse l’impresa del popolo di ciascuna, e s’industria di spiegare le 
• figure e i colori che mostravano. Del resto, narrando, descrivendo, 
apostrofando, egli è sempre occupato dal pensiero di far concor¬ 
dare, in appoggio di quanto dice, gli scrittori e le prove. 

L’opera di Giovanni Cavallino, scritta in sull’ultimo scorcio del 
medio evo, può considerarsi come il primo trattato di antichità 
romane che siaci rimasto. Essa è, senza dubbio, una congerie di¬ 
sordinata e deforme di fatti non ancora dominati dallo spirito cri¬ 
tico, ma già vi si può scorgere dentro qualche bagliore del vicino 
Rinascimento, e ciò che ancora non viene a legare il pensiero, 
lega l’affetto di cui palpita ogni parola, l’affetto vivo e reverente 
per Roma invitta , eterna e beata. Quando vien meno l’ammira¬ 
zione ingenua e fantasiosa dei Mirabilia, un’altra già ne comincia 
che prende e serba il suo luogo. 

Dopo ciò entriamo nel vasto e popolato regno delle leggende. 


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61 


CAPITOLO III. 

La fondazione di Roma. 


Tra le storie dell’antichità, le quali il medio evo ricorda e ri¬ 
pete, una delle più celebri è la storia di Enea. Il giullare la sa¬ 
peva a mente e la recitava all’occasione (1). Enea era la Romanae 
stirpis erigo , e Y Eneide il poema delle origini di Roma e del 
romano impero. Benedetto di Sainte-More e Heinrich von Weldeko 
rifacevano l’Eneide di Virgilio. Ma la leggenda, inclinata sempre 
ad allontanare nel passato i principii delle cose, non si ferma 
ad Enea, e s’ingegna di trovare prima di lui altri, più remoti 
fondatori. 

Porcio Catone, Varrone, Fabio Pittore, Dionigi di Alicarnasso, 
Solino, ed altri parecchi, ci conservarono le numerose leggende 
che intorno alle origini della città, certo sino da tempi antichis¬ 
simi, si vennero formando nella fantasia popolare (2). Queste leg- 


(1) Roman de Flamenco (pubblicato da Paolo Meykb, Parigi, 1865, 
▼v. 619-24: 

L’aatre comtav* d’Eneae 
B de Dido oonei rema* 

Per lai dolente e mesqaina; 

L’aatre oomtava de Lavina 
Con fee lo bren el oairel traire 
A la geita de l’anxor oaire. 

Cfr. Albi ah dkk Pby, Essai sur li romane d'Eneas, Parigi, 1856 ; Joly, Benoit 
de Sainte-More et le roman de Troye , Parigi, 1870-71, voi. II, pp. 318-56; 
Compassiti, Virgilio nel medio evo, voi. II, p. 8 segg. 

(2) Cfr. Nikbuhb, RSmische Oeschichte, Berlino, 1853, voi. I, pp. 118-24. 
Circa il carattere mitico di alcune di esse, v. J. L. W. Schwabtz, Der Ur- 
sprmg der Stamm- und OrUndungs-Sage Rome unter dem Reflex indogerma- 
nischer Mgthen, Jena, 1878. 


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62 


CAPITOLO III. 


gende, di cui non debbo qui discorrere di proposito, passarono nel 
medio evo, raccoglitore curioso e sollecito delle più disparate fin¬ 
zioni, e ben presto ebbero a trovarsi in nuova compagnia. Sono 
senza numero le cronache e gli altri libri d’ogni maniera in cui si 
ricordano i primi che vennero in Italia a fondare città e regni sul 
luogo stesso dove sorse poi Roma: Saturno, Giano, Italo, Roma, 
Ercole, Tiberi, ecc. 

Già qualcuno degli antichi, non potendo raccapezzarsi fra le 
innumerevoli e contradditorie tradizioni, confessò delle origini 
di Roma nulla potersi sapere con sicurezza. Isidoro di Siviglia 
(c. 570-636) così ragiona in un luogo delle Etimologie (3) : « De 
auctoribus conditarum urbium plerumque dissensio invenitur : adeo 
ut ne urbis quidem Romae origo possit diligenter cognosci. Nam 
Sallustius dicit: Urbem Romam, siculi ego accepi, condidere 
atque haìmere initio troiani , et cum iis aborigenes. Alii dicunt 
ab Evandro, secundum quod Virgilius : Tunc rex Evandrus ro- 
rnanae conditor arcis. Alii a Romulo, ut, En huius, nate , au- 
spiciis illa inclyta Roma. Si igitur tantae civitatis certa ratio non 
apparet, non mirum si in aliarum opinione dubitatur ». Circa l’800, 
Giorgio SinceUo, riferite alcune delle tradizioni più divulgate circa 
l’origine di Roma, dice non trovarsi due soli scrittori che vadano 
fra loro d’accordo (4). Ma la leggenda ha per officio appunto di sa¬ 
pere ciò che la storia certa non sa. 

La leggenda è singolarmente logica ne’ suoi procedimenti. Sta¬ 
bilito che le sorti di Roma erano intimamente collegate con le sorti 
del cristianesimo, e riconosciuto che la fondazione della città era 
stata, sin dai primordii della storia dell’uman genere, contemplata 
dalla Provvidenza, ragion voleva Che la leggenda si prolungasse 
innanzi e indietro, nel futuro e nel passato, sino a quegli estremi 
termini a cui la storia stessa, cosi com’era figurata e limitata nel 
dogma, le poteva concedere di pervenire. Per una parte dunque la 
leggenda si stende sin quasi alla catastrofe del gran dramma del- 


(8) L. XV, c. I. 

(4) Chronographia, ed. di Bonna, 1829 {Corpus scriptorum historioe byzan- 
tinae), voi. I, pp. 861-7. 


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LA FONDAZIONI! DI NOMA 


68 


romanità, il Giudizio Universale: l’Anticristo porrà fine al sacro 
romano impero. Per un’altra essa rimonta indietro sino a Noè. 

Perchè sino a Noè e non sino ad Adamo? La ragione è per se 
stessa evidente. Il diluvio spazza dalla faccia della terra le città 
ed i regni ; dopo il diluvio la storia del genere umano comincia 
da capo, e, per certi rispetti, si può considerare Noè quale il primo 
uomo. Ragionevolmente le origini di una città non si potevano far 
rimontare al di là del diluvio. Inoltre, con porre primo fondatore 
Noè, il patriarca senza colpa scampato all’universale sterminio, si 
procacciava alla città un titolo particolarissimo di santità e di 
gloria. Da Noè verrà il nuovo genere umano che sarà redento da 
Cristo, da Noè dev’esser dato principio a quella Roma che ha da 
preparare il mondo alla venuta del Redentore. Si aggiunga che da 
Noè discendendo tutti i popoli, il luogo dove quegli aveva fermato 
la sua sede, acquistava su tutto il mondo un legittimo impero. Un 
padre della Chiesa, ragionando sui fatti compiuti, non avrebbe po¬ 
tuto trovare fra essi relazioni più significative di quelle che, in¬ 
consciamente, trovava la fantasia popolare. 

Come, dove, quando sia nata così fatta leggenda non è nessuno 
che possa dirlo. Nata che fu, si divulgò rapidamente, e s’introdusse 
in libri d’indole diversissima. 

Il più antico è la Qraphia aureae urbis Romae. Quivi si narra 
come il patriarca Noè, dopoché la sua pervertita discendenza ebbe 
edificata la torre di Babele, entrò co’ figliuoli in una nave e ap¬ 
prodò in Italia. Non lunge dal luogo dove poi sorse Roma, costrusse 
una città cui diede il suo nome, ed ivi terminò le fatiche e la 
sua vita. Giano, suo figliuolo, insieme con un altro Giano, figliuolo 
di Jafet, e con l’indigena Camese, costrusse poi sul Palatino una 
città denominata Gianicolo : «c in monte Palatino civitatem Jani- 
culum construens regnum accepit ». Circa quel medesimo tempo 
venne in Italia anche Nembrot, che è tutt’uno con Saturno : 
« Nemroth, qui et Saturnus, a Jove Alio eunuchizatus ad jam 
dietum Jani regnum devenit ». Si noti come la leggenda cristiana 
cerca di appoggiarsi sulle tradizioni pagane. Saturno riappare in 
Nembrot, Giano è figlio di Noè: or ora vedremo lo stesso Noè 
tramutarsi in Giano. Saturno fondò sul Campidoglio una città chia- 


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• n 


64 CAPITOLO HI. 

mata Saturna ; poi venne Italo coi Siracusani, venne Ercole cogli 
Argivi, venne Tibri re degli Aborigeni, vennero Evandro, e il re 
dei Coribanti, e Glauco e Roma e Aventino Silvio, i quali tutti 
fondarono sulla terra di Roma varie città. Ma il luogo più illustre 
fu, sin dalle origini, il Palatino, « in quo omnes postea imperatores 
et cesarea feliciter habitaverunt ». 

Questa storia riferisce per filo e per segno nel suo Libellus de 
quatuor majoribus regnis et Romanae urbis exor dio, Martino 
Polono (5), morto nel 1279 ; nè si può dire con sicurezza s’egli la 
tragga dalla Oraphia o d’altronde, comechè usi nel narrarla quasi 
le stesse parole di quella. Galvagno Fiamma (c. 1344), quanto cir¬ 
cospetto e preciso nel narrare le cose de’ tempi suoi, altrettanto 
facile ad accogliere ogni più solenne stravaganza quando parla dei 
tempi antichi, ripete nel suo Manipulus Florum il racconto della 
Graphia , che chiama liber valde • authenticus (6), confortandolo 
di sue molte ragioni, e lo stesso fa Giovanni da Germenate (7), 
vissuto nella prima metà del XIV secolo. Ma i ripetitori, di solito, 
attingono piuttosto che dalla Graphia , dal Libellus di Martino 
Polono. Cosi Ranulfo Higden nel Polychronicon (8), l’autore del- 

VEulogium (9), l’autore di una cronaca francese intitolata Com- 

% 

pendium Romanorum (10), ecc. Di altri non si può dire se attin¬ 
gono dalla Graphia oppure dal Libellus , benché sia piuttosto da 
credere che da questo. Così il Ramponi nella citata Historia di 
cose memorabili della città di Bologna (11), lo Pseudo Leonardo 
Aretino, in quella grossolana contraffazione della Fiorila d’Italia 
di Fra Guido, che s’intitola L'Aquila volante (12), l’autore di un 


(5) Innanzi alla Cronaca nell'edizione di Basilea, 1559. 

(6) C. IV, ap. Murat., Script., t. XI, col. 540-1. 

(7) Historia de situ , ecc.. c. I, ap. Morat., Script., t. IX, col. 1227. Giovarsi 
Cavallino nel 1. VI, cc. 8*20 della Polistoria parla di tredioi fondatori di 
Roma, che sono : Noè, Giano, Nembroth, Italo, Giove, Fauno, Evandro, Er¬ 
cole, Cimpro, Enea, Latino, A ventino, Romolo, a cui si aggiunge Remo. 

(8) L. I, c. 24. 

(9) Voi. I, p. 409. 

(10) Cod. della Bibl. Nat. di Parigi, Fr. 730, sec. XV. 

(11) Inedita. Cod. deirUniversitaria di Bologna, n. 481, f. 18 v. 

(12) Venezia, 1517,1. II, c. 70. 


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LA FONDAZIONE DI ROMA 


65 


sunto di storia romana a cui va aggiunta una descrizione di Roma, 
contenuto nel cod. Marciano lat., cl. X, CCXXXI. Teodorico En- 
gelhusio sembra attingere da una fonte diversa dalle comuni 
quando dice nel Chronicon : « Hoc tempore Noè, cum filii centra 
Dei et suam voluntatem turrim construere coepissent, ipse cura 
filio suo Jonico ratem adscendens, pervenit ad locum Europae ubi 
nunc est Roma , et ibi constructo palatio, juxta Albulam resedi t, 
ubi nunc est Ecclesia S. Johannis ad Janiculum, a nomine filii sui 
Jano; non longe tandem ab urbe sepultus, ut ait Estadim, anno 
vitae suae DCCCCL ». Questo Jonico (Jonito, Janito) di cui parla a 
più riprese Gotofredo da Viterbo, e che già trovasi ricordato nella 
Historia Se hot ostie a e nelle Revelationes di Metodio, altri proba¬ 
bilmente non è che lo stesso Jano o Giano. 

Raccontando la venuta di Noè in Italia la Graphiae Martino Polono 
citano un Hescodius (altrove Escodius, Estodius, Eustodius) nome nou 
altrimenti conosciuto nella storia letteraria. L’Ozanam gli vorrebbe 
sostituito Esiodo che pure si trova citato (13), ma che sarebbe 
senza dubbio anch’esso nome suppositizio. Nella edizione della 
Cronaca di Martino Polono pubblicata in Basilea il 1559, a He¬ 
scodius fu sostituito Methodius - r ma negli scritti che vanno sotto 
il nome di Metodio nulla si trova che giustifichi tale sostituzione. 

Fazio degli Uberti, introducendo nel c. 12 del 1.1 del Dittamondo , 
Roma a narrare la propria storia, fa ch’ella dica fra l’altro: 

Nel tempo che nel mondo la mia spera 
Apparve in prima qui dove noi stiamo, 

Dopo il diluvio ancor poca gente era. 

Noè, che si può dire un altro Adamo, 

Navigando per mar giunse al mio lito, 

Come piacque a colui ch’io credo ed amo; 

E tanto gli fu dolce questo sito, 

Che per riposo alla sua fine il prese 

Con darmi più del suo ch’io non ti addito (14). 


(13) Docmnents indite, p. 155, n. a. 

(14) Non «piacerà al lettore ch’io trascriva - qui per la sua curiosità un 

Già r, Roma. 5 


*• 


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66 


CAPITOLO III. 


Non so se a tutta questa favola della venuta di Noè in Italia e di 
una città da lui fondata sul luogo di Roma, non abbia per avven¬ 
tura dato origine un monumento che nel medio evo si vedeva nel 
Foro di Nerva, e a cui era stato dato il nome di Arca di Noè (15). 


passo del commento inedito che Guglielmo Capello fece al poema, passo 
che appunto si riferisce al luogo testé citato. Lo traggo da un codice del 
Dittamondo, scritto nel 1437, e conservato nella Nazionale di Torino, sotto 
la segnatura N. I, 5 : * Si come dice Esiodo, e altrove non credo si lega, 
dopo i figliuoli di Noè ebbero edificata la torre de confusione, Noè con 
alchum entrò in nave in furia et arrivò presso al luocho ove è Roma, e li 
edificò una terra e cbiamola dal suo nome Noè, in la quale finì le sue fa¬ 
tiche e la vita. Poi Jano, figliuolo di Jafet e nipote di Noè, e Camese pae¬ 
sano edificarono lo Janicolo. Poi Saturno fugì da Creti per pagnra di Jove 
suo figliuolo et arrivò a le parti ove adesso è Roma, et edificbò in lo monte 
del Capitolio. Italo era venuto poco tempo inan^e et edificata una cita a 
riva a l’Albula che poi fu chiamato Tebero. Hercules, figliolo de Italo, 
come dice Varrone, venendo da Argos de Grecia a quelli medesmi luochi 
edifichò in lo monte Palanteo. Successu temporis venne Evandro da Ar* 
chadia et edificone un’altra lì vicina. Dopo questo venne Roma figliola de 
Enea con gran moltitudine di Troiani, secondo dice Solino, et edifichone 
un’altra. Aventino, re degli Albani, tenne drieto et edifichò in monte Aven¬ 
tino. Glauco, figliolo iuniore di Jove, venne apresso, e pur in lo terreno 
vicino edifichò una cita. Dopo questi venne da levante il re Tibri con molti 
di suoi, et edifichò una cita a la riva del Tevero, e in lo Tevere se anegò, 
e ’l fiume però mutò nome, ove prima se chiamava Albula, poscia se chiamò 
Tebris. Roma ogie comprende tutti septe questi monti in li [quali] forono 
edifichate le cita soprascripte da ditti signori, sì che è da credere che fos- 
sono picholi riducti. 

Janicolo \ 

Tarpeio 1 

Aventino / 

Palanteo > Monte» Romae ,. 

Quirinale ì 

Celion j 

Viminale / 

(15) Giovanni Cavallino, narrata nel 1. VI, c. 8, la venuta di Noè in Italia, 
■soggiunge : * Civitatem construxit nominis sui, et dicitur hodie a romani» 
archa Noe, ubi habetur hodie macellum prope turrim comitum, in qua et 
laboribus et vite terminum dedit ». Quel nome non si comincia dunque ad 
usare soltanto nel XV secolo, come il Jordan crede. Esso pare sia una cor¬ 
ruzione di arcuH Nervae, nome con cui fu designato il tempio di Minerva (le 


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La fondazionc di roma 


67 


Giacomo Malvezzi crede che il Noè che venne in Italia non fu il 
Patriarca, ma un altro (16). 

Galvagno Fiamma narra inoltre, seguendo in parte la Ilistoria 
scholastica di Pietro Comestore (17), come il figliuolo di Noè, 
Janito, peritissimo in astrologia, vaticinasse i quattro imperi, e la 
dominazione del quarto, cioè del romano, sopra tutta la terra. 
« Quo audito Nembrot gigas altissimus, et tyrannus crudelissimus, 
qui turrim Babel propterea erexit cupiditate dominandi altius, ut 
in illa Civitate nomen suum perpetuum haberet, vocavit filium 
suum nomine Camesem, praecipiens ei, ut navigio intraret Italiani, 
et ibi aliquam Civitatem construeret, sperans quod illa foret, 
quae Domina Mundi futura esset. Quibus auditis Cameses, prae- 
cepto patria arctato, navigio intravit Italiam, et in partibus ubi nunc 
est Roma, primus inhabitator fuit » (18). Dopo di lui viene in 
Italia Noè. 


Cotonacee) nel Foro di Nerva. Il Signorili ricorda V epitaphium scriptum in 
oratorio Nervae, in loco qui dicitur corrupto vocabulo arca Noe ad honorem 
Nervae. Dx-Rossi, Le prime raccolte d’antiche iscrizioni, p. 48. Cfr. Jobdan, 
op. cit., voi. Il, pp. 469, 508*4. 

(16) Chronicon, dist. I, c. 1, ap. Mohat., Script., t. XIV, col. 783. 

(17) Liber Oenesis, c. 37. 

(18) Manipulus Florum, c. IV. In certe Cronache latine, le quali si sten¬ 
dono dal diluvio sino all'anno 625 dell’èra volgare, contenute in un codice 
della Nazionale di Torino, segnato H, V, 87, si legge (f. 13 v. t 14 r.) quanto 
segue: 

Quod Noe post diluvium genuit quartum filium qui vocatus fuit Jonatus 
Astrologus. 

Post Diluvium enim prefatus Noe genuit alium filium qui recto nomine 
dictus fuit Jonitus, et alio nomine dictus fuit Ynay, et fuit iste Jonitus 
magnus Astrologus et Propheta. 

Quod ante quam Roma esset prophetizatum fuit de Imperio Romano. 

Qui Jonitus Astrologus multa prophetavit et dixit de quatuor Imperiis 
mundi et maxime de Imperio Romanorum; dicendo quod Imperium Roma* 
norum debebat esse de semine Japhet. Similiter Noe predixit de Imperio 
Romanorum, tunc temporis quando Noe benedixit Alio suo Japhet, dicens 
ei: Tu vocaberis Japhet, quod interpretatur latitudo, et deus dilatabit do* 
minium filiorum tuorum, quia tu dominaberis in Europa, et de te nascentur 
Imperatores et Populi Romani, qui in temporibus erunt domini tocius 
mundi. Et similiter nascentur sanctissimi Pontifices Romani, etc. 




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68 


CAPITOLO III. 


Ma ciò che fa più maraviglia si è ritrovare la leggenda nel libro 

4 

di Pierfrancesco Giambullari, intitolato Origini della lingua fio¬ 
rentina, altrimenti il Getto, e stampato la prima volta in Firenze 
l’anno 1547. Me6ser Pierfrancesco, autore della Storia generale 
d’Europa, e uno dei fondatori dell’Accademia Fiorentina, par quasi 
voglia darsi l’aria d’avere scoperto egli per il primo questo gran 


Quod Cameses gigans filius Nemroth gigantis ex precepto ipsiua patria sui 
intravit partea Ituliae. 

Cum enim Nenroth gigans deoem cubitorum in longitudine audivisset et 
per aeriem bene intellexiaset propheciam et dictum ipains Joniti. et item 
benedictionem ipsius Noe ad filium suum, accensus et incitatus mirabiliter 
et ultra modum amore et desiderio dominandi, habens XI filios probiasimos, 
in quibus erat onua secundogenitus, nomine Camesea, aimiliter gigans un- 
decem cubitorum in longitudine, precepit ipai Cameai filio suo ut lt&liam 
intranet et ibidem civitatem hedificaret, sperane ipsam esse illam civitatem 
que deberet toto mundo dominari. Sed nota quod Italia non babebat adhuc 
aliquod nomen, quia nulla habitacio erat, ymo fuit primo dieta provincia 
Cameaena ab Carnose gigante, qui primo intravit sine mora post preceptum 
patria et ibi habitavit. 

m 

Quod Italia accipit nomen ab Italo Rege. 

Postea dieta fuit Italia ab Italo Jullio rege Siciliae qui fuit filius supra- 
dicti Nenroth et fuit terciogenitua et regnavit in Italia post ipsum Cameaem. 
Et aie de cetero dieta fuit Italia a ipso Italo. 

Quod Noe intravit Italia m. 

Tunc Noe, audiena introitum illius Cameais filii Nenroth, aasumptia aecum 
Japhet, dieto Jano bifronte, filio ano, et Jano bitorporco (sic), filio ipsiua 
Japhet, et magna populorum moltitudine, Italiam intravit anno mundi 
MDCCCLXII. 

Quod Noe in Italia civitatem construxit quam ex nomine suo Noecam ap¬ 
pellami. 

Et iuata locum ubi nunc est Roma ipse Noe civitatem construxit quam 
ex suo nomine Noecam appellavit, in qua diem suum clausit extremum 
anno mundi duomillia et sex anni. 

Quod Noe in fine vite sue fecit quoddam notabile exetnplum. 

Ipse idem Noe cum laboraret in extremis videna quod non poterai plus 
vivere, quia senes erat anuorum DCCCCL, feoit quoddam notabile ad 
exemplum aliorum, videlicet quod vocavit ad se Japhet filium suum prò 
ut habetur in libro Bede, et dixit ei: Fili mi, fac mihi sepulcrum marmo* 
reum ex utraque parte foramina habens talliter quod stent manna mee 
extra aepulcrum extense et vacue in signum et memoriam quod fui do* 
minus tocius mundi, et nihil de ipeo mundo attuli. 


« 


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LA FONDAZIONE DI ROMA 


69 


fatto della venuta di Noè in Italia e mostra di riuscire a tale sco¬ 
perta per via d'induzioni, come potrebbe fare uno storico moderno, 
che, col sussidio della filologia e della mitologia comparata, risa¬ 
lendo di grado in grado, riesca a stabilire alcun fatto della storia 
primordiale. Ecco, in succinto, il suo ragionamento, scopo ultimo 
del quale si è di mostrare che la lingua toscana deriva dall’aramea 
per mezzo dell’etnisca. Anzi tutto si vogliono fissare due punti 
non soggetti a controversia: l’Italia fu, negli antichissimi tempi, 
denominata Enotria, e Giano fu il primo re d’Italia secondo le me¬ 
morie più autentiche. Ora Enotria vuol dire paese del vino, e Jano 
è nome arameo ed ebraico, formato di Jain , che significa vino, e 
di no, che significa famoso. Dunque Jano è l’inventore del vino e 

una stessa cosa con Noè, il quale è pure tutt’uno con Ogige e con 

» 

Cielo, ossia Urano. « Ma che Jano sia veramente Noè lo manifesta 
ancora il suo sepolcro, trovato (dicono) a Roma nel monte Janicolo 
non è molti anni. Perchè in quello, oltre la testa con due visi, ed 
oltre la nave, si vedeva intagliata una vite con molti grappoli di 
uva per conservare quanto più si poteva la memoria di tanto dono ». 
Le due facce simboliche di Giano assai bene si convengono a Noè, 
il quale appartenne a due diverse età, l’una prima, l’altra dopo il 
diluvio (19). Noè venne in Italia 108 anni dopo il diluvio, prima 
assai della confusione babelica, la quale segui poi l’anno 340. 
Saturno più tardi si associò a lui, e allora ebbe principio l’età 
dell’oro (20). 


(19) Eeimo da Viterbo dice nella Historia viginti saeculorum (cod. del¬ 
l'Angelica in Roma, segnato C, 8, 19, f. 1 r.): ‘ Noe qui primo seculo finem 
sequenti initium faciens duos se facies hàbentem sculpi inssit „. 

(20) Origini deUa lingua fiorentina, ed. di Firenze, 1549, pp. 17 segg. Un 
opuscolo del dott. Carlo Giambblu ( Sulle falsificazioni Anniane, breve saggio 
critico, Torino e Pinerolo, 1882) mi fece accorto che il Giambullari attinge 
quanto viene narrando di Noè dal trattatello dello Pseudo Brboso, De his 
quae praecesserunt inundationetn terrarum, inserito da Annio da Vitrrbo 
nelle sne Antiquitates variae. Intorno ad Annio da Viterbo e alle sue pre- 
eunte scoperte di antiche scritture s’è molto discusso, e chi pensò che fa¬ 
citore di queste fosse egli stesso, e chi lo accusò solo di avere scambiate 
per autentiche scritture manifestamente apocrife. Checché sia di ciò, certo 
è che la favola della venuta di Noè in Italia non fu inventata da lui, 


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70 


CAPITOLO III. 


Finalmente Giovanni d’Outremeuse, attingendo a non so che sor¬ 
genti, narra la seguente ingarbugliatissima istoria (21) : « A temps 
de chis Nemprot vient promier Japhet habiteir en Europe; si 
amynat awec ly dois de ses fils, qui furent nommeis Jabam 
et Rachem. Et vinrent awec eaux Janus, li fils Jabam, et Janus, 
li fils Rachem, et pluseurs altres de la nation Japhet, et vin¬ 
rent en droit lieu où la citeit de Romme fut depuis et est 
fondée. — Et edifiat là chascon tabernacles, sicora vilhettes petites; 
et furent toutes nommeis apres leurs nommes des II Janus, ex- 
cepteit une qui fut nornmée Recheane, apres Rachem. Mains ilhs 
n’oirent nient là habiteit unc an, que grant multitude de serpens 
et altres biestes vynemeux les racacherent oultre mere, dont ilh 
astoient venus ». Ma poi Rachem tornò «c par le commandement 
de Dieu qui li envoiat certain signe, par lequeile ilh fist vuidier 
de son pays tous les serpens, et s’en alerent en Orient. Se prisent 
puis ches serpens habitation en la thour de Babel, c’on nommoit 
adont la thour de confusion. — Chis Rachem fist mult de habitation 
en Europ, en la partie c’on nomme Ytalie, où Romme siet » (22). 


giacché cesa si trova un gran pezzo innanzi nella Graphia. Se poi 1’ He* 
scodiua citato da questo sia tutt'uno con quel falso Beroso non si può nè 
affermare nè negare. 

(21) Op. cit., t. I, pp. 6, 9. 

(22) Altre leggende ebbero corso in Europa le quali si rannodavano a 
Noè, o ad alcuno della sua famiglia. Secondo l’antichissima tradizione, 
nella divisione del mondo dopo il diluvio, l’Europa toccò a Jafet, ma si 
credette pure nel medio evo che Cam avesse regnato in Bretagna. Arman- 
nino Giudice dice nel IV canto della Fiorita d'Italia che Jafet, andato in 
Inghilterra, fondò Londra e Chamelot, e che poi le sue genti vennero in 
Italia, dove Corinto fondò Fiesole, Trusco fondò Arezzo, Sutri fondò Sutri 
* e questa fu la prima città che fosse mai nel paese di Roma „. I Bavari 
pretendevano d’essere venuti daH’Armenia, 

dA Nóé ùz der arke gie 

und das olezwl von der tùben intphie. 

( Kaiser eh vonik, ed. del Massmahr, vv. 818-9). Giraldo Cambrrhsr narra nella 
Topographia Hibemica, dist. Ili, c. 1 (Opera, voi. V, pp. 189*40; Ber. brit. 
tn. ae. script.), la seguente istoria: * Juzta àntiquissimas igitur Hiber* 
nensium historias, Caesara neptis Noe, audiens diluvium in proximo fu* 


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LA FONDAZIONI DI BOMA 


71 


Poiché siamo a discorrere delle prime favolose origini di Roma, 
fermiamoci un momento sopra una curiosa leggenda rabbinica, la 
quale esprime assai bene l’odio che, dopo la distruzione di Geru¬ 
salemme, gli Ebrei nutrirono per Roma, e che cosi sovente si 
trova significato nei Talmudisti. Nello Scir hasc&run rabba si 
dice che nel giorno medesimo in cui Salomone sposò la figlia di 
Neco, l’angelo Michele, ministro dell’ira del Signore, piantò una 
grossa canna nel mare, intorno alla quale si raccolse a poco a 
poco la terra su cui più tardi fu edificata Roma. Nel giorno in cui 
Geroboamo eresse i due vitelli d’oro furono in quella terra costrutte 
due capanne, le quali tosto rovinarono. Ricostrutte, rovinarono nova- 
mente. Allora un vecchio, per nome Abba Kolon, disse a coloro che le 
costruivano : « Queste capanne non si reggeranno finché voi non me¬ 
scoliate la terra con acqua dell’Eufrate ». Il vecchio parte e procaccia 
l’acqua, la quale, mescolata col limo, fa si che le capanne si reg¬ 
gano. Nel trattato Avóda fava del Talmud Gerosolimitano si dice 
che le due capanne furono costruite da Romolo e Remo. Nel 
Medras 1 illim si dice che Romolo e Remo costrussero due grandi 
capanne ; ma nel trattato Seiabbath non si parla che di una ca¬ 
panna sola. Nel Kol bóchim è l’angelo Gabriele quegli che pianta 
la canna (23). 

Per finirla con le leggende che si riferiscono a tempi antero- 
raulei, riporterò ancora un passo curioso della Cronica di Alfonso 


tanno, ad remotissimas occidente insulsa, quas necdum quisquam hominum 
h&bitaverat, cum suis complicibus fugam navigio destinaverat ; sperane, 
obi oumquam peccatum perpetratum fuerat, diluvii vindictam locum non 
habere. Amisela itaque quas in comitato habebat naufragio navibus, una 
qua cum viris tribus et quinquaginta mulieribus vehebatur, nave super¬ 
stite, primo ante diluvium anno ad Hibernica litora forte devenit. Sed 
licet acute satis et laudabili in femina ingenio, fatalitatem declinare sta- 
tuerit, commnnem tamen interitum et fere generalem nullatenus potuit 
evitare. Litus igitur in quo navis illa primum applicuit, navicularum litus 
vocatur, et in quo praefata tumulata est Caesara, usque hodie Caesarae 
tamulus nominatur 

(23) V. Eisknmkkgkb , Entdecktes Judenthum, Kònigsberg, 1711, voi. I, 
pp. 736-7, 778. Questa leggenda è riportata anche da G; G. Bbbdow, Rabbi¬ 
niche Mythen, Erzdhlungen und LUgen , 2* ed., Weilburg, 1833, pp. 119-20. 


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72 


CAPITOLO III. 


il Savio. Nel c. XCIX, della parte i‘, si legge quanto segue : 
« Otros cuentan en las estorias antiquas de Espafia que quando el 
rey Rocas andnvo por el mundo buscando los saberes, assi corno 
es ya contado en el comienco de està estoria de Espafia, que vino 
por aquel logar do despues fue poblada Roma, è escrivio en dos 
marmoles quatro letras, las dos en el uno è las dos en el otro que 
dezien Roma, è estas fallo hi despues Rornulo quando la poblo, è 
progol mucho porque acordavan con el su nombre, é pusol nombre 
Roma » (24). Cosi più tardi, secondo che nella stessa cronaca si 
legge (c. VI), Giulio Cesare edificò Siviglia per certa indicazione 
che trovò fatta da Ercole sopra una lapide. 

Non mi fermo sui successori di Enea, intorno ai quali tanto già 
avevano favoleggiato gli antichi. Il medio evo non li dimentica; 
ma ne stravolge i nomi nelle più inaspettate, e spesso nelle più 
comiche guise. Dei tempi di Enea e delle guerre da lui combattute, 
si credette d’aver trovato, verso l’anno 800 secondo Elinando, nel- 
PXI secolo secondo Guglielmo di Malmesbury, un curioso testi¬ 
monio; il corpo cioè di Fallante, con quest’epitafio : 

Filius Evandri Pallas, quem lancea Turni 
Militis occidit more suo, iacet hic. 

11 corpo, mirabilmente conservato, era gigantesco; la ferita in 
mezzo al petto misurava quattro piedi e mezzo (25). Ma veniamo 
oramai a Romolo e a Remo e alle leggende che li riguardano. 

Al pari degli altri più famosi eroi Romolo e Remo sono ricor- 


(24) Chi vuol sapere chi fosse questo re Rocas veda il c. XI di questa 
medesima parte 1*. 

(25) Cf. Des Geritasiut von Tilbury Otta Imperialia, in eintr Auswahl neu 
heramgegeben und mit Anmerkungen begleitet von Fxlix Liebeecht. Annovria, 
1856, p. 78, Anm. 14. La narrazione di questo ritrovamento è frequente 
uei cronisti del medio evo, ma non nei cronisti soltanto. Hbibbich vob 
Weldeke ricorda il fatto nella sua Eneide (ed. di L. EttmOlleb, Lipsia, 
1852, p. 225), ponendolo ai tempi della spedizione di Federico Barbaroa*a 
in Lombardia. Felice Fadbh lo pone ai tempi di Enrico li (Eoagatorium in 
Terrae Sanciae peregrinationem, voi. Ili, p. 52, ed. di Stoccarda, Bibliothek 
des lite rari schen Vereitts). 


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LA FONDAZIONE DI ROMA 


73 


dati e celebrati nel medio evo. Guiraut de Calanson, nel conosciu¬ 
tissimo ensetnhamen dove enumera le storie che il giullare non 
deve ignorare, fa pure ricordo 

De Romnlus 
E de Remus 

Cil que feron Roma bastir. 

Di Romolo dice Fazio degli Uberti nel Dittamondo (20): 

Bel fu del volto, di membri e del busto, 

Forte, leggiero e di grand’intelletto, 

E temperato molto nel suo gusto. 


Va da sé che in pieno cristianesimo non si poteva più credere 
alla favola gloriosa degli amori di Marte e di Rea Silvia. Ciò non¬ 
dimeno Giovanni d’Outremeuse racconta ingenuamente la strana 
storia che segue, probabilmente da lui medesimo immaginata (27) : 
« Item, l’an David III* et VI, astoit aleis joweir li roy Amilius des 
Latins en la citeit de Remech, et là engenrat-ilh en corps de sa 
femme, le XV jour de may, à une fois II enfans lesqueiles furent 
al chief del terme neis en une altre citeit qui oit noin Romecli; 
et, quant li roy veit que sa femme Oderne estoit delivrée de dois 
enfans marles, se nommat le promier qui nasquit, selonc la citeit 
de Romech en laqueile ilh astoit neis, Romelus; et l’autre ilh 
nommat Remus selonc le nom de la citeit de Remeche, où ilh 

furent engenreis. Item, l’an David III* et XXV, transmuat Mars 

le dieu des batailhes et li dies des Latins, les figures Romelius et 
Remus en la serri bianche des figures de Romelus et de Remus, les 
enfans le roy Amilius, tout entirement de corps, de vestimens, de 
parolles, de sens et de tout; et se les fist demoreir avec le roy 
une nuit en dormant, si que le matinée ilh furent ausi adeistre 
à la court que doncque fussent les altres. Et les aultres, qui 
astoient drois fis de roy, ilh mist demoreir avec Laurenche, en la 


(26) L. I, c. 17. 

(27) Op. eit ., t. I, pp. 52-54. 


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*v.- 


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a 




74 


CAPITOLO III. 


maison le pastour, ensyment transmueis. Et chu fist-illi portant 
que li roy Amilius devoit morir, qui morut l’an del coronation le 
roi David IIP et XXVI ». 

Giovanni Mansel nella Fleur des Mstoires dice di Rea Silvia 
supposta gravida di Marte : « Et peut estre qu’elle fut illusée ou 
oppriraée d’ung deable incube ». Antonio Cornazzano invece, rife¬ 
rita l’antica storiella, soggiunge argutamente (28): 

Se pur tal cosa favola si crede, 

La madre è da lodar per l’inventiva 
Che del sno stupro a dio la colpa diede. 

In una storia latina manoscritta che si conserva nella Nazionale 
di Torino (cod. E, V, 8) si legge (f. 1. r., col. 2*) : « Romulus et 
Remus nati occulto coitu ex Helia Alia Numitoris », ma nel Com¬ 
mento alla Divina Commedia d'anonimo del secolo XIV (29) si 
dice schietto schietto : « La verità fu che un chierico della chiesa 
ebbe a fare con lei, et di lui et di lei nacquono Romolo et Remo ». 

La favola della lupa nutrice (30), già messa in dubbio dagli an¬ 
tichi (31), trova ancor essa pochi sostenitori, e si che l’ammetterla 
per vera non doveva sembrare troppo difficile nel medio evo, 
quando più casi consimili si raccontavano dagli storici (32). Bru¬ 
netto Latini cosi ne ragiona nel Tesoro (33) : « Et parce que 
maintes estoires devisent que Romulus et Remus furent né d’une 


(28) De illustritim rirorum principile, 1. II, c. 1. 

(29) Bologna, 1866*74 ( Collezione di opere inedite e rare dei primi tre secoli 
della lingua), voi. I, p. 38. È noto che questo commento, per la massima 
parte, è tutt'uno con quello di Jacopo della Lana. 

(80) Circa il mito v. Libbbkcht, Romulus und die Welfen , nel volume inti¬ 
tolato Zur Volkskunde, Heilbronn, 1879, pp. 17-25, oppure nella Germania 
del Pfbiffbb, voi. XI, pp. 166 segg. 

(81) Tito Livio dice, 1. I, 4: * Sunt qui Laurentiam vulgato corpore 
lupam inter pastores vocatam putent: inde locum fabulae ac miraculo 
datum ,. 

(82) Basti un esempio. Nel Chronicon Sancii Petri si narra di un fanciullo 
rapito, nutrito, e, cosa ben più maravigliosa, educato dai lupi. Ap. Mkn- 
ckbnius, Script., t. Ili, col. 313-4. 

(88) Li Livres dou Tresor , ed. dello Chabaillb, Parigi, 1863, p. 43. 


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LA FONDAZIONE DI KOMA 


lue, il est bien droiz que je en die la veritó. Il est voirs que quant 
il furent né, l’on les gita sor une riviere parce que le gent ne 
s’aperceussent que lor mere eust conceu. Entor cele riviere manoit 
une feme qui servoit à touz communement, et tels femes sont 
apelées en latin lues. Cele feme prist les enfanz et les norri molt 
doucement; et por ce fu il dit que il estoient fil d’une lue, mais 
ne estoient mie ». Cedreno narra invece (34) che la nutrice di 
Romolo e Remo fu una guardiana di pecore. Donne si fatte si chia¬ 
marono lupe, perchè use a vivere nei monti fra i lupi. Non so 
quale fortuna tale opinione s’abbia avuto in Oriente ; ma in Occi¬ 
dente, quella che Brunetto Latini espresse in forma si categorica, 
prese il sopravvento. Armannino Giudice dice brusco e succinto 
che la nutrice dei figliuoli di Rea « fu una grande puttana, ma li 
autori volsero parlar di loro cortesemente » ; e ancora : « perchè 
ella era la maggior puttana del paese per la gente si chiamava 
lupa ». Giovanni d’Outremeuse, eclettico e conciliativo, racconta 
che i due fanciulli furono allattati e da una lupa e da Acca La- 
renzia, per cagione de’ suoi costumi soprannominata lupa. Ciò non 
di meno la lupa, quale emblema delle loro origini, fu sempre cara 
ai romani, anche nei tempi di mezzo. Benedetto di Sant’Andrea, 
il quale scriveya intorno al mille, parlando di un luogo del Late- 
rano cui davasi nome Ad lupam , ricorda due volte che la lupa 
era detta madre dei Romani (35). 

Romolo fonda Roma riunendo in una le molte città costruite da’ 
suoi precedessori, e chiamandola dal proprio suo nome (36). A 


(34) Historiarum Compendium, ed. di Bonna, 1828-9 {Corpus script, hist. 
byzant.\ voi. I, p. 257. 

(35) Chronicon, ap. Pkrtz, Script., t. Ili, pp. 712, 720-1. 

(36) In certa «toria de Troia et de Roma, scritta in dialetto napoletano, 
e contenuta in nn codice Gaddiano della Laurenziana, segnato CXLV11I 
(sec. XIII), si dice a proposito del nome di Roma: * Vole homo dicere ka 
Roma fo nna femina nobilissima Troiana ke fugio de Troia et venne a 

questo loco lo quale se dice Roma. Et ad li Romani sappenno rio de Roma 

* 

ke era capo de lo munno avesse nome da femina dissero soppena de lo 
capo ke Roma magi se non clamasse da nome de femina e da tucti li Ro¬ 
mani fo tacnto ,. 


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76 


CAPITOLO 111. 


compiere la nuova città si richieggono numerosi artefici e copiosi 
materiali. Non si voleva credere che Roma nel suo principio altro 
non fosse stata che un povero villaggio e un nido di malandrini. 
11 solito Giovanni d’Outremeuse racconta (37): «Sor l’an del co- 
ronation le roy David III* e XLV1I, coramenchat Romelusà edifier 
la grant citeit de Romme; si mandat ouvrirs par tout Europ, et 
assembla toute la mateire que ilh besongnoit à son ouvraige; se 
fiat encloire de murs toutes les citeis que ses devantrains avoient 
fondeit, dont la plus grant astoit Eneach, que Eneas fondat; et 
toutes les altres qui là altour astoient fondées, por tant qu’ilh gi- 
soient toutes en unc reon à une liewe ou demy pres, et si eh 
estoit par corapte XXXVI citeis, encloyt ou fist encloire Romelus ; 
et fist une seule citeit, et leurs tollit leurs noms, quant elle fut 
parfaite, et appellat selonc son nom celle citeit Rome, et encor 
at-ilh à nom Romme ». Ciò avvenne l’anno del mondo 1111“ 1III* 
1111“ IIII, cioè 4484. Secondo Armannino Giudice Romolo e Remo 
mostrassero Roma quando già avevano conquistate molte terre, edf 
erano venuti in grande signoria. « Ora sono gli due fratelli in molto 
grande stato. Molte e molte terre si sommisero. Tanto cresciette 
la loro grande possa ch’egli pensarono di fare nuova ciptade la 
quale fosse chapo di tucto il reame. Consiglio n’ebero da loro in¬ 
dovini ove meglio fare si dovesse la ciptade per migliore sito e 
per più fertile luogho, per buon augurio e sotto migliore pianato. 
Subitamente apparve una aguglia sopra quello luogho dove è oggi 
Roma rotando intorno al cerchiovito, facciendo lo suo giro. Questo 
fece dalla mattina insino a sera. Gl’indovini dissero apertamente 
che questo era miracholo da dio per dimostranza che la ciptade 
fare si dovesse proprio in quello luogo sopra ’l quale l’aguglia gi¬ 
rava, e che quell’aguglia mostrava che quella ciptà che fare si 
dovea in quello luogho sarebbe chapo, guida e maggiore sopra ogni 
altra terra. Quivi allora fu chominciata la nobile ciptade la quale 
fu ed è por excellenza chapo del mondo» (38). Nelle già citate 

(37) Op. cit., voi. I, p. 56. 

(38) Fiorita d'Italia, conto XXV11I, cod. della Laurenziana, pi. LXI1, 12 
(scritto nel 1325), f. ‘212 w, 213 r. 


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LA FONDAZIONE DI «DMA 


77 


cronache latine, contenute nel manoscritto H, V, 37 della Nazio¬ 
nale di Torino, si dice (f. 26 r.) che Romolo e Remo fondarono 
Roma con la speranza che s’avesse ad adempiere per essa la pro¬ 
fezia di Jonito e ima rivelazione fatta ad Enea. In pochi giorni 
Roma, il cui muro girava ventidue miglia, ed era munito di tre- 
centosessanta torri, soggiogò tutte le città e i castelli vicini. Se¬ 
condo Cedreno, Romolo divise la città in quattro parti in onore dei 
quattro elementi, e costrusse un circo le cui dodici porte simbo¬ 
leggiavano i dodici segni dello zodiaco, e l’altre parti rappresen¬ 
tavano la terra, il mare, l’orto, l’occaso, il corso dei sette pianeti, 
il cielo. L’uso dei colori, onde si distinsero le quattro fazioni, Pra¬ 
lina, Veneta , Alba e Russata , risale sino a lui (39). Costantino 
Manasse (XII Secolo) racconta (40) che Romolo segnò i confini 
della città con un aratro cui erano aggiogati un toro e una gio¬ 
venca, il toro dalla parte esterna per significare gli uomini dover 
essere formidabili agli stranieri, la giovenca dalla parte interna per 
significare dover le donne essere feconde e fedeli ai loro mariti. 
Romolo tolse pure una zolla fuor del confine, e la gettò dentro 
alla città augurando che questa potesse allargarsi a spese altrui (41). 


(39) Histor. Contpend., p. 259. Lo stesso si narra nel Chronicon Fave ìtale, 
ed. di Bonna, 1832, voi. I, p. 206, e da Michzls Glica negli Annali, ed. di 
Bornia, 1886, p. 266. 

(40) Compendiutn ckronicum , ed. di Bonna, 1837, vv. 1623-30. 

(41) Nell’anonimo frammento del poema francese di Brut pubblicato da 
C. Hovxabb e C. Vox.Lxfc.Lia, la storia di Romolo e Remo è narrata in 
modo assai romanzesco ( Der MQnchener Brut, Halle a. S., 1877, vv. 3817 
e aegg.). Proca ebbe due 6gliuoli, Amnlio e Nona ito re. Venuto a morte, 
egli vuole che Tono dei figliuoli abbia il regno, l’altro le ricchezze. Amulio 
rimette in Numitore la scelta, e questi avendo anteposte le ricchezze al 
regno, quegli si riman re. Ma il buon accordo non dura a lungo. Sospet¬ 
tando voglia spogliarlo della signoria, Amnlio sbandisce il fratello, e i due 
figlinoli di lui Sergesto e Silvia tiene presso di sè oon animo di disfarsene, 
giacché un indovino gli aveva annunziato che da discendenti di Numitore 
gli sarebbero tolti il regno e la vita. In fatti, dopo non molto, Amulio 
uccide Sergesto a tradimento in un bosoo, e Silvia costringe a farsi sacer¬ 
dotessa di Vesta. Un giorno, essendo andata ad attingere acqua pei bisogni 
del tempio, Silvia bì addormenta presso alla fonte, e nel sonno ha una 
meravigliosa visione, oscuro presagio della futura grandezza di chi deve 


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78 


CAPITOLO III. 


Roma, sin dal suo primo nascere opulenta e magnifica, non fu 
popolata di pastori e di banditi, ma di varie stirpi generose, e di 
molti nobili uomini. A tale proposito dice la Qraphia: « Anno 
autem ceco. xxx. in. destructionis troianae urbis expleto, Romulus 
Priami Troianorum regis sanguine natus, xxii. anno etatis sue, xv. 
Kal. maias omnes civitates iam dictas muro cinxit, et ex suo no¬ 
mine Romam vocavit. Et in ea Etrurienses, Sabinenses, Albanenses, 
Tusculanenses, Politanenses, Telenenses, Ficanenses, Janiculenses, 
Caraerinenses, Capenati, Falisci, Lucani, Ytali, et omnes fere no- 
biles de toto orbe cum uxoribus et filiis habitaturi conveniunt » (42). 
In quella strana farragine storica che va sotto il nome di (Tioseffo 


nascere da lei. Giunge in quella un cavaliere, il più valoroso nell*armi 
che vivesse a quel tempo, chiamato Marte, figliuolo di Giove. Costui, colta 
la donzella nel sonno, la stupra e la rende incinta. In capo di nove mesi 
nascono Romolo e Remo ; ma Amulio ordina che sieno gettati nel Tevere 
e la madre fa sotterrare viva. Acca Larenzia, pe’ suoi costumi detta lupa, 
nutrisce ed alleva i gemelli, i quali, fatti grandi, e venuti in nominanza, 
uccidono Amulio e fondano la città di Roma, popolata principalmente di 
ladroni. A tal punto s’interrompe il racconto e il poema. La storia di Ro¬ 
molo e Remo si narra anche nell’olandese Leken Spiegel (1* I, cc. 42-3; 
Werken uitgegeven door de Vereeniging ter bevordering der onde nederlandsehe 
Letterkunde, Leida, 1844-8). I due gemelli sono salvati dalla lupa, poi alle¬ 
vati da Acca Larenzia. Romolo fondò Roma dopo la morte di Remo (non 
-si dice come questi morisse), in un luogo ove sorgevano già undici città. 
Roma ebbe molte porte e il suo muro girava quarantadue miglia. Fu po¬ 
polata di tutta la nobiltà d’Italia. Sia qui notato che la leggenda di Ro¬ 
molo e Remo ne suscitò qualcuna simile a sè nel medio evo. L’eroe di un 
poema romanzesco francese, Guglielmo di Palermo, fu, da bambino, rubato 
da un lupo manaro (loupgarou) e portato in una foresta vicino a Roma, 
dove gli preparò un lettuccio nella sua tana, e per più giorni lo nutrì, 
finché un pastore, avendolo trovato, lo portò a sua moglie, che lo allevò. 
Non manca uno zio, il quale, prima del caso, desiderava la morte del bam¬ 
bino (Guillaume de Paterne, pubblicato dal Michzlant per la Société dee 
anciens textee francate, Parigi, 1876, vv. 51-260, 342-61). 

(42) Mastino Polono altera ed abbrevia: * Et in ea (sci), urbe Roma) 
Sabinenses, Albanenses, Thusculanenses, Policanenses, Colenenses, Cita- 
nenses, Camerinenses, Campenati, Lucani et omnes pene nobiles ex Italia, 
cum uxoribus et filiis convenerunt ibi habitaturi ,. Giacomo da Acqui si 
scosta e dalla Qraphia e da Martino Polono: ‘ Convenerunt autem ibi 
septem reges palatia et diversas urbes edificantes, videlicet: sabinensis, 
albanensis, turbanensis, ypolitanensis, celanensis, cameranensis et campa- 


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LA FONDAZIONE DI BOMA 


79 


Gorionide si narra che Romolo per paura grande che ebbe di Da¬ 
vide, cinse con un muro di quarantacinque miglia di giro la città 
da lui fondata. Vi si accenna anche a una guerra combattuta fra 
Romolo e Davide, ma non si dice quale ne fosse l’esito (43). 

Due diverse leggende corsero nell’antichità sulla morte di 
Remo (44). Il medio evo accolse ora l’una, ora l’altra, ma diede 
anche lo spaccio a qualche nuova finzione. Secondo una leggenda 
nata, senza dubbio, in Francia, Remo, separatosi dal fratello, fondò 
la città di Reims, la quale sorpassava di gran lunga Roma in bel¬ 
lezza e in ricchezza. Tornato dopo alcun tempo a Roma, varca 
con un salto l’umile muro della città, ed è dal fratello fatto mo¬ 
rire. Il figlio di Remo uccide poi lo zio e regna in suo luogo. 
Questa storia si trova ora con una, ora con un’altra variante, nel 
romanzo francese à'Athis et Prophilias , in Giovanni d’Outremeuse, 
nei Faiclz merveilleux de Virgille , nel Virgilius inglese (45) ecc. 

et Prophilias la storia è narrata nei seguenti ter¬ 
mini (46): 

Et Remus s’en ala en France, 

Une cito fist par poissapce; 

Quant il [1’] ot assise e fondee 
En son non l’a Rains apelee. 


nensis et omnes nobiles de Ytalia. Vnde Romulus anno aetatis sue XXIX. 
videlicet vel VI° kalendas madii et anno lIII e et liiii, post eversionem Troye 
omnes predictas nrbes regales et eornm palatia muris percingere cepit, et 
ex sno nomine Romam vocavit ,. 

(43) Jonppoa, site Joskpht Bkn-Gorionis Historiae judaicae libri sex. Ex 
Hebraeo Latine vertit, Praefottone et Notis illustrava Johannes Gagnirr, A. M. 
Oxonii, MDCCVI, 1. I, c. 3. 

(44) Cf. Tito Litio, 1. I, 7. Martino Polono si contraddice a questo prò* 
posito nel già citato LibeUus, giacché prima dice che Roma fu fondata da 
Romolo e Remo ed ebbe da essi il nome, poi, che Romolo prese a cingere 
di moro le città costruite dai suoi predecessori quando Remo era già morto ; 
finalmente, citando Livio, riferisce tutt'e due le tradizioni antiche. 

(45) Thoms, Early English Prose Romances , 2* ed., Londra, 1858, voi. II, 
pp. 21-4. 

(46) Cod. della Bibl. Nat. di Parigi, Fr. 375, f. 120 v., col. 2*-4\ Questo 
racconto manca al frammento tedesco dell’^Mis e Prophilias pubblicato da 
Gcouruio Grimi* negli Atti dell*Accademia di Berlino , 1844, 1852. 



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80 


CAPITOLO III. 


• ••••••••• 

A Rains estut Remus Ione tens, 

Tant qu’il lì vint en son pourpens 
Qu’il iroit Rome veoir, 

A Romulus qu’il veut savoir 
Comment il maintenoit sa tere, 

Se il i a ou pais ou guerre. 

A Rome en est venus Remas, 

Grant joie en maint Romulus, 

Li eitoien de la cita 
En ont grant joie demene. 

A Rome avoit ja moult de gent, 
Forment poeplee espessement, 

Encor erent li mur moult bas 
Entor la vile par compas. 

Romulus ot devant jure 

. 1 . grant serment par grant fierte, 

Pour 90 U que bas erent li mur, 

Qne cil dedens foissent seur, 

Que cil que les mura tressaurra 
Que la teste li trencera, 

D n'en perdra ja mention, 

N’autre gage si le cief non. 

. 1 . soir s’aloit esbanoiier 
Remus avoec .1. cheralier 
Entor le[ 8 ] murs de la cite 
Que encor erent bas et le, 

Les murs aloient esgardant, 

Et la faiture derisant. 

Remus dist. .1. mot de folie: 

* Cist mur ne m’atalentent mie. 

Que valent mur qui ne sont haut, 
Qui ne pueent soufrir assaut? 

11 sunt trop bas desor la tere, 

Ne pueent pas soufrir grant guerre „. 
Il ne sot mot del sairement 


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LA FONDAZIONE DI ROMA 


81 


Qui ert jures novelement, 

Si dÌ8fc que les mure tressaudra 
Que ja rien n’i atoucera. 

Dist ses compains: * Je ne cuit mie 
Qu’il ait home en ceste vie 
Qui li devroit le cief tolir 
Qui les mure peust tressalir 
Quant Eemus Tot s’est desfubles. 

Puis li a dit: * Or esgardes „. 

Cele part vint tos eslaissies, 

Par son le mur sailli em pies 
Ou avoit . 111 . toises de le, 

De l’autre part emmi le pre. 

Quant il ot cele cose faite 
Moult tost fu a Rome retraite. 

Quant Romulus vit que Remus 
Ot en8Ì tressailli les mure, 

Le cuer ot plein de felonnie, 

Sempres li porte grant envie, 

Paor a qu’il ne claint sa tere, 

Et qu’encor ne li face guerre, 

Les diex eu jure u il s’atent 
Qu’il l’ocira sans jugement. 

Ses castelains et ses barons 
A devant lui trestos semons, 

Dist qu’il ne veut sa loi fauser, 

Ne son sairement parjurer. 

De son frere la teste a prise, 

Moult en a fait aspre justise. 

Or commenda la felonnie, 

La malvaistés, la symonie, 

Qui jamais de Rome n’istra 
Tant com li siecles durerà. 

Notisi che parecchi padri della Chiesa rinfacciarono a Roma il 
parricidio da cui ha principio la sua storia. Nei Faiclz merveil- 

O %at, Roma. 0 


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82 


CAPITOLO III. 


leux de Virgille, nel Virgilius inglese (anche nel Virgilius olan¬ 
dese, Amsterdam, 1552?) Romolo è colto da grande invidia quando 
viene a risapere che le mura di Reims erano tanto alte che una 
freccia non avrebbe potuto raggiungerne la sommità, mentre quelle 
di Roma erano così basse che con un salto si potevano varcare. 
Romolo decapita il fratello con le proprie sue mani, poi va e di¬ 
strugge Reims. La vedova di Remo la ricostruisce molto più bella 
e più forte di prima. Remo secondo, figlio dell’ucciso, leva un eser¬ 
cito, entra senza contrasto in Roma, decapita a sua volta lo zio, 
ed è fatto Imperatore (47). Allora Roma ebbe mura e fossati, e molti 
superbi edifizii, e fu abitata da varie genti, e acquistò gran nome 
c grande possanza. In una cronica francese manoscritta che si con¬ 
serva nella Nazionale di Torino (cod. L, II, 10, f. 80 r.) Remo passa 
in Gallia mandatovi dal fratello, mentre Giovanni d’Outremeuse 
racconta (48): « Romelus, par tant qu’ilb nasquit devant, voloit 
estre roy tot seul. Si encachat son frere, et fist crier .1. ban par 
tout son rengne, qui poroit Remus, son frere ochire, ilh le feroit 
riche home ». Remo fugge in Gallia, fonda Reims, poi ritorna per 
chiedere a Romolo genti da popolare la sua città. Un pastore lo 
riconosce e lo uccide, ma Romolo fa impiccare il pastore. Il do¬ 
menicano Roberto Holkot (m. nel 1349), facendo una confusione 


(47) A proposito del parricidio che macchia le origini di Roma, e di altre 
uccisioni che poscia infamarono la città, si legge nella Bible de Guiot de 
Provinb (vv. 743-56, ap. Babbazan e Mèon, Fabliaux etc.): 

Dea Remains n'est-il pa s merveille 
S'il aont fox et malioieux, 

La terre le doit et li lienx ; 

Cil qui primea i asserablerent 
La felonio i aporterent. 

Ro mulus aon frere i ocist, 

Qui trop grant orualté i fiat ; 

Et Julius Cesar i fu 
Murtri, ice est bien aéu, 

Qui tot le mont avoit conquis; 

Nua ne fu onquea de aon pria; 

Et Neirona i ocist aa mere, 

Et pula Seint Poi, enprèa Saint Pere ; 

Et Saint Lorena i fa rostis. 

(48) Op. cit. t voi. I, pp. 54-5. 


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83 


LA fOHDAZIONK DI ROMA 

I 

. • 

assai strana della storia di Romolo e di Remo con quella degli 
Orazii e de’ Curiazii, dice nel Liber moralizationum historia- 
rum (49) che i due fratelli decidono del primato ponendo ciascuno 
a combattere tre campioni (50). 

In Oriente sembra essersi diffusa un’altra leggenda abbastanza 
curiosa, la quale ha probabilmente radice in ciò che si narra della 
espiazione del fratricidio compiuta da Romolo nelle feste Lemurie. 
La trovo anzi tutto nel Compendiami hisioriarum di Cedreno (51). 
Remo essendo insorto contro Romolo, questi lo fece morire, il che 
fu causa di grandi turbazioni nella città. L’oracolo Pizio fece in¬ 
tendere a Romolo che a farle cessare era mestieri si togliesse col¬ 
lega nel reggimento il fratello morto. Romolo fece fare una statua 
d’oro nella quale si riconosceva effigiato il fratello, e collocatala 
a canto alla propria, cominciò a dire ogniqualvolta esercitava la 
regale potestà : Noi-ordinammo, noi decretammo, noi permettemmo; 
con che la città tornò in quiete. Lo stesso su per giù si ha nel 
Chronicon Paschale (52), e negli Annali di Michele Glica (53). 

Un’altra leggenda, orientale ancor essa, merita di esser qui ri¬ 
cordata. Nelle Pevelationes che vanno sotto il nome di Metodio 

(49) Ed. del 1586, tmoraliUu XI. 

(50) In on codice Marciano delle Moralizationes (lat. c). Ili, LXXV, f. 27 c.) 
non si dice che il competitore di Romolo sia Remo, nè che Romolo abbia 
arato parte alcuna nella fondazione della città: * Narratur in gestis Ro- 
m&noram qood com Romolus intravit civitatem Romanorom voluit in ea 
regnare et voluit de ea habere dominium ; sed foit ibi onus qui max imam 
partem civitatis haboit per se et sibi contradixit et resiatit quod non re- 
gnaret in civitate, nec haberet domininm, ita quod maxima discordia orta 
est. Ex hoc tandem, ex mutuo consenso utriusque partis ordinatum fuit 
quod (per) tres milites ex parte Romuli intrarent campum ad pugnandum 
et tres ex alia parte, et cuius milites haberent victoriam ille regnaret in 
cintate et haberet dominium ipsius. Quo facto, Romulus misit tres milites 
in campum et alter etiam misit tres alios milites. Et in primo progressu 
(1. congresso) istorum militom occisi fuerunt duo milites ex parte Romuli, 
et tercius fugam peciit, et dum sic fogeret post se perspexit et vidit alios 
iasequentes, ipse rediit, et primum eorum occidit, postea 2“ et 8“, et sic 
dominium restabat Romolo et postmodum civitatem in pace possedit ,. 

(51) Ed. cit., p. 258. 

(52) Ed. cit., voi. I, pp. 204-5. 

(53) Ed. cit, p. 266. 


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84 


CAPITOLO III. 


si narra (54) che Romolo, altrimenti detto Armelo, sposò Bisanzia, 
figlia di Bisas re di Bizanzio, e di Chuseth, figlia del re Phool di 
Etiopia, e madre di Alessandro Magno. Romolo donò Roma alla 
sposa, del che gli ottimati suoi furono molto sdegnati. Da queste 
nozze nacquero tre figliuoli, Armelo, che regnò poi in Roma, Ur¬ 
bano, che regnò in Bizanzio, e Claudio, che regnò in Alessandria. 
Lo scopo precipuo di questa poco sensata finzione, bizantina di 
origine, senza dubbio, si è di venire in appoggio dei diritti che 

4 

gl’imperatori vantavano su di Roma e su tutto l’impero romano. 

Nel medio evo si mostravano in Roma i sepolcri di Romolo e 
di Remo, quello nella Naumachia dell’antico Campo Vaticano, ac¬ 
costo a San Pietro, questo fuori la Porta Ostiense, a ridosso delle 
mura, e propriamente nella piramide di Cajo Cestio {meta) che 
tuttora sorge in quel luogo. Ma la collocazione e la denominazione 
dei due sepolcri sono, nelle scritture e nelle piante di que’ tempi, 
tutt’altro che costanti, e la piramide di Cestio si trova designata 
anche come sepolcro di Romolo. L’Anonimo Magliabecchiano pone 
il sepolcro di Remo presso a Santa Maria in Cosmedin (55). Che 


(54) Maxima Bibliotheca veUrum patrum, ed. di Lione, t. Ili, p. 727. Circa 
l’autore di questo scritto e il tempo in cui fu composto si disputò lunga¬ 
mente- Chi Tattribuì a Metodio Patarense, che fu martire nel 311 o 312, 
chi a Metodio il Confessore, Patriarca di Costantinopoli, morto nell’846, 
chi a Metodio di Tessalonica, apostolo degli Slavi, vissuto anch'egli nel 
IX secolo, e chi ad altri Metodii, vissuti nel XIII e XIV. Il Gutscbiud lo 
giudica della prima metà del secolo Vili, il Ribzlbb e il Dòllihobb credono 
appartenga all'XI. Chi più forse s’approssima al vero è lo Zbzschwitz, che 
lo stima del IX ( Vom RSmischen Kaiaertum deutaeher Nation, Lipsia, 1677, 
pp. 8, 68, 70-73). Io ebbi tra mani un codice unciale della Barberina (se¬ 
gnato XIV, 44), certo non posteriore al IX secolo, il quale contiene le Re- 
velationee mutile in fine. 

(55) Cito direttamente dal manoscritto ohe si conserva nella Nazionale 
di Firenze, F. 33 v.: ' In almachia idest iurta sanctam mariana cosmedinam : 
et eBt meta, quae ut dicitur fuit sepulchrum Remuli : qui mandato Romuli 
in Jano mortuus fuit: et de meta praedicta: sicut iam dizi, dubito quod 
non fuit Remuli per Romulum facta: quia illis temporibus Romnlus et sui 
non erant tantae potentine: al iam ethimologiam sibi non invenio de qua 
quidem facere poposci: sed sit quod vult, mirae pulchritudinis fuit in lapi- 
dibus marmoreis tabulata. De quibus tabulis ornatimi et constructum fuit 


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r* 



LA FONDAZIONE DI ROMA 85 

la piramide di Cestio fosse il sepolcro di Remo fu creduto ancora 
dal Petrarca (56). 

Tali, in parte, erano le leggende narrate un tempo dalla buona 
madre, che 

.traendo alla rocca la chioma 

Favoleggiava con la sua famiglia 

Dei Trojani e di Fiesole e di Roma (57). 


Se si considera un po’ più addentro lo spirito loro si scorge come 
sia intenzione a tutte quasi comune di mostrare che alla fonda¬ 
zione di Roma e della sua potenza si richiedeva il concorso e 
l’opera di molte e diverse genti: 

0 

Tantae molis erat romanam condere gentem. 


ornamentalo s&ncti petri per Constantinum consistentem Imperatorem ,• 
La forma Remulua invece di Remua, foggiata per assimilazione su quella di 
Rotnulua, s’incontra frequentemente nel medio evo. Del sepolcro di Remo così 
si dice in un codice Cottoniano dei Mirabilia (Faustina, A, Vili, f. 149 v.) : 
* Prope portam Capenam, qne vocatur porta sancti Pauli, iurta murum 
urbis, inter portam predictam et montem testarono, sepultus est Remus, 
frater Romuli. 8epulcrom vero suis lapidibus magnis tabulatum est in al¬ 
titudine magna, quod in muro coniunctum est. Quia statutis Romuli, quibus 
consenserat, voluit subiacere, et quia idem Remus incidit in statutum, ca¬ 
pite troncatus, sub. muro sepultus est. Sepulcrum vero eius ad perpetuano 
rei memoriam, tum quia frater Romuli erat, tum quia contra statutum 
fieri non licebat, solempniter constractum est f . 

(56) Epiat. famil ., VI, 11. 

(57) Parad., c. XV, v. 124-6. 


i 


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86 


CAPITOLO IV. 


CAPITOLO IV. 


Le meraviglie e le curiosità di Roma 


Oli antichi Romani ebbero durante tutto il medio evo fama di 
costruttori impareggiabili ; dovunque una rovina, testimonio di più 
prospera civiltà, sfida l’urto dei secoli e le ingiurie degli uomini, 
la fantasia popolare l’attribuisce, a ragione o a torto, ai Romani. 
Le rovine indestruttibili, ond’era piena l’eterna città, empievano 
di stupore gli animi dei riguardanti, e certo non v’era altro spet¬ 
tacolo che potesse inspirare della potenza romana un più alto e 
più immaginoso concetto. Il popolo che aveva innalzato la Mole 
Adriana, le Terme di Caracalla, il Colosseo, doveva parere ben 
degno di signoreggiare il mondo. 

Le rovine di Roma sono universalmente note nel medio evo, 
sebbene spesso ne sieno falsati i nomi e se ne disconosca l’uso. 
A cominciare dal IX secolo, molte delle più cospicue vanno sotto 
la generica denominazione di palatia e di tempia , come sotto il 
nome di palazzi e di basiliche vanno quelle di Atene. La celebrità 
loro è assai grande e diffusa. Esse dominavano superbamente le 
rozze ed umili costruzioni della nuova città, e, di lontano, si sco¬ 
privano al pellegrino che, ansioso, le cercava con gli occhi. Angil- 
berto, parlando dei messi spediti da Carlo Magno ad accertarsi di 
quanto fosse occorso al Papa Leone, dice : 

Culmina iam cernunt Urbis procul ardua Romae, 

Optatique vident legati a monte theatrum (1). 


(1) Cartnen de Karolo Magno, l. Ili, vv. 542*3, ap. Pkbts, Scriptoree , tr V. 
p. 399. 


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LK MERAVIGLIE S LE CURIOSITÀ DI ROMA 


87 


Il monte a cui qui allude Angilberto non può essere altro che 
Montemario, da cui si scopre un'assai larga e bella veduta della 
città. Alla magnificenza di tale veduta accenna Dante quando fa 
dire a Cacciaguida: 

Non era ancora vinto Montemalo 
Dal vostro Uccellatojo (2). 

Come i personaggi più illustri della storia romana divengono 
paragone d’ogni pregio e d’ogni virtù, così i monumenti di Roma, 
restituiti fantasticamente nella primitiva lor condizione, divengono 
paragone d’ogni magnificenza. Quando Paolo Diacono vuol cele¬ 
brare gli edifizii di cui il Longobardo Arichi, duca di Benevento, 
ornava la sua città, la lode prende naturalmente la forma del con¬ 
fronto, e il poeta esclama: 

Aemula Romuleis consurgunt moenia templis (3). 

Sigiberto Gemblacense (n. c. 1030, ra. 1112) dice degli splendori 
della città di Metz nella Vita di San Deodorico (4): 

Cumque domos cerno, Romana palatia credo. 

Nell’XI secolo la copia di edifizii per cui andava superba Roma è 
proverbiale. Ciascuna città abbonda in qualche cosa : Mediolanum 
in clericis, Papia in deliciis , Roma in aediflciis , Ravenna in 
ecclesits (5). Il testo di Praga dei Mirabilia (XIII secolo?) porta 
il seguente titolo: Hec sunt Mirabilia Rome quomodo gloriose 
constructa erat ; e in fatto i Mirabilia , se poco se ne toglie, 
versan tutti sui monumenti. 

Le Sette meraviglie del mondo furono descritte assai prima 


(2) Parai., c. XV, vv. 109-10. 

(3) Zeitschrift fùr detUsches AUerthum, Nette Folge, v. IX, p. 471. 

(4) Ap. Pesti, Script ., t. IV, p. 478. 

(5) Laedulfo, Historia Mediolanensis, ap. Pebtz, Script., t. Vili, p. 74. E 
notisi che con quel dire Roma in aediflciis, e poi subito Ravenna in eccle- 
tiis, pare che per Roma si voglia non far conto delle chiese, e accennare 
solamente agli avanzi di antichi monumenti. 


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88 


CAPITOLO IV. 


che Roma venisse in fiore; lo che spiega come a nessuna delle 
fabbriche le quali illustrarono poi la città fosse dato luogo tra 
quelle. Gli stessi scrittori latini che fanno ricordo dei Miracula 
mundi non osano accrescerne il numero, nè farvi in onore di 
Roma sostituzione alcuna, ma si attengono fedelmente alla tradi¬ 
zione (0). Gregorio di Nazianzo, morto nel 389, non ricorda ancora 
nessun monumento romano (7j, e lo stesso dicasi di Gregorio di 
Tours (n. c. 540, m. 594) (8) e di Cedreno (9). Ma in uno scritte- 
rello De seplem mundi miraculis , attribuito a Beda, ecco improv¬ 
visamente apparire a capo delle meraviglie ir Campidoglio, che da 
indi in poi tiene onoratamente il posto che gli spetta (10). Nei 


(6) Le sette meraviglie erano, secondo l’elenco più antico: le Piramidi 
d'Egitto, le Mura e i Giardini pensili di Babilonia, il Tempio di Diana in 
Efeso, il Giove Olimpico di Fidia, il Mausoleo, il Colosso di Rodi, il Faro 
di Alessandria. V. lo scritto attribuito a Filone Bizantino (HI sec. avanti 
l’E. V.) TI e gl xtòv invà &ea/tdt<ov, pubblicato primamente da Leone Allaci 
in Roma, 1640, poi dairOaxLLi, Lipsia, 1816. Questo scritto è mutilo. Cassio* 
doso ( Var ., I. VII, 15) enumera le sette meraviglie secondo gli antichi, pristi 
saeculi narratores; ma poi, venendo a parlar di Roma, esclama: * Sed quia 
illa (miracula) ulterius praecipua putabit, cum in una Urbe tot stupenda 
conspexerit? Habuerunt honorem, quia praecesserunt tempore; et in rudi 
6aeouIo quicquid emersisset novum, per ora hominum jure ferebatur exi- 
mium. Nunc autem potest esse veridicum si universa Roma dicatur esse 
miraculum ,. In progresso di tempo la lista fu, ora in un modo, ora in 
un altro, alterata, pur rimanendo fisso il numero di sette (Cfr. Mkxia, Silva 
de varia lection, Siviglia, 1520, parte 8*, capitolo XXXII). 

(7) Omelia XLIII, 63. Egli annovera le seguenti meraviglie: Tebe di 
Beozia, Tebe egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Co¬ 
losso di Rodi, e templi di gran mole e di singolare magnificenza di cui 
non dice il nome. 

(8) Nel suo trattato De eursibus ecclesiasticis, ritrovato e pubblicato dal- 
I’Haass, Breslavia, 1858, Gazaoaio di Toubs enumera: l’Acca di Noè, le Mura 
di Babilonia, il Tempio di Salomone, il Sepolcro del re dei Persi cavato 
in una sola ametista, il Colosso di Rodi, il Teatro di Eraclea, il Faro di 
Alessandria. 

(9) Le meraviglie registrate da Cedrino sono : le Piramidi, il Faro di 
Alessandria, il Colosso di Rodi, il Mausoleo, il Tempio di Diana in Efeso, 
il Teatro di Miris in Licia, il Bosco di Pergamo. 

(10) * Quod primum est, Capitolium Romae, salvatio civium, major quam 
civitas ,. The complete Works of Venerable Bede by J. A. Gilbs, Londra, 1843, 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 


89 


Mirabilia irisenti nel volume intitolato De Roma prisca et nota 
carii auctares, pubblicato da Giacomo Mazochio in Roma nel 1523, 
alle sette meraviglie del mondo, fra cui è il Campidoglio, fanno 
degno riscontro sette meraviglie di Roma, le quali sono : l’Acque¬ 
dotto Claudio, le Terme di Diocleziano, il Foro di Nerva, il Palazzo 
Maggiore, il Pantheon, il Colosseo, la Mole Adriana (11). 

I Mirabilia cominciano la lista dei palazzi col Palatium majus 
in Pallanteo , ossia sul Palatino. Sotto il nome di Palatium majus , 
o Palazzo maggiore (12), si comprendevano, pare, tutte le rovine 
del Palatino, le quali si credeva avessero formato un solo grande 
e magnifico palazzo. Fra i monumenti di Roma esso teneva per 
dignità il primo luogo, giacché si credeva fosse stato sede ordi¬ 
naria degl’imperatori e della suprema potestà del mondo; tuttavia 

la celebrità sua non raggiunse a gran pezza quella del Campidoglio 

« 

e del Colosseo. Nella Oraphia si narra che Giano costruì sul Pa¬ 
latino un palazzo « in quo omnes postea imperatores et cesares 
feliciter habitaverunt ». Ranulfo Higden dice, sull’autorità di Gre- 


vol. IX, p. 10. Lo scritto De septem mundi miraculis è generalmente tenuto 
apocrifo; ma ciò poco importa al caso nostro, giacché l’antichità sua non 
potrebbe per questo essere contestata. Il passo che si riferisce al Campi¬ 
doglio fu pubblicato anonimo dal Docen di su un manoscritto del sec. Vili. 
11 Campidoglio è messo per primo in parecchi altri elenchi manoscritti 
delle meraviglie del mondo (V. Gbbgobovios, Geschichte d. St. Rom, voi. ITI, 
p. 551, n.); é messo per sesto nel citato libro De Roma prisca et nora edito 
dal Mazochio. Come settima meraviglia lo pone il Parciboli, Ree memora¬ 
bile*, Francoforte, 1660, tit. XXXII. Il Mabillon ( Diarium ital ., p. 272) ricorda 
un manoscritto greco del XIII secolo, dove le sette meraviglie sono: Tebe 
egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Colosso di Rodi, 
il Campidoglio, il Tempio di Adriano a Cizico. 

(11) Anche la Germania volle avere le sue sette meraviglie che si tro¬ 
vano indicate in una iscrizione del Duomo di Magonza. Sulle meraviglie 
del mondo nel medio evo scrisse testé H. Omort, nella Bibliothèque de l'École 
de* Chartes, voi. XLIII, 1882, pp. 40-59. L’autore ripubblica corretto il trat- 
tatello attribuito a Beda, ed altri sei, quattro latini e due greci, tutti ri¬ 
guardanti le sette meraviglie. 

(12) Anon. Magliabecch.: * Paiacium maius fnit in monte Palatino, quod 
bodie palazo majore e dicto Avvertasi che quando cito i Mirabilia, si 
deve intendere propriamente la Descriptio plenaria, sempreché non sia in¬ 
dicato altrimenti. 




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CAPITOLO IV. 


90 

gorio, che il Palazzo maggiore era « in medio urbis in signum 
monarchiae orbis » (13) ; e Giovanni d’Outremeuse : « Premier 
astoit li palais maiour, qui seyoit emmy la citeit en signe de mo¬ 
narchie qui demontrè justiche; chis astoit composeis al maniere 

# 

de crois, car ilh avoit IIII frons, et en chascon front astoient 
cent portes de arren dorees » (14). La prima cosa che Roma dal 
sommo del monte ove l’ha tratto, fa vedere a Fazio degli Uberti 
è il Palazzo maggiore (15): 

Le cose quivi ne saran più conte, 

Mi disse; e additommi un gran palagio 
Ch’era dinanzi dalla nostra fronte. 

£ sopraggiunse: Pensa s’io abbragio: 

Dentro a quel vidi re e più baroni 
Tutti albergare bene e stare ad agio. 

E vidil pien delle mie legioni, 

Posto per segno in me di monarchia 
In quella parte ove ’l bellico poni (16). 

Nel Libro Imperiale il Palazzo maggiore è cosi descritto (17): 
« Palazo maggiore et chuliseo erano nel mezo di Roma, et era 


(18) Polychron., 1.1, c. 24. 

(14) Op. cit., voi. I, p. 61. 

(15) Nel citare alcun luogo del Dittamondo mi varrò sempre, a correzione 
delle spropositatissime stampe, della lezione del codice torinese già citato. 
V. sulla scorrezione delle stampe del Dittamondo uno scrìtto di R. Rum, 
intitolato Alcuni versi greci del Dittamondo , nel Oiomale di filologia ro¬ 
manza, n. 7, pp. 18 88. 

(16) L. II, c. 81. Guoliblmo Capello nota: * Questo fu palagio magiore 
del quale hogie si mostra le royne, e l’acqua che li vicino passa faceva la 
neumachia (sic), cioè il lago nel quale i romani se exeroitavano con le galee 
per imparare sapere essere in le bataglie navale e anchora vi sono alchuni 
gradi onde il popolo vedeva questi giochi. E questo palagio fu prima fon¬ 
dato dagli arcadi nel monte Palanteo secondo Solino, poi li Romani forai 
lo fenno molto majore „. 

(17) Ogniqualvolta mi avverrà di riportare alcun passo del Libro impe¬ 
riale sappiasi che cito, non dalle stampe, ma da codici di Venesia, di Fi¬ 
renze e di Roma. Tolgo il passo recato nel testo dal cod. Marciano ital. 
cl. XI, CXXVI, f. 98 e. 


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LE MERAVIGLIE E LK OU 0108 ITA DI SOMA 


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palazo maggiore ri tondo, di giro oltre d’uno miglio (18), nel quale 
erano cinquanta altissime torri, chon cinquanta bellissimi palazi, 
e di belleza l’uno simile a l’altro, et l’alteza delle mura erano 
sessanta braccia et grosse dieci; le quali torre altretanto disopra 
passavano, ornate di bellissimi porfidi et marmi di diversi cholori, 
et nel mezo di drento era uno lacho, nel quale era ogni genera¬ 
zione di pesci, d’intorno al quale circhundava una strada di marmo 
biancho e seliciata di porfidi di diversi cholori, gl’intagli [de] li 
quali facevano memoria delle storie troyane e dello avvenimento 
d’Enea in Italia. Lo palazo aveva una entrata (19) di altissime c 
belle porti di metallo, et chosì erano porte et finestre degli altri 
palazi li quali erano drento di musayco tutti lavorati facendo me¬ 
moria de’ fatti antichi del chominciamento del mondo. Le tetta 
erano coperte di pionbo in fortissima volta, sanza alcuno edilìzio 
di lengname, di chamere, sale, logge et chamminate (20) forniti, 
che la natura none aveva in ciò niente manchato ; citeme et fonti 
et pozi di dolcissime aque. L’aque del chondotto si chonducevano 
dal fiume di fogle (21) sopra quasi i palagi, chadeva l’aqua in detto 
lacho, la quale veniva trenta miglia lontano. Nella sommità d’in¬ 
torno s’andava a chavallo et a pie’, come altri voleva. Hordinato 
era d’intorno da uno de’ lati che infìno a sommo [si] saliva quasi 
a piano. Nel detto palazo stavano tutti li rettori li quali avevano 
a dare sententia, et anchora vi si teneva ragione a vedove et a 

pupilli et orfani. Furono certi imperatori ch’ordinarono loro stanze 

% 

in certi luochi di Roma si chome fu dove era santo Yanni, che 
ivi si è Costantino, et a termo, dove s’ adorava lo dio Erchole, 
dove si è Diociziano (s/c) (22), e dov’è ora santo Piero, che v’abitò 
Nerone, e dove santa Maria Trasperina (sic) (23), che ivi si è 


(18) Il cod. ha: di tondo di giro e eholtre; il cod. Laurenz. pi. LXIII, 21: 
ritondo di giro d'uno miglio. 

(19) Meglio il ood. Laurenz. dieci entrate. 

(20) 11 Cod. Laarenz. ha ckucine. 

(21) 11 Cod. Laurenz.: della follia. 

(22) Intendi le terme di Diocleziano. 

(28) Leggi Traspontina. 


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92 


CAPITOLO IV. 


Adriano, el quale edifichò castel Santo Angnuolo; ma la maggiore 
parte degli imperatori stavano in palazo maggiore ». 

Passiamo ora al Colosseo, giacché del Campidoglio avrò a dire 
più opportunamente in altro capitolo. 

Il nome di Colosseo si trova primamente usato nelle Colleltanee 
attribuite a Beda (24), e nella Vita di Stefano IV scritta da Ana¬ 
stasio Bibliotecario, il quale morì prima dell’886 (25). I Latini eb¬ 
bero l’aggettivo colosseus (26), dal quale certamente deriva il nome 
dell’anfiteatro Flavio. Per ragione della mole smisurata il popolo, 
probabilmente sin da tempo assai antico, cominciò a chiamare 
quell’anfiteatro amphilheait'um colosseum, e poi per brevità, tras¬ 
formando l’aggettivo in sostantivo, Colosseum , senz’ altro (27). 
Checchessia di ciò, i sopradetti scrittori tolsero certamente dall’uso 

popolare quel nome. Beda, che non fu a Roma, lo udì forse la 

% 

prima volta da un pellegrino anglosassone. Ma il medio evo, non 
meno sollecito che fantastico ricercatore di etimologie, ricorse a 


(24) Collectanea, Op., ed. di Colonia, 1612, t. HI, col. 483. Cfr. Du Canoe, 
Glossariutn mediae et infima* latinitatia, a. v. Coliseum. Beda scrive propria* 
niente Colysaeus, ma è questa senza dubbio una forma corrotta, sebbene 
popolare. Benedetto Canonico ha Coloseum, e Coloseum la Graphia. Nei varii 
testi dei Mirabilia, e qua e là per gli scrittori, si trova Colosseum, Coli • 
seum, Colliseum , Coliseus, ecc. 

(25) De vitis Pbntificum, ed. di Venezia, 1729, p. 50, col. 2*. Qui si legge 
Colloseum. 

(26) Plinio, Hiet. Nat., XXXIV, 18: * Moles quippe excogitatas videmus 
stutuarum, quas colosseos vocant, turribus pares 

(27) L’opinione più comune fu che il Colosseo avesse derivato il nome 
dal Colosso di Nerone che sorgeva poco discosto. Il Platina dice nella Vita 
di Giovanni Vili: * Coloseus vocant a Neroni Colosso «.Scipione Mappei 
mise primo innanzi, e sostenne con validi argomenti l’opinione che il Co¬ 
losseo dovesse il nome non al Colosso di Nerone, ma alla mole ingente 
per coi era soprattutto ammirato. Egli ricorda come per testimonianza di 
Ebchbmperto ( Hist. Langob., c. 56) si chiamasse Colossus l’anfiteatro di Capua. 
V. De amphitheatro, ecc., c. ITI, nei Supplementa utriusque Thesauri del Po* 
leno, voi. V, ool. 25, 27, e Verona illustrata, parte IV, I, c. 4. V. anche Ma- 
zochio In Campani amphitheatri titulum, aliasque nonnulla* Campanas in- 
ecriptiones Commentarius, c. VII, nello stesso volume dei Supplementa. 
L’opinione del Maffei accetta anche il GKEaoBevius, Gesch. d. St. Rotn, voi. II, 
1 >. 211 . 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 


93 


piu complicate spiegazioni. Armannino Giudice, narrato come nel 
Collseo (divenuto qui, come anche altrove, un tempio, anzi capo 
di tutti li templi che per lo ?)iondo ei'ano) fossero rinchiusi 
molti spiriti maligni, che facevano gran segni e gran miracoli, 
soggiunge che i sacerdoti solevano domandare agli stupiti spetta¬ 
tori: Colis eum1 cioè il maggiore di quegli iddìi; ed essi rispon- 

0 

devano: Co/o, d’onde il nome di Coliseo (28). Il Ramponi dice nella 
già citata Storia di Bologna : « Templum namque in urbe Roma 
factum erat, quod totius orbis existebat caput, modo constructum 
pariter et fabricatum, magne latitudinis, et immense altitudini», 
quod dicebatur collideus quia dii ibi colebantur » (29). 

Il Colosseo fu nel medio evo, com’è tutt’ora, la rovina più co¬ 


spicua della-città, e la più acconcia a inspirare un alto concetto 
della ricchezza e della potenza de’ suoi costruttori. A quali peri¬ 
pezie andasse soggetto durante le invasioni non si sa; ma si può 
credere che più di una volta servisse di propugnacolo agli assaliti, 
o agli assalitori, e che non lo risparmiassero le fiamme barbariche. 
Nel medio evo diventa una cava di materiali da costruzione, d’onde 
si estrae travertino, ferro, piombo, marmo da farne calce. In tempi 
di guerra civile si trasforma in fortezza, contesa tra i Frangipani 
e gli Anibaldi ; i terremoti soccorrono all’opera distruggitrice degli 
uomini. In pieno quattrocento Niccolò V, che pure s’acquistò fama 
lodevole di umanista, e ch’empiè Roma di fabbriche, lo spoglia 


(28) Conto XXX (Cod. Laurenziano, pi. LXII, 12, f. 283 r.). Quivi erano gli 
molti altari, i quali facti erano all’onore degli dei, in mezzo degli altri era 
quello Giove gli cui ornamenti valeano smisurato tesoro. Quivi erano preti, 
i quali per incanti piovere, nenguire (altri codici hanno : nevichare) gran¬ 
dinare e serenare faceano a loro posta. Gli forestieri erano menati in 
quello luogho ove si facea tante maraviglie che la gente gli davano grande 
fede. Allora diceano quelli maligni preti a coloro che questo vedeano : 
Colis eum? la qual cosa volgarmente viene a dire : Coltivi tu dio per sommo 
dio? e quegli rispondea: Sì. E per questa risposta battazzato aveano in 
quello errore. E per questo cotale domandare fu poi quello tempio Colliseo 
chiamato. A contare gli ornamenti di quello Colliseo maraviglia parrebbe 
a udire: non è quasi cittade di tanta valuta quanto valeano gli ornamenti 
di quello falso tempio. 

(29) Cod. dell’Universitaria di Bologna, n. 431, f. 36 r. 


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94 


CAPITOLO IV. 


ancora di marmi, per provvedere alle nuove costruzioni onde si 
accrescevano in Borgo i palazzi apostolici, e Paolo li non si perita 
d’imitare cosi biasimevole esempio a beneficio del suo privato pa¬ 
lazzo in San Marco (30). Esposta da tanti secoli a tante e cosi 
formidabili cause di distruzione, l’antica ruina, rimanendo in piedi, 
pareva quasi dovesse essere indestruttibile, e ciò la faceva più 
meravigliosa agli occhi del popolo, convinto del resto, per virtù 
di un’antica profezia, che la gran mole dovesse durare quanto 
Roma e quanto il mondo (3i). Certo, se se ne toglie il Campi¬ 
doglio, non v’era in tutta la città altro monumento che potesse 
cosi vivamente eccitare la fantasia e provocare la leggenda. 

Molti cronisti ricordano il colosso di Nerone a cui Vespasiano 
fece mutare il capo, un altro ponendovene che rappresentava il 
sole, con sette raggi intorno, i quali misuravano ciascuno ventidue 

piedi e mezzo (32). Nel medio evo si sapeva che il colosso rap- 

« 

presentava il Sole, e si sapeva pure dell’altro colosso, caro al Sole, 
per cui era andata famosa nell’antichità l’isola di Rodi ; può darsi 
ancora che in qualche cronaca si fosse serbato ricordo del colosso 
di Apollo che Lucullo trasportò da Apollonia a Roma. Fatto sta 


(30) 11 Grbgohovics ( Oeach . d. St. Rom, voi. VII, p. 638), non so perché, 
mette in dubbio il fatto di Paolo II, il quale è attestato da parecchi. 

■ (31) Di questa profezia fa ricordo Bsda nel luogo testé citato: * Quamdiu 
stat Colysaeus stat et Roma ; quando cadet Colysaeus cadet et Roma ; 
quando cadet Roma cadet et mundus ,. L’idea di collegare le sorti di una 
città o di un popolo a quelle di un edificio è tutt'altro che nuova; ma qui 
può far meraviglia veder stretto un cotal nesso fra Roma cristiana ed un 
monumento pagano, bagnato dal sangue dei martiri. Più ragionevole sembra 
una leggenda affine, sparsa fra i Longobardi, secondo la quale quel popolo 
non poteva decadere mentre durasse la basilica innalzata dalla regina Teo* 
dolinda in Monza e dedicata a S. Giovanni Battista. V. Paolo Diacono, 
Hiatorio Longobardorum, IV, 22; V, 6. 

(32) Publio Vittore, De urbis Romae regionibua, regione IV. Cf. Maran¬ 
goni, Delle memorie sacre e profane dell’anfiteatro Flavio volgarmente detto 
il Colosseo , Roma, 1746, pp. 12*18; Mafpki, De amphiteatro, c. III. Secondo 
una diversa tradizione Nerone stesso si sarebbe fatto effigiare in figura 
del Sole. Commodo fece porvi un altro capo a immagine propria, ma poi 
vi fu rimesso quello di prima. Il Colosso, opera di Zenodoro, esisteva ancora 
intero nel V secolo. 


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LB MBBAVIQLIB B LB CURIOSITÀ DI ROMA 95 

che il colosso Neroniano fu da taluno confuso cou quello di Rodi. 

* 

# 

Ranulfo Higden cosi ne parla (33): « Aliud signum est imago Co¬ 
lossei quam statuam Solis aut ipsius Romae dicunt, de qua mi- 
randum est quomodo tanta moles fundi potuit aut erigi, cum 
longitudo ejus sit centum viginti sex pedum. Fuit itaque haec 
statua aliquando in insula Rhodi quindecim pedibus altior eminen- 
tioribus locis Romae. Haec statua spbaeram in specie mundi manu 
dextra et gladium sub specie virtutis manu sinistra gerebat, in 
signum quod minoris virtutis est quaerere quam quesita tueri. 
Haec quidem statua aerea, sed imperiali auro deaurata, per te- 
nebras radiabat continuo et equali motu cum sole circumferebatur, 
semper solari corpori faciem gerens oppositam, quam cuncti Romam 
advenientes in signum subjectionis adorabant. Hanc Beatus Gre- 
gorius, cum viribus non posset, igne supposito dextruxit; ex qua 
solummodo caput cum manu dextra spbaeram tenente incendium 
superfuit, quae nunc ante palatium domini papae super duas co- 
lumnas marmoreas visuntur. Miro quoque modo ars fusilis adhuc 
in aere rigido molles mentitur capillos, et os loquenti simillimum 
praefert ». NélYEulogium si dice egualmente che il Colosso era 
stato prima nell'isola di Rodi : « fuit baec statua aliquando in in¬ 
sula Herodii » (34). L’autore del Chronicon Paschale sembra ca¬ 
dere nello stesso errore quando dice che Commodo tolse il capo 
al Colosso di Rodi per porvi la propria immagine. Naturalmente 
poi da parecchi si esagera l’altezza del simulacro: nella cronaca 
latina della Casanatense già citata di sopra si dice (f. 7. v.) che ai 
tempi di Nerone « Coliseus sive colosus Rome erigitur habens al¬ 
titudini pedes septem* ». Qui vediamo dato alla statua il nome di 
Colosseo. Nel Chronicon Imaginis Mundi di Jacopo da Acqui il 
Colosseo è la statua di un dio, alta più di cinquecento piedi. Ma una 
strana favola, e degna d’essere qui riferita, è questa che Vincenzo 
Bellovacense racconta in un luogo dello Speculum Naturale (35). 

a 

(33) L. cit. 

(34) Voi. I, p. 414. Alcuni manoscritti del Polychronicon di Ranulfo da me 
veduti hanno anch’essi in insula Herodii. 

(35) L. XXXI, c. 125. 


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CAPITOLO IV. 


« Colossus homo monstruosus fuit, quem occisum Tyberis fluvius 
cooperire non poterit, ipsumque mare per multo spatio rubro san¬ 
guine infecit, ut Adelinus (36) dicit: cuius etiam templum et statua 
Romae facta est, quae ab eius nomine Colossus dicitur ». 

Fra il Colosso ed il Colosseo doveva necessariamente prodursi 
nella leggenda una certa attrazione, provocata, se non altro, dalla 
somiglianza dei nomi. Il Colosso del Sole finisce per entrare nel 
Colosseo che gli sta dinanzi, e il Colosseo diventa a dirittura il 
Tempio del Sole. Allora cominciano a venir fuori tutte le magni¬ 
ficenze e gli splendori di cui naturalmente s’immagina che il 
Tempio del Sole dovesse essere adorno. E qui troviamo anzi tutto 
la descrizione dei Mirabilia , ripetuta poscia da molti (37). « Co- 
loseum fuit templum Solis mire magnitudinis et pulcritudinis di- 
versis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo 
et deaurato, ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant, et per 
subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa super- 
celestia et planete Sol et Luna, quae quadrigiis propriis ducebantur. 
In medio vero phebus, hoc est deus solis manebat, qui pedes tenens 
in terra cum capite celimi tangebat, qui pallam tenebat in manu, 
innuens quod Roma totum mundum regebat. Post vero temporis 
spatium beatus Silvester iussit ipsum templum destrui et alia pa- 
latia, ut oratores, qui Romam venirent, non per hedificia profana 
irent, set per ecclesias cum devotione transirent; caput vero et 
manus predicti ydoli ante palatium suum in Laterano in memoria 


(36) Questi è probabilmente Aldelmo, monaco B&ldunense o Malmesbu* 
riense, detto anche Adelino, morto nel 709. Per le opere di costui ▼. Fa- 
bbicio, Bibl. lai. m. et inf. aet. ed. del Massi, Padova, 1754, voi. I, pp. 54-55, 
e Leysbb, Uist. poet. et poem. m. ae., pp. 198*203. 

(37) Nelle redazioni più antiche dei Mirabilia del Colosseo si fa cenno 
appena, il che fe veramente assai strano. * Ante Coloseum templum Solis, 
ubi fiebant cerimoniae simulacro quod stabat in fastigio Colossi „ dioe la 
Deecriptio plenaria totius urbis. La Graphia ripete queste stesse parole, 
soggiungendo che il simulacro aveva una corona d’oro ornata di gemme, 
e che il capo e le mani di esso si trovavano allora davanti al Laterano. 
Martino Polono ha le stesse parole della Graphia. Qui dunque il tempio 
del Sole si trova davanti al Colosseo, ma non è il Colosseo. La descrizione 
riferita di sopra si trova solo in testi più recenti. 


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LK MSBAVIGLI! K LS CURIOSITÀ DI ROMA 


97 


poni fecit quod modo palla Samsonis falso vocatur a vulgo. Ante 
vero Coliseum fuit templum, in quo fiebant cerimonie predicto si¬ 
mulacro » (38). Il Colosseo è già diventato il tempio del Sole, ma 
le cerimonie religiose si fanno ancor fuori, in un altro tempio. 
Ciò che qui e altrove si dice degli avanzi del Colosso è confer¬ 
mato dalle piante medievali, dove spesso, a canto al Laterano, se 
ne vedono figurati il capo e le mani (39). Quanto alla distruzione 
del tempio essa è attribuita a Silvestro anche in una traduzione 
tedesca dei Oesta Romanorum , citata dal Massmann (40), e in 
una versione, pure tedesca, dei Mirabilia (41). Ranulfo Higden, 

(38) V. Pabthet, Mirabilia Romae , pp. 26*27. Cf. con un testo molto simile 
pubblicato dal Massmanb, Kaiserchronik, voi. Ili, p. 413. Andrea Ratisbo- 
nense dice il medesimo nella sua Cronaca, e lo stesso racconto si trova 
nei Mirabilia pubblicati da Stefano Planck. L’Anonimo Magliabecobiano 
ha: * Colliseum idest coloasum graece, latine rotundum amphitheatrum 
nominatur: idest templum eolie fuit altitudini pedum centum et octo, in 
longitudine rotunditatis fuit passum mille, arcorum fuit centum quinqua* 
ginta, positoque Svetonius dicat maioris situs fuisse, et a Nerone impera¬ 
tore costructum bis, primo transitoriam et postea auream nominatum, et 
mirifice constructum cum mi ria ornamenti intus et extra, et in medio fuit 
una ymago aerea deaurata, cuius caput et manus cum palla nunc stat in 
Laterano, et supra coperto (sic) coelo aereo deaurato et arte mathematica 
compositus (sic) cum cursu omnium stellarum astronomie facentium sicut 
in coelo naturaliter stellae solent. Et tantum formam praedicti idoli erat 
grandi» que mirifico pede lapis numi (lapidis numi dici ?) dicitur supra po- 
sita, capite tangebat coelum praedictum, ornata mirifice omnibus orna* 
mentis, precipue coronata nobilissime, quia sic totum orbem representabat, 
sic ornameDtum suum habebat simile cum palla praedicta in manu ; quae 
beatus Silvester iussit frangi, et ea dirupta fecit poni in palatio suo in 
Laterano ,. Il testo Marciano dell’Anonimo (lat. cl. X, CCXXXI) h più spro¬ 
positato ancora. Là dove si parla della grandezza della statua la versione 
italiana dice: * et era la forma del decto Idolo tanto grande che uno non 
haria il suo piede abbracciato „. L’Anonimo confonde il Colosseo con la 
Casa aurea. 

(39) Al tempo di Bernardo Oricellario gli avanzi del Colosso si conser¬ 
vavano nel Campidoglio. In Publium Victorem , ap. Rerum italicarum Scrip- 
tore» ex florentinarum Bibliotecarum codicibus, t. II, col. 979. 

(40) Kaiserch ., voi. Ili, pp. 413*4. 

(41) Cod. della Bibliot. di Corte a Vienna, n. 2906. I due testi sono quasi 
identici, ma probabilmente la versione dei Gesta attinse dalla versione dei 
Mirabilia. In quella, confondendosi il Colosseo con la Mole Adriana, si dice : 

G*af, Roma . 7 



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98 


CAPITOLO IV. 


come abbiamo veduto testé, l’attribuisce a Gregorio Magno; Gio¬ 
vanni d’Outremeuse a Bonifacio III. 

Il medio evo non sa più immaginare un anfiteatro scoperto, e 
però provvede di un tetto il Colosseo. A questo tetto accenna 
Fazio degli Uberti, senza tuttavia far parola dell’altre meraviglie (42): 

Vedi come un castel ch’ò quasi tondo: 

Coperto fu di rame ad alti seggi (43) 

Dentro a guardar chi combattea nel fondo. 

Per Fazio degli Uberti dunque il Colosseo è un anfiteatro e non 
un tempio ; ma i più lo credono un tempio, e si compiacciono nella 
descrizione e nella esagerazione delle meraviglie che conteneva. 
Giovanni d’Outremeuse ne fa autore Virgilio (44). Del simulacro di 
cielo e dei varii artifizii che vi si vedevano parla anche, di pas¬ 
sata, la Fiorita di Armannino; ma le maggiori stranezze che mai 
siensi dette sul Colosseo trovansi nel Libro Imperiale, di cui non 
sarà fuor di luogo trascrivere l’intero passo (45). « Culiseo era uno 
tempio di somma grandeza et alteza, la quale alteza era cento cin¬ 
quanta braccia, nella sommità del quale erano cholonne di venti 
braccia alte (46). Le mura sue furono sette, cinque braccia di lungi 
l’una dall’altra, et braccia cinque erano grosse. Lo tempio fu fatto 
in tondo sichome anchora appare. D’intorno aveva grandissima 
piaza. Le sue entrate furono molte, però che tanto era dall’una 


* ... der tempel iat alao nv gen&nt von den pilgraimen die Wunderpurok; 
uor hiez aie die Engel por ck , : nella seconda semplicemente e senza con¬ 
fusioni: * vnd iat der tempel nue genant von den pilgreymen dye Wun- 
derpurck ». E il nome di Wtmderpurck, ossia Castello delle meraviglie, ben 
si addiceva al meraviglioso edificio. 

(42) L. II, c. SI. 

(43) Questa del ood. torinese è, senta dubbio, la lezione corretta, e non 
quella delle stampe : 

Coperto fu di rame e d'alti seggi. 


(44) Op. cit., 1.1, p. 70. * Chis tempie fist Virgile de grant bealteit et de 
mult grandeche, et diverses cavemes convenables, ecc. ,. 

(45) Cod. Marciano cit., f. 99 r. 

(46) Il cod.: et atte. 


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LE MEBAVIGLIE B LB CUBI09ITÀ DI BOMA 


99 


porta all’altra quanto la porta era largha, le quali mai per alchuno 
tempo si aerarono, et tutte queste entrate facevano capo nel mezo, 
dove era una cholonna di metallo tanta alta che passava sopra al 
tenpio, dove si fermava tutto el tetto, del quale le trave erano di 
metallo, et l’altro edilìzio era di rame, et chapelle cho lastre di 
pionbo (47). Nella ghuia disopra stava la immagine del sommo 
Giove. Questa era di grande statura et tutta di metallo ed di fuori 
dorata, et in mano una palla d’oro, et era sprendidissima. Questa 
era veduta da qualunque persona veniva a Roma. Da ogni gente 
che dapprima la vedeano si frettava le genua. Nel detto tenpio 
fratte dette mura erano molte chapelle chon infinite statue, et 
quale erano d’oro, et qual di cristallo, le quale presentavano quello 
iddio nel quale l’uomo aveva più divozione. Quivi stava lo dio 
Giove, lo dio Saturno, e la dea Cebele suo madre, lo dio Marte, 
lo dio Apollo, lo dio Venere, lo dio Merchurio, la dea Diana, lo 
dio Erchole, lo dyo Yanno et Vulchano, Yunone et Nettuno, la dea 
Ceres, lo dio Bacco, Eulo, Minerva, Vesta, et molti altri iddey li 
quali allora s’adoravano in queste chapelle, et tutte in luocho di 
musaycbo lavorato (48). Venivano le genti di tutto el mondo a 
fare nel detto tenpio sagrificio, et chome eran giunti al Chuliseo 
non era lecito ad alchuno voltarsi in alchuna parte, perchè aveva 
tante porte, che la prima in che si schontrava in quella entrava, 
et andava addirittura infino alla cholonna di mezo, dove s’ingino- 

chiava e faceva disciprina per ispazio di un’ora; atta quale colonna 

* 

stavano senpre appiediate infinite disciprine d’argento, e fatta 
l’oferta a Giove, andavano a quella chapella dove stava el suo 
iddyo, e li stavano a digiunare tre di, et portavano secho la vi¬ 
vanda, et chompiuti li tre di andavano sopra il giro disopra, dove 
erano gli altari del sagrificio, e li uccidevano la bestia, et disotto 
mettevano el fuocho ; apresso vi gittavano su incenso, perle e pietre 
preziose macinate, ciaschuno secondo sua possanza, et chosi per 
ispazio di tre ore facevano fummo a dio; et questa era loro ve- 


(47) 11 ood. Laurenz. già citato ba: choperto a chappello con lustre di 
piombo. 

(48) Il ood. Laureai. : e tutto il luogho era i musaico lavorato. 


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100 


CAPITOLO IV. 


nula. Era tanto l’oro e le pietre preziose che erano nello detto 
luocho donate che saria impossibile a rachontallo, et per niente 
persona l’arie tochate, che si credevano prestamente morire » (49). 
Qui il Colosseo pare confuso col Pantheon. Del resto la confusione 
fra Colosseo, Pantheon e Campidoglio è molto frequente, come ve¬ 
dremo più oltre. Flaminio Primo da Colle, esagerando la capacità 
del Colosseo, dice che vi potevano prender posto centonovanta¬ 
mila persone (50), mentre, veramente, non ne conteneva che cen- 
tosettemila. 

Ciò che si narra del cielo artiflziato del Colosseo e delle sue 
meraviglie fu tolto, senza dubbio, da una storia molto diffìisa nel 
medio evo, nella quale si racconta che il re Cosroe di Persia, 
l’usurpatore della Croce, volendo essere adorato per dio, fece co¬ 
struire una torre d’argento, in cui erano figure del sole, della luna 
e delle stelle, e certi sottili ed occulti meati pe’ quali faceva pio¬ 
vere acqua, ed altri artifizii che simulavano lampi e tuoni (51). Un 


(49) Anche nella Kaiserchronik, vv. 189-54, il Colosseo è il tempio di 
Giove. Vedi nello stesso poema, vv. 75-190, le strane cose che si narrano 
della religione dei Romani, e che si ritrovano, ma con qualche diversità, 
nella Cronica Universale di Ekknkxl. Cf. Massmanm, Kaiserchronik , voi. Ili, 
pp. 407-21. 

(50) Le cose tnaravigliose di Roma, p. 51. Anche l’Arena di Verona, co¬ 
struita come il Colosseo, ebbe le sue leggende. V. Maffki, De amphi- 
theatro, ecc., c. VII. In una descrizione ritmica della città di Verona, com¬ 
posta nel secolo Vili, son questi versi che appunto riguardano l’Arena: 

Habet altum Laberyntum magnum per oircuitum, 

In quo nesoiufl ingressa» nunquam valet egredi 
Nisi cum igne luoernae, vel cum fili glomere. 

Così nel testo ricostituito dal Maffki, Istoria diplomatica, Mantova, 1727. 
p. 178. Questo ritmo fu pubblicato primamente dal Mabillon negli Analecta 
reterà, poi dal Mubatori, Scriptores, t. II, parte 2*, p. 1095. Similmente ebbe 
le sue leggende l'anfiteatro di Treveri. V. la leggenda di Catoldo narrata 
nei Gesta Treverorum, ap. Pesti, Script., t. Vili, pp. 182*8. Cf. Massmavb, 
Kaiserch., voi. Ili, p. 520. 

(51) Vinckhzo Bkllovackh8k la riferisce, ma molto in succinto, nello Spe- 
culum historiale, 1. XXIV, c. 12, attingendo da una storia della Santa Croce. 
Anche Giacomo da Vokaoink ne fa cenno nella Legenda aurea, c. CXXXVU, 
De exaltatione sanctae crucis (ed. del GrAssk). Altri scrittori la narrano più 


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LK MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI BOMA 


101 


cielo di rame, adorno di fiori e di delfini che versavano acqua 
danno i Mirabilia anche al cosi detto Cantaro nel Paradiso di 
San Pietro (52). È curioso che Enenkel fa venire Cosroe a Roma 
a edificarvi la torre. 

L’anno 1332 si fece con gran pompa nel Colosseo un giuoco di 
tori, in presenza delle più belle dame di Roma e d’infinito numero 
di baroni. Vi rimasero morti diciotto cavalieri e feriti nove; furono 
uccisi undici tori (53). E questo fu il solo spettacolo che ricordasse 
gli antichi usi del Colosseo, dove, più tardi, la Compagnia del Gon¬ 
falone ebbe in costume di rappresentare a Pasqua la Passione di 
Cristo. 

Il Pantheon, che va debitore della sua conservazione al culto 
cristiano a cui fu consacrato, ebbe ancor esso la sua leggenda. Nei 

distesamente. Il Massmann (Op. cit., voi. Ili, pp. 889*93) ne ricorda parecchi, 
e tocca della origine probabile della leggenda. Avendo egli riportato i versi 
del VEracUus tedesco che vi si riferiscono, io riporterò quelli dell’ Eracle 
francese, che al tedesco servi di modello. Manoscritto della Nazionale di 
Torino, L. 1, 13, f. 17 v., col. 3 # : 

.1. ohiel ot fait faire li fola 
▲ ohiere* pieree et a olos, 

Ifoult riohement Tot fait ouvrer; 

Illeo se faiaoit aourer, 

A la kaitive fole geni, 

Ki croit et meeoroit pour noient. 

Con li peuplea le ohieu caitif 
Tuit i venoient a eetrif, 

Car par engien, ai con ie truia, 

Faiaoit plouvoir par .1. pietraie 
Qu’il ot fait en eon ohiel amont, 

Et ai oon li eecrit du mont 
La terre eatoit deeoae oevee, 

Et bien planohie et bien pavee. 

J. eaint fiat faire pour eonner, 

Con a'il voaiet faire tonner, 

Et autreaai ventar faiaoit, 

Et plua encor quant lui plaiaoit. 

(52) Descripiio plenaria totius urbis: 8 In paradiso sancti Petri est can- 
tanam quod fecit 8imachua papa colnmpnis porphireticis òrnatum, quae 
tabuli* marmorei* cnm griphonibus conexae, pretioso coelo aereo coopertae, 
cum floribu* et delfinis aereis et deauratis aquas fundentibus 9 . Così presso 
a poco anche Giovahni d’Outrxmyusx, op. cit., voi. I, p. 78, salvo che a 
Simmaco sortituisce 8 Cornelia, pape premier de cel nom 

(53) Ludovico Moraldmco, Annali, ap. Mubat., Script t. XII, col. 585-6. 



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102 


CAPITOLO IV. 


Mirabilia così se ne narra l’origine: « Temporibus consulum et 
senatorum Agrippa praefectus subiugavit Romano senatui Suevios 
et Saxones et alios occidentales populos cum quatuor legioni bus. 
In cuius reversione tintinnabulum statuae Persidae quae erat in 
Capitolio sonuit, in tempio Jovis et Monetae. Uniuscuiusque regni 
totius orbis erat statua in Capitolio cura tintinnabulo ad collum; 
statim ut sonabat tintinnabulum cognoscebant illud regnum esse 
rebelle (54). Cuius tintinnabulum audiens sacerdoe qui erat in spe¬ 
cula in ebdomada sua, nuntiavit senatoribus, senatores autem hanc 
legationem praefecto Agrippe imposuerunt. Qui renuens non posse 
pati tantum negotium, tandem convictus petiit consilium tri uni 
dierum, in quo termine quadam nocte ex nimio cogitatu obdor- 
mivit. Apparuit ei quaedam femina quae ait ei : « « Agrippa, quid 
agis ? in magno ' cogitatu es » ». Qui respondit ei : « « Sum, do¬ 
mina » ». Quae dixit : « « Conforta te, et promitte mihi te templum 
facturum, quale tibi ostendo, et dico tibi si eris victurus » ». Qui 
ait: « « Faciam, domina » ». Quae in illa visione ostendit ei tem¬ 
plum in hunc modum. Qui dixit: « « Domina, quae es tu? » » Quae 
ait : « « Ego sum Cibeles mater deorum : fer libamina Neptuno, qui 
est magnus deus ut te adiuvet: hoc templum fac dedicari ad ho¬ 
norem raeum et Neptuni, quia tecum erimus et vinces » ». Agrippa 
vero surgens laetus hoc recitavit in senatu, et cum magno appa- 
ratu navium, cum quinque legionibus ivit, et vicit omnes Persas, 
et posuit eos annualiter sub tributo Romani senatus. Rediens Ro¬ 
mani fecit hoc templum et dedicari fecit ad honorem Cibeles matris 
deorum et Neptuni dei marini et omnium demoniorum, et posuit 
huic tempio nomen Pantheon. Ad honorem cuius Cibeles fecit sta- 
tuam deauratam, quam posuit in fastigio templi super foramen, et 
cooperuit eam mirifico tegmine aereo deaurato. Venit itaque Bo- 
nifacius papa tempore Phocae imperatoris christiani. Videns illud 
templum ita mirabile dedicatum ad honorem Cibeles matris deorum, 
ante quod multotiens a demonibus Christiani percutiebantur, ro¬ 
gavi! papa imperatorem ut condonarci ei hoc templum, ut, sicut 


(54) Per la leggenda qui accennata vedi più oltre, al c. VI. 


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LE MIRATIGLI* I LE GURI08ITÀ DI ROMA 


103 


ìq Kalendis Novembris dedicatum fuit ad honorem Cibeles matris 
deorum, sic illnd dedicaret in Kalendis Novembris ad honorem 
beatae Mariae semper virginis quae est mater omnium sanctorum. 
Quod Caesar ei concessit ». 

Secondo la Kaiserchronih, il Pantheon era più particolarmente 
consacrato a Saturno, ma vi si onoravano ancora tutti gli altri de- 
monii (53) ; secondo Enenkel, esso era consacrato a Venere, e ser¬ 
viva alle dissolutezze del suo culto (56). 

Della sontuosità del Pantheon non si narrano gran meraviglie. 
Ranulfo Higden, sulla Cede del solito Gregorio, dice che il tempio 
ha 260 piedi di larghezza. Alcuni credevano che la famosa pigna , 
la quale, secondo la testimonianza di San Paolino da Nola, stava 
un tempo sopra quattro colonne nell’atrio della Basilica Vaticana, 
e che fu poi trasportata, per dar luogo alla nuova fabbrica, nel 
giardino del Belvedere, avesse servito a turare il foro della cupola 
del Pantheon, d’onde risplendeva da lunge come una montagna 
d’oro (57). È noto che l’imperatore Costante li (641-68) fece togliere, 
per portarle a Costantinopoli, le lastre di bronzo dorato che co¬ 
privano il tempio (58). 

(55) Vv. 171-90. 

(56) Masskanh, Op. cit., voi. Ili, p. 416. 

(57) I Mirabilia cosi lo affermano: ‘ In medio cantari est pinea aerea, 
quae fuit coopertorium cum tigno aereo et deanrato saper statuaria Cibeles 
matris deoram, in foramine Pantheon, in quam pineam aubterranea fistula 
plumblea subministrabat aquam ex forma Sabbatina, quae toto tempore 
piena praebebat aquam per foramina nucum omnibus indigentibus ea, et 
per aubterraneam fistulam qoaedam pan fluebat ad balneum imperatorie 
juxta aguliam Lo stesso diee prese’a poco la Oraphia. Nei Mirabilia di 
tempo posteriore è detto: * In fastigio Pantheon, id est sanctae Marie 
Rotundae, stabat pinea aerea, quae nunc est ante portam sancti Petri, 
quae tota cooperta fuit tabulis aereis et deauratis, ita quod a longe quasi 
mone aureus videbatur, cuius pulchritudo adboc in parte cernitur ,. L’Ano¬ 
nimo Magliabecchiano dioe che la pigna fu rovesciata da una bufera, Gio¬ 
vanni Cavallino ohe fu rovesciata da un fulmine. In origine essa ornava 
il fastigio del Mausoleo di Adriano; il suo diametro è molto minore di 
quello deU’apertora che avrebbe dovuto coprire. Nel c. XXXI, v. 88 del- 
VInferno Dasts ricorda la pina di San Pietro in Roma. 

(58) Paolo Diacoso, Hist. Langob ., 1. V, co. 11, 18. Il Pantheon fn anche 
da taluno creduto un bagno. V. Vihcknzo Bobohisi, DeW origine di Firenze, 
in Diocoroi vari i, ed. dei olassioi italiani, voi. I, pp. 453-4, n. 1. 




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104 


CAPITOLO IV. 


Del Mausoleo di Adriano, che Procopio descrive ancora integro 
e adorno di statue (59), cosi dicono i Mirabilia : « Est et castellum 
quod fuit templum Adriani, sicut legimus in sermone festivitatis 
sancti Petri, ubi dicit : Memoria Adriani imperatori mirae magni¬ 
tudini templum constructum, quod totum lapidibus coopertum et 
diversis historiis est perornatum, in circuitu vero cancellis aereis 
circumseptura cum pavonibus aureis et tauro, ex quibus fuere duo 
qui sunt in cantaro paradisi. In quatuor partes templi fbere IIII ca- 
balli aerei deaurati; in unaquaque fronte portae aereae; in medio 
giro sepulchrura Adriani porfireticum, quod nunc est Lateranis 
ante folloniam sepulchrum papae Innocentii; coopertorium est in 
paradiso sancti Petri super sepulchrum praefecti, inferius autem 
portae aereae, sicut nunc apparent ». Thietraar von Merseburg 
chiama il Mausoleo di Adriano Domus Thiederici (60), e dopo di 
lui altri scrittori lo chiamano con lo stesso nome, senza che se ne 
possa chiaramente scorgere la ragione (61). Domus Tbeodorici fu 
chiamato anche l’anfiteatro di Verona, e vedremo in seguito che 
a Teodorico fu attribuito pure il cosi detto Caballus Constanlini. 
Nel Libro Imperiale la Mole Adriana, prima si dice costruita da 
Caligola, poi da Caligola solamente restaurata. 

Perchè la Mole Adriana, che sin dai tempi di Procopio serviva 
ad uso di fortezza, prendesse nel medio evo il nome di Castellum 
Crescendi , è noto dalle storie; perchè poi, già molto prima, avesse 
preso quello di Castel Sant Angelo è noto dalla leggenda. L’anno 509, 
essendo papa Gregorio I, infieriva in Roma una micidialissima 
pestilenza. Durante una processione ordinata a placare l’ira del 
cielo, il pontefice vide posarsi sulla Mole di Adriano un angelo, il 
(piale, in segno della grazia ottenuta, riponeva la spada nel fodero. 

(59) De bello gothico, I, 22. 

(60) Ap. Psbtz, Script ., t. Ili, p. 776. 

(61) Mukllbmhok, Zeugni8ae und Ex cure e zur deutschen heldensage, nella 
Zeitschrift fUr deuteches Alterthum dell’HAUPT, voi. XII, pp. 319*20. Nella 
Chronica regia 8. Pantaleonis (Annales Colonienses maximi) ad a. 1001 si 
dice: * Validissima turris Adriani imperatori, qnae et Theodorici ty ranni 
fuit fabrica, quae sine ulla laesionis iniuria con tra omnem impulsioni ma* 
cbinam durare videtur in saeculo Eccardo Uraooiknsb ad a. 1083: * Ca¬ 
stellum Crescentii quod vulgo domus Theoderici appellatur ,. 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 


105 


I Mirabilia ricordano molti altri templi, a ragione o a torto 
cosi denominati, dei. quali tuttavia non s’indica più che il nome (62). 
Del Mausoleo di Augusto, di cui pure si narravano meraviglie, 
dirò più opportunamente altrove. 

Un’altra delle maggiori singolarità di Roma era il circo di Tar- 
quinio Prisco, ossia il Circo Massimo, di cui si legge nei Mira¬ 
bilia: « Circus Prisci Tarquinii ftiit mirae pulchritudinis, qui ita 
erat gradatus quod nemo Romanus offendebat alterum in visu ludi. 
In summitate erant arcua, per circuitimi vitro et fulvo auro la- 

queati. Superius erant domus palatii in circuì tu, ubi sedebant fe- 

# 

minae ad videndum ludum XIIII. Kal. Madii, quando fìebat ludus. 
In medio erant duo aguliae; minor habebat octoginta septem pe- 
des S. (63), maior C. XX. duos. In summitate triumphalis arcus qui 
est in capite stabat quidam equus aereus et deauratus, qui vide- 
batur tacere impetum, ac si vellet currere equum ; in alio arcu qui 
est in fine stabat alius equus aereus et deauratus similiter. In al¬ 
titudine palatii erant sedes imperatoris et reginae, unde videbant 
ludum ». Giovanni Mansel ripete questa descrizione quasi parola 
per parola nella sua Fleur des histoires (64). Giovanni Cavallino 
soggiunge: (65) « Dicitur autem ludus Circeus a circuitu ensium 
et armatorum hominum stantium per circuitum spectaculi. ...Ibique 
rursum erant duo equi crei ingentes deaurati, qui magica dispo- 
sitione dispositi provocabant ad cursum equos ludentium in eodem ». 
Del circo di Tarquinio parla anche Martino Polono (66). 


(62) A proposito di templi Ramulfo Higden nota, e questa volta, come 
pare, di sua propria autorità: * Hic advertendum est quod in Roma tria 
tantum tempia fuerunt quae flammea habuerunt, id est pontifices idolorum, 
sic dicti quasi filamines a filo quod Jigabant sibi in capite, quando non 
poterant prae calvitate diebus festivis pileum deferre. Nam in tempio 
Jovis ministrabat flamen dialia, quia Jupiter vocabatur Diespiter, id est 
diei pater. Item in tempio Martis fuit flamen Quirinalis, nam Romulus di- 
cebatur Quirinus ,. 

(63) Submissales. 

(64) L. II, c. 125. 

(65) Op, eit. y 1. V, c. 7. 

(66) Tra gli edifizii maggiori di Roma il Settesoglio, del quale, come 
degli altri, si narrarono meraviglie. Questo monumento era il Settir.onio, 


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106 


CAPITOLO IV. 


I Mirabilia noverano quindici palazzi nel paragrafo De palatiti, 
la Oraphia ne novera dodici, l’Anonimo ventidue; ma Beniamino 
Tudelense, che viaggiò dal H0O al 1173, dice ne\Y Itinerario che 


già ricordato da Sfasciavo nella Vita di Settimio Severo ; ma il nome di 
Septizonium già nell'antichità si corruppe in Septizodium, Septidonium. 
Più tardi si ebbe Septemsolium, Septem Solia, Septisolium, Septa Solis, 
Sedes Solis, Septem Viae. Quest’ultima forma si trova già nell’AKOBiMo 
Eissibdlbhsk. Nel secolo XVI si trovano anche i nomi di Schola Septem 
Sapientium, di Scuola di Virgilio e di Sette Isole (V. Jordan, Topograpkie 
der Stadt Rom im Alterthum, voi. II, pp. 511*2). I nomi di Schola Septem 
Sapientium e di Scuola di Virgilio si debbono, parmi, alla tentata con* 
nessione della storia del Dolopathos con nno dei più cospicui monumenti 
della città. Nella Descriptio plenaria si dice: * Septizonium fuit templum 
Solis et Lunae, ante quod fuit templum Fortunae ,. Nella Oraphia: * Arcus 
stillans post Septa Solis ma più oltre: * Septisolium fuit templum Solis 
et Lunae In alcune recensioni più moderne dei Mirabilia si legge: * Septi¬ 
solium quod VII ordinibus columnarum subnizum fuit templum Solis et 
Lunae, mirae pulcritudinis et altitudini. Habebat ordines columpnarum 
unum super alium, unde Ovidius : regia solis erat sublimibus alta columnis , 
(V. Urlichs, Codex topographicus , p. 186). L’Anoniiio Maguabkcchiano dice: 
* Ad septem solia fuit templum omnium septem scientiarum, et posito quod 
atiqui velint dicere templum Soli fuisse, vel domum Severi Afri: sed deri- 
vatio Bua est septem artiurn scilicet septem omnium scientiarum: et sic 
creditur et dicitur et affirmatur per diaconum-Aquilegiensem ,. Il Petrarca 
scriveva in una epistola a Giovanni Colonna: “ Severi Aphri Septizonium, 
quam tu sedem Solis vocas, sed meum nomen in historìis scriptum lego F . 
Si distinse anche un Septemsolium m^jor da un Septemsolium minor. Ma 
la finzione più curiosa circa le origini e le meraviglie del Settesoglio tro* 
vansi nel Libro Imperiale , dove, narrata la venuta di Selvaggio e di Lucida 
in Roma, si passa a dire come Lucida comperò i terreni e le case che 
erano tra il Palazzo maggiore e il Colosseo, e quelle disfatte, fece costruire 
uno hedifizio di maraviglioso lavoro ... lo quale divenne beili stimo et alto , et 
fu chiamato Septemsolia et dipoi el tempio del Sole et della Luna. 11 libro 
descrive prima, come abbiam veduto a suo luogo, il Palazzo maggiore e il 
Colosseo, poi passa a descrivere nel seguente modo il Settesoglio (Hb. IV, 
Cod. della Nazionale di Firenze, lì, IV, 281, f. 52 e.): * Come fu fatto Sep¬ 
temsolia. Lo palazzo di Lucida et di Selvaggio fu hedifichato fra questi 
confini, et era in questa forma. La faccia dinanzi fu quaranta braccia 
largha, nel mezzo della quale era una porta di metallo di maravigliosa 
grandezza. Le mura erano due, l’uno inanzi all’altro et l’uno di lungi dal¬ 
l’altro diece braccia. Lo muro di fuori fu alto venti braccia, et lo secondo 
fu alto cento. Sopra lo muro di fuora fu fatto uno ordine di alte et belle 
colonne, sopra delle quali erano fermate volte et h&bitazioni trasportate 


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LI MSBAVIGLI! I LI CURIOSITÀ DI SOMA 


107 


Roma, i cui edifìzii erano diversi da quelli di tutto il rimanente 
mondo, possedeva ottanta palazzi reali, e ricorda in modo parti¬ 
colare quello del re Gaibino, dove erano tante sale quanti sono i 
giorni deiranno, e si stendevano lo spazio di tre miglia. In una 


guerra civile vi perirono una volta più di centomila Romani, di 
cui si vedevano ancora le ossa. Il re fece scolpire e rappresentare 
nel marmo tutta la pugna. Questa descrizione pare accenni alle 
catacombe di San Callisto. Beniamino ricorda inoltre un palazzo di 
Ginlio Cesare vicino a San Pietro, e il palazzo di Vespasiano, si¬ 
mile a un tempio, di grandissima e salda struttura. Ranulfo Higden 
ricorda come degni di maggiore ammirazione il palazzo di Diocle¬ 
ziano e il palazzo dei Sessanta Imperatori. « Palatium Diocletiani 
columnas habet ad jactum lapilli tam altas, et tam magnas quod 


in fuori, le quali volte si fermavano al maggiore muro drento, et così an¬ 
davano queste colonne di grado in grado fino in sette ordini, et però si 
chiamò Septemsolia, cioè sette habitaiioni. Drento del secondo mnro erano 
belle et magnifiche habitazioni, gli osci delle qnali rispondeano frali e dette 
colonne ,. L’edifizio fa condotto a termine in un anno, tanto sollecitamente 
vi fece Lucida lavorare d’attorno. Più oltre si narra della venuta in Roma 
di certo Tabilio, messo di Archelao, padre di Lucida. Prima di tornarsene 
in Tarsia, ond’è venuto, Tabilio visita i monumenti di Roma, * il quale, 
vedendo sì bello et sì ornato palazzo, molto si maravigliava come in sì 
poco tempo Lucida aveva fatto tanto lavorare. Poi andò righnardando il 
Co lineo e Palazzo maggiore, e il Tempio della Pace, et raghuardati tutti 
li hedifizi di Roma dicie: Per certo tatto l’altro mondo non è niente a 
rispetto di Roma In nn altro capitolo, dopo narrato come Archelao e 
Nlunedia, genitori di Lucida, venissero ancora essi in Roma per assistere 
alle rinnovate none di costei con Selvaggio (Maxizno), scopertosi figliuolo 
dell'imperatore Ellio, si dice in qual modo Septemsolia diventasse il tempio 
del Sole e della Lnna (f. 63 r.) : * Come fu edificato il tempio del Sole et della 
Luna. Passato l’anno, Archelao et Nnmedia si voglono partire; ma prima 
che partano fanno a) li dii solenne sacrificio, poi domandano allo imperadore 
di grazia che a memoria di tale ystoria si debbi fare uno venerabile tempio, 
di che Ellio fa oentento assai, et di ciò si rimette in Maximo et Lucida, 
li quali ferono fare tempio di quella loro habitazione di Septemsolia. For¬ 
nito lo tempio, si levò quello filosofo d'Asia, il quale, quando vidde insieme 
Maximo et Lucida in Tarsia, disse che aveva veduto il sole et la luna, et 
però disse: Signori, in rimembranza di sì belli donzelli abbi nome questo 
tempio Tempio del Sole et della Lnna, et così fu fatto, imperò che fino 
durò l’idolatria sempre si adorò il Sole et la Luna,. 


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108 


CAPITOLO IV. 


a centum viris per totum annum operantibus vix una eorum se- 
cari possit. Itera fuit ibi quoddara palatiura sexaginta imperatorum, 
ciyus hodie partem residuam tota Roma destruere non posse! ». 
Questo preteso palazzo di Diocleziano altro certamente non era che 
le famose Terme; ma non so che cosa potesse essere il palazzo 
dei Sessanta Imperatori, e solo trovo in una curiosa versione della 
Storia di Fiorio e Biancofiore che al tempo dell’imperatore Rabon 
erano in Roma sessanta re e sessanta regine (67). Dei palazzi di 
Roma dice Armannino Giudice nel conto XXX della Fiorita che 


(67) Essa si trova nel cod. 1661 della Riccardiana in Firenze, contenente 
varie leggende in dialetto veneto, ed è quella stessa che porge argomento 
alla nota Rappresentazione di Rosana. Ne trascrivo il principio che si lega 
anche con le leggende del Colosseo. Comincia al f. 86 r. 

Una molto bella legenda de una Regina de Roma che have nome Rosana 
e .de lo re Hausterio suo marito. 

Al tempo de Rabon imperatore de Roma havea in Roma sexanta re e 
sesanta regine incoronati, et era lo dioto imperatore lo più crudele e lo 
pezore che zamai fosse veduto contra li Cristiani amici di dio. Ed in ogni 
parte ove podesse savere che nessuno ge n’avesse tuti li faseva prendere 
e cum diversi tormenti li faseva morire, imperciò che elio era pagano e 
adorava le ydole sorde e mute, fatte per mane de homo, i quali non po- 
de vano valere nè a loro nè altrui. Et in quello medesimo tempo hauea in 
Roma una Regina la quale haveva nome la Reina Rosana, et era la più 
bella e la più savia de scritura e de seno naturale che tute le altre Re¬ 
gine, sì che la fenno donna loro e commandatrice de tute le altre Regine. 
E questa Regina Rosana haveva uno suo marito lo quale haveva nome lo 
Re Austerio, e bene li seguitava lo nome, perchè elio era molto crudele 
e reo contra li Cristiani, et era lo più possente e lo più richo de nessuno 
de li altri Re de Roma, e non haveva alguno figiolo, nè maschio nè femena, 
e de zo ne staveno in grande pensamento. E la Regina Rosana ne stava 
in grande pensamento e diceva: Se io potesse bavere figiolo io mi terrei 
la più graciosa Regina de questo mondo. Or avene uno zorno che la Reina 
Rosana andoe al Coliseo di Roma, nel quale 6tava uno ydolo, lo quale 
haveva nome l’idolo Pantaleo, nel quale stava uno demonio che havea 
nome Astaroth, e rendeva responsione a chi parlava cum lui, et era lo 
mazore idolo di tuta Roma, si che tutti i Romani haveva in lui grande 
divocione a quel tempo. E questa Raina Rosana fo dinnanzo da lui inzi- 
nochiata, e pregollo molto divotamente che li desse figiolo, e felli gran¬ 
dissimi doni e grande offerte, e tuta notte se li stete innanzo inzinochiata, 
et in sua compagnia tenne cento donne, e cento donzelle, mogiere e figiole 
de conti e de baroni, e fo tanta In cera che si arse in quella notte che 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 109 

dall’uno all’altro andare si poteva su per certi ponti i quali 
quivi erano divisati. Che cosa dovessero essere i palazzi impe¬ 
riali si può del resto immaginare facilmente, se dice Olimpiodoro 
in un luogo delle sue Storie che ogni gran casa in Roma aveva 
quanto può avere una mediocre città, e soggiunge il verso: 

Fl$ ió/Aog iotv TtéÀei ‘ nóÀtg iotea (*v(tla xeà&et (68). 

Gli avanzi delle terme facevano testimonianza di una fra le 
maggiori sontuosità dell’antica Roma. Forse il non potersi più in¬ 
tendere dagli uomini di una età imbarbarita come si provvedesse 
al loro uso e alle molte necessità che andavano congiunte con 
quello, fu causa che s’inventasse una non molto ingegnosa favola, 
secondo la quale Apollonio Tianeo, l’emulo di Virgilio nelle arti 
magiche, avrebbe, mercè un mescuglio di zolfo e di sale, acceso 
con una candela consacrata, provveduto in perpetuo al riscalda¬ 
mento di certe terme da lui costruite (69). Seguitando la enume¬ 
razione delle meraviglie di Roma, dice Arraannino Giudice nel 
conto XXX della Fiorita : « Eravi ancora uno deficio che si chia¬ 
mava terme Diocliciani, e un altro il quale si chiamava terme An- 
tignani. Questi erano palagi voltati, e su di sopra erano facti prati 
con arbuscegli e con molte erbe. Quivi si posavano grimperadori, 


valse cento belanti d’oro. E quando venne la matina a l’alba del die questo 
ydolo Pantaleo rispose a la Reina Rosana e disse a lei : Andarai e tornami, 
e fami holochausto e sacrifficio a tuti li altri ydoli di Roma, e grande¬ 
mente offerirai loro, e. quando avrai zo fatto io t’imprometto che la prima 
volta che tu usami col tuo marito tu te ingravidami uno figiolo maschio, 
lo quale serae conduttore e governatore del popolo Romano. E la Raina 
Rosana andoe incontenente, et hebe fornito tuto quello che l’idolo Pantaleo 
h&vea ditto. 

Nella Bappreeentazione di Botano il Re e la Regina vanno a raccoman¬ 
darsi al dio Marte. 

(68) Photii Bibliotheca ex recensione Immamublis B massi, voi. 1, Berlino, 
1864, p. 68, col. 1*. 

(69) Fra gli altri la riferisce anche Ranulfo Higden: * Item Beaneus 
Apollo confectionem quandam sulphuris et nigri salia inclusit in vaso aeneo, 
quam candela consacrata incendit, et balneum ibi fecit cum thermis per¬ 
petuo calentibus „. 


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110 


CAPITOLO IV. 


ciòera no gli dictatori a tempo di state per refrigerio della grande! 
calura; però terme furono chiamate quelle grandi palacza, che per 
lectera viene a dire stufe. Chosi è stufa quella ove il caldo s 
fugge come quella ove si caccia il freddo ». I Mirabilia noverano 
dieci terme. Fazio degli Uberti si contenta di ricordare i tei'mi 
di Dioclezian bello. 

Gli acquedotti, altra gloria di Roma, sono ricordati da Ranulfo 

Higden (70), ma i Mirabilia appena ne fanno menzione per inci- 

% 

dente. Nel V secolo Polemio Silvio ne registra quattordici (71). Il 
già citato Zaccaria (VI sec.) degli acquedotti non fa motto, ma re¬ 
gistra milletrecentocinquantadue fontane. In un codice Bobbiense 
dell’Vili o IX secolo gli acquedotti indicati per nome, sono in 
numero di nove (72), e in numero di dicianove in un codice Vos- 
siano (73). Nell’Anonimo Einsiedlense se ne trovano ricordati pa¬ 
recchi sotto il nome di Fotvnae che è il nome dato loro comune¬ 
mente nel medio evo, e dieci ne registra l’Anonimo Magliabecchiano 
sotto il nome di Aqtcae, usato anch’esso frequentemente. 

Quanto ai ponti i Mirabilia ne registrano nove e Giovanni d’Ou- 
tremeuse novecento. Le agulie ricordate dai Mirabilia sono, quella 
di S. Pietro, e le due che ornavano il Circo di Tarquinio Prisco ; 
l’Anonimo Magliabecchiano ne ricorda due alte millecentododici 
piedi, e altre ottanta che si trovano nel circo di Tarquinio (74). 


(70) Rem jurta palatium Augusti est murus coctilis descendens per 
portam Asinariani a simun is montibus, qui immensis fornieibus aqnae¬ 
do ctoni sustentat; per quem amnis a montanis fontibos per spatàum unius 
dietae urbi illabitur, qui aere» fistulis postmodum di visus universis pa¬ 
lati» Romae quondam influebat. Fluvius namque Tiberis equis est salubris, 
sed hominibus noxius ; quamobrem a quatuor urbis partibue per artificiosos 
meatus veteres aquas recentes venire fecerunt; quibus, dum ree publica 
floruit, quicquid libuit consummare licuit. 

Vedi ciò che dell'acquedotto romano di Treveri si dice nei Getta Treve- 
rorurn, ap. Pkrtz, Script ., t. Vili, p. 132. 

(71) Urlichb, Codex, p. 48. 

(72) Io., ibid p. 51. 

(78) Id., ibid., p. 52. 

(74) * Hae sunt aguliae que erant in urbe, et ubi, et quomodo et per quam 
causam, et quorum ornamentis. Duae magnae millae centom duodecim 
pedum; alia octoginta steterunt in circo Prisci Tarquinii mirifioe posita, 


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L.I MKBAVIQL1B B LB CURIOSITÀ DI ROMA 


111 


\3na delle singolarità più curiose di Roma erano i due gruppi 
colossali di Monte Cavallo, che una tradizione certo assai antica, 
faceva opera di Prassitele e di Fidia. Essi rappresentano, com’è 
noto, i Dioscuri; ma nel medio evo, perdutasi la memoria di ciò, 
e volendosi pure spiegare in qualche modo quelle figure, s'inventa 
una strana favola, fondata appunto sul nome di Prassitele e di 
Fidia che con esse era rimasto congiunto. I MiraMlia la narrano 
nel seguente modo: « Temporibus Tiberii Imperatori venerunt 
Romam duo philosophi juvenes Praxitelus et Fidia. Quos imperator 
cognoscens esse tantae sapientiae caros in suo palatio habuit. Qui 
dixerunt ei se esse tantae sapientiae, ut quicquid imperator eis 
absentibus in die vel in nocte in camera sua consigliaverit, ei 
nsque ad unum verbum dicerent. Quibus imperator ait: « « Si fa- 
citis quod dixistis, dabo vobis quicquid vultis » ». Qui respondentes 

dixerunt: « « Nullam pecuniam, sed nostrorum memoriam postu- 

« 

lamus » ». Veniente altero die per ordinem retulerunt imperatori 
quicquid in illam praeteritam noctem consiliatus est. Unde fecit 
eis promissam praelibatam memoriam eorum sicut postulaverunt ; 
equos videlicet nudos qui calcant terram, id est potentes principes 
huius saeculi qui dominantur homines huius mundi. Veniet rex 
potentissimus qui ascendet super equos, id est super potentiam 
principino huius seculi. In hoc seminudi qui stant iuxta equos et 
altis brachiis et replicatis digitis nunciant ea quae futura erant, 
et sicut ipsi sunt nudi, ita omnis mundialis scientia nuda et aperta 
est mentibus eorum. Femina circumdata serpentibus sedens, con¬ 
caio habens ante se signifìcat ecclesiam et praedicatores qui prae- 
dicavernnt eam; ut quicumque ad eam ire voluerit non poterit, 
nisi prius lavetur in conca illa » (75). Fazio degli Uberti accenna 
a questa favola quando fa dire a Roma: 


ahi nunc horti sunt caulinni E la versione italiana: * Due grande di mille 
cento duo piedi : una altra di octaata stette nel circo di Tarquinio Prisco, 
mirabilmente posta, dove hora sono gli horti delle erbe 
(75) Questo racconto si ritrova con qualche leggiera variante nelle reda¬ 
zioni posteriori dei Mirabilia, alle quali si raccosta Rabulto Hiodkh, che 
pure, benché piò in succinto, lo riferisce. 



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112 


CAPITOLO IV. 


Vedi i cavai del marmo e vedi i due 
Nudi che ’ndivinar come tu leggi (76). 

In una specie di profezia latina anonima i Cavalli marmorei 
sono ricordati insieme col Cavallo di Costantino: 

Mundus adorabit, erit Urbs vix presale digna, 

Constantine cades et equi de marmore facti 
Et lapis crectus et multa palacia Rome (77). 

Del cosi detto Cavallo di Costantino, altra singolarità di Roma, 

avrò a parlare in luogo più acconcio. A Roma i cavalli di metallo, 

« 

di marmo, e persino di avorio, abbondavano, erano un lusso della 
città. A voler credere airAnonimo Magliabecchiano, verso il mezzo 
del secolo VII si trovavano ancora entro le mura, sparsi qua e là, 
settantaquattro cavalli di avorio, portati poi via da quel medesimo 
Costante che rubò al Pantheon le tegole di bronzo (78). I quattro 
cavalli che adornano ora la facciata di San Marco in Venezia si 
vuole che in origine sieno stati in Roma, dove appartenevano a 


(76) L’edizione veneziana del 1501, la milanese del 1826, la veneziana 
del 1885 (l’altra, pure veneziana, del 1820 non l’ho potuta riscontrare) 
leggono concordemente: 

Vedi i cavai di marmo e vedi i due 
Che gl'intagliaro appunto come leggi; 

dove non si capisoe più nulla, o si capisce solo che gli editori hanno 
voluto ridare a Prassitele e a Fidia l’antica e genuina lor qualità. La 
lezione da me recata è del cod. Torinese, e si accorda in tutto con la 
leggenda. 

(77) Pbktz, Script., t. XXII, pp. 889-90. È tratta da un codice del XIV 
secolo. 

(78) Equi eburnei septuaginta quatuor dispersi in locis, ubi causa magni- 
ficentiae positi erant, ut quos Constantinus Errachii (1. Constane Heraclii, 
cioè Contante figliuolo di Eraclio) secum tulit per maiori parte, quando ivit 
in Siciliani Syracusasque, ubi interfectus a suis familiaribus anno eius 
quinto, Saraceni postea venientes de Damasco in Siciliani et in Syracusas 
pr aedi età omnia iata tulerunt portantes. — L’Ano amo Einsibolenss, che 
nell'VlII secolo descrisse Roma qual era, registra solamente il cavallo di 
Costantino e i cavalli marmorei. 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 


113 


un arco di Plisco o Prisco (79). Di una statua equestre che per 
artifizio di caiamite stava sospesa in aria parla Ranulfo Higden (80). 


(79) Fazio dnu Ubkrti: 

Vedi l’eroo di Plisoo onde già tolse 
Costati ti n U cavalli allora oh’ello 
Lasciando me a Bisansio si volse. 

Il Jomoaii ( Op . cit., voi. Il, p. 892) pensa debba leggersi vedi 7 circo di 
prisco, e dei cavalli del circo di Prisco dioe la Qraphiax ‘ portati sunt a 
Constantino imperatore ( intendi sempre Costante 11) cum omni ornatu facto 
ex aere in Constantinopolim, Damascano et Alexandriam ,. Ma a quei versi 
di Fazio il Capello fa il seguente commento: * L'archo di Plischo è quel 
grande presso al coliseo ch'altri dioe che fu facto a Tito, e da lì tolse i 
cavalli Constantino, e mandoli a Constantinopoli onde poi funo tolti, e por- 
tati per venetiani, e posti in lo tempio di San Marcho supra la intrata in. 
Venetia ,. Non ripugna punto il credere che nel medio evo fosse stato 
dato all’arco di Tito, più comunemente conosciuto sotto il nome di arcua 
sepiem lucemarum, anche il nome di arco di Plisco o Prisco, derivato dal 
Circo di Tarquinio Prisco, ch'era lì accosto. 

(80) Erat quoque in domo quadam ferreum simulacrum Bellerofontis 
pondere quindecim millia librarum, in aere cum equo suo suspensum, 
nulla catena superius aut stipite inferius sua tentatimi, sed lapidea ma* 
gnetes in arcubus testudinum, sive fornicibus arcuatis circumquaque po- 
nebantur, et hinc inde proportionali attractione simulacrum in medio ser- 
vabant, ita ut nullicubi posset dissilire. — Di questo prodigio, che ricorda 
l'altro simile della tomba di Maometto, si narra anche nel De septem mundi 
miraculis attribuito a Beda. * Quartum miraculura, simulacrum Bellero- 
phontis ferreum cum equo suo in summa ci vitate suspensum, ecc. ,. Qui 
la città non si nomina altrimenti, ma quella sutntna civitas potè far credere 
si trattasse di Roma, e tale fu, credo, la ragione che indusse Ranulfo, o 
altri che lo precedette, a porre tra le meraviglie di Roma anche il cavallo 
di fiellerofonte. Se non che summa civilate è, senza dubbio, un errore di 
copista. In un manoscritto della Laurenziana (pi. XX, 48) da me veduto, si 
legge in Smirna ci vi tate, e questa è la lezione corretta. Plinio racconta 
{Hist. Nat ., XXXIV, 42): ‘Magnete lapide Dinochares architectus Ale* 
xandriae Arsinoes templum concamerare inchoaverat, ut in eo simulacrum 
ejus e ferro pendere in aere videretur. Intercessi mora et ipsius, et Pto* 
lemaei, qui id sorori suae jusserat fieri Ciò ripete Isiooao di Siviglia, 
Originum, VI, 20. Di un simulacro sospeso nel tempio di Serapide parlano 
S. Agostino, De (Svitate Dei , XXI, 6, e Soida, s. v. Mayvijug. Di una statua 
ferrea di Mercurio sospesa per virtù di caiamite nella città di Treveri, 
parlano i Gesta Treverorum (ap. Pcbtz, Script., t. Vili, p. 1S2), Giovanni 
d’Outbnmnusn (Op. cit., t. I, p. 16) e altri. Ciriaco d’Ancona che viaggiò 
in Europa, in Africa, in Asia,* aveva veduto le sette meraviglie del 

Q%at, Roma. 8 


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114 


CAPITOLO IV. 


Parecchie altre meraviglie di minor conto si vedevano in Roma 
come l’Albeston (81), le Colonne di Salomone (82) ecc. 

Ma se tutti in genere, i monumenti di Roma attestavano l’opu¬ 
lenza e lo splendore della città, uno ve n’era che faceva più par¬ 
ticolare testimonio della gloria e delle virtù degl’illustri suoi figli, 
e questo era, a detta di Giovanni Cavallino, la Colonna Antonina. 
Parlando della regione Colonna, dice l’autore della Polistoria (83) : 
« Que regio ideo dicitur Columna a rectitudine et firmitate quibus 
ab olim incole buius regionis ad instar cuiuslibet stabilis edificii 
columnarum recti et firmi dicebantur. Prius ego confirmavi columnas 
eius. Quarum virtutes clarissimas imperator Antonius animadvertens 
inter tales viros regionis huiusmodi elegit habitationem ; in qua 
occasione predicta ingentia construxit palatia, et erexit in titulum 
laudis et honoris sui glorieque perhennis ac regionis ipsius in 
sempiternum unam ingentem columnam marmoream concavam a 
pede usque ad verticera, per quam patet ascensus per eam per 
quasdam scalas lapideas stantes in medio ipsius, cuius altitudo 
esse dignoscitur Centura .xl. pedum. Et in circumferentiis columne 
huiusmodi iussit sculpiri ymagines simulacra et statuas, a sto dictas, 


mondo, fra l’altre anche la statua di Bellerofonte. Almeno così afferma 
Leonardo Dati: 

Vidisti in&oulptos divo* et martia bella 
Quae gesserànt, et Bellerophontis equina. 

Itinerarium , edito dal Mbhub, p. 6. 

(81) DeH’Albeston così parla la Oraphia : * Sancta Balbina in Albiston 
fuit mutatorium Cesaris. Ibi fnit candelabrum factum de lapide albiston, 
qui semel accensus, ac sub divo positus nunquam aliqua ratione extingue- 
batur... Qui locus ideo dicitur Albeston quod ibi fiebant albe stole impe* 
rato rum a . Esso è ricordato anche da Fazio degli Uberti: 

m 

B guarda l’Albeecon e Setteaoglio. 

Così correttamente l’edizione del 1820; tutte l’altre hanno: 

B guarda l'Obelisco e Setteaoglio. 

(82) Narra Beniamino Todelense che nella chiesa di Santo Stefano gli 
furono mostrate due colonne di bronzo, opera del re Salomone, le quali 
sodavano tutti gli anni nel nono giorno di luglio. 

(88) L. Vili, c. 3. 


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LI MIRATIGLI! I LI CURIOSITÀ DI ROMA 


115 


representantes clarissimos viros consules Roraanorum ob magnificas 
virtù tes et gesta eorum, scilicet Brutorum, Publicolarum, Emilio- 
rum, Fabritiorum, Curiorura, Scipionum, Scaurorum, Marcellorum, 
Muciorum, Coclitum, Turquatorum, Mariorum, Catulorum ac cete- 
porum generosorum virorum genere atque factis, et postremo illu- 


strium Cesarum splendore fulgentium ». 

Per chiudere degnamente questa rassegna riferirò alcune imma¬ 
ginazioni degli Arabi intorno a Roma, immaginazioni che vincono 
di molto in istravaganza tutto quanto s’è veduto sin qui. Nei geo¬ 
grafi e negli storici di quella nazione è assai spesso fatto ricordo 
di Roma e dei Romani, indicati alcuna volta col nome strano di 
Benu ’lasfar, o piuttosto Banu ’l Asfar (84). Il mare mediterraneo 
è da essi chiamato il ‘mare di Roma (85). 

Edrfsi, il quale scriveva il suo trattato geografico nel 1153, alla 
corte del re Ruggero di Sicilia, parlando delle mura di Roma, dice 
che il muro interno aveva dodici cubiti di spessore e settanta di 
altezza, l’esterno, otto di spessore e quarantadue di altezza. Il Te¬ 
vere era lastricato di rame (86). La grandezza e la magnificenza 


(84) Questo nome è in più particolar modo applicato agl’imperatori ro¬ 
mani, ma serve anche a denotare tutti gli Europei. Circa la significazione 
precisa e circa l’orìgine di esso si fecero parecchie congetture. Secondo il 
geografo persiano Al Biruni (m. 1088) i Cesari erano figli di Asfar, cioè 
Sufar, figlio di Nefar, figlio di Esaù, figlio di Abramo. Ebn-Khalukan rac¬ 
conta a questo proposito una curiosa storia riferita dal Quatbbmébe, Mé- 
moire sur l'ouvrage intitulé Kiiab alagdni, Journal asiatique, 1885, pp. 889-91 n. 
V. sulla ragione di quel nome una congettura di Silvestbo db Sact, No- 
tiee d'uri manuscrit hibreu, ecc. Notices et extraite dee manuscrits , voi. IX, 
pp. 487*8, n. f ripetuta nel Journal asiatique, 1836, pp. 94-6, ma resa superflua 
da una nota dell'Ascou, inserita nella Zeitschrift der deutsehen morgenl&n- 
disehen Qesellschaft , voi. XV, pp. 143-4. V. anche Ebdmann, Ueber die sonder- 
bare Benennung der Europder, ecc., nella Zeitschrift suddetta, voi. II, pp. 287-41. 

(85) Traggo la più gran parte delle favole arabiche seguenti da uno 
scritto del Guidi, intitolato Roma nei geografi arabi , e inserito nel voi. I, 
pp. 178-218, Archivio della Società romana di storia patria. 

(86) Il Gobiobidb ( Op. cit., lib. I, c. 3) dice che i Romani fecero lastricare 
di rame il Tevere per la lunghezza di 18 miglia. Anche l’Arciprete di Hita 
dice che Virgilio lastricò il Tevere di rame. St. 256: 

Todo el anelo del rio de la oibdad de Roma 
Tiberio ago* oabdal qne mnohaa agnas toma, 

Fisole anelo de oobre, rei use mas qne goma. 


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116 


CAPITOLO IV. 


di Roma, dice questo scrittore, sono tali che non si possono de¬ 
scrivere a parole. Jàkùt (1179-1228) riferisce nel suo dizionario 
geografico intitolato L’alfabeto dei paesi, una descrizione di Roma 
lasciata da Ibn al Faqih, il quale fioriva nella prima metà del 
X secolo, e piena delle più pazze immaginazioni. Jàkùt dice di ri¬ 
ferirle perchè molti famosi dotti ne parlarono, ma Dio solo cono¬ 
scere la verità. Il mercato degli uccelli è lungo una parasanga. Vi 
sono in città seicentomila bagni (altrove dice seicentosessantamila). 
I mercati sono meravigliosi : un braccio di* mare, condotto entro 
un canale di bronzo, dà via alle navi, che possano giungere sino 
ad essi e scaricarvi comodamente le loro mercanzie. La città ne 
possiede dodicimila, senza contare ventimila più piccoli. La chiesa di 
S. Pietro e Paolo è lunga mille braccia, larga cinquecento, alta du- 
gento (87). La chiesa di Santo Stefano è tutta di una pietra sola (88), 
e le stanno intorno trentamila stiliti sulle loro colonne. La chiesa 
delle Nazioni, altrimenti detta di Sion, ha milledugento porte di 
ottone, quaranta d’oro, e molte altre ancora di avorio, d’ebano e 
di altre materie. Vi sono mille filari di colonne di quattrocento- 
quaranta colonne ciascuno. La servono seicentodiciotto vescovi, e 
cinquantamila fra preti e diaconi. Si parla della Salvaiio Romae 
e si pone nella residenza del papa. Si narra la storia dello stor¬ 
nello di bronzo as-Sùdànì, a cui certo giorno dell’anno gli stornelli 
di tutto il paese circostante recavano ciascuno nel becco un’oliva, 
e cosi tante se ne raccoglievano che bastavano a provvedere d’olio 
tutta la città (89). Per dare un’idea della estensione di questa si 
dice che le sue campagne, sebbene si distendano all’ingiro per più 


(87) Abulfbda dice che la chiesa di San Pietro è lunga seicento cubiti 
e larga altrettanto, e si diffonde a parlare della magnificenza di essa 
( Géographie , traduzione di M. Rbinaud, Parigi, 1848, t. II, parte 1*, pp. 280-1). 
Egli cita Edrisi, ma nel trattato di costui non si trova riscontro alle sue 
parole. 

(88) Di una pietra sola, o piuttosto scavato tutto intero nella pietra di 
un monte, si disse anche il teatro di Eraclea, che figura in alcuni elenchi 
tra le sette meraviglie del mondo. 

(89) Ibn Kbaldun (1382*1406) nel libro I dei suoi Prolegomeni storici si 
fa beffe di questa favola. Notices et extr. dee manuscrits , voi. XIX, parte 1, 
p. 75. La favola degli stornelli apportatori di ulivi non fu solamente con* 


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LE MERAVIGLIE E LE CURIOSITÀ DI ROMA 


117 


mesi di cammino, sono insufficienti a vettovagliarla. Per dare una 
idea del tramestio rumoroso della popolazione nella gran metro¬ 
poli si riportano le parole di G’ubair ben Mut’im che disse : Se non 
fossero le voci e il chiasso che levano gli abitanti di Roma, si po¬ 
trebbe udire il rumore che fa il sole quando nasce e quando tra¬ 
monta. Infilatene tante Jàkùt ripete: Dio solo conosce la verità. 

Ibn Khaldun, che ha un mirabile sentimento della verità storica, 
e spesso si duole della credulità dei suoi connazionali, parlando 
del quinto clima si contenta di dire : « Roma la Grande ha, come 
a tutto il mondo è noto, immensi edifizii, monumenti meravigliosi 
e chiese antiche ». Tuttavia alla favola del Tevere lastricato di 
bronzo aggiusta fede ancor egli (90). 

Crede il Guidi che queste immaginazioni risalgano per la mas¬ 
sima parte a scrittori greci, dai quali, per mezzo dei Siri, gli Arabi 
attinsero quanto sanno intorno a Roma. Di ciò non mi persuado 
interamente. Le fantasie testé riferite hanno spiccatissimo il ca¬ 
rattere arabico, e ben si accompagnano con altre infinite di simil 

natura che si trovano .sparse in quegli scrittori. Descrizioni di città 

« 

meravigliose e di telesmi singolari s’incontrano ad ogni passo nei 
geografi e negli storici (91). 

Alle immaginazioni arabiche possono fare conveniente riscontro 
le rabbiniche. Nel trattato Pesachim del Talmud si dice : « Nella 
grande città di Roma sono trecentosessantacinque vie, ed in cia¬ 
scuna via trecentosessantacinque palazzi, ed in ciascun palazzo tre¬ 
centosessantacinque gradini, e per ciascun gradino tanto quanto 
basterebbe a nutrire tutto il mondo ». Nel trattato Meghilla si 
legge : « L’Italia della Grecia (?) è la grande città di Roma, la 
quale ha trecento miglia di lunghezza e di larghezza (ogni miglio 


neaaa con Roma. Racconta il Mandbvills nella Relazione de* suoi viaggi 
che l'olio ond’erano alimentate le lampade nella chiesa di Santa Caterina 
io Alessandria, si faceva con olive recate nna volta l’anno dai corvi, dalle 
cornacchie, dagli stornelli e da altri ucoelli. 

(90) Ibid., p. 152. 

(91) V. per esempio Wubstbhfbu», Die àlteste aeggptische Geschichte nach 
dtn ZZauber- und Wundererz&hlungen der Araber in Orient und Occident , 

voi. I, pp. 326-40. 


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CAPITOLO IV. 


formato di quattromila passi) e conta trecentosessantacinque vie, 
quanti sono i giorni del sole, delle quali la più piccola è quella 
dove si tiene il mercato degli uccelli, lunga sedici miglia e larga 
altrettanto (92). Il re desina ciascun giorno in una di esse, e cia¬ 
scuno di coloro che vi abitano, se non vi è nato, riceve dalla casa 
del re una razione di cibo, e se vi è nato, anche se non vi abiti, 
la riceve dal re. Vi sono anche tremila terme, e cinquecento fi¬ 
nestre (?), le quali mandano il fumo al disopra dei muri. Da una 
parte della città è il mare, da un’altra sono monti e colline, da 
un’altra un muro di ferro, da un’altra una campagna sterile e 
sassosa con profondi fossati » (93). 

Cosi coloro stessi che più odiano Roma sono costretti a celebrarne 
ed esagerarne la grandezza e lo splendore. 


(92) Nel trattato Bàxa Bàthra si dice che nella città di Zippore sono 
cent’ottantamila vie per i soli venditori di certa derrata. 

(98) GisBimsMon, EntdeckUs Judenthum, voi. I, p. 411. 




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CAPITOLO V. 


I tesori di Roma. 


Nella Chanson de Roland la regina Bramimonda, moglie di re 
Marsilio, nel dare a Ganellone, in premio del suo tradimento, due 
braccialetti da regalare alla sposa, dice valere essi più che tutti i 
tesori di Roma: 

Bien i ad or, raatices et jacunces, 

£ valent mielz qne tot l’aveir de Rume (1). 

La fama della ricchezza di Roma era pari alla fama della sua po¬ 
tenza. 

Nè poteva essere altrimenti, giacché non solo le rovine delle 
antiche fabbriche facevano testimonio di impareggiabile opulenza, 
ma le storie ancora, ricordando come i Romani avessero esteso il 
loro dominio sopra tanta parte di mondo, e assoggettati a tributo 
tanti e così diversi popoli, e i poeti similmente, nei cui versi la 

tl) Vv. 638-9. Guillaume db Lobbia dice nel Roman de la Rose, parlando 
di una gemma che preserva da qualsiasi veleno, vv. 81-2 : 

Eia vansUt » un prodo rum e 
Miei qua treatoua li ora da Romina. 

Non solamente Roma si ebbe in concetto di ricchissima, com'era più natu¬ 
rale, ma ancora tutta la Romania, in quanto si stimava partecipe delle 
sorti di Roma. 

Car ne vaaaiaaent point pour l’or de Romania 
Perdre la damoisel qui tant ot baronaia, 

si legge nel Bastar» de BuiUon, ed. di A. Schelbr, Bruxelles, 1877, vv. 3483-4. 


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120 


CAPITOLO Y. 


città dei sette celli sfolgora d’oro, avvaloravano la opinione che 
Roma dovesse riboccar di tesori. Ovidio, che il medio evo amò ed 
ebbe assai familiare, la confermava dicendo: 

Simplicitas rudis ante fuit, nane aurea Roma, 

Et domiti magnos possidet orbis opes. 


In tempi già tristi Prudenzio la chiamava ancora ditissima. Pisa, 
come s’è già detto innanzi, fu cosi chiamata appunto perchè ci si 
pesavano i tributi che da tutto il mondo traevansi a Roma, e 
poiché, stante la copia di questi, un luogo solo non era più suffi¬ 
ciente, i Romani provvidero a che ivi presso ne fosse ordinato un 
secondo, e perciò il nome di Pisa si declinò per grammatica in 
plurale, Pisae , Pisarum. Non si creda tuttavia che i tributi fos¬ 
sero molto gravosi; poiché, essendo cosi smisurato il numero dei 
tributarii, Roma poteva contentarsi di riscuotere da ciascuno una 
assai picciola imposta. A tale proposito si legge nel Libro impe¬ 
riale (2): «La gente viveva sanza alchuna spesa però ch’el ma* 
giore tributo che si arechassi a Roma per la magiore ciptà del 
mondo erano dieci honce d’oro per anno, sicché picchola chosa per 
uomo ne tocchava. E tributi venivano a Roma in vasi di terra in¬ 
vetriati chon diversi cholori, et questo providdono e romani per 
fare di ciò pei-petua memoria, perchè come el tributo era giunto 
a Roma gittavano et rompevano il vaso in uno luogho di che apare 
uno grandissimo monte apresso a quella porta che va a santo Pa¬ 
gliolo, dove è el sepolcro di Remo, che si dice la meta di santo Pa¬ 
gliolo. Tanto vuole dire meta quanto sepoltura, et chosi la chia¬ 
mavano gli antichi. Molto furono e romani di grande provedimento. 
Pensando dare fama perpetua alla ciptà di Roma facievano le vase 
ronpere acciò che la giente, nè per avaritia, nè per altra chagione 
giamài non faciessino chura di cotali chose avere. Onde e’ furo 
tante le vasa che se ne fece a Roma uno grandissimo monte, sic- 
ebome ancora appare, et ponevano uno suolo di chocci et uno suolo 


(2) L. Ili, c. 4, cod. della Casanatense d, I. 4, p. 62, col. 1* e 2*, cod. della 
Laurenziana, pi. XLIII, 21, f. 20 r. 


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I TESORI DI ROMA 


121 


di terra, et anche tiene quel nome, perchè si chiama el monte 
de’ chocci, dove si fa le feste del toro nel tempo di charnasciale » (3). 

I Mirabilia Romae pubblicati dall’Hòfler di su un codice del 
XIV secolo (4) terminano con le seguenti parole: « Tanta gloria, 
tanta leticia die noctuque fiebant in Roma quod quasi nullus pauper 
habebatur in ipsa, sed de omni parte mundi, per mare, sicut per 

terram, omnes divide portabantur ad urbem». Nel già citato Opu- 

% 

sculum de mirabilibus novae el veteris Romae di Francesco de 
Albertinis è un capitolo intitolato De divitiis Romanm'um , dove, 
con la scorta di antichi scrittori, si ricordano varii esempii di opu¬ 
lenza e di prodigalità, scelti fra i più solenni. L’epiteto di aurea 
deve certamente aver contribuito a far credere che in Roma si 
notasse nell’oro, e le statue d’oro massiccio, e i tetti dorati, di cui 

(3) Questo monte è il Mona teatarum, o Monte testaccio, formato veramente 
di rottami di vasi, ma di cui non si conosce la origine. La favola dei vasi 
contenenti i tributi trovasi narrata anche altrove. Parlando di Poita Por* 
tuense. Giovassi Cavallino nel 1. VI, c. 41, del già citato suo libro dice: 

* Alias huiusmodi dicitur porta erea ab ere, quod est tributum priscis tem¬ 
poribus prestari solitum Romanie a singulis Regibus et provinciis universis 
per singola quinquennia, et portabatur ad urbem per eoe et questores hu¬ 
iusmodi tributorum per rates et navigia quam plurima vasis terreis piena 
eris (sic) per mare usque Romani in regione transtiberim ab olim nuncu* 
pata Ravenna, eo quod ipsa regio olim erat portus et refugium navium 
predictarum, et huiusmodi vasa terrea in quibus tributa huiusmodi porta¬ 
bantur frangebantur, ex quibus fragmentis factue fuit quidam acervus sive 
cumulus elevatus in altum, qui romano ydiomate dicitur hodie mons te¬ 
starne, idest teatarum acervus, positus inter Tyberim et portam Tergeminam, 
vel Capenam, ubi hodie, singulis annis quibus in pace Romana Civitas gu- 
bernatur, lodua maximus celebratur a popolo et iuventate Romanorum 
equestri. Ex alto montis eiusdem emittuntur quadrige, seu currus rotarum, 
cum tauribus agresti b et aliis silvestribus animalibus precipitantibus dictas 
quadriga* et rotas currus a ruo dictas Parlando nello stesso lib. VI, c. 27, 
della Porta Metaura (1. Metronia, o Metronis), Giovanni nota: a Porta Me¬ 
teora dicitur a meta, quod est mensura, quia aurum, idest tributum prò* 
vinciarum quod dabatur questoribus Romanorum ab hominibus universi. 
orbi*, mensurabatur et cumulabatur ibidem. Et postea per custodes erarii, 
decreto Senatus populique Romanorum sic mensuratum, sub clausura et 
fida custodia in erario publico aervabatur ,. 

(4) Nel voi. I dell’opera intitolata: Die teutschen Pipate nach handschrift- 
licken und gedruckten Quell e n ver fossi, Rati sbona, 1839. 


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122 


CAPITOLO V. 


si fa cosi frequente ricordo, e certi edifizii che nel proprio lor 
nome recavano il testimonio deirantico splendore, come la Casa 
aurea di Nerone, il Castellimi aureum , YArcus panis aurei , con¬ 
fermavano vie maggiormente negli animi cosi fatta opinione (5). 


(5) Calehdkk narra nella sua Cronaca degli imperatori come l’opulenza di 
Roma crescesse a dismisura dopo il ritorno di Augusto e de’ suoi dall'Egitto 
(Romanieche Studien , voi. Ili, p 114). 


Molt aportent argent et or,’ 

N’i a ai povre n’ait treaor 
D’or et de pierrea preoieuses, 

De drae a oevrea graoieuaea, 

Et ai voa di qae mainte gena 
Lea faiaoient plus bien vaignen* 

Por le lor dont ont convoitie 
Qu’il ne ftrent por amiatie. 

Or est Rome molt anriohie, 

Mea onquea ne fa eetanohie # 
D’avarioe de covoitie. 

Lora i ot an a la mitie 

Mellor tnarohie qu'an n’ot devant ; 

Ce voit an avenir sovant, 

Li vilaina dit a aa reaooaae: 

Bona m&rohier tret argani de boraae. 
Molt fa Rome plantearease 
Et de viandes abondeuae, 

De totea para li biena acort, 

N’i a celai ne tiegne oort, 

Tant avoient richeaoe et biaa. 


Qui sarebbe da dire qualche cosa delle feste, dei giuochi e delle pompe 
romane, della cui magnificenza si trova fatto ricordo abbastanza frequente, 
ma che s’immaginano in tutto simili alle feste, ai giuochi, alle pompe del 
medio evo. Valga come esempio il seguente raoconto del Libro Imperiale, 
dove si descrivono le feste con cui furono solennizzate dai Romani le nuove 
nozze di Selvaggio e di Luoida (ood. cit., f. 62 r. e r.) : * Della gran fetta fatta 
per li Rotnani. Quando la novella fu sparsa per lo paese et per le pro- 
vincie li baroni da presso et da lungha venivano a Roma per fare festa. 
Et li Romani tutti in comune fecero loro brighate, et fecero coprire tutte 
le piazze et le mastre strade a seta, et beato parea colui il quale poteva 
magior spese fare. Quivi si vedevano infiniti balli di giovani et di donne 
in diversi modi danzare. Vedeansi li giovani Romani et altre brighate 
rompere loro aste et gittare bandiere di diversi oolori. Li baroni facevano 
loro giostre a due insieme, a quattro et a dieci. Quivi facevano giuchi 
con carri, li quali erano coperti a seta, armati di molte bandiere, et l’uno 
correa voltando le ruote verso l’altro, e così spezzavano l’uno contro l’altro 
faste, et li huomini che erano drento in quello muovere gittavano fuori 
infinite bandiere. Apresso feciono in più luoghi bellissime fonti et condotti 


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I TESOSI DI ROMA 


123 


Le monete d’ogni maniera, i vasi preziosi, le gemme incise (6), 
che qua e là cavando si ritrovavano per le varie provincie d’Eu¬ 
ropa, rifacevano presente agli spiriti l’opulenza romana (7). Tutto 
quanto si ritrovava sotterra si attribuiva ai gentili, e mescolandosi 
alla meraviglia la superstizione e come un religioso sospetto, fa¬ 
cilmente s’immaginavano fole d’incanti e di diaboliche delusioni (8). 

che gittavano in aria buono et perfetto vino. Poi facevano correre diversi 
pali. Apresao di rami coprivano le piazze come selve, mettendovi d'ogni 
generazione cacciagione, cioè cinghiali, cervi, lepri, et altre selvagge fiere, 
come sono orai, leopardi, scimie et pantere, et d'intorno andavano levrieri 
traendo le fiere delle selve, et li huomini andavano d’altorno con l’arme 
facendo grandissime grida. Li baroni, li chavalieri et le donne stavano alti 
balconi per righuardare queste cose. Quivi si provavano li valenti giovani 
nelle giostre, perchè combattevano per amore, andando per Roma a uno, 
a due, a cinque, a dieci, a venti, siccome ferono poi li cavalieri erranti 
di loro arte, li quali dalle legende di questa storia presero forma. Altro 
giuocho era di elefanti con torri, nelle quali stavano huomini contrafatti 
che andavano baciando donzelle. Questi andavano per la terra, et tutti fac- 
cendo loro feste. Et molti altri giuchi vi furono, li quali saria impossibile 
a rachontare. Vedeansi le donne et li giovani danzare con tale allegrezza 
che parea il paradiso aperto fosse; ma sopra tutti andava Lucida danzando, 
ora nel modo grecho, ora nello ebraioho, ora nel modo latino, perchè in 
tutti i modi era bene experta, et veramente pareva uno sole, però che 
niente celava sua beltade. Vestiva di diversi colori di porpore, che se 
n’era fornita a Vinegia, et la madre n’aveva portati. Assai lungho saria 
a racontare la festa, che saria incredibile, la quale durò sei mesi, comin¬ 
ciando il mese di maggio Feste e giuochi simili facevansi in Roma in 
occasione dei trionfi, secondo è detto nel Dittamondo, 1. II, c. 3, e vera¬ 
mente usavano in tutta Italia nel XIV secolo. Più particolarmente famose 
erano le feste del Monte Testaccio in Roma e le feste del Mese di Maggio 
in Firenze (V. Marzi, Discorso sopra gli spettacoli, le feste e il lusso degli 
lusitani nel secolo XIV , Roma, 1818). 

(6) Le gemme incise e figurate di cui si parla nei Lapidarli del medio 
evo, e a coi si attribuiscono virtù meravigliose, altro non sono che gemme 
antiche, greche e romane. 

(7) V. Weight, Oh antiquariati excavations and researches in thè middle 
ages. Essag on archaeological subjects, Londra, 1861, voi. I, pp. 268-93. 

(8) Stimo assai probabile che dal ritrovamento di qualche cimelio antico 
traesse l’origine la seguente favola narrata da Guglielmo Neubriobnsb 
(1136-1208) nella sua storia De rebus anglicis, lib. I, ediz. di Parigi, 1610, 
pp. 96*8. * In provincia quoque Deirorum, haud procul a loco nativitatis 
mese, res mirabilie contigit, quam a puero cognovi. Est vicus aliquot a 



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124 


CAPITOLO V. 


Di tanto in tanto la scoperta di qualche maggiore tesoro, che a 
ragione, o a torto si reputava di origine romana, veniva ad accen¬ 
dere le fantasie. Nelle cronache si fa assai spesso ricordo di tesori 

trovati. Fredegario racconta (9) che l’anno VII del regno di Chil- 

« 

deberto I (517) un certo duca Rodino trovò dentro una tomba un 
gran tesoro, e Sigiberto Gemblacense (10) che il re franco Gontrano 
uno ne scoperse grandissimo, e in assai strano modo, entro il cavo 
di un monte. Poi scoperte cosi fatte si moltiplicano nei tempi po¬ 
steriori (11), e di alcuna che più particolarmente risguarda Roma 
è appunto mio intendimento discorrere nel presente capitolo. 


mari Orientali miliariis distane, iuxta quem famosae illae aqnae, qua* vulgo 
Vipse vocant, numerosa scaturigine e terra prosiliunt, non quidem iagiter, 
sed annis interpositis, et facto torrente non modico per loca umiliora la* 
buntur, quae quidem cum siccantur signum bonum est, nam eorum fluxus 
faturae famis incommodum non fallaciter portendere dicitur. Ex quo vico 
rusticus quidam ad salutandum amicum in proximo vico commorantem 
profectus, multa iam nocte minus sobrius remeabat. Et ecce de proximo 
tumulo quae saepias vidi, et duobu6 vel tribus stadiis a vico abest, voces 
cantantium et quasi festive convivantium audivit. Miratus quinam in ilio 
loco solemnibus gaudiis intempestae noctis silentium rumperet, hoc ipsum 
curiosius inspicere voluit, vidensque in Intere tumuli ianuam patentem, 
accessit et introspexit, viditque domum amplam et luminosam, plenamque 
discumbentibus, tam viris quam foeminis, tanquam ad solemnes epulas. 
Unus autem ministrantium aspiciens stantem ad ostium, obtulit ei poculum. 
Quo ilio accepto consulte noluit bibere, sed effuso contento et continente 
retento concitus abiit, factoque tumulto in convivio prò sublatione vaaculi, 
et persequentibus eum convivis, pernicitate iumenti quo vehebatur evasit, 
et in vicnm cum insigni se praeda recepii. Denique hoc vasculum materine 
inoognitae, coloris insoliti, et formae inusitatae, Henrico seniori Anglorum 
Regi prò munere oblatum est, ac deinde fratri Reginae David scilicet 
Regi Scotorum contraditum -annis plurimis in thesauris Scotiae servatum 
est, et ante annos aliquot (sicut veraci relatione cognovimus) Henrico se- 
cundo illud aspicere cupienti a Regem Scotorum Guillelmo resignatum .. 
Il tumulo parrebbe accennare a qualche antico sepolcro dove il vaao sa* 
rebbe stato trovato. 

(9) Hist. Fratte., epitom., c. LXXXVIII. 

(10) Chronicon , ad a. 585. 

(11) V. Variamandds, Historieche Nachrichten ron unierirdischtn Se h di zen, 
u'ri che in alten Kirehen, Schldssern , Klòstern und Hdhlen verborgen gelegen, 
und (fini 8 gldcklich gehoben worden , thè ih ober noeh in dent Schoofèe der 
Erden vergraben sind, Francoforte e Lipsia, 1788. 


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I TESORI DI ROMA 


125 


Che in Roma grandi tesori dovessero essere sepolti sotto le ro¬ 
vine era naturale si credesse da molti, e tale credenza rimontava 
molt’alto. Il Curiosimi urbis del V secolo ha un passo dove si 
accenna a un tesoro nascosto sotto una statua di Ercole (i2). Gia¬ 
como da Acqui racconta a proposito delle origini della famiglia 
Colonna, neirassegnare le quali si discosta da tutti gli altri scrit¬ 
tori, la seguente istoria (13): « Non inveni millesimum nec aliquod 
bene certum nisi ut infra scribitur. Dicitur enim quod in ilio tem¬ 
pore fuit in Roma quidam ferrarius qui habebat suam vacham, quo 
omni die per se ibit ad pascum et sero domum revertebatur sola. 
Miratur ferrarius de via istius vache. Quid facit? insequitur eam et 
observat quo vadit. Et invenit quod intrat quamdam magnani te- 
studinem obscuram cuiusdam maxime ruine murorum. Vadit fer¬ 
rarius uiterius, et invenit vacca quemdam magnum forameli et 
genibus flexis intrat vacha, et invenit quemdam pratum sicut esset 
claustrum, et ibi comedit vacha. Intrat ferrarius ibi curiose, querit 
et invenit quoddam edificium, et in medio edificii erat quedam co- 
lumpna lapidea, et supra columpnam vas de ere plenum maxima 
pecunia. Vult ferrarius accipere de ista pecunia, et audit vocem 
sibi dicentem : Dimi t te, dimitte, quia non est tua. Iterum temptat 
accipere, et sic usque tertio. In tertia vice dicitur sibi: Accipe 
tres denarios , et invenies in foro cuius est hec pecunia. Accepit 
ferrarius tres denarios et proiecit in foro hinc inde. Et ecce quidam 
pauper iuvenis despectus invenit unum et accepit, et invenit duos, 
invenit tertium, et ferrarius illum domum suam introduxit, a sor- 
dibus mundavit, induit, et filiam suam in uxorem dedit. Iste iuvenis 
de illa multos fllios generavit, de pecunia vero predicta multas 
possessiones acquisivit. Et in brevi tempore crevit in Roma in po- 
pulum et fecit armam suam una columpna intus, et vocavit se cum 

(12) Regio XIV. TranstibeHm. Herculem sub terra medium cubantem, 
sub quem plurimum aurum positum est- Nel De regionibus non si fa men¬ 
zione di ciò. 

(13) Unde habent ortum illi de Columpna de Roma sicut invenitur in 
quadam chronica, Chron. lmag. mundi, in Monum. histor. patr. script., t. III, 
col. 1603-4. Ho racconciata la punteggiatura. Di questa storia non mi venne 
fatto di trovare vestigio altrove. 


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126 


CAPITOLO V. 


sequacibus suis dominus O. de Collumpna. De facto predicto aliam 
certitudinem nisi predictam inveni ». 

Narra Flaminio Vacca, parlando del cosi detto Arco di Porto¬ 
gallo (14), che ai tempi di Pio IV (1559-1565) capitò a Roma un 
Goto (sic) con un libro antichissimo il quale dava notizia di un 
tesoro nascosto nelle fondamenta di esso arco. Ottenutane licenza, 
cominciò a cavare in una delle pile, ma il popolo si levò a rumore, 
talché egli ebbe a smettere e si partì. Lo stesso scrittore racconta 
anche di certi tesori probabilmente ritrovati da uomini incogniti 
nel circo di Caracalla (15). 

Come abbiamo già veduto, Roma fu immaginata opulenta e ma¬ 
gnifica sino dalle origini. Secondo una leggenda napoletana riferita 
da Corrado Cancellano, più conosciuto sotto il nome di Corrado 
di Querfurt (m. 1202), i tesori dei primi sette re sarebbero stati 
nascosti entro le viscere di un monte nell’Isola d’Ischia. Ecco le 


(14) L’arco di Portogallo, così chiamato perchè ivi presso era l’abit&zione 
del cardinale ambasciatore di Portogallo, aveva avuto prima parecchi altri 
nomi : arco dei trofoli, o dei retrofoli (trofei ?), arcua ad tres falciclas, arcua 
Octaviani. Sorgeva presso San Lorenzo in Lucina e fu demolito l’anno 1662. 
Probabilmente era quest'arco intitolato a Marc’Aurelio. V. Naedini, Roma 
antica, ediz. del Nibby, Roma, 1818*20, voi. Ili, pp. 115*7; Jobdav, op. cit., 
voi. 11, pp. 415-16. 

(15) Flaminio Vacca narra la storia del Goto e dell’Arco di Portogallo 
due volte nelle sue Memorie di varie antichità, scritte nel 1594, e cioè nei 
§§ 11 e 103 (ap. Nahdini, Op. cit., t. IV, pp. 9 e 40). Nel secondo dice di questa 
maniera: * Mi ricordo che al tempo di Pio IV, capitò in Roma un Goto con 
un libro antichissimo che trattava d'un tesoro con un serpe, ed una figura 
di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio e dall’altro accennava 
verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco 
dell’arco; ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il 
quale disse che apparteneva a’ Romani ed esso andato dal popolo ottenne 
grazia di cavarlo, e cominciato nel detto fianco dell’arco a fona di scar¬ 
pello entrò sotto, facendovi come una porta: e volendo seguitare, li Ro¬ 
mani dubitando non minasse l’arco, a’ sospetti della malvagità del Goto, 
nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le 
romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia an¬ 
darsene via, e fu tralasciata l’opera ,. Degli uomini ignoti che cavarono 
nel circo di Caracalla, dice Flamihio nel § 81 (p. 38): * Questi si tiene fos¬ 
sero Goti, che con qualche antica notizia trovassero questo tesoro ,. 


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I TE80BI DI ROMA 


127 


proprie parole di Corrado (16): « Est ibidem mons barbarus (17), 
ad quem per viam subterraneam per medium maximi montis ac- 
cessimus per tenebras infernales, tanquam ad inferos descensuri. 
In quo monte, in ipsius montis visceribus, maxima sunt palatia et 
vici, quasi maximae civitates, subterranei ; quos quidam ex nostris 
viderunt, et sub terra quasi per spatium duorum miliarium pro- 
cesserunt. Ibidem thesauri septem regum asseruntur repositi, quos 
daemones custodiunt in aereis imaginibus inclusi, diversas terri- 
biles imagines praetendentes, quidam arcu tenso, quidam gladiis 
comminantes ». Veramente Corrado non dice che i sette re di cui 
parla fossero quegli stessi di Roma, i quali non lasciarono molte 
tracce nelle leggende del medio evo, ma panni che non si possa 
intendere d’altri che di loro. Ciò che dice della città sotterranea 
è da riferire molto probabilmente a una qualche cava di tufo. 

Questa leggenda, se pure hi popolare a Napoli e nella circo¬ 
stante regione, non sembra sia stata conosciuta dagli scrittori, 
giacché io non trovo che altri ne faccia ricordo; conosciutissima, 
per contrario, e accolta in un gran numero di svariate scritture, 
in Italia e fuori, fu quella di cui ora mi accingo a parlare. Nei 
Gesta Romanorum si legge quanto segue (18): « Erat quedam 
ymago in ci vitate romana, que rectis pedibus stabat habebatque 
manum dextram estensam et super medium digitum erat super- 
scriptio: Percute hic! Imago ista a longo tempore sic stabat eo, 
quod nullus sciebat, quid hoc significare!: Percute hic! Multi 
admirati sunt et sepius ad imaginem venerunt titulum respiciendo, 
et sic recesserunt, quod superscriptionem penitus ignorabant. Erat 
quidam clericus subtilis valde, qui cum de imagine audisset, multum 
sollicitus erat eam videro; dum autem eam vidisset et superscrip¬ 
tionem legisset: Percute hic! vidensque solem super imaginem per 


(16) Epistola ad Arnoldo di Ldbecca, ap. Lbibnitz, Script, rer. Brunite., 
voi. II, p. 698. 

(17) Sarebbe questo barbarus nome proprio? Di un Monte Barbaro, 
nella carità del quale Virgilio trovò il libro di negromanzia di Chironte, 
parla Basto lombo Caracciolo nel c. XXXII delle sue Chroniche de la inclita 
cità de Napoli. 

(18) Cap. 107, ediz. deirOKSTRaucr, pp. 438-9. 


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128 


CAPITOLO V. 


solis umbram digitum discernebat, per quem dicebat : Percute hic ! 
Statina ligonem accepit et vix per distanciam trium pedum fodiebat 
et quosdam gradua descendentes inveniebat. Glericus non modicum 
gaudens desuper gradatim descendit, quousque sub terra nobile 
palacium invenit, et aulam intra vit, vidensque regem et reginam 
et multos nobiles in mensa sedentes respexit et circumquaque 
totam aulam plenum hominibus et omnes erant vestimenti preciosis 
induti, et nullus ex omnibus unicum verbum ei loquebatur, respe- 
xitque ad unum angulum et vidit lapidem politura, qui vocatur 
carbunculus a quo tota domus lumen recepit, et ex opposito car- 
bunculi angulo hominem stantem habentemque in manu sua arcuai 
paratura cum sagitta ad percuciendum et in fronte ejus erat scriptum : 
Ego sum qui sum, nullus arcum meum vitare potest et precipue 
carbunculus ille qui relucet tam splendide. Clericus cum hoc vidisset 
admirabatur, cameram intravit, mulieres pulcherrimas in purpui*a 
et pallio operantes invenit et nullum verbum ei dixerunt. Deinde 
stabulura equorum intravit et optimos equos et asinos et sic de 
ceteris invenit, eos tetigit et ad tactum suum lapides apparuerunt 
Hoc facto omnia habitacula palacii visita vit, et- quidquid cor eius 
desiderabat, hoc invenit; deinde sicut prius aulam intravit et de 
recessu cogitabat ac in corde suo dicebat: Mirabilia vidi kodie, et 
quidquid cor desiderat, hoc poterat in venire; verumtamen nullus 
dictis meis credet de istis que vidi; et ideo bonum est in signum 
veritatis aliquid mecum portare. Ad mensam superiorem respexit, 
ciphos aureos ac cultellos optimos vidit; ad mensam accessit, unum 
ciphum cum cultello de mensa levavit ut secum portaret. Cum 
vero in sinu suo collocasset, imago que in angulo cum arcu et 
sagitta stabat, ad carbunculum sagittam direxit et illum percussit 
et in multas partes divisit. Incontinenti tota aula facta est sicut 
nox tenebrosa ; clericus videns totaliter est contristatus; viam exeundi 
propter niraiam obscuritatem invenire non poterat ; et sic in eodem 
palacio misera morte mortuus est » (19). 

(19) Si rioordi quanto nella novella di Zobeide delle Mille e una Notte è 
narrato della città meravigliosa, i cui abitanti sono convertiti in pietra. 
Di una città consimile, la quale non può essere visitata che dai veri cre¬ 
denti, si narra pure dagli Arabi in Egitto. 


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I TKSORI DI ROMA 


129 


Qui si parla di un semplice chierico di cui non è nemmeno ri¬ 
cordato il nome, ma in altre versioni di questa medesima storia 
comparisce in suo luogo Gerberto, che fu poi Papa Silvestro 11, 
del quale è nota la riputazione di mago, e la tragica morie rac¬ 
contata dalla leggenda. Il più antico scrittore in cui si trovi fatta 
questa sostituzione è, per quanto io so, Guglielmo di Malmesbury (20), 
da cui attingono poscia Vincenzo Bellovacense (21), Alberico delle 
Tre Fontane (22), altri. Parrai che la versione della leggenda, 
quale si ha nei Gesta Romanoì'um , debba reputarsi più antica che 
non l’altra ricevuta da Guglielmo; giacché quanto è naturale e 


(20) De Gesti» regum Anglorum, 1. 11, ap. Piume, Script., t. X, pp. 462*3: 
4 Er&t iuxta Romani in Campo M&rtio statua, aerea an ferrea incertum 
mihi, deztrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum quoque 
in capite: Hic perente. Quod superiori» aeri homines ita intelligendum rati 

a 

quasi ibi thesaurum invenirent, multis seourium ictibus innocentem statuam 
laoiaverunt. Sed illorum Gerbertus redarguit errorem, longe ali ter ambi* 
guitate absoluta. Namque meridie, sole in centro existente, notane quo 
protenderetur umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo 
cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi terra solitis ar* 
tibus dehi scene, latum ingredientibus patefecit introitum. Conspicantur 
iugentem regiam, aureas parietes, aurea lacunaria, aurea omnia, milites 
aureos aureis tesseris ludentes quasi animum oblectantes, regem metallicum 
cnm regina discnmbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras 
multi ponderis et pretti, ubi natnram vincebat opus. In interiori parte 
domus carbnnculus, lapis imprimis nobilis et parvns inventu tenebrai noctis 
fugab&t. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens extento nervo et 
harandine intenta. Ita in omnibus, cum oculos spectantium ars pretiosa 
raptaret, nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim ut 
quia m&num ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae imagines 
prosili re et impetum in pr&esumptorem facere. Quo timore pressus Ger¬ 
bertus, ambitum suum fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mira¬ 
bilie arti fidi cui teli um, quem mensae impositum videret, abriperet, arbi- 
tratas scilicet in tanta praeda parvnm latrocinium posse latere. Verum 
mox omnibus imaginibus cum fremitu consurgentibus, puer quoque, emissa 
baruudine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu domini 
cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas dedissent. Sic insatiata 
cupiditatis voragine, laterna gressus ducente, discessum „. 

(21) Spec. hist., 1. XXV, c. 99. 

(22) Chronica Aìbriei Monachi Trium Fcmtium a monacho Noti Monasterii 
Hoiensis interpolata, ap. Pkbtz, Script., t. XXIII, p. 777. L’autore dice di non 
sapere se la statua fosse di bronzo o di oro. 

Gs*r, Soma. 9 


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130 


CAPITOLO V. 


conforme alle consuetudini della fantasia popolare che Gerberto- 
Mago abbia attirata e legata a sè una leggenda che a lui somma¬ 
mente si confaceva, e che non erasi congiunta ancora con nessun 
nome illustre, altrettanto sarebbe insolito e contrario a quelle 
consuetudini che la leggenda si separasse da Gerberto per legarsi 
a un ignoto. Ma or ora vedremo che nemmeno la versione dei 
Gesta può considerarsi come la forma più antica e veramente 
primitiva della leggenda in discorso. 

Pietro Berchorio (m. 1362) accetta la versione di Guglielmo, ma 
poi ne produce anche un’altra, che si scosta pure da quella dei 
Gesta ì e accenna a fonte diversa. La statua di rame era in Roma, 
non si dice dove. Essa non recava le parole Perente hic, nè 
sul dito, nè in fronte, ma aveva questa iscrizione: Calendis 
Martii oriente sole habebo caput aureum . Un tale, più astuto 
degli altri, conobbe il significato di quelle parole, e scavato nel 
luogo opportuno, trovò e si appropriò un grandissimo tesoro (23). 
Questo racconto ci pone sulle traccie della leggenda primitiva che 
era, secondo il solito, molto più semplice che non le versioni po¬ 
steriori. Lo stesso fa un racconto inserito nel Libro de los Enxemplos 
(XIV secolo?), salvo che quivi il fatto si pone in tempo antico, e 
l’ingegno, diciam cosi, della favola, si semplifica per una parte, e 
per un’altra si complica'. Ecco il racconto (24): « Un noble romano 
poderoso é muclio rico, veyendo que Roma era venida a pobreza 
por las grandes guerras que habien habido, dió todas sus riquezas 
para la comunidat, en manera que quedò del todo pobre. E una 
vegada, andando por un desierto, doliéndose mucho de la pobreza 
de los roraanos é de la suya. fallò una colupna en aquel desierto 
muy alta, é encima della una estàtua en figura de homme que 
tenia là una mano alzada contra un monte, é la otra tenia al su 


(28) Redaetorium morale , 1. XIV, c. 72 : * Romae fuit antiquitus statua 
cuprea cuius scriptum talis erat: Calendis Martii oriente sole habebo caput 
aureum. Cum igitur nullus sciret interpretari quid hoc esset, post multa 
tempora quidam astute notavit quo umbra statuae protendebatur in ortum 
sofie Calendis Martii, et fodiens ibi tbesaurum auri permagnum in veni t,. 

(24) CLXX1I. Escritores en prosa anteriores al siglo XV , Biblioteca de 
Autores espafloles del Rivide*etra, tomo LI, Madrid, 1859. 


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I TESORI DI ROMA 


131 


costado. E1 caballero parò mientes con dìligencia, é vió que la 
sombra de la mano se enderezaba à un monte onde estaba una 
pefta ; el caballero fué luego allà, é fallò de yuso de aquella pefla 
una cueva que tenie una puerta de Serro cerrada, é maravillàndose 
dijo entre si : « Quiero ir à la estàtua é ver qué tiene yuso de la 
otra mano ». E fallò de yuso della en el cuerpo del estàtua una 
portuezela de Serro é abriòla, e fallò una llavecilla pequetìa, é 
luego pensò qué aquella llave era para abrir la puerta de Serro 
que fallara en la cueva del monte. E luego fué allà, é abrió la 
puerta de la cueva, é fallò ende muy mucho tesoro, lo qual levò 
todo à Roma, é lo dió para los menesteroros » (25). 


Qui la statua e il tesoro non sono più in Roma, ma con Roma 
si legano strettamente. Il racconto dei Gesta non può essere altro 
che l’amplificazione romanticamente abbellita di un tema più antico 
e più semplice. Basterebbe a provarlo ciò che quivi improvvida¬ 
mente si narra della morte del chierico temerario, giacché il motto 
Pendute hic che è appunto un additamento oscuro del tesoro na- 
scosto, e un invito a farne ricerca, presuppone, in certo modo, 
l’esito felice dell’impresa. La reggia e le Sgure e l’altre meraviglie 
che pur si trovano nel racconto di Guglielmo sono accessioni di 
tempo posterióre. 

I varii racconti esposti sin qui hanno comune la statua che 
copertamente indica il tesoro; la statua adunque è come dire il 


primo nocciolo della leggenda, la forma più semplice della quale 
è la seguente: una statua indica mediante certe parole, ma in 
modo ambiguo, resistenza di un tesoro nascosto; nessuno riesce ad 
interpretarle secondo il loro vero senso, finché viene uno più av¬ 
veduto degli altri che le intende a dovere, scopre il tesoro, e se 
ne fa signore. La leggenda in questa forma non apparteneva a 
Roma, ma fu tratta, come avvenne di altre parecchie, entro l’orbita 
delle leggende romane, dove si ampliò, si abbellì e si legò coi nomi 
illustri di Gerberto e di Virgilio. In essa l’eroe dell’avventura è 
un Saraceno. Vincenzo Bellovacense, che pure riporta il racconto 


(25) Si narra poi come il ▼alentuomo fa degnamente premiato del* 
l'opera taa. 


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132 


CAPITOLO V. 


di Guglielmo di Malraesbury, la narra in un altro luogo dello 
Speculum historiale^ e dice il caso essere avvenuto in Puglia ai 
tempi di Roberto Guiscardo (26), e lo stesso dicono la Cronaca 
degli imperatori romani (27), composta nel 1301, Pandolfo Col- 
lenuccio nel Compendio delle historie nel regno di Napoli (28), 
il Magnum Chronicon Belgicum (29), il Platina (30), il Bon- 
finio (31), ecc. In certe recensioni dei Gesta Romanomim il fatto 
si pone ai tempi di un imperatore Enrico (32). Il già citato Chro¬ 
nicon de VI etate (33) lo pone in Apulea in dottato Neapoli , e 
dice che il Saraceno era un gran filosofo. Il Petrarca nel trattato 
delle Cose Memorabili, lo dice avvenuto in Sicilia (34). 

Non è impossibile, e nemmeno improbabile, che questa storia 
sia di origine arabica; e chi pensi quante favole ci vennero dal¬ 
l’Oriente nel medio evo, e vegga questa, nei riferimenti più antichi, 
scendere sino in Puglia e in Sicilia, che un tempo furono terra 
di Arabi, non crederà troppo avventata la congettura di quella 


(26) L. XXVI, c. 17. 

(27) Scelta di curioeità letterarie, dispensa CLV11I, Bologna, 1878, pp. 154-5. 

(28) L. Ili, ed. di Venezia, 1543, f. 60 v . e 61 r. 

(29) Ap. Pistoriub, Scriptores, ed. dello Stbuvio, t. Ili, p. 97. 

(80) Vita Leonia IX. 

(81) Rerum Hungaricarum dee. II, 1. 2. 

(32) Ed. dell’OttTBRLEY, n. 265, p. 667. 

(33) Cod. della Bibl. Naz. di Torino I, II, 15, f. 79 v. 

(34) Rer. Memor., 1. Ili, c. 2, De astutia ( Recentìores , Innominata) : * lllud 
quoque satis callidum, si modo verum, quod non multis retro saeculis 
contigisse quidam memorant. Erafc in Sicilia (ut aiunt) ingens statua quae, 
in loco notissimo, ab extrema hominum memoria intacta permansèrat, in 
qua literis vetustiseimis insculptum erat: CalendU Maiis habebo caput 
aureum. Enimvero id ludicrum commentum quidam credidere, alii nudum 
▼erborum sonum secuti, eo vanitati excesserant, ut in die Cai. statuae 
caput terebrarent, ubi cum nihil praeter solum marmor inveniesent, fabu- 
larum ac risus mate ri am vulgo dederunt. Unus tandem antiquitatem statuae 
simul atque artificium contemplatua cogitansque in re tam seria aliquid 
praeter fabulam latore, scripturam ab omnibus conspectam, sed a nemine 
intellectam, acutiori penetravit ingenio. Siquidem die Cai. redeunte, animo 
atque oculis intentus, ortum solis operiens, locum ubi caput statuae primis 
radiis umbram iaceret, diligenter consignavit. Ulic postea clam et ex com¬ 
modo suffodiens magnum auri pondus reperit „. 


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I TESOSI DI BOMA 


133 


origine, avvalorata com’è dal carattere e dal colorito della intera 
Unzione. Pandolfo Collenuccio, che, come abbiamo veduto, pone il 
fatto ai tempi di Roberto Guiscardo, dice di trarne il racconto da 
fideli auttori , ma io non trovo che se ne faccia ricordo da nessuno 
degli scrittori più antichi che, come Galfredo Mal a terra, Amato di 
Montecassino (35), Guglielmo di Puglia, narrano le storie nor¬ 
manne e le gesta di Roberto. 

Ho detto testé che questa storia della statua e del tesoro finisce 
per legarsi al nome di Virgilio. Infatti racconta Enenkel nel suo 
Weltbuch (36) che Virgilio fabbricò a Napoli una statua di bronzo, 
la quale con runa mano indicava un monte, con l’altra si accen¬ 
nava il ventre: una scritta lasciava intendere che la statua mo¬ 
strava un tesoro. Molti andarono a scavare nel monte e non tro¬ 
varono nulla. Un giorno un ubbriaco, volendo punire la statua della 
falsa indicazione, con un colpo la infranse, e trovò ch’era tutta 
piena d’oro. Non so se Enenkel abbia immaginata egli stesso questa 
variante, la quale sembra fatta apposta per moralizzarci sopra, 
o se l’abbia tratta d’altronde, che forse è più probabile; ma non 
voglio tralasciar di accennare ad un riscontro, per quanto fortuito 
e remoto. Narrasi pertanto che ai tempi di Leone Magno (457-474) 
Ardaburio prefetto delle milizie, trovò in Tracia una statua di Ero- 
diano curva ed obesa, e che infrantala, ne trasse centotrentatrè 
libbre d’oro. L’imperatore, risaputa la cosa, lo fece morire (37). 

Finalmente nella Bistorta di cose memorabili della Città di Bo¬ 
logna, scritta per uno della famiglia dei Ramponi , si trova la se¬ 
guente narrazione che io riporto per intero, e perchè serve ad illu¬ 
strare vie maggiormente la leggenda testé esposta, e perchè è un 
documento importante del concetto in che si ebbero nel medio evo la 

(35) 0 chi altri si sia l’aatore della Ystoir e de li Nortnant pubblicata 
dal Chamvoluon-Figkac, Parigi, 1835. V. Wiulans, Iat Amatus con Manteca¬ 
tine der Verfaeaer der Chronica der Roberti Biacardi ? neìY Archiv der Oe • 
tetltchaft fOr àttere deuteche Oeachichtakunde, t. X, pp. 122-30. 

(86) V. Vow dbb Hagbh, Oeaammtabenteuer , Stoccarda e Tubiuga, 1850, 
voi II, pp. 525-7, dorè è riportato il testo. 

(37) Codino, De tigni» Conetantinopolitanis, Excerpta de antiquitatibus 
Conetant ino poli tani» y Bonna, 1843 ( Corp . Script. Riti. Byzant.), p. 67. 



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184 


CAPITOLO V. 


ricchezza e la magnificenza dei Romani (38). « Elapsis tfibus milibus 
fere annis ab hedificatione civitatis Ravenne, a Roma condita 
.VI 0 . 93. Julius Cesar cum subiugasset oranes occiduas provincias 
cum .7. legionibus militum venit Ravennani, nobilissimam civitatum, 
et ibi diu repausavit, mandans inde legatos Romam quod propter 
victorias feliciter gestas sibi Romani secundum decernerent con- 
sulatum, cui contradictum est et decretum quod nullus nuntius 
urbis rediens de sua legatione quantumcumque felici possit Ro¬ 
mam accedere, nisi prius depositis armis prope Ariminum. Hec 
audiens Julius Cesar egre tulit, et adspirans ad imperium omnino 
proposuit ire Romam cum multitudine armata. Unde, stans Ravenna 
tamquam potestatem habens, fecit fieri quedam insignia, magnificare 
se volens. Hic mandavit fieri supra portam auream quamdam portam 
de auro (39), et subtus eam domunculam que habebat hostia de auro 
de Arabia. Item, in medio muro, supra portam, fecit sculpiri se 

sedentem in trono de auro in statua de ere, idest quod ibi erat 

« 

de ere Julii Cesaris, cuius venter plenus erat numis aureis, et 
habebat caput de lapide precioso, et in manu tenebat gemmam pre- 
ciosam et inextimabilis valoris que refulgebat ut stella matutina, 
et ante se habebat mille libras de auro purissimo ad pondus 
Regis, et ex tunc illa porta vocata est aurea, que prius dicebatur 
asiana. Procedente tempore, Tiberius tercius imperator post Julium, 
mandavit ducem Anthipoti regis, qui asumpto Jape, sapientissimo 
in arte rectoria, fecit inscribi super portam auream quasdam literas, 
quas nullus intelligere poterat, et erant scriptae super caput statue 
Julii Cesaris. Erat autem scriptura talis: Prima die madii habebo 
caput aureum , cum tamen statua haberet caput de lapide pre¬ 
cioso. Cumque diu eius interpretatio latuisset, et multi conati fuissent 
intelligere epigrama, tandem inventus est unus, [qui], nescio cuius 
arte, prima die madii, oriente sole, respexit ubi in terra caput 


(38) La traggo dal codice già citato dell’Universitaria di Bologna. Questo 
medesimo racconto, salvo alcune leggiere varianti, pubblicò di su un codice 
ravennate, contenente parecchie relazioni storiche della città di Ravenna, 
il Musatosi, Script ., 1.1, parte l 4 , p. 575. 

(39) Anche l’arco di Trajano in Benevento ebbe nome Porta Aurea. 


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I TESORI DI ROMA 


185 


statue faciebat umbram, et ibi faciens fodi invenit aurum in magna 
«copia ». 

Ma poiché Roma toccò il sommo della prosperità e della gloria 
sotto il magnifico reggimento di Augusto, cosi per quella consue¬ 
tudine propria del medio evo di tutto riferire al principe quanto 
v’è di più spiccato nella vita di un popolo, si cominciò a conside¬ 
rare il primo imperatore di Roma come un rappresentante, anzi 
come un depositario delia universale ricchezza romana. Augusto, 
che si gloriava di aver trovato Roma laterizia e di lasciarla mar¬ 
morea, fece stupire gli uomini del suo tempo per la munificenza 
e la liberalità onde dava prova continua, e il medio evo, che leg¬ 
geva nei maggiori poeti le lodi di lui, non poteva dimenticarlo. 
Si sapeva aver egli portato tanta copia d’oro in Roma da sminuirne 
in modo notabile il prezzo, e il concetto che si aveva delle ric¬ 
chezze da lui raccolte se ne accresceva. Il tributo di tutta la terra 
affluiva nel suo tesoro ; egli arricchiva delle spoglie dei principi e 
dei popoli vinti. Dice Massudi nella sua storia intitolata J Prati 
(l’oro (40), che Augusto s’impadronì dei tesori dei re di Alessan- 
dria e di Macedonia, e li portò a Roma. Si credeva inoltre che 
nell’universale censimento che si fece al tempo della nascita di 
Cristo, Augusto avesse obbligato ciascuno degli innumerevoli sud¬ 
diti suoi a pagargli una moneta (41). A poco a poco la ricchezza 
dell’imperatore si fa proverbiale. Ranulfo Higden, vantando, in un 
luogo delle sue storie, l’opulenza della Gran Bretagna, cita alcuni 
versi di cui gli ultimi quattro suonano cosi (42) : 

Insula praedives quae toto non eget orbe, 

Et cujus totus quae indiget ope; 

Insula praedives cujus miretur et optet 
Delicias Salomon, Octavianus opes (48). 


(40) Traduzione francese di C. Barbibb de Metkaed e Pavkt de Courtkille, 
■voi. II, p. 297. 

(41) V. la Kaiserchronik, ed. dal Massmann, voi. I, vv. 651-64; voi. Ili, 
j>p. 550-2. 

(42) Pblychronicon, 1. I, c. 41. Essi sono citati come di un Alfredo. 

(43) Ottaviano Augusto è anche altrove ricordato assai spesso come ric- 


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136 


CAPITOLO V. 


Ed ecco nascere spontaneamente una leggenda secondo la quale 
i tesori inestimabili ammassati da Ottaviano giacciono sepolti entro 
certe cavità della terra, affidati alla custodia di spiriti maligni, o 
di singolari ingegni, artifiziosamente e per arte magica composti. 
Anche qui ci troviamo dinanzi per primo Guglielmo di Malmes- 
bury, il quale nel 1. II della sua storia De.gestis regum Anglo¬ 
rum (44) inserisce il seguente racconto udito da lui, quand’era 
ancora fanciullo, dalla bocca di un frate d’Aquitania, eroe della 
strana avventura. « Ego, aiebat, septennis, despecta exilitate patris 
mei, municipis Barcinonensis admodum tenuis, transcendens nives 
Alpinas, in Italiam veni. Ibi ut id aetatis pusio summa inopia 
victura quaeritans, ingenium potius quam ventrem colui. Adultus 
multa illius terrae miracula oculis hausi et memoriae mandavi. 
Inter quae vidi raontem perforatum, ultra quem accolae ab antiquo 
aestimabant thesauros Octaviani reconditos. Ferebantur etiam multi 
causa scrutandi ingressi per anfractus et semetra viarum intercepti 
perisse. Sed quia nullus fere timor avidas mentes ab incepto re- 
vocat, ego cum sodalibus meis, viris circiter duodecim, seu prae- 
dandi seu videndi studio, illud iter meditabar aggredì. Itaque 
Daedali secuti ingenium, qui Theseum de labirinto filo eduxit 
praevio, iios quoque glomus ingens portantes paxillum in introitu 
fiximus. Ibi principio fili ligato, accensis laternis ne praeter devia 
etiam caecitate impediremur, devoluto gloraere et per unumquodque 
miliarium paxillo apposito sub caverna montis quomodocumque 
iter nostrum direxinius. Caeca erant omnia et magni orroris piena. 


diissimo. Hans vox Bukhkl, Diocletìanus Leben, herausgegeben r on Adelbrrt 
ton Keller , Quedlinburgo e Lipsia, 1841, vv. 2051-4: 

Ze Rome auch ein keiaar saex 
Der vaat rich und mechtig was 
Es hat vii golden und wite l&nt 
Er was Octavianus genant. 


Versione catalana metrica dei Sette Sarti, edita dal Missafia, Vienna, 1876, 


vv. 


1182-3 : 


Octovia Temperador 
avia moli gran trezor. 


(44) Ap. Pertz, Script. , t. X t pp. 403-4. 


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I TESORI DI ROMA 


137 


Vespertiliones de concavis egredientes, oculos et ora infestabant. 
Semita arcta et a laeva praecipitio et subterlabente fluvio timenda. 
Vidimus tramitem vestitimi nudis ossibus; flevimus cadavere tabo 
adhuc fluentia hominum, quos eadem quae nos spes raptasset, post 
montis introitimi non valentium invenire exitum. Sed tandem ali- 
quando post multos timores ad egressum ulteriorem pprvenientes, 
vidimus stagnum placidum aquis crispantibus, ubi dulcibus illisa 
lapsibus alludebat unda littoribus. Pons aereus utramque ripam 
continuabat. Ultra pontem visebantur mirae magnitudinis equi aurei 
cum assessoribus aeque aureis, et cetera quae de Gerberto dieta 
sunt. In quibus die medio Phoebi iubar infusum duplicato fulgore 
oculos intuentium hebetabat. Nos qui haec eminus videntes pro¬ 
priori aspectu delectaremur, asportaturi, si sors sineret, aliquam 
splendidi metalli crustam, hortamine alterno animati, stagnum 
transire paramus. Sed nequicquam. Dum enim quidam ceteris 
praeruptior citeriori margini pontis pedem imponeret, continuo, 
qiiod mirum auditu sit, ilio depresso, ulterior elevatus est, pro- 
ducens rusticum aereum cum aereo malleo; quo ille undas ver- 
berans, ita obnubilavit aera ut diem coelumque subtexeret. De- 
tracto pede, pax fuit. Temptatum idem a pluribus, idemque expertum. 
Itaque desperatu transitu, aliquantulum ibi constitimus, et quamdiu 
potuimus, solo saltem visu libavimus aurum. Mox per vestigia fili 
regressi, pateram argenteam reperiraus. Qua in frusta desecta et 
minutatim partita, pruritum aviditatis nostrae tantumodo irritantens, 
non etiam fami fecimus satis. Postero die collato consilio, ma- 
gistrum quendam illius temporis adivimus, qui dicebatur nomen 
Domini ineffabile scire. Interrogatus scientiam non inficiatur, adi- 
ciens quod tanta esset eius nomini virtus, ut nulla ei magia, nulla 
mathesis obsistere posset. Ita multo pretio redemptus, ieiunus et 
confessus, nos eodem modo paratos duxit ad fontem. De quo hausta 
aqua in fiala argentea, tacens digitis literas figurabat, donec oculis 
intelleximus quod ore affari nequireraus. Tunc fiducialiter ad montem 
accessimus; sed exitum ulteriorem a demonibus credo obstipatum 
offendimus, invidentibus scilicet nomini Domini quod eorum com¬ 
menta refelleret. Venit mane ad me nigromanticus Iudeus, quem 
audita gestorum fama exciverat; percuntatusque rem ubi socordiam 


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138 


CAPITOLO V. 


nostram accepit, multo cachinno bilem succutiens: «« Quin tu inquit. 
videas, licebit, quantum potentia meae artis valeat »». Et incun- 
ctanter montem introiens, non multo post egressus, multa quae 
ultra fluvium notaveram ad iudicium transitus sui afferens: pul- 
verem sane locupletissimum, quo quicquid contingeretur in aurum 
flavescebat; non quod ita prò vero esset sed quia ita videretur 
quoad aqua dilueretur. Nihil enim quod per nigromantiam fit potest 
in aqua aspectum intuentium fallere ». 

Dice Guglielmo di Malmesbury che questi tesori di Ottaviano 

erano quegli stessi scoperti da Gerberto in Roma ; ma nel supposto 

racconto del monaco di Barcellona nulla fa sospettare che il monte 

forato sia in Roma, ed oltre a ciò, fra le due descrizioni corre 

troppa diversità perchè si possano tutt’e due riferire ai medesimi 

obietti. Del resto il racconto che precede, si trova riportato, più o 

meno succintamente, da Vincenzo Bellovacense (45), da Pietro Ber- 

chorio (46), dall’autore del Magnum ChronicQn Belgicum (47) e 

da altri parecchi. E da notare che storie a questa somiglianti di 

persone che penetrarono in qualche segreta cavità e vi trovarono 

tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle cronache del 

medio evo. In pressoché tutte i tesori severamente custoditi da 

misteriose potenze, non debbon esser toccati, e chi s’attenta di 
portarvi la mano è punito della temerità sua (48). Di solito il cu- 


(45) Spec. hiet., 1. XXV, c. 100. 

(46) Reductorium morale , 1. XIV, c. 72. 

(47) Ap. Pistobics, Script., ed. dello Stbovio, t. Ili, p. 97. 

(48) Siami lecito di recarne qualche altro esempio. In un'opera mano¬ 
scritta in più volumi che si conserva nella Bibl. Nat. di Parigi, segnata 
Fr. 877-379, e intitolata Histoire du monde, si legge nel voi. Ili, f. 44 e., 45 r. 
la storia seguente, che si spaccia tratta da Plinio. * Comme il nous baille 
exemple de cellui qui avoit mis son tresor a l’entree de ung petit porche 
soabz le pavement qui estoit d’arain par dessoubz et estoit concave, et le 
raemplit tout de vif argent, et leans avoit ymaiges de serpens et de grans 
villaine qui tenoient en leurs poins gros bastons et grosses mnssues. Et si 
y avoit des archiers tenans arcs entenduz et flesches encochiees. Et se 
aucun leans entroit au premier pas qu’il faisoit leans tous le pois du vif 
argent se enclinoit la pesanteur. Et ainsi esmouvoit toutes Ies dictes ymaiges 
selon ycelles diverses proporcions. Et sembloit que les serpens qui avoient 


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1 TESORI DI ROMA 


139 


stode è un drago, o un cane diabolico. Non m’indugio a ricercare 
il mito primitivo che certamente si nasconde sotto a questa po¬ 
polare credenza; ma faccio osservare che nel medio evo si aveva 
una ragione specialissima per credere che i tesori sepolti non po¬ 
tessero essere involati. Credevasi che essi fossero serbati all’An¬ 
ticristo, il quale se ne gioverebbe per procacciarsi aderenti e per 
premiare i suoi apostoli (49). Però i diavoli n’erano fatti naturali 
e legittimi custodi. Quanto al villano di bronzo che nel racconto 


la gueulle ouverte deussent devourer touz ceulz qui leana vouloient entrer. 
Et auasi lea archiers gectoient et tiroient leurs fleiches contre ceulx qui 
leans vouloient entrer. Et les villains de leurs gros bastona se esfor^ient 
de fort ferir. Et ainsi les larrons qui les tresors de leans vouloient ravir 
et embler s’en retournoient et fuyoient touz esbahis et espoventes de la 
faerie et des enchantementa dessusdiz sans rien des tresors de leans em- 
porter ». Racconta I’Happbl nelle sue Gròste DenkwUrdigkeiten dey Welt, 
oier sogenannte Rélationes curiosae, Amburgo, 1663 segg., parte 1*, pp. 229 
8egg., che un cavaliere tedesco e alcuni frati napoletani penetrarono una 
volta nella Grotta della Sibilla, presso Pozzuoli. Uno dei frati che faceva 
da guida, raccomandò ai compagni di serbare il silenzio, e di non prendere 
nè toccare nessuna delle cose che si offrirebbero loro alla vista. Passano 
oltre, e giungono, dopo lungo cammino, in certe cavità, le cui pareti erano' 
d’oro e d’argento misto a pietre preziose e il suolo sparso di gemme. Quivi 
trovano una immagine gigantesca di donna, di terribile aspetto. Uno dei 
frati si lascia vincere dalla tentazione, e raccoglie di terra una gemma. 
Incontanente si spengono i lumi tra le mani degli esploratori, che a grande 
stento, in mezzo alla più profonda oscurità, e per angusti e malagevoli 
meati, riescono a ritrovare l’uscita. 

(49) Questa credenza è espressa in molte opere ascetiche e storiche, come 
pare in parecchi misteri della venuta dell'Anticristo e del Giudizio Uni¬ 
versale. Nella testé citata Histoire du monde, voi. Ili, f. 45 r. e ». si trova 
a tale proposito il seguente passo: * Item dit Plinius que moult de telz 
tresors sont muciez soubz lea montaignes, qui sont la reservez jusques au 
temps de l’Antecrist. Et nous met ezemple de cellui a qui le deable dist : 

* ‘ Quant tu tei tresor treuves tu ne le puez avoir ne possider, car nostre 
maistre Lucifer le reserve et garde diligemment pour son grant amy An* 
tecrist, qui brief viendra, qui a ses bons amis lors les departira Item 
dit Plinius que en Appule pres de Naples, comme dit la commune et an¬ 
cienne opinion, a dessoubz les montaignes grans et nobles palais, ou moult 
a de grans tresors, qui la sont par enchantement cachiez et muciez par 
Science diabolique, lesquelz sont aus hommes impossibles a trouver ». In 
questo curioso libro molte altre strane favole si trovano, riferite sotto il 
nome di Plinio, o di Solino. 


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140 


CAPITOLO V. 


del monaco di Barcellona impedisce l’accesso agl’intrusi, esso ha 
molti riscontri nella letteratura romanzesca del medio evo. 

Dei tesori di Ottaviano si parla ancora in alcune versioni del 
Libro dei Sette Sa di , là dove si narra la storia del tesoriere in¬ 
fedele, che, colto in un tranello tesogli dal suo signore, per non 
essere riconosciuto, e per salvare dall’infamia sè e la famiglia 
propria, si fa mozzare il capo dal figliuolo ( Gaza ) (50). Ottaviano 
è rappresentato in questo racconto quale un grande amatore e 
raccoglitore di ricchezze. 

Octoviiens fu ia a romme; 

En cest siede not plus sage faoiume. 

Ne miels amast argent ne or, 

Em pluisors lius fu son tresor (51). 

« In questa città ebbe un ’nperatore chiamato Ottaviano che amò 
più l’oro e l’argiento che altre cose, e amollo tanto che n’empiè 
tutta la Torre della Luna » (52). 


(50) Nel Dolophatos di Giovakhi di Alta Selva, che è il testo primitivo 
latino, il nome di Ottaviano ancora non comparisce. * Fuit antiquo tempore 
rex quidam magnus et potens, qui congregandi thesauros maximam curam 
habens, magne altitudinis turrim auro, argento preciosisque quibusque rebus 
U9que ad summura repleverat ». Ed. deirOasTitBLST, Strasburgo e Londra, 
1873, p. 45. Esso si trova invece nel racconto della Diocletianus Leben di 
Hahs von Bdehel, nella versione catalana dei Sette Savi, nel Romans de* 
Sept Sages pubblicato dal Kkllxb, e in parecchie altre versioni francesi, 
nelle versioni italiane, ecc. Anche qui abbiamo uno dei soliti casi di at¬ 
trazione. Questa storia ricomparisce, ma molto alterata, nel Pecorone , 
Giorn. IX, nov. 1*. Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto, c. XV, il 
fatto si pone in Egitto, ed è noto che in origine esso è quello stesso della 
storia del re Rampsinit, narrata da Erodoto, o della storia di Trofonio, 
narrata da Pausania. V. Altdeutsche Bl&tter dell'HAUPT, 1885, p. 143. 

(51) Li rotnans dee sept sages, pubblicato dal Kelucb, Tubinga, 1836, 
vv. 2850-3. 

(52) Il Libro dei Sette Savj di Roma, edito dal D'Ahcoha, Pisa, 1864, p. 27. 
11 testo francese di cui l'italiano altro non è che una traduzione, nomina 
qui la tor del Croissant, la quale si trova ricordata pure nel poema inti¬ 
tolato La destruction de Rome, nel Balan e altrove. Gastom Pabjs crede si 
tratti del Castel Sant’Angelo, che spesso si trova chiamato Castellum Cre- 


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I TESOSI 01 SOMA 


141 


A poco a poco il liberale e magnifico Augusto si trasforma in 
un principe cupido e avaro. In alcune versioni dei Gesta Roma - 
norum e del Libro dei Sette Savii si narra ch’egli per avidità di 
tesoro, lasciò distruggere la Salvatio da certi fraudolenti emissarii 
dei nemici di Roma, come si dirà più distesamente nel capitolo 
che segue. Nella versione tedesca dei Sette Savii, stampata in 
Augsburgo nel 1488, si dice che in pena di ciò egli fu sotterrato 
vivo con la bocca piena d’oro. Così toccava in certo modo ad 
Augusto la sorte di Marco Crasso (53). 

Giacomo da Voragine racconta nella Leggenda aurea (54) una 
storiella assai appropriata al concetto che nel medio evo si ebbe 
della ricchezza dei Romani. Quando a Roma si prese a costruire 
il Pantheon, di forma rotonda per significare l’eternità degli dei, 


scmtii (Histoire poétique de Charlemagne, Parigi, 1865, p. 251), ed è probabile 
congettura. Giova ricordare tuttavia che v’erano ancora in Roma la torre 
Crescenza, di proprietà dei Crescenzii, fuori Porta Flaminia, e la torre di 
Crescenzio, altrimenti detta di Cola di Rienzo, o casa di Pilato. Della opu¬ 
lenza di Augusto parecchi altri fanno ricordo. Descrivendo la tenda di Mor¬ 
gana, Maria di Francia dice nel Lai de Latitai , vv. 81-6: 

La Koinè Sémiramis 

Qoant eie eat unqaes plus aveir 

Et plus poisqaaoe et plus saveir ; 

Ne l'Emperère Octévian 
N’esligasoent le destre pan. 

È noto che un imperatore Ottaviano di Roma comparisce nel poema e nel 
romanzo in prosa di Florent et Othovien, di cui sono versioni in parecchie 
lingue. Quest'Ottaviano nulla ha che fare con l’antico; tuttavia pare che 
derivi da questo la grande riputazione di ricchezza. Nel poema di Charles 
le Chaute, che inedito si conserva nella Bibliothèque Nationale di Parigi, 
dicesi di lui: 

. ... pula fu empereur d’un nobile roion, 

Li plus riohe d'avoir qui fu en Pré-Noirou. 

L’avoir Otevien nombrer ne séist-on, 

De oel Otevien que riohe clamoit-on 
Eto. 

Hist. liti . d. I. Fr., t. XXVI, p. 128. 

(53) V. Schmidt, Beitràge zur Geechichte der romantischen Poesie, Berlino, 
1818, pp. 119*24. Enenkel racconta che a Claudio fu versato in bocca del¬ 
l’oro fuso. Cf. Massmanr, Kaiserchronik, v. Ili, pp. 682-8. 

(54) Ed. del GrAssz, c. CLXII (157). 




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142 


CAPITOLO V. 


si vide che stante l’ampiezza del giro non sarebbe stato possibile 
di alzare, con gli gjuti ordinari, la testudine, ossia la cupola. Al¬ 
lora si pensò di riempiere di terra, mescolata con denari, tutto il 
vano dell’edifizio mano mano che le mura crescevano sopra suolo. 
A questo modo si potè compiere agevolmente l’opera, e compiuta 
che fu, si diede licenza a chiunque volesse trai* fuori di quella 
terra di appropriarsi le monete che vi avrebbe trovato. Accorse 
gran moltitudine di gente, e in poco d’ora fu votato il tempio. 

Per concludere ricorderò ancora una favola rabbinica, la quale 
spiega molto bene, a suo modo, l’opulenza romana. Nel trattato 
Pesachim del Talmud (55) si narra come l’argento e l’oro di tutto 
il mondo, raccolti da Giuseppe in Egitto, passando da uno ad un 
altro popolo, da uno ad un altro principe, furono portati finalmente 
in Roma. Gli Ebrei, che primi li tolsero agli Egizii, ne ridivente- 
ranno padroni quando venga il Messia. 

Nè certo il concetto che il medio evo si formò della ricchezza 
di Roma può dirsi esagerato, se si pensa che, come or ora ve¬ 
dremo, il solo Campidoglio era stimato valere la terza parte di 
tutto il mondo. 


(55) Eisbkmrhokr, Entdecktes Judenthutn, pp. 769-70. 



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143 


CAPITOLO VI. 

La potenza di Roma. 


La memoria della potenza formidabile e dello sconfinato impero 
di Roma eccita in particolar modo le fantasie nel medio evo. Se 
pochi ricordano che nel nome stesso di Roma si conteneva, se¬ 
condo una delle etimologie spacciate già dagli antichi, come un 
vaticinio della potenza futura (Qófirj)) se pochi conoscono l’altro 
nome di Valenza, onde pure s’era fregiata un tempo la città do¬ 
minatrice del mondo, molti immaginano che la potenza romana sia 
stata cosi grande sin dal principio come fu solamente di poi. Co¬ 
storo non sanno figurarsi una Roma umile e debole (1). 

In sul chiudersi dell’evo antico, quando già della passata fortuna 
non altro rimane che un doloroso ricordo, Simmaco chiama ancora « 
Roma arx lerrarum. Durante tutto il medio evo, nei tempi più 
sciagurati, in fondo alla maggior miseria, Roma serba un’aria di 
signoria che impone rispetto. 

Se non che quella potenza, che non ebbe l’eguale nel mondo, 
appare agli spiriti inesplicabile e miracolosa. Mal note le condizioni 
della vita antica, ignorati affatto gli espedienti e i procedimenti 
della politica e dell’amministrazione di Roma, di cui noi stessi, 
dopo i lunghi studii fatti, intendiamo a mala pena il complicato e 
rigoroso meccanismo, non era possibile allora trovare la spiega¬ 


ci) Giovarvi d’Octobmbosb dà a Romolo e agli altri re il titolo d’impe* 
ratori: sino da allora i Romani signoreggiarono tutto il mondo. 


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r■ 


144 


CAPITOLO VI. 


zione puramente naturale dell’incontrastato ed incontrastabile di¬ 
lagarsi della dominazione romana sopra la terra. Non s’intendevano 
quelle spedizioni audaci e gloriose, eseguite con l’animo stesso, e 

m 

con la stessa prontezza con cui erano decretate ; non s’intendevano 
quei trionfi mirabili per cui vaste, inesplorate regioni diven¬ 
tavano dall’oggi al domani province di Roma, e diventavano sog¬ 
getti di Roma popoli barbari e bellicosi, insofferenti di giogo. 
Per intendere ciò bisognava necessariamente ricorrere alle spiega¬ 
zioni soprannaturali, che per giunta erano le più omogenee allo 
spirito dei tempi e le più comunemente accette. Si disse che Roma, 
chiamata a preparare il mondo alla venuta del Redentore, era, per 
decreto della stessa Provvidenza, destinata a soggiogare tutti i 
popoli; si disse che, soggiacendo essa al segno del Leone, doveva, 
per virtù d’influssi celesti, ottenere necessariamente l'universale 
dominio (2), e si disse ancora che con arti magiche essa provvide 
alla sicurezza e alla gloria propria. Ed ecco qui presentarcisi la 
leggenda famosa della Salvatio Roinae , della quale ora intendo 
discorrere alquanto diffusamente. 

Il vigore con cui da Roma si tenevano sotto il giogo tanti e cosi 
diversi popoli, la prontezza con che si reprimevano le ribellioni, 
facevano stupire. Nella Kaiserchronih si dice che ai Romani nes¬ 
suno poteva resistere, nè in terra, nè in mare (3), e Benzone nel 
suo scritto Ad Heinricum IV imperatorem inserisce questi 
versi (4): 

Sicubi forte surgebat nociva sedicio 

Ut in coelis est exorta in rerum initio : 

Protinus suffocabatur Romano iudicio ; 

Tane humanitas vacabat omni gravi vicio. 


(2) Alberto da Carrara, De constitutione mundi, trattato XIV, c. 4. 

(3) Vv. 211-4. 

weder ùf der erde noch ùf dem mere 
nemohte sioh ir nieman irweren, 
eie ne warden in gehdrsam 
unde ze Rome undertAn. 

(4) L. I, ap. Pkrtz, Script t. XI, p. 598. 


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LA POTKNZA DI KOMA 


145 


Alla pronta repressione delle ribellioni Roma aveva provveduto 
appunto con la Salvatio , artifizio magico singolarissimo che, di so¬ 
lito, si pone in Campidoglio. 

Di tutti gli antichi edifizii di Roma il più famoso nel medio evo 
è il Campidoglio, della cui magnificenza si dicono meraviglie, e re¬ 
putato valere a dirittura la terza parte del mondo. Fondato da 
Romolo, o da altro dei primi re, esso era coevo con la città, era 
il capo di Roma e del mondo, la sede del senato, la stanza augusta 
della potestà suprema (5). Era al tempo stesso un tempio, un pro- 


(5) Capitolium quod erat caput mundi, ubi consulea et aenatores mora* 
bantur ad gubernandum orbem, cuiua facies cooperta erat muria altia et 
firmia diu super faatigium montis vitro et auro undique coopertia et miria 
operibus laqueatia. Infra arcem palatium fuit miris operibus auro et argento 
et aere et lapidibua pretioaia perornatum, ut esset speculum omnibus gen- 
tibus. Descriptio plenaria totius urbi8. — Ideo dicebatur aureum Capitolium, 
quia prae omnibus regnia totius orbia pollebat 8 api enti a et decore. Id. — 
Capitolium erat caput mundi ubi consulea et senatores morabantur ad gu- 
bernandum orbem. Cuiua facies cooperta erat muria altia et firmia 9uper 
fastigio montia vitro et auro undique coopertis et miris operibus laqueatia 
ut eaaet speculnm omnibus gentibus. In aummitate arcia super porticum 
crìnorum fuit templum Iovis et Monete. In quo erat aurea statua Iovia 
aedens in aureo trono. Oraphia aureae urbis Rovxae. — Est ibi quoddam 
castellum quod dicitur Capitolium. Fuit caput mundi, ubi consulea et se- 
nato re a morabantur ad consulendum urbem et totum orbem. Cuius facies 
cooperta fuit muria altissimia, et in sumitate intua ereo et deaurato coo- 
perto infra arcem (s*c). Quod dicitur tertiam partem mundi valere, quod 
fuit permagna parte auro et lapidibua pretioaia perornatum. Giacomo da 
Acqui, Chronieon. — In un testo dei Mirabilia , che ai conserva manoscritto 
a Stoccarda, si legge similmente: * Dicebatur tertiam partem mundi va¬ 
lere, quod fuit prò magna parte aureum et precioais lapidibua perornatum , 
(V. Mabsmaiih, Kaiserehronik, voi. Ili, p. 42S). — * Palacii Capitolii adhuc pa- 
tent vestigia, et poaito quod multas conditionea mutaverint, tamen aatis repre- 
sentantur: aed tempia et alia quae in eo fiunt tacemua per nunc, sed dicam 
infarina, posito quod in ruina totum iam diu sii, sed volo tacere. Verbum 
autem per Caasiodornm dictum ubi facit mentionem de aeptem maioribus 
aedificiis mundi, qui in fine ponit quae mirifica Romae, et excelsa Capi¬ 
tolii inextimabilia nomina fuisae et in suo conceptu ignorat dare figuram 
necterminum». Anonymus Magliabecchianua. — ‘(Noma) fundamenta Capi¬ 
tolii iecit quod poatea constructum a Romania unum de aeptem mirabilibus 
mundi fuit. Nam ipaum Capitolium Romae salvatio civium maior quam 
civitaa ,. Chronica regia S. Pantaleonis ap. Eccabd, Corpus historicorum medii 

Gra?, Roma. IO 



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146 


(UNTOLO VI. 


pugnacolo, un tribunale. Non di rado, nelle cronache, è fatto ri¬ 
cordo del teschio che Ai trovato nella terra, quando si cavò per 
gettarvi le fondamenta, e che, quasi un simbolo del Aituro primato,, 
diede al Campidoglio il suo nome (6). Nel Roman d'Eneas di Be¬ 
nedetto di Sainte-More, il quale viveva nella seconda metà del 
XII secolo, il Campidoglio è cosi descritto (7): 


Li Capitoiles sist 4 destre, 

Hors du chastel à une part 
Où furent par comun esgart 
Li senatenr mis pour juger, 

Pour tenir droit, pour tort plessier; 
Ce fu liex pour tenir les plaiz. 

Par merveilleux enging fu fez; 
Moult fu larges et biaus dedenz 
Voutes et ars y ot 11 cenz. 

Ja n’i parlast uns si tree bas 
Ne fast oiz en elle pas 
Par tout le Capitoile entier. 


•ieri, t. II, p. 695. — 4 Capitolium... omnium caput arcemque terrarum 
Petrarca, Epistola a Filippo di Vitry , dell'anno 1850. Nella Fiorita di A*- 
mandino Giudice è scritto (conto XXX, cod. Laurenz. pi. LXII, 12): * 8epte 
colli a dentro a Roma, ond’ella si chiama ciptà, di VII cholli. In su uno 
di quegli colli, il quale nel meczo di Roma risiede, ivi fu quello deficio 
che Campo d'oglio si chiama, il quale per lectera viene a dire campo 
d’Itallia, però che in quello sedeano gli magistrati, i quali rendeano ra¬ 
gione agl'italiani e a tucto il mondo. Ma perchè Ytalia era membro di 
Roma, decto fu quello luogho d’Italia chapo — La magnificenza del 
Campidoglio fu deplorata come eccessiva da alcuni fra gli stessi scrittori 
latini. I poeti ce lo dipingono sfavillante d’oro, ed è vero che Stilicone si 
portò via le lamine d’oro che ne vestivano le porte, e Genserico le tegole 
dorate. 

(6) V. circa questa tradizione Obioli, Caput Toli e la sua leggenda. Annali 
di corrispondenza archeologica, 1884. Zonara, il quale visse nella prima 
metà del XII secolo, narra di questo teschio una storia abbastanza stra¬ 
vagante che qui non importa riferire. Comp. Histor., De Romanorum prù 
mordiis. 

(7) Jolt, Op. cit., v. II, p. 320. 


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LA P0TBNZ4 DI BOMA 


147 


Li XXim senatour 
I estoient ja esgarde, 

Pois et Romme la poeaté 
D’ilnec & raonlt lointieti aage. 


Qui di artifizii magici propriamente non si fa parola ; ma già ac¬ 
cenna a qualche cosa di magico, già esprime assai acconciamente 
il concetto che i reggitori sedenti in Campidoglio erano in grado 
di risapere ogni più secreta cosa, quanto si dice della mirabile 
diffusione dei suoni in tutto l’edifizio, proprietà che fa tornare in 
mente il famoso Orecchio di Dionigi e la sua antica leggenda. 

» 

Che il Campidoglio servisse anche di tribunale è creduto comune¬ 
mente. A proposito della ingiusta sentenza pronunziata da Teodo¬ 
rico contro Boezio si lerce nel noto noema nrovenzale: 


E1 capitoli l’endema al di elar 
lai o solici! las altra leis jutjar, 
lai veng lo rais sa felnia menar. 


Fazio degli Uberti fa dire a Roma, in un luogo già citato del 
Dittamondo (8): 


Vedi l’antico e ricco Campidoglio; 

Quello era il capo mio, e dir potrei 
Di tutto il mondo l’altezza e l’orgoglio. 

Si ricordava che nel Campidoglio era stato il tempio e il simulacro 

# 

di Giove conservatore o custode (9), e imperatori e poeti non po¬ 
tevano bramare piu solenne onoranza che di ricevere in Campi¬ 
doglio, quelli la corona imperiale, questi la corona poetica. 


(8) L. Il, c. 81. 

(9) Ciò è ricordato anche da Raholpo Hiodkt, Folychronicon, 1. I, c. 24: 
* Item in Capitolio, qnod erat altis maria vitro et auro coopertis, quasi 
•peculum mundi sublimiter erecthm, ubi cousuIob et senatores mundum 
regebant, ©rat' templum Iovis in quo statua Iovia aurea in throno aureo 
erat sedens ,. 


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148 


CAPITOLO VI. 


I Mirabilia e la Oraphia pongono la Salvatio in Campidoglio, 
e dicono com’era composta. C’erano tante statue quanti erano i 
regni di tutto il mondo, e ciascuna aveva un campanello appeso 
al collo. Quando un regno insorgeva contro la signoria di Roma, 
il campanello di quella tale statua che stava a rappresentarlo in 
Campidoglio ne dava annunzio sonando. Allora i sacerdoti che ave¬ 
vano quelle statue in custodia ne avvertivano il senato, e il senato 
incontanente mandava le sue legioni a reprimere la ribellione. 
Cosi fu fatta la spedizione di Agrippa e quella di Decio contro i 
Persiani.* Io espongo anzi tutto la leggenda conformemente alla 
versione che se ne ha nei Mirabilia e nella Oraphia , perchè i 
Mirabilia e la Oraphia rappresentano in certo modo la maturità 
delle leggende medievali intorno a Roma ; ma fanno menzione della 
Salvatio assai prima un testo latino dell’XI secolo conservato nella 
Vaticana (10), l’Anonimo Salernitano nella sua Cronaca composta verso 
il 978 (11), sul cui racconto dovrò tornare fra breve, San Cosma 
di Gerusalemme (Agiopolita) nel secolo Vili (12), l’autore del ci¬ 
tato opuscolo De septem miraculis mundi (13). Tutti costoro pon¬ 


do) Pubblicato dal Pbsllbb nel Philologus. v. I, p. 108. 

(11) Ad a. 886, ap. Pbbtz, Script ., t. Ili, pp. 588-9. 

(12) Nel commento al carme CI di Sax Gbboobio Naxiaxebxo, ap. Mai, 
Spicilegium Romanum, v. II, parte 2', p. 221 :... ol di <paol tò 'Pdt/iijg Ka - 
nettò Aiov‘ iati yag ntlofia fiéya negtpóAotg ovveyóftevov iv $ nArf&tj 
£ù)ÓIojv iotlv nal Ofjfietov indotto todttov ijv noti ’ nal yap tpaal ntódovag 
in X el Q^S dnongefiao&rjvat r ovttóv. £<odtov di nat* Sdyog ijv dnav, 6neg 
tprjolv ioljfiaivev dià tot) ntódovog tijv otifteg elnovl£ei nlvtjotv io&' Sre 
noAe/iinhv i&vovg' no A Ah di nal dAAa &ad fiata d§ta xatà 'Pwfirjv iotlv. 

(18) * Quod primam est Capitolium Rotnae, salvatio civium, major quam 
civitas, ibique fuerunt gentiam a Romania captarum statua e, vel deornm 
imagines, et in statnarum pectoribus nomina gentium scripta, quae a Ro¬ 
mania capta fuerant, et tintinnabula in collibns eorum appensa. Sacerdotes 
autem pervigiles diebus et noctibus per vices ad harum custodiam curam 
habentes intendebant; si qnaelibet eorum moveretnr, sonum mox faciente 
tintinnabulo, ut scirent quae gens Romanie rebellaret. Hoc autem cognito, 
romanis principibus verbo vel scripto nunciabant, ut scirent ad quam gentem 
reprimendam exercitum mox destinare deberent .. — 11 testo già ricordato 
del codice di Wessobrun, fatto conoscere dal Docen (V. Kbllbb, Li Romane 
dee Sept Sages, p. CCVII). suona presso a poco lo stesso : * VII Miracula. 


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I 


LA POTENZA DI BOMA 



gono la Salv>atio nel Campidoglio. Se l’opuscolo De seplem mi - 
raculis mundi fosse veramente di Beda, la descrizione che vi si 


contiene sarebbe fra tutte la più antica, e risalirebbe al sec. VII ; 
ma ad ogni modo trovandosi essa come ho accennato più sopra 
(v. p. 88, n. 10), anche in un codice dell’ottavo secolo, e di questo 
medesimo secolo essendo quella di San Cosma, noi abbiamo piena 
certezza che la leggenda in discorso era già sorta e costituita nel 
settecento. Ma nulla vieta di credere che fosse anche più antica, 
e che l’origine sua risalga ai tempi della già inoltrata decadenza 
di Roma, quando più meravigliosa pareva l’antica fortuna, e si sten¬ 
tava a intenderne le ragioni. 

Il Campidoglio era certo per la Salvalio il ricetto più acconcio 


e più degno, e quivi noi lo vediam porre dagli scrittori più antichi 
che ne fecero memoria, e quivi ancora da molti altri che vennero 
poi come Giacomo da Acqui, Armannino Giudice, l’Autore dei 
Faictz mereeilleux de Virgile, ecc., ecc. Ma in seguito, per quella 
mobilità propria e nativa delle immaginazioni popolari, per cui fa¬ 
cilmente si tramutano da persona a persona e da luogo a luogo, 
noi vediamo la Salvatio , in forza di certe suggestioni fantastiche 


piu o 



eno facili a essere riconosciute, trasferita in altri fra i più 


Primam: Capitolium Romae, sala[a]tio totius [..], quia civitas civimn, et 
ibi consecratio statnarnm omnium gentium, quia [quae] statuae scripta 
nomina in pectore gentis, cujus imaginem tenebant, geatabant, et tintin- 
nabulum in collo nniuscqjusque statuae erat. et sacerdotes die ac nocte 
semper vigilantes custodiebant. et quae gens in rebellum consurgere co* 
nabatur contra Romanorum imperium, statua illius gentis conmovebatur 
et tintinnabula in collo illius resonabant, ita ut scriptum nomen continuo 
sacerdos principibus deportaret, et ipsi absque mora exercitum ad repri¬ 
me ndam gentem dirigerent— Per opportunità di confronto ecco anche 
il testo pubblicato dal Pbbllbb : * Miraculum primum Capitolium Romae, 
tutius quam civitas civium. Et ibi consecratio statuarum omnium gentium, 
quae scripta nomina in pectore gentis cuius imaginem tenebant, gestabant, 
et tintinnabulum in collo uniuscuiusque statuae erat, et sacerdotes die ac 
nocte semper vicibus vigilantes eas custodiebant et quae gens in rebel* 
lionem consurgere conabatur contra romanum imperium, statua illius com- 
movebatur et tintinnabulum in collo illius resonabat ita ut scriptum nomen 
continuo sacerdotes principibus deportarent, et ipsi absque mora exercitum 
ad reprimendam eandem gentem dirigerent a . 


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150 


CAPITALO V|. 


cospicui edifizii di Roma, e cioè nel Pantheon (14), nel Co- 


(14) Nel Pantheon la pone una versione tedesca dei Mirabilia (Manoscritto 
della Biblioteca di Corte in Vienna, n. 2962): * Der ander tempel was 
genant Pantheon; anf dem tempel waz Thybilles (Cibeles), dye solt sein 
ain nouter aller abgoter, zw der fussen waren schilde von alien landen 
vqn wan der man choeno, so sach er an dem schilde welcben enden sein 
lant lag do er von waz; und geziret mit golde dye selbige Thybilles und 
mit edeln gestaine der under den fussen mit merswein und mit pfaben, 
dye waren schon und rain verguhlet. In dem selben tempel waren also vii 
sawlen ale rechter fursten tuem und reich waren in der welt, und anf 
ieglieber seweln waz ain abgot von dem lande, und het ain glocken an 
seinem hale, und dyenten dem pilde ala ain fraw. und Falche lande aich 
wider satezet wyder Rom und wyder romisches reich so wendet sich der 
abgot dea landes und umb cheret den ruecke gegen dem pilde von Rom, 
und dy glocken dy der abgot an den hals het dy lawtet sich selben. 6o 
taten dann dy huter dea tempela dar. ze wyssen den senatoren und der 
herschafb zw Capitoli, dy santem dann aues in dy hnsternues der rit- 
terschaft daz man daz lant wyder erserhitte (s<c) und erchrieget- Der sei* 
bige tempel ist nue genant ad sanotam Mariam Rotundam Vedi una 
descrizique in tutto simile a questa, ma tratta da una versione tedesca 
dei Gesta romanorum, nel voi. Ili della Kaiserckronik del Massa***, p. 428. 
Giovami Lotdqatk, nella sua versione del trattato del Boccaccio, De casibus 
virorum et feminarutn illustrium, dice del Pantheon: 

Whyche was a tempie of old foundaoion, 

Fui of ydols, np set on hye stage# ; 

There throughe thè worlde of every nacipn 
Were of their goddes set up great ymages, 

To every kingdom direct were their visagee 
As poetes and Fnlgens by hys live 
In bokee olde plainly doth dysorive. 

Every ymage had in his bande a bell, 

Às apperteyneth to every nacion, 

Which by oraft some token should teli 
Whan any kingdom fil in rebellion. 

E nel Pantheon pone la Salvatio Lodovico Dolce: 

Non la Ritonda or sagra, e già profana, 

Là dove tante statue erano poste 
Che avean legata al oollo una campana 

(Il primo libro delle Opere burlesche di M . Francesco Bermi e di altri , ed. 
di Leida, 1828-4, parte 2*, p. 271). Al trapasso della Salvatio dal Campi¬ 
doglio al Pantheon diede forse occasione il cap. CLX1I (157) della Legenda 
aurea, in cui quella si descrive senza che sia detto propriamente dove si 
trovi, di guisa che, trattando il capitolo della consacrazione del Pantheon 


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LA POTINZA DI BOMA 


151 


ìo'sseo (15), nel Tempio della Concordia (16'). Il Lilmo Imperiale 


« della istituzione delta festa d’Ognissanti, facilmente si poteva credere 
da chi lo leggeva ohe la Salvatio fosse nel Pantheon; e la Legenda aurea 
fa, com’è noto, divulgatissima nel medio evo. In quello stesso capitolo 
Giacomo da Voragine dice inoltre che nel Pantheon * oinnes provinciae 
mirabiliter scnlptae erant, ita ut, quicumque Romani venisset, versus quo 
essot sua provincia scire posset Si confronti questo passo con l'altro pa¬ 
rallelo dei Mirabilia in tedesco testé riferito. 

(15) Nel Colosseo la pone Alessandro Neckam ( De laudibus dirinae sa- 
pientiae, dist. V*, vv. 289-308): 

Delicia» operum ai q asari», cerne colossum 
Et qnam tu tata eat Inno moneta domum. 

A calta eolia nomen aampaisae coloasam 
Fertur, materiam nobilem vicit opna. 

Oemmas aidereaa rutilante» igni mi canti 
Coelum stelliferam vinoere poaae putea. 

Ara Tire# esperta anaa contendere seoam 9 
Si lande» oparia confluii», ansa fuit. 

Qaaalibet hic propria regio Bignata figura, 

At medium tennit inclita Roma locom. 

Regin am decnit vai tu», reverentia, aceptram, 

Praefalgena vasti», et diadema decena. 

Insidine ai gena Romania alla parabat, 

Volto detexit qjus imago acelaa; 

Vertioe derni sso, defigena lumina terrae, 

Seee declarana crimini» esse reem. 

Et pulsata mano statarne campanula, plebem 
Aooivit, populua arma fremebat ovana. 

Hate opus barn anaa labor, ars, industria, virtù». 

Logonii laudem oensuit eaae suam. 

4 » 

Nel De naturi* rerum, 1. II, c. 174, Alessandro Nkckam parla similmente 

della Salvatio , ma non dice dove fosse. Nel Colosseo la pone inoltre il 

Ramfoxi : * Templum namque in urbe Roma factum erat, quod totius orbis 

existebat caput, mirabili modo constructum pariter et fabricatum, magne 

latitudini et immense altitudinis, quod dicebatur Colideus, quia dii ibi 

colebantur. In hoc vero Collideo erat congregatio statuarum deorum omnium 

gentium in sublimi parte ipsius templi, in secretissimo loco existentium, 

tintinnabulum vero ad collum uniuscuiusque statue appendebat, ut sacer* 

dotes die ac nocte semper vicissim vigilantes eas custodiebant. Illa vero 

gens qui rebellis contra Romanum imperium consurgere conabatur, et 

oensum statutum Romano imperio dare recusabat, statua illius gentis, per 

alieni magicam a poeta, scilicet a Virgilio constructa, statina commove- 

batur, et tintinnabulum, quod in collo eius habebat, illico resonabat. Qualis 

statua ipsius gentis nomen habens in caput scriptum, sacerdotea vero tin- 

% 

* Nota 16 , vedi pagina seguente. 


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r. 




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152 


CAPITOLO VI 


la mette in istretta relazione col tempio di Giano nel passo se- 


tinnabulum audientes ad nrbis Romane pretores velocissime proficisci prò* 
perabant, superscriptionem et ipsius gentis nomen in scriptis eis deferentes, 
et tunc ipsi pretores exercitum militnm et virorum pugnatorum pront ree- 
postulabat ad gentem illam subiugandam festinanter mittere properabant 
Lo stesso ha Ugucciohb da Pisa (Hugwitio, Hugutio), il quale chiude la 
sua breve descrizione dicendo : * Tali arte Romani Trojani mundura sub- 
jugabant , (V. Du Cànge, Glossarium , s. v. Colistum). Andrea Ratisboheksb 
nella sua Cronaca copia Uguccione (Ap. Eccabd, Corp. histor. m. ae. t t. I, 
col. 194). Egli chiude la sua breve descrizione dicendo : * Tali arte Romani 
totum mundum sibi subjugaverunt 

(16) Nel tempio della Concordia la pone Guglielmo lb Clbbc db Nob- 
mandib nel suo Poema della Vergine (V. Stbxgbl, MiUhtilungen aus franzd- 
sische* Handschriflen der Turiner Universitdts-Bibliothek, Halle, 8. 8., 1878,. 
pp. 14-5, n. 18): 

Verite fu, que a Rome aueit 
Un tempie qui mult esteit 
Edefle mult riohement 
£ funde ancienement, 

Tempie de cuncorde aueit nun, 

Si vus dirrai par quel resun, 

Si a mei entendre uolez, 

Il esteit issi apelez. 

Uns clers qui out nun Virgile 
Fiat m&inte merueille en la uile 
E en cest tempie, quit ieo bien, 

Qu’il ouera auoune rien. 

Li temples ert de grand hautur 
Mult aueit ymages entur. 

Amont al souerain pignacle, 

Autresi come par miracle, 

En aueit une merueillose, 

Par semblans fiere e orgoillose 
E mult riohement coronee, 

Une grant pelote doree 
Aueit en main tute reonde, 

Come s’ele peust tut le monde 
Justisier a sa uolonte. 

L’ymage esteit de grant beante, 

Les autres qui esteiens (tic) pas * 

Trestut enuiron a compas, 

Vera cele yznage s’enclinoent 
E aucune foia se tornoent 

11 poema di Guglielmo le Clkrc, Les joies JSotre Dame , fa pubblicato per 
intero nel voi. Ili della Zeitschrift fUr romanische Philologie . Del tempio 
della Concordia si legge nel Libro de los Enxemplos y CXLI : * Léise que* 
en el tiempo de los paganos habie en Roma un tempio que fuera fecho- 

* Congetturo debba leggerai esteient òas. 


Par art et par enohantement, 

B ico uus sai dir ooment. 
Chescun prince qui apendeit 
A Rome sa ymage i aueit. 

Quant un dea prinoes revelot, 
L’ymage oelui tresturnot 
De la grant ymage sont uis 
E en teneit sos euls esohis; 

E dono saueient li Romain 
E bien en eteient oertain, 

Qu’en cel paia lur surdreit guere. 
Gent enueoent en la tare, 

E tant qu’il aueient oonquise 
E a lur poeste su smise, 

Lor prince ert al tempie amene 
E la li esteit demanda, 

S'il uoleit plus eatriuer 
Ou s’il uoleit coltiuer 
Cele ymage lasus amont 
Qui justisoit trestut le mond. 

E il respondeit: « Oil, veir, 

Cist deit la signurie aueir »« 

Por oeo que la se oonoordouent 
Plusors qui vertu i quidoent. 

Fu le tempie apele issi 
Du cuncorde, cum ieo uus di, 
Qui mult ert de baie facon. 


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LA POTENZA DI BOMA 


153 


guente (17) : « Una porta artificiata era in Roma sotto el monte 
Giannicolo, dove anticamente abitò lo re Jano primo re d’Italia da 
cui è nominato el monte Giannicolo. La detta porta era di metallo, 
ornata maravigliosamente, et con grande artificio, però che quando 
Roma avea pace stava la detta porta sempre serata, et quando si 
ribellava alcuna provincia la porta per se stessa s’apriva. Allora gli 
Romani corevano al Panteon, ciò è a Santa Maria Ritonda dove 
erano in luogo alto statue (18), le quali rappresentavano le pro¬ 
vince del mondo, et quando alcuna si ribellava quella tale statua 
voltava le spalle, et però gli Romani, quando vedevano aperto el 
delubro di Jano ricorrevano al Panteon, et riguardata (19) la statua, 
formavano le melizie, et prestamente andavano in quella parte ». 

Secondo Yàkùt, della cui descrizione di Roma si è già parlato, 
la Salvatio trovavasi in San Giovanni in Laterano, che, essendo 
sede del pontefice, era diventato il vero capvt urbis. Ma molto 
spesso ancora essa non è in nessuno dei luoghi sinora indicati : la 
sua sede è un tempio magnifico, o un sontuoso palazzo, o una torre 
meravigliosa, senz’altra più particolare designazione. Cosi in Eli- 
nando e in Vincenzo Bellovacense che lo copia (20), in Giacomo 
da Voragine (21), in Ranulfo Higden (22), nel De naturis rei'um 


i honor del Dios de Concordia, en el cual tempio estaba un idolo que- 
U&m&ban Dioe de Concordia, en tal manera que todos los otros fdolos 
teni&n las caras contra la puerta del tempio. E este Dios de Concordia 
tenia la cara contra la pared de la parte derecha del tempio, é volvie el 
asentamiento à la pared de la parte siniestra del tempio, é delante del en 
la pared estaba esento de letras de oro està palnbra * Beneficus e pa 
recie que continuadamente leie aquella palabra é pensaba en ella. Detràs 
de las espaldas del estaba en la pared scripta * Injuria ,, à dar à entender 
que ningun non puede ser reducido à paz é concordia, salvo si deja las 
injurìas que le son feohas, é tenga en memoria é se acuerde de los bene- 
ficios e bienes que ha recebido à enxemplo de Julio César, que nunca ol- 
vidaba cosa alguna, salvo las injurìas que le eran fechas ,. 

(17) Cod. Marc. it. cl. XI, CXXVI, f. 80 v. 

(18) Men bene il cod. Casanat. d, I, 4 : in un luogho alte statue. 

(19) Nel cod. Casanat. mancano le parole aperto — et riguardata. 

(20) Spec. hist., 1. VII, c. 61. 

(21) Cap. CLXII (157). 

(22) Polychronicon, 1.1, c. 24. 


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154 


CAPITOLO VI. 


di Alessandro Neckam (23), nei Gesta Romanorum (24), in Jacopo 
della Lana (25), nella Weltchronih di Rudolph von Bms continuata 
da Heinrich von Miinchen (26), nella Dyocletianus Leben di Hans 
von Bùhel (27), nel Weltbuch di Bnenkel (28), ecc. In tal caso la 
Salvatio è molto spesso descritta come opera di Virgilio, il quale 
è al tempo stesso il costruttore del tempio, del palazzo, o della 
torre che la contiene, mentre ciò accade più di rado quando la 
Salvalio sia posta nel Campidoglio, nel Pantheon, o nel Colosseo. 

Nella descrizione delle statue che compongono la Salvano s’in¬ 
contrano molte diversità fra gli scrittori. La statua che occupa il 
luogo di mezzo è, di solito, quella di Roma, ma qualche volta an¬ 
cora quella di Romolo, di Cibele o deU’imperatore (29). Le statue 
che stanno aU’ingiro rappresentano le province soggette, o altret¬ 
tante divinità adorate in quelle, o anche i principi obbedienti a 
Roma (30). I campanelli denunziatori appesi al collo delle statue 


i23) L. II, c. 174. 

(24) Ed. Oestbrley, n. 186, pp. 590-1. Si cita Alexander phiiosophue, che 
non può essere altri che Alessandro Neckam. 

(25) Nel commento al canto XI del Paradiso Jacopo della Lama dice che 
gli avvertimenti delle statue davano un gran da fare al dittatore di Roma : 
‘ Or per la volontade delle genti e per la diversitade delle contrade con* 
tinuo tale dittatore stava in esercizio; manda qua, manda là ,. 

(26) Ms. della Bibliot. di Corte in Vienna, n. 2782, f. 853 r. 

(27) V. 4057-90. 

(28) V. Massmanm, Kaiserchronik , voi. Ili, pp. 421*2. 

(29) Per Giacomo da Vobaoimb è di Roma, ma per nn suo anonimo tra¬ 
duttore francese è di Romolo: * Car comme les romains en temps passe 
eurent tout le monde subioguiet a leur seignourìe ila firent faire a Romme 
un tresgrant tempie et mirent ou milieu de ce tempie la statue ou l’ydole 
de Romulus, et tout à l’environ de leur ydole ila mirent Ics ydoles de 
toutes les provinces du monde... , (Cod. della Nazion. di Torino, 1. 11,11, 
f. 309 r., col. 2*). Per Giovanni d'Outbemeuse e per altri (v. Keller, Li ro* 
mane dee Sept Sagre, pp. coxii-coxiu), la statua è dell’imperatore (Mgr. d. 
kiet ., voi. I, pp. 69-70; cf. pp. 229-30). L'immagine che desorive Guglielmo 
le Clerc parrebbe dover essere quella di Roma, ma egli noi dice; Jaoopo 
della Lana parla di * ima immagine la quale presentava la signorìa di 
Roma „. 

(30) Rappresentano i principi nella descrizione di Eskxkrl, e in quella di 
Guglielmo lk Clerc. 


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LA POTKNZA DI SOMA 


155 


si agitano da sè, oppure sono scossi dalle statue stesse che li ten- 
gono in mano, le quali, in alcune descrizioni, fanno anche mani¬ 
festa la ribellione con voltare il dorso alla statua di mezzo (31), o 
con drizzare l’armi verso di lei (32), o con altro atto. In luogo di 
campanelli si hanno anche scudi, che, percossi, risuonano. Qualche 
volta la statua di mezzo indica col dito quella il cui campanello 
ha dato segno di ribellione (33), o agita un campanello ancli’essa (34). 
In cima all’edificio si pone per giunta un cavaliere di bronzo che 
volge l’asta verso la provincia ribelle (35). Le statue sono in nu¬ 
mero di settantadue, quanti i popoli della terra usciti dalla pro¬ 
genitura di Noè, il che esprime l’universale dominio di Roma. 
Cosi la leggenda, passando di bocca in bocca, e di libro in libro, 
si variava, si accresceva, si complicava (30). 


(31) Non abbastanza chiaramente Uocccioke : * ... quia quando aliqua 
Provincia volebat insurgere contra Romano», station imago Romae obver- 
tebat dorgum imagini illius provinciae : vel ubi Dominus, imago illiue prò* 
▼mciae inanrgebat contra Romae imaginem ,. 

(32) Fiorita di Armabnieo Giudici, Cod. Laurenz., pi. LXII, 12, f. 233 e.: 
" Un’altra cosa meravigliosa ere in quel tempo, che in Campidoglio, de) 
quale io o dodo, era una grande torre tucta ritonda intorno intorno : in 
cima della torre erano per arte magioha composte certe statove, le quali 
per numero erano tante quante erano le principali province del mondo che 

obidienti erano a' Romani. Ciaschuna avea lo suo arcbo in mano con le 

1 * * • 

saette, e parea che saettassero. In meczo di quelle ne sedea un’altra molto 
grande e alta a modo di Reina incoronata. Questa somigliava Roma, e 
quando alcuna di quelle province si rivellava a Roma, la statova che quella 
dimostrava con l’archo si volgeva inverso quella grande che Roma pre- 
senta va ,. 

(33) Così in Elinando. in Vincenzo Bellovacknsk, in Giovanni Mansel, ecc. 

(34) In Hermann vok Fhitslar. V. Mabsmann, Kaieerchronik, voi. Ili, 
p. 424, n. 2. 

(35) Alessandro Neckam, De naturie rerum, 1. II, c. 174: * Miles vero aeneus, 
equo insidens aeueo, in summitate fasti gii praedicti palatii hastam vibrane, 
in illam se vertLt partem quae regionem illam respiciebat ,. Così ancora 
Raecleo Higdek. V. inoltre Rklleb, Li romane dee Sept Sages , pp. ccx-ccxiv. 

(33) Immogipazioni affini a questa della Saivatio, d’ingegni cioè, e di ar* 
tifizii magici, ohe hanno potenza di custodire una città, di tutelare un po¬ 
polo, furono molto frequenti nell’antichità e nel medio evo. Ne ricorderò 
qualcuna a caso. Nel Contee du chevai de fust, attribuito ad Adknes, si parla 
di una statuetta d’oro che ha in bocca una tromba d'argento. Collocata 


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156 


CAPITOLO VI. 


Ma quale ne può essere stata la origine ? Che sia nata nell'Oc¬ 
cidente di Europa, anzi nella stessa Roma, mi pare, se non affatto 
sicuro, molto probabile, sebbene i ricordi più antichi che ce ne 
sieno venuti si trovino a un tempo stesso, nell’VIII secolo, in un 
Greco di Gerusalemme e in un testo latino. Inoltre, costituita già, 
come noi la vediamo, nel secolo Vili, essa deve necessariamente 
essere alquanto, e forse molto più antica. Non sarà estraneo all’ar¬ 
gomento spendere qualche parola intorno a quel tanto che sulla 
origine sua si può congetturare. 


sopra la porta di una città, nessuno può entrarvi senza che essa ne dia 
incontanente avviso sonando la tromba (Killer, Romtart , Mannheim e 
Parigi, 1844, pp. 109-11). Filippo Modskis racconta nella sua Cronaca ri¬ 
mata (vv. 6452-505), di un idolo di rame, in cui Maometto aveva rinchiuso 
grande quantità di diavoli, e che sorgeva in Cadice a tutela della gentfr 
saracina. I cristiani che si accostavano ad esso cadevan morti. In Ispagna 
fu ancora, nella città di Avila, una campana meravigliosa, che si met¬ 
teva a sonare da sè ogniqualvolta una sventura stava per incogliere la 
cristianità (Gafparil, Curiositez inouycs, 1687, p. 59). Prima di Filippo 
Mouskes parla della statua di Maometto l’autore dei primi cinque capi¬ 
toli della Cronaca di Tarpino , cap. IV. Dice Mabscdi (Les prairies d'or, 
voi. II, p. 488) che sul faro d’Alessandria era, fra parecchie altre, una statua 
la quale volgeva la mano dalla parte del mare quando il nemico non era 
più che a una notte di distanza, e mandava fuori, quando era in vista, un 
suono spaventoso, che si udiva due o tre miglia lontano. Napoli aveva il 
suo famoso fiasco, di cui parlano Corrado di Querfurt (ap. Lbibtkiz, Script, 
brunsoic ., t. II, p. 696) e altri. Costantinopoli ebbe parecchi telesmi a sua 
tutela : una catena che teneva indietro i nemici (Banduri, Imperium Orim - 
tale, t. I, pp. 10-1), certe statue fabbricate da Apollonio Tianeo (Codino, De 
8ignis, statuii et aliie spedata dignis Constantinopoli in Excerpta de antiqui * 
tatibus Con8tantinopolitani8, Bonna, 1848, p. 69) ed altro ancora. Si disse 
che i Romani avessero posto sul monte Garizim, contro i Samaritani, un 
uccello di bronzo che gridava: Hebraeus t (Arpe, De prodigiosi naturoc et 
arti operibus, Amburgo, 1717, p. 15). Olimpiodoro narra il seguente fatto 
(ap. Fozio, Bibliotheca, ed. Bekker, p. 60). Al tempo dell'imperatore Costan¬ 
tino avvenne che Valerio, prefetto di Tracia, dolendo cavare un tesoro udì 
dire dagli abitanti essere il luogo, dove quello si credeva nasoosto, invio¬ 
labile, per ragione di certe statue che, in tempo antico, v’erano state con¬ 
sacrate. Avendo riferito il caso al l’imperatore, s'ebbe in risposta di cavare 
a ogni modo il tesoro. Dato mano all'opera si trovarono tre statue d’ar¬ 
gento che per le fogge del vestire mostravano essere immagini di barbari, 
e verso la regione dei barbari vedevansi rivolte. Tolte di là, dopo non molti 
giorni i Goti invasero la Tracia, seguiti poi dagli Unni e dai Sarmati. 


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LA POTENZA DI ROMA 


157 


Il Massmann inclina a credere (37) che suo primo principio sia 
stato qualcuno di quegli orologi figurati e adorni di statue mobili, 
che, per testimonianza di parecchi scrittori, si ammiravano in Roma. 
Orologi cosi fatti possedevano il tempio di Quirino, il tempio di 
Diana sul monte Aventino, il Campidoglio, dov’erano tante altre 
meraviglie. Il Bock fa sua questa ipotesi, senza citarne la fonte (38) ; 
ma a me non sembra essa molto plausibile. L’uso degli orologi 
doveva essere troppo universalmente, cognito in Roma, e troppo 
grande era il numero loro, perchè da uno di essi, dimenticati gli 
altri, potesse nascere una leggenda quale quella della Salvalio . Il 
Comparetti propende a credere (39) che questa sia bizantina di 
origine, e ne mostra il principio nella famosa favola delle oche 
capitoline, alla quale Dante credeva ancora. Ma nemmen questa 
opinione finisce di persuadermi. A Costantinopoli, dove non poche 
favole s’immaginarono in sostegno delle pretensioni imperiali, nes¬ 
suno poteva propriamente avere interesse d’inventarla, e gli scrit¬ 
tori bizantini, se se ne toglie Cosma, non pare che l’abbiano co¬ 
nosciuta. Ma Cosma stesso potrebbe averla udita raccontare da 
qualche pellegrino (40). 

Le favole dei Mirabilia pjyono essere tutte di origine occiden¬ 
tale, e non c’è ragione per credere che quella della Salvatio faccia 
eccezione alla regola. Ora Cosma accenna evidentemente ad altre 
favole, quando parlato della Salvalio , soggiunge: noAÀà dè xal 
i/Ua &avpaxa dì-ia xarà 'Pihfirjv èaziv, e con quest’altre favole, 
non nate, e, per la più parte, non conosciute a Costantinopoli, quella 
della Salvatio doveva far corpo. La testimonianza di Cosma mostra 
Tantichità, ma non la origine della leggenda. 

Io credo la leggenda della Salvatio nata in Roma, nel quarto o 
nel quinto secolo, da un complesso di cause che esporrò breve¬ 
mente. 

Ricordiamo anzi tutto che, secondo la tradizione più antica, sede 


(37) Kaiserehronik, voi. HI, pp. 424-5. 

(38) Theologischea Literaturblatt di Bonna, 1870, col. 351. 

(39) Virgilio nel medio evo , voi. II, p. 69. 

(40) V. au Cosma gli Aeta sanctorum, Ottobre, IV (Ott., t. VI, pp. 594-610). 


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158 


CAPITOLO VI. 


della Salvatio è il Campidoglio ; nel Campidoglio dunque debbono 
essere le ragioni della sua origine. Ora il Campidoglio era l’ara?, 
era il cuore di Roma. Ivi i templi più augusti, ivi i simulacri degli 
dei e degli eroi, ivi le tavole delle leggi. Il tempio di Giove Cu¬ 
stode sorgeva nella parte più nobile del colle, e di una delle statue 
del dio massimo si credeva avesse virtù di scoprire le celate in¬ 
sidie che minacciavano l’onore e la sicurezza di Roma. Secondo si 
narra, questo simulacro precipitò per la congiura di Catilina, e fu 
rifatto maggiore. I)i esso diceva Cicerone nel 1. II De Conm¬ 
ia tu (41): 

Tnm fore ut occultos populns sanotusque Senatus 
Cernere conatus posset, si solis ad ortum 
Conversa inde Patroni sedes popnlique videret. 

Nel Campidoglio ancora erano i simulacri della Bona Fortuna e 
del Bonus Eventus, opera, dice vasi, di Prassi tele, e ivi consacrava 
Cicerone una statua di Minerva Custoditrice. Che Roma dovesse 
durare quanto il Campidoglio era comune credenza, e Virgilio dice 
nel IX dell 'Eneide (42): 

Dum domus Aeneae Capitolii immobile saxnm 
Accolet imperiumque pater romanus habebit. 

Del resto i Romani credevano di avere tra le loro mura molti 
firmamento imperii , dei quali non mi trattengo a discorrere (43); 
ma non tralascerò di ricordare come sotto gl’imperatori fosse ve¬ 
nuto in costume di consacrare in dati luoghi statue metalliche, le 
quali si credeva avessero virtù di trattenere i barbari ai confini; 


(41) De divinatione, 1,12. Cf. Calili»., Ili, 8. 

(42) Vv. 448*9. 

(43) Primo fra tutti il Palladio che Enea aveva portato da Troja (v. Ovidio, 
Fasti, VI, 421 e segg.), poi l’ancile di Noma, ecc. 8i disse in Bisanzio che 
Costantino avesse portato via secretamente da Roma il Palladio e postolo- 
sotto la colonna di porfido che reggeva la propria sua statua. Ckronieon 
pasehcde, p. 528. 


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LA POTENZA DI BOMA 


159 


e nel testo dell’VIII secolo pubblicato dal Docen, e in quello dei- 
l’XI pubblicato dal Preller, e nel racconto di Elinando, e altrove, 

si parla di una consecratio statuarum. La narrazione di Olim- 

« 

piodoro, testé citata, si riferisce appunto a tale costume. Le tre 
statue di cui egli parla erano fatte a immagine dei barbali contro 
ai quali le avevano poste, ed è noto che le statuette di cera, o 
d’altra sostanza, usate in certe malie, così neirantichità, come nel 
medio evo, dovevano essere fatte a immagine delle persone in cui 
danno se ne voleva sperimentata la virtù. Si ricordi ora che Au¬ 
gusto fece costruire in Campo Marzio un portico, detto porticus 
ad nationeSj nel quale erano raccolti simulacri rappresentativi di 
tatti i popoli soggetti all’impero di Roma (44). Questo portico non 
aveva certamente avuto nel pensiero di chi lo costrusse altro scopo 
che la glorificazione di Roma dominatrice delle nazioni ; ma facil¬ 
mente nella fantasia popolare potè poi nascere la credenza che le 
statue quivi raccolte fossero un artificio magico inteso ad assicu- 
rare la soggezione delle province. 

Avremmo qui un primo germe, ma non il solo, della leggenda 
nostra, nella quale rimane forse un documento curioso della rea¬ 
zione pagana contro il cristianesimo trionfante. Tutti sanno come 
i più ostinati seguaci dell’antica credenza ricordassero volentieri, 
nel tempo che la fortuna di Roma cominciava a declinare, la po¬ 
tenza e la gloria passata, e come del tristo mutamento dessero 
colpa ai cristiani, disprezzatori delle antiche divinità, e introdut¬ 
tori di un nuovo culto. In fatti la fortuna di Roma sembrava mo¬ 
rire coi numi sotto la cui tutela era prima sorta e cresciuta. Gli 
apologeti ebbero a combattere con tutte le forze loro e con tutti 
gli argomenti della fede e della ragione questa superstizione vi- 


(44) Sano, Commento all’Eneide, Vili, 121 : * Porticum Augustus fe- 
cerai, in qua simnlacra omnium gentium collocaverat, quae porticus ap* 
pellabatur ad nationes „. Svntohio racconta {Nero, 46) che da questi simulacri 
si credeva, sognando, perseguitato Nerone: * modo a simulacri» gentium, 
ad Pompeii theatrum dedicatarum, ciroumiri, arcerique processo Plinio 
ricorda (Hist. Noi ., XXXVI, 4 27) che questi simulacri erano in numero di 
quattordici. 


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160 


CAPITOLO VI. 


vaco ed aggressiva, a cui cresceva vigore la carità di patria, e 
che si traeva innanzi con una certa sembianza speciosa di verità 
da poter facilmente sedurre gli spiriti non ben fermati ancora nella 
nuova dottrina. A Roma si ricordava che, quando vigilavano in 
Campidoglio i simulacri degli dei, le province non si ribellavano 
impunemente, e i barbari non erano tanto arditi di varcare i con¬ 
fini. A questo modo il Campidoglio diventava sede di un’arcana e 
soprannaturale potenza, divina pei pagani, diabolica pei cristiani. 
A poco a poco, perdendosi la memoria esatta delle cose, e confon¬ 
dendosi le dubbie reminiscenze, la leggenda si forma. I simulacri 
delle nazioni migrano dal portico di Augusto al Campidoglio, si 
confondono con le divinità ivi esistenti, si trasformano in altret¬ 
tante divinità proprie delle nazioni soggette. Poi crescendo la bar¬ 
barie e l’ignoranza, la rappresentazione di questa misteriosa po¬ 
testà si fa sempre più grossolana, e ne vien fuori l’artifizio tra il 
magico ed il meccanico, con le sue statue girevoli, e co’ campa¬ 
nelli denunziatori. Ecco in qual modo si formò a mio credere la 
leggenda della Salvatto, la cui origine sarebbe da porre dopo il 
trionfo definitivo del cristianesimo, e dopo i primi rovesci che me¬ 
nomarono e avviarono alla dissoluzione la potenza romana. Il medio 
evo, che trova la leggenda già fatta, lascia dapprima sussistere la 
Snlvatio nel Campidoglio, poi la tramuta, obbedendo agl’impulsi 
della propria fantasia, nel Colosseo, nel Pantheon, altrove. Rinno¬ 
vellato il sogno della monarchia universale, le statue, rappresen¬ 
tino esse le nazioni soggette, o le divinità di quelle nazioni, sa¬ 
ranno settantadue, quanti i nepoti di Noò, quante le lingue uscite 
dalla torre di Babele, quante le diverse generazioni che, dopo il 
diluvio, si sparsero a ripopolare la terra (45). 

La narrazione già citata dell’Anonimo Salernitano pare che con- 


(45) Di Sem si facevano nascere 27 figliuoli, di Jafet 28, di Cam 22, in 
tutto 72 capostipiti. Sia qui ricordato che anche Treveri ebbe nella leg¬ 
genda il suo Campidoglio, simile per più rispetti a quello di Roma. Nei 
Gèsta Treverorum (ap. Pbbtz, Script., t. Vili, p. 182) si legge: ‘ Feceruntet 
ibi Capitolium maximum, templum quoque idolorum, in quo non minus 
. quam 100 statuta idola generaliter ab omni populo colebantur, et per ea 


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LA POTENZA DI ROMA 


161 


fermi in singoiar modo la opinione ch’io seguo. Eccola nelle proprie 
parole del testo : « Nam septuaginta statuae, quae olim Romani in 
Capitolio consecrarunt in honorem omnium gentium, quae scripta 
nomina in pectora gentium, cuius imagiiiem tenebant, gestabant, 
et tintinnabulum uniuscuiusque statuae erat, et sacerdotes die ac 
nocte semper vicibus vigilantes eas custodiebant, et quae gens in 
rebellionem consurgere conabatur contra Romanum imperium, 
statua illius gentis commovebatur, et tintinnabulum in collo illius 
resonabat. Ita scriptum nomen continuo sacerdotes principibus de- 
portarent, et ipsi absque mora exercitum ad reprimendam eandem 
gentem dirigerent. Sed dum fuissent praedictae statuae aereae 
Oonstantinopolim deportatae, ille iam fatus imperator Alexander 
huiusmodi verba depromsit: Ilio denique tempore Romanoi'um 
imperatores erant gloriosi , quando istae statuae venerabantur. 
Unde statina sericis vestibus venire iussit et singulas circumdedit. 
Nocte igitur subsecuta cum se sopori dedisset, vir clarissimus ei 
apparuit, et comminanter super eum venit, eumque in pectore 
forti yctu percussit et nomen suum protinus propalavit, adiciens: 
Ego sum, inquit, Romanorùm pt'inceps Petrus! Et statina cum 
magno taedio evigilavit, sanguinemque suum vomere coepit, et sic 
exitiale morte defunctus est ». L’Alessandro di cui qui si parla 
regnò dal di 1 al 912. La prima parte del racconto coincide quasi 
interamente con la narrazione più antica del codice di Wessobrunn 
e con l’altra del codice Vaticano. 

Ma la Saivatio non è sempre composta di statue come nelle 
varie narrazioni riferite e ricordate sin qui ; secondo altri racconti, 
assai più recenti, essa consiste in uno specchio magico in cui si 
scoprono i nemici di Roma. Autore di esso, come di tant’altre me¬ 
raviglie, è Virgilio. Di questa seconda leggenda si trova anche 
fatto ricordo assai spesso. Nei Severi Sages pubblicati dal Wright (46) 
l’autore di esso non è Virgilio, ma Merlino: 

miseri responsis daemonum ac variis praestigiis delubebantur ,. Di questi 
cento idoli si fa ricordo anche nellA Vita S. Eucharii , Ad a Sanctorum, Jan., 
1.1, p. 919. 

(46) Londra, 1845 (Percy Society, n. LUI), p. 1. 

Gkjlf, Roma . H 




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162 


CAPITOLO VI. 


Sire, hit was a mane, 

Merlyn he hatte, and was a clerke, 

And bygan a wondir werke; 

He inade in Rome thonrow clegyse 
A piler that stode fol heyghe, 

Heyer wel than any tour, 

And ther-oppon a myrronr, 

That schon over al thè tovn by nyght 
As hyt were day lyght 
That thè wayetys myght see; 

Yf any man come to cité 
Any harme for to doon, 

The cité was warned soon. 

# 

Ma è questa una eccezione; del rimanente lo specchio magico è 
sempre descritto come opera di Virgilio (47). Di specchi magici 
che hanno virtù di fare scoprire le insidie o le minacce dei ne- 


(47) Così nella Historia Septem Sapientium, nelle versioni francesi dei 
Sette Sa vii, nella versione catalana metrica, nella Storia di SUfano figliuolo 
di un imperatore di Roma (Scelta di curiosità letterarie , disp. CLXXVI, Bo¬ 
logna, 1880); se non che nella versione inglese e nella catalana si dice 
che lo specchio faceva scoprire chi volesse entrare in città con animo di 
mal fare, mentre nell’italiana si dice che denunziava le province ribelli 
(canto XIII) : 

Quando a Roma provimi» o tara algosa 
volea re belar qui se vede», 
e oognoxea la oaxon, e a zaaoheduna 
coesa loro de subito si provedea. 

Giovanni d'Ootrkmiosk così ne parla ( Op.cit ., voi. I, p. 229): “ ...une thour 
à Romme, sor laqueile ilh astoit une myreour sour cent pilers de marbré; 
et par celle myreour ons veioit bien quant gens d’armes ou aultres ve* 
noient sour mere. Se cheaux de Romme ewissent bien gardeit cel my¬ 
reour, ilhs ewissent esteit à tous jours les soverains del monde; mais ilh 
leur fuit destruis Dello specchio di Virgilio si fa inoltre ricordo nella 
Confessio atnantis del Gowkb, nelle Chroniques de Toumay , nel Renart con- 
trefait, nel Cleomades, nella Chronique rimie di Filippo Modsku, nella Des- 
truction de Rome , ecc. In questo ultimo poema la torre del Miraour, posta 
sopra il monte Chevrel, non ha più nulla di magico: 


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LA POTKNZA DI BOMA 


168 


mici è grande numero nella letteratura leggendaria in genere, -e 
questo di Roma non è se non copia di altro più antico (48) : 


La e«t li Miraonr, dont hom a tanta parie: 

Ki par le halt estate a aon ebef bor boote 

XXX lienee voit bien et de long et de le : 

Cil qne l’oet vene aevent bien la verte. 

(La destruction de Rome, pubblicata dal Gròbeb, Romania, voi. II, pp. 6-48, 
w. 666-9). Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto (c. XIX) lo specchio, 
mutato in una lucidissima colonna, è trasposto nell’isola di Rodi. Che si 
tratti qui veramente dello specchio virgiliano trasformato non si può du¬ 
bitare, perchè insieme con la colonna si pone in Rodi anobe il fuoco ine¬ 
stinguibile, altro miracolo operato da Virgilio in prò di Roma. Autore del- 
l’una e dell'altra meraviglia si credeva un ecoellente mago, di cui non si 
dice il nome. Come la Salvatio di Roma, fu la colonna distrutta da nemici 
che diedero ad intendere di poter cavare tesori. 

(48) Anche qui recare qualche esempio non parrà ozioso. Davanti al pa¬ 
lazzo del famoso Prete Gianni era uno specchio in cima ad una colonna 
sorretta da altri quattro ordini di colonne sovrapposte. Tutto redifisio 
era fatto di varie, smisurate pietre preziose, e nello specchio si poteva 
scorgere quanto accadeva nelle circostanti provincie. Tremila uomini ar¬ 
mati lo custodivano, affinchè non fosse da malevoli rovesciato nè infranto 
(Epistola del Prete Gianni a Emanuele Comneno imperatore di Costantinopoli, 
ap. Ofpebt, Der Presbyter Johannes in Sage und Geschiehte, Berlino, 1864, 
pp. 175-6). Behiamiro di Tudbla dice nell'Itinerario (ed. deU’AsHBB, p. 155) 
che nello specchio del faro di Alessandria si potevano scorgere le navi 
alla distanza di cinquanta giorni di navigazione. Gli abitanti di Brigantium 
in Iapagna (Coruna) pretendevano che in una torre fabbricata da Ercole 
nel loro porto fosse stato un tempo uno specchio in cui si potevano scor¬ 
gere navi anche lontanissime. Eusebio NizbEmbebg si appone forse al vero 
quando dice (De miraeulosis naturis in Europa, lib. I, c. 67) quella favola 
essere nata dal nome di Specula (quindi lo Speculum) ohe avrà avuto la 
torre. Lo stesso si potrebbe dire della torre di Roma e di altre ; ma badisi 
che favole al tutto simili sono frequenti tra gli Orientali, a cui la sugge¬ 
stione non poteva venire dal nome, ed oltre a ciò specchi manuali magici 
in coi si credeva potere scorgere le cose lontane erano usati in molte pra¬ 
tiche di magia minuta. Nel Parzival di Wolfeam von Eschenbach si parla di 
una meravigliosa colonna di cui va adorno Schaste Marveil (Chasteau-Mer- 
veille delle versioni francesi). Il suo splendore si spande sei miglia aU’in- 
torno, e sulla sua superficie si scorge quanto avviene nel circostante paese. 
V. anche il JAhro dei 8ette Savj pubblicato dal D’Arooea, p. 115, e Con- 
r a urm, Virgilio nel medio evo, voi. II, p. 74-7. V. anche intorno agli specchi 
magici Wabtoh, Hist. of thè engl. poet., ed. deU’HAZLrrr, voi. II, pp. 848*5, 
e Do Méeil, Mélanges archéologiques et littéraires, pp. 470-1. 



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164 


CAPITOLO VI. 


Coll’syuto della Salvatio i Romani soggiogarono il mondo (49), e 
quanto il mondo, fu vasto il loro impero. Giovanni Cavallino, par¬ 
lando, nella sua Polistoria (50), della porta Collina, nota : « Vel 
Collina porta potest dici a colle finitimo diete porte per quam itur 
ad eum qui hodie dicitur Mona Marus, ubi iraperator Romanorum, 
post coronationem suam, statina ascendit, et volvendo se undique 
dicit : Omnia que videmus nostra sunt et nostris mandatis obediunt 
universa mundi ». 

La Salvatio fu distrutta per fatto dei nemici di Roma, i quali 
non potevano sperare, nè di vincere, nè di conservarsi liberi tanto 
che quella sussisteva. Coloro che la fanno distruggere sono i Car¬ 
taginesi (51), oppure tre re che dai Romani avevano sofferto molte 
prepotenze (52), o il re di Puglia (53), o il re di Sicilia (54), o i 
principi di Germania (55), o un re di Ungheria (56). Guiraut de 
Calanson ricorda un Menelas che: 

Fel mirail de Roma fremir. 

La distruzione si compie mediante un’astuzia a cui ho già accen¬ 
nato nel capitolo precedente. Alcuni emissarii dei principi nemici 
danno ad intendere all’imperatore di Roma, il quale spesso è Otta¬ 
viano, oppure ai senatori e ai consoli, che sotto la torre della 
Salvatio sono nascosti grandi tesori. Ottenuta licenza di cercarli, 
cavano nelle fondamenta della torre, e operano in modo che questa 


(49) Nella già citata versione francese della Legenda aurea si dice: * si 
que par ceste maniere les rom maina advertis de la rebellion de celle pro¬ 
vince y envoyoient une grosse armee qui y estoit venue ancóis que ceni* 
de la province en fussent advertis, et par tant ceulz la estoient incontinent 
reduis et submis a la seignourie de Romme ,. 

(50) L. Vi, c. 35. 

(51) Nel Virgilius inglese (Thoms, Early english prose romancee , voi. II, 
p. 87). 

(52) In alcune versioni dei Sette Sa vii. 

(58) Nei Seven Sagee editi dal Wrioht, e nella versione catalana. 

(54) Storia di Stefano. 

(55) Ensnkel e HanraioH voa MUnchbn. 

(56) Li romane dee Sept Sagee pubblicato dal Kbllbb. 


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LA P0T1NZA DI BOMA 


165 


precipita quando essi sono già lontani da Roma. Questa storia della 
distruzione non accompagna in principio la leggenda più antica, 
doTe la Salvatio è formata di statue; essa vien fuori la prima 
volta insieme con la leggenda più moderna dello specchio, ma poi, 
naturalmente, sì appicca anche all’altra (57). Ch’essa sia di origine 


(57) Il Mabsmakn ( Kaiserchronik , voi. Ili, pp. 430-2) riferisce a questo pro¬ 
posito il racconto di Enbnkil; io riferirò quello di Heinrich von Mììnchkn 
traendolo da un manoscritto, della Biblioteca di Corte di Vienna, n. 2782, 
£. 329 r, col. 2*, 330 r, col. 1*. Descritta la Salvatio, il poeta così prosegue : 


D&z wart vii weiten do erohant 
Von dsm mer vuoi an don Bein 
Die die fureten solten sein 
Die vorehten dee vii ser; 

Si verluren gar ir er 
Von den pilden in den iaren 
Die se Bom gemaehi waren 
In dem palaet reioh 

Mit weiahait maisterleioh. 
Dovon die beren waren unirò; 

In den landen traobten ey do 
Wie si fanden einen list 

Das si den palast an der frist 
Moebten gar sn prechen, 


Und das vii baimleiob reo ben 
Das die pild serpresten gar. 

Nu was ein xnaister su in dar 
Chomen, ala ich vernomen han; 

Der selb nam si oh do an 
Das er die pild su preohen wolt 
Darumb gab man im reioben solt 
Und lie in varen su Bom hin. 

Der maister nam do su im 
Zway hundert mark von golt 
Die er su Bom nuesen wolt. 

Ali ieb ew nb sagen wil 

Hin fbr an dem selben csil 
Der maister do vii drat. 

Do er nb obom in die stat 
Do grbb er pey der naobt, 

Ale er in vor het gedaoht, 

Vii heimleiob ein grub 
Und ein vii tiefes lug f 
Dss sein niemant wart gewar. 

In die grub legt er dar 
Dea goldes hundert mark 
Das er darein verparg, 

Alio das fur war 

Niemant wart gewar 
Wo das lug pegraben was. 


Nu maoht er auoh su dem palai, 
Do die pild waren inn, 

Dea andern naohte mit weisen sinn 
Kin grub in ohixoser stand, 

Do hin er pergen pegunt 
Auoh hundert mark von golt, 

Als er sy haben wolt 
Zu dem list dea er gedaoht 

Das er damit wurd volbraoht, 

Und dies also gesobaoh. 

Der maister gie damach 
Do er die rat beren vant, 

Den tot er do peohant, (geben 
Und spraoh : « Ioh wil ew saigen und 
Das nie man pey seinen leben 
Qoldee mer so reioh wart, 

Und wolt ir volgen meinen rat». 
Do spraoh ein weiser under in : 

« Wil du una saigen den gewin 
8o hab das auf die trewe mein 
Das dein lon mbs gbt sein. 

Die sehen markob sey ie dein aigen 
Wil du uns die sohas osaigen ». 

Der maister spraoh : « Das sey getan » 
Damit fbrt er in von dan 
Hin an der selben stund 
Do er von erst pegund 
Das golt pergen hin. 

Er spraoh: « Volgt meinen sin, 

Und grabt hie ein an disen osil, 

Do vint ir an massen vii 
Goldes auf mein warhait ». 

Die heren waren do perait, 

Und hieesen ein gr&ben su hant 
Den maister, der do vant 
Das golt das er do liezs. 

Die Bomer er es sohawen hiess 
Die wurden do von herosen fro. 

Zu in spraoh er do: 

« Des wil ioh ew nooh saigen mer, 



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166 


CAPITOLO VI. 


orientale può darsi, e qualche indizio il farebbe credere (58). Se- 


Welt ir volgoli msiner Isr». 

Si spraohon do: « Vii geron ». 

Damit pegund der malator keren 
Hin su dem Palai, 

Do der ander aohaos was, 

Den sei ben er do vant 

Wann er mit seiner hant 
In het gelegt vor al dar, 

Das sein ni e man t war gewar, 

Ala ioh ew nd han 

Hie vor ohunt getan. 

Und ntt der maiater das golt 
Vant ala er es ha ben wolt, 

Do wantan die Conaulea 
All fdr war daa 
Es wer die reoht warhait 

Ala in der maiater het gesait. 

Si weeten nicht der maer 
Das er also waer 
Von seinen aohulden komen dar. 

Do ai dea goldea wftrden gewar 
Zu dem maiater apraohen ai do: 

« Maiater, du aolt weaen fro, 

Und aolt una g&tea mer osaigen: 

E in lant wirt darnmbe dein aigen ». 

Der maiater apraoh : « Ioh saig ew wol, 
Ob ir die warhait habt fdr voi, 
Den groaten aobaos von gdt 
Der ewren aogen sanft tdt 
Und den kain man ie geaaoh ». 

Der heren ainer su im apraoh: 

« Wo iat daa aelb gdt? » 

Der maiater apraoh ; » Ob ir es tdt, 
So iat mir vii wol ohnnt daa 
Ir under dem Palaa 
Vindet den reiohiaten funt, 


Das iat mir von waiahait ohunt 
Und der under der erd iat, 

Daa glaubet mir su diaer frisi. 

Ioh wil, ala ioh tdn sol, 

Den Palaat under aecsen wol, 

So ioh darunder graben wil, 

Das niemant an dem osil 
Chain sohad davon mooht geeohehen ». 

Si apraohen : « Das las una aehen 
Ob dein liat ala klug aey ». 

Was nd tet der maiater frey? 

Er hdb do an und grdb 
Vii manig weitee lug 
Under den palaat reioh, 

Den under aacst er meiaterleich, 
Und grdb ie lenger und ie paa 
Hin under den Pallai, 

Pia er es darosu preoht 
Ala er nd het gedaoht. 

Das er die oseit aaoh 

Ans naoht er darnach 
Gie er viel heimleioh dar, 

Das aein niemant wart gevar. 

Die sprewcsen csunt er all an, 

Davon der Palaat mdat sergan. 
Und mit den pilden nider 
Viel; darnach sider 
War kain Palaat mer, 

Der so reioh waa und so ber, 

Und mit maistersohaft volbracht, 

Ze Rem nymmer mer gedaoht. 

Ala ioh es hort sagen, 

Der maiater flooh in den tagen, 
Und oham in dewtaohe lant, 

Do er die herren vant, 

Die im den lon gaben, 

Ala ioh ew chund sagen 
Das er den Palai prach nider. 


Nel Pecorone , giorn. V\ nov. 1% la storia si trasforma. Il popolo di Roma 
aveva inimicizia con quello di Velletri. Due Velletrani, Ghello e Gianno, 
vanno a Roma e danno a intendere a Crasso, cittadino di molta riputazione, 
ma soprammodo avaro, di saper cavare tesori. Con queirastuzia fanno ca* 
dere la torre del tribuno. 11 Era nel Campidoglio una torre, che si chia¬ 
mava la torre del tribuno, nella quale erano intagliati dal lato di fuori di 
metallo tutti coloro ch’ebbero mai triumfo o fama ; et era tenuta questa 
torre la più degna cosa che avesse Roma Il popolo uccide Crasso: di 
specchio, o di statue denunziatrici non si fa parola. 

(58) Ciò non si ammette dallo Schmidt (Beitràge zur Geschichte der roman- 
tischen Poesie , p. 129), il quale non isceverò, come dee farsi, le due leggende, 


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-A _ 



LA POTENZA DI BOMA 


167 


«ondo un’altra leggenda l’ediflzio e le statue della Salvatio preci¬ 
pitano quando nasce Cristo, conforme da Virgilio, loro artefice, era 
stato profetizzato (59). Ma qui la leggenda della Salvatio interfe¬ 
risce con un’altra di cui dovrò far parola a suo luogo (60). 

Ma la leggenda non provvede soltanto alla sicurezza esterna di 
Roma, provvede ancora alla sicurezza interna. Essa dice che Vir¬ 
gilio fabbricò per l’imperatore Tito una statua che scopriva tutti 
i delitti commessi secretamente in Roma (61). 

Sin qui delle leggende che mostrano Roma munita di sopran¬ 
naturali difese e inespugnabile; passiamo ora a dir qualche cosa 
di alcune leggende di carattere al tutto opposto, le quali mostrano 
Roma esposta a pericoli, o vinta da nomici di cui la storia non 
serba ricordo. 

Cominciamo da Alessandro Magno. Era impossibile che la leg¬ 
genda, tendendo ad allargare sempre più la cerchia delle porten- 


quella delle statue e quella dello specchio. Senza voler risolvere la que¬ 
stione, io ricorderò che Beniamino di Tudbla narra nell ’Itinerario (1. cit.) 
che lo specchio di Alessandria fu distrutto dA un greco. Massodi racconta 
(Op. cit. 9 voi. II, pp. 434*6) che un eunuco, mandato dall’imperatore di Bi* 
sanzio, distrusse a metà il faro di Alessandria, facendo credere al re El*Valid 
che grandi tesori erano nascosti nelle fondamenta della torre. 

(59) Il primo che la riferisce è forse Alkssandbo Neckam, De naturi* 
rerum , lib. II, c. 174: * Quaesitus autem vates gloriosus quamdiu a diis con* 
servandum esset illud nobile aedificium, respondere consuevit: “ Stabit 
usque dum pariat virgo Hoc autem audientes philosopho applaudentes, 
dicebant: “ Igitur in aetemum stabit In nativitate autem Salvatori, 
fertur dieta domus inclita subitam fecisse ruinam Lo stesso dice Ra* 
solfo Higdeh. Nel secolo XIII c’era ancora chi lamentava la distruzione 
della Salvatio. 11 troverò tedesco Siokheb dice che se l’impero avesse avuto 
ancora le sue statue il mondo non sarebbe stato allora a così mal partito: 

aweloh wQrsfce dem riche tolte wesen dienerschaft, 
dea vUde mnoete linfcen 

san, als der dem riohe valsches herxe trnok, 
het' Boemeseh riche der bilde noch genuok, 
der wart der werlde nie so not, so hiaten. 

Von deh Hagen, Minnetinger, voi. II, p. 362, col. 1*. 

(60) V. il cap. IX. 

(61) Getta romanorum, c. 57, ediz. deU’OESTEuLKY, cfr. Massmann, Kaiser- 
'fhronik, voi. III. 


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168 


CAPITOLO VI. 


tose avventure e delle conquiste del gran Macedone, non andasse,, 
o prima, o poi, ad urtare contro Roma. Già Arriano (62) dice che 
secondo Aristo ed Asclepiade, i quali scrissero dei latti di Ales¬ 
sandro Magno, i Romani, al par dei Bruzii, dei Lucani, dei Tusci, 
mandarono legati al Macedone, e che questi augurò bene della 
futura loro potenza. Egli nò nega, nè afferma, ma avverte solo che 
nessuno storico latino fece mai ricordo di ciò, e Tito Livio crede 
anzi che Alessandro Magno non sia stato noto ai Romani nemmeno 
di nome (63). La legazione era asserita anche da Clitarco, secondo 
la testimonianza di Plinio (64), e Clitarco seguitarono Diodoro Si¬ 
culo (65), Quinto Curzio (66), Memnone (67). Lo Pseudo-Callistene 
dice (68) che Alessandro Magno ricevette l’ossequio dei Romani, 
e conquisti) i regni di Occidente, e ancora (69) che i Romani gli 
mandarono per Emidio console una corona d’oro adorna di perle,. 

quattrocento talenti, e duemila soldati, scusandosi di non poter 

» 

mandare di più, impegnati, com’erano, nella guerra contro i Car¬ 
taginesi. Ciò avveniva nell’Italia stessa, dove Alessandro si suppone 
passato sino dai primordii del suo regno. Giulio Valerio, traduttore 
dello Pseudo-Callistene, e l’arcipresbitero Leone, autore della Ri- 
storia de preliis , divulgano questo racconto, orientale di origine, 
nell’occidente di Europa, dove da indi in poi si ritrova assai spesso 
ripetuto, con varianti di maggiore o minore rilievo, nelle nume¬ 
rose storie di Alessandro Magno, che, in prosa e in verso, si hanno 
in tutte le letterature del medio evo (70). Il Gorionide, esagerando 


(62) De expeditione Alexandri Magni, lib. VII, c. 15. 

(68) Hist ., IX. 16. 

(64) Hist. nat., Ili, 9. 

(65) Biblioth. hist., XVII, 113. 

(66) De reb. gest. Alex. M., VII, 95. 

(67) Ap. Fono, Biblioth., ed. del Bkkkkr, voi. I. p. 229, col. l“. 

(68) L. I, c. 27. 

(69) L. I, c. 29. Cfr. Zacukr, PseudocalUsthenes, Forschungen zur Kritik und 
Geschichte der Sltesten Aufzeichnung der Alexandersage, Halle, 1867, pp. 117*9. 

(70) Così nell' Alexander di Lampbkcht, vv. 704-19; nel Kyng Alisaunder: 
dove Roma spedisce il suo tributo dopo che ad Alessandro si sono assog¬ 
gettate già moltissime città di Lombardia e di Toscana, né\Y Alexander 
pubblicato dal Dikmkk ( Denis hes Gediritte des XI. unti XII. Jahrhund., Vienna,. 


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LÀ POTENZA DI BOMA 


169 


al solito, dice che i Romani accolsero Alessandro come signore, e 
che egli vi dominò sino alla sua morte (7i). Armannino nella Fio¬ 
rita dice similmente che Alessandro ebbe la signoria di Roma, e 
che dagli indovini era stata profetizzata la sua venuta, alla quale 
non era possibile opporsi, tale essendo la volontà di Dio. Ekkehard 
ricorda che in sul principio delle sue conquiste Alessandro andò 
a Roma, e tace di tutto il resto (72). Jacob van Maerlant rac¬ 
conta (73) che i Romani mandarono ad Alessandro la corona ro¬ 
mana, 

Efi gaven hem die roemsce croene. 


1849, pp. 200-1); nella Historia de Alexandro Magno, Venezia, 1477, f. 12 1 >, 
13 r); in molte cronache (tra l’altre nella Chronographia di Malala); ma 
non nell’ Alexandre*» di Gcaltibbo di Chatillon, nè nel Rotnans d’Alixandre 

di Lavbk&t u Tona e Alkxakdbb db Bhbhat, e nemmeno nel poema epa* 

• • 

gnuolo di Lobbnzo Sequra. In nn Liber Alerandri a nativitate ipeius usque 
ad mortem, contenuto nel cod. Marciano lat. cl. X, CXXX, si legge (f. 6 r) 
la seguente narrazione che si scosta abbastanza da quella dello Pseudo- 
Callistene e di Giulio Valerio. 

Qualiter Alexander venit in Italia votene Romanorum eoberbiam refrenare. 

Post aliquot diea, congregato exercitu, et multitudine preparata, cepit 
versus Italiiam navigare, et veniens Chalcedoniaro expugnavit eam. Chal- 
cedones super muris civitatis ascendentes eie fortiter resistebant, quibus 
Alexander ait: * Vobis dicho, Chalcedones, aut pugnate viriliter, aut pottius 
«ubiugamini „. Pugnatorum verumtamen Chalcedoniam apreendit. Exiens 
quo inde, et navigato pellago, ingressus et Italliam, volens romanam su* 
perbiam refrenare. Chonsulles vero Roroam andientes adventum Allexandri 
valde sunt timore perterriti, et congregato popullo, auri tallenta LX"\ et 
choronAs C aurea» direxerunt, suplichantes ut eos nulatenus expugnaret. 
Alexander veco, recepto a Romani tributo, et acceteris abitantibus usque 
ad mare occidentis, quorum regio vocabatur Europa, relliquit eos in pace, 
et ex inde, sulchato pellago, Africham properavit, in qua pauchos rebelles 
inveniens eos suo imperio subiugavit. 

(71) L. I, c. IX, XLIII. In due fra i manoscritti più recenti dello Pseudo- 
Callistene si narra che i Romani presentarono ad Alessandro, a mezzo di 
Marco loro capitano, una preziosa corona, e grande quantità di oro, e lo 
proclamarono loro re, e signore di tutto il mondo. Alessandro prese con sé 
duemila dei loro arcieri, e promise al popolo di farlo possente. WRisiiAtiif, 
Alexander vom Pfaffen Lamprecht , Francoforte s. M., 1850, voi. II, pp. 86*7. 

(72) Chronicon universale, ap. Pkrtz, Script., t. VI, p. 64. 

(73) Alexander Oeesten, parte 1\ Bruxelles, 1860, 1. I, v. 1040 segg. 


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170 


CAPITOLO VI. 


In qualche codice dei Mirabilia le terme di Alessandro Severo 
pare si mutino in un palazzo di Alessandro Magno. Nei Mirabilia 
del già citato codice Marciano si legge il seguente curioso passo : 
« In tliermis olimpiadis, ubi assatus fuit sanctus Laurentius, et vo- 
catur ibi Panisperna; ideo dicitur Panisperna quia Olimpias, uxor 
Philippi regis macedonii ibi colebatur prò dea, et offerebatur ei 
panis, pola et perna, vel caro porcina ». Anche tra gli Arabi pare 
siavi stata una leggenda, comunicata ad essi probabilmente dai 
Greci per le trafile solite, la quale attribuiva ad Alessandro la 
conquista di Roma (74). 

Ma se la grande ammirazione che per Alessandro si aveva nel 
medio evo bastava a fare accettare una leggenda manifestamente 
greca di origine e non troppo lusinghiera per gli occidentali in 
genere, e per quanti si credevano discendere dagli antichi Romani 
in particolare, non mancano tuttavia scrittori che negano di acco¬ 
glierla, e che, più o meno direttamente, le contraddicono. Ottone 
di Frisinga dice (75), che Alessandro mori quando appunto si pre¬ 
parava a soggiogare Roma e tutto l’Occidente; altrove parla del 
Macedone come di un incomodo pedagogo, che dava soggezione a 
Roma, la quale solo dopo la morte di lui prese a crescere libera¬ 
mente e a coprirsi di gloria. Gotofredo da Viterbo ricorda nella 
parte XI del Panlheon , che Alessandro ricevette in Babilonia i 
legati di tutti i re dell’Occidente che a lui si sottomettevano. Ai 
Romani ricalcitranti scrisse: Si venero venero ; e quelli con no¬ 
bile audacia risposero: Si veneris inveneris. Dante esclama nel 
1. II del De Monarchia : « O altitudo sapientiae et scientiae Dei, 
quis hic te non obstupescere poterit? Nani conantem Alexandrum 
praepedire in cursu coathletam romanum, tu, ne sua temeritas 
prodiret ulterius, de certamine rapuisti ». Finalmente Federico 
Frezzi ha questi versi nel Qv,adriì'egio (70): 


(74) V. Flùqkl, Beitrag zìi den Berichten der Arnber iìber Dii 7 karnain, 
■ Zeitschrift der deutschen morgenlàndi ficheti Gesellschaft, v. IX, p. 796. 

(75) Chronicon, 1. II, cc. 25, 37, 38, 39. 

(76) L. IV, c. 7. 


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LA P0T1NZA DI ROMA 


171 


11 quarto che ha la lace chiara e pura 
Su nella testa, è Alessandro altero, 

Che fece a tutto il mondo già paura. 

Egli ebbe l’Oriente tutto intero. 

Forse, se non che morte il levò tosto, 

Di vincer Roma gli riuscia il pensiero. 

A far nascere la leggenda testé riferita contribuì per molta 
parte, come fu giustamente osservato dal Mai (77), Tessersi scam¬ 
biato con Alessandro Magno Alessandro re dei Molossi e fratello 
di Olimpia. In molte cronache si narra prima la venuta in Italia 
di questo, poi la venuta di quello; ma in altre, come per esempio 
nella Historia miscelici (78), si narra solamente la prima e della 
seconda non si fa parola (79). 

Ma, già molto prima di Alessandro Magno, Roma ebbe, come 
abbiam veduto, in Davide un pericoloso avversario (80). Beniamino 
Tudelense parla nelTItinerario di una via lunga quindici miglia 
aperta da Romolo nelle viscere dei monti, presso Napoli, per paura 
di Davide (81). Del resto Roma fu assediata, presa e distrutta più 
volte, se s’ha a credere alla leggenda. Di un assedio postole da un 
re negromante si parla nei Mirabilia a proposito del Cavallo di 
Costantino, della cui storia dirò più oltre a suo luogo. Di un altro 
assedio per parte di una gran moltitudine di barbari discorre Beda 
nel suo trattato De divisionibus tempoi'um. Giano, re dell’Epiro, 
rifugiato in Roma, salva la città, ed é poi adorato come dio (82). 


(77) Clanici auclores , v. VII, pp. 82-3, n. 1. 

(78) L. II, c. 6, ed. deU'ETSBitHABDT, p. 22; cf. il c. 8. 

(79) Cosi ancora nella Cronaca di Amaretto, nel Polistorio di Niccolò da 
Fbbkaba, ecc. 

(80) V. c. Ili, p. 101. 

(81) Egli allude senza dubbio, esagerando, alla famosa Grotta di Posilipo, 
creduta più comunemente nel medio evo opera di Virgilio. Racconta invece 
THapfel nelle sue Relationec curiosae, parte 1*, p. 230, che Lucullo fece sca¬ 
vare quella grotta per avere più facile accesso alla sua villa di Baja. Cen¬ 
tomila uomini furono adoperati nel lavoro. 

(82) Riferirò qui la narrazione di Brda. * Januarius autem duobus modis 


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172 


CAPITOLO VI. 


Giovanni d’Outremeuse racconta (83) che l’anno 410 dopo la cat¬ 
tività di Babilonia i Sicambri la espugnarono, uccidendo 60000 per¬ 
sone. Allora il duca Cleto lasciò Roma e tutta la signoria a’ suoi 
due figliuoli Alessandro e Flandrino. 

Fra gli Ebrei corse un tempo la credenza che i Romani, di¬ 
struttori del Tempio, sarebbero stati ridotti in soggezione dai Per¬ 
siani: se i Persiani sino ad ora non vennero, vennero invece, e 
molto numerosi, e più volte, i Saraceni, come si legge in parecchie 
chansons de geste (84). Giovanni d’Outreraeuse, favoleggiatore ine- 


nomen accepit, hoc est ex idolo et re. Ex idolo, hoc est ex J&no bifronte, 
rege Epirotarum, qui fuga tu a et projectus de sua patria venit ad Romanos, 
apud eoa exul effectus. Contigit autem ut gens multa Barbarorum Romana 
obsedisset. Erat autem Janus ille homo ingeniosus, qui dedit consilium 
Romania quomodo potuissent urbem liberare ab illa obsidione, ita tamen 
si Romani post mortem suam illum adorarent quasi deum. Haec autem 
Ì11Ì8 promittenti bus, illi petebat octo linteamina, oleo et cera et acqua 
intincta et uncta. Quod cum factum esset, dixit ut involvissent se de illis 
linteaminibus et igne incendissent, et duos gladios calefactos et ardentea 
sibi dari postulavit, et postea ascendit super murum et dixit ad Romanos 
ut cum ille levasset se super murum et clamasset quasi deus, illi totis 
portis apertis ruissent super hostes et haberent victoriam. Et ita factum 
est. Romani perferunt victoriam occisis inimicis et fugatis. Janus vero igne 
consuraptus est. Quem post mortem suam Romani quasi deum adoravernnt, 
et fecerunt ei templum magnum in Roma, quod ex nomine Jani Janiculum 
vocaverunt, centum portas habens, et in ilio tempio Jani formam ceream 
fecerunt duos facies habentem, et ex una parte et ex una facie viri ado- 
rabant, ex altera vero facie feminae adorabant. Idemque mensem Janum 
vocaverunt bicipitis dei respicientem transacti anni finem et prospicientem 
futuri anni principium : item Janus ex re dicitur, eo quod sit ianua anni, 
hoc est principium, quia sicut homo ingreditur per ostium, ita anni ingre* 
diuntur per istum Januarium ,. Notisi che nel De rottone temporum, c. XII, 
Bbda non ricorda più che la seconda etimologia. Questa storia passa, trae* 
formandosi a poco a poco, nel Comput di Filippo di Thaun, composto 
nel 1119, nella Columnia novercalis , e in molte versioni dei Sette Sotti. 11 
Bbrfry ( Pantschatantra . voi. I, p. 168) aveva fatto notare l'analogia eh'è tra 
essa e la novella V* della parte 1* del Panciatantra; ma Gaston Paris la 
crede di origine romana, degli ultimi tempi del paganesimo, e d'inTensione 
cristiana, intesa a mostrare come gli antichi dei altro non fossero stati che 
uomini {Le reeit, Roma dona les Sept Sages, Romania , v. IV, p. 125 segg.). 

(83) Op. cit ., v. I, p. 147. 

(84) Per esempio nel Charlemagne di Girard d'Amirks, nelle Enfances 


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LA POTENZA DI BOMA 


173 


sauribile, ricorda parecchie altre espugnazioni di Roma. L’anno 457 
la prendono gli Ungheresi e i Danesi, i quali, «jasoiche que ilh 
fussent Sarasiens ne se voirent onques rien forfaire aux englie- 
ses * (85). L’anno 567 Peris, re di Francia, passò in Italia, scon¬ 
fisse i Romani, uccidendone 12000, assediò Roma e la prese; ma, 
vinto dalle preghiere del papa, non la distrusse (86). L’anno 517 
Artù vinse i Romani in Bretagna e passò in Italia; ma concluse 
la pace prima di avere espugnata Roma (87). Ciò nondimeno 
l’anno 541 fu ricevuto dai Romani per signore (88). L’anno 622 
Cosroe venne, distruggendo le terre, sin sotto Roma, dove fu vinto 
dall’Imperatore Eraclio (89). 

Ma quando Attila si presentò sotto le mura di Roma combatte¬ 
rono insieme sino l’anime dei morti (90). Il Flagello di Dio fu 
per le preghiere del Papa incenerito da un fulmine, e gli Unni 
fuggiaschi perirono in mare (91). Armannino Giudice narra invece 


Ogier, nella Destruction de Rome, ecc. Vero è che'nell’anno 846 i Saraceni 
presero e saccheggiarono San Pietro e San Paolo: parecchi cronisti par¬ 
lano anzi della presa dell’intera città. Di un assedio sostenuto da Costan¬ 
tino Ln Roma si narra nel Libro delle istorie di Fioravante e nei Reali di 


(85) Op. eit., v. I, p. 154. 

(86) lbid., pp. 258*59. 

(87) lbid., p. 218. 

(88) lbid., pp. 242*3. 

(89) lbid., p. 307. 

(90) Ciò si trova riferito da Dakascio, filosofo dei tempi di Giustiniano, 
nella Vita che scrisse del proprio maestro Isidoro, ap. Fono, Biblioth., ed. 
del Barata, voi. I, p. 839, col. 2*. Basterà ricordare qui di passaggio la di¬ 
vulgata leggenda secondo la quale l’apparizione miracolosa di San Pietro 
e di San Paolo, oppure di un giovane di soprannaturali sembianze a fianco 
del pontefice Leone, fece smettere ad Attila il pensiero d’invadere Roma. 
V. D'Ascosa, La leggenda d’Attila flagellum Dei in Italia, in Studj di critica 
e storia letteraria, Bologna, 1880, p. 363 segg. 

(91) Giovani d’OuTRKnosa, op. cit., voi. I, p. 182. Giovanni d’Outremeuse 
narra un’altra storia che qui viene in acconcio di riferire (voi. 1, p. 123). 
* Item l’an IIII C et XV en moy de may vient li roy Geralant, fis à roy 
Alarich de Gothelies, à grant gens à Romme, et entrat dedens, se le con- 
questat que onques ne ly fot defendut, car nula ne savoit sa venue ; si 
estoit venus tout par nuit, sy furent les Romains tous espawcnteis. Maina 



-r- «. - 


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che Attila e Totila, i quali erano prima di Costantino, occuparono 
l’Italia e Roma gran tempo e fecero stalle delle chiese. 

Ma da quanto si è detto della leggenda della Salvatio non si 
argomenti che nella credenza del medio evo Roma debba la sua 
grandezza e la sua signoria soltanto agli jyuti soprannaturali del¬ 
l’arte magica. La giustizia, il senno e il valore dei Romani sono 
ricordati continuamente, e proposti come nobile esempio da imi¬ 
tare. Senza quelle virtù Roma non sarebbe mai salita a tanta al¬ 
tezza di gloria a quanta salì veramente. Dei Romani dice Giovanni 
Villani (92) che « per forza d’arme, e virtù e senno di buoni cit¬ 
tadini, quasi tutte le provincie, e reami e signori del mondo do¬ 
marono, e recaro sotto sua signoria ». In certe Histoires romains 
manoscritte (93) si dice : « Mais de toute la glore et de toute la 
noblesse qui fut oncques a Romme n’en y eut si noble, ne qui 
tant face a prisier comme fait celles des vaillans hommes, lesquels 
en divers temps y eurent en gouvernement et seignorie, et qui 
prefererent tousiours, le bien publique a leur propre bien ». Nel 
Liw'e du Chevalier errarti di Tommaso marchese di Saluzzo si 
legge (94) : « Heromulus, le riche prince honnoures, qui Rome fist, 
et fonda la plus noble cite qui soit: la nasquirent les meilleurs 
hommes qui ou monde feussent. Celle par force subgiga le monde 
VII e ans, mez Lombardie ne pot que IIII e ans subgiguer qui estoit 
pres de la ». Tutta la vita pubblica di Roma si considera come un 
concorso armonico e una gara delle virtù più nobili che si pale- 


qu&nt l'emperere Honoriua le aoit, qui eatoit en son palaia, ilh fiat armeir 
368 gena, et aj mandat le pape Innocena que ilh ly plaiaiat, luy et aa cler- 
gerie, venir awec ly toua reveatÌ8 des armea de Dieu contro lea paiiene, 
et aportaaaent leura reliquea. Et ilh avoit si grant fianche en Dieu que 
merwelhe, que ilh auroit victoire; enaai fut-ilh faÌ8. Maina tout enaai com 
ly pape et la clergerie venoient paaaant par-dechà le Tybre, ai aatoient 
jà monteia lea meacreana 8ur le pont pour paaaeir oultre, car ilh avoient 
l’autre partie toute gaatée, et eatoient bien 1111“ milh hommes ; adont 
chairent toua lea pona, et là furent*ilha toua noiez sena copa ferir ,.1 ponti 
caduti sono in numero di centoventi. 

(92) Ist. fiorente 1. I, c. 29. 

(93) Cod. L, II, 6 della Nazionale di Torino, f. 551 v. 

(94) Cod. L, V, 6 della Nazionale di Torino, f. 177©., col. 1*. 


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LA POTENZA DI BOMA 


175 


sano con forti e generose opere (95). Gli esempii massimi, Lu¬ 
crezia (96), Giunio Bruto, Muzio Scevola (97*), Marco Curzio (98*),. 


(95) Nella Chronique ascendente des duca de Nonnandie , Wace, parlando 
(vv. 14-6) della tristizia dei tempi suoi, esclama : 

Oo ne fa mie el tene Virgile ne Orace, 

Ne el tene Alixandre ne Ceear ne Betace. 

Lores aueit l&rgeaoe, verta e efficace. 

I seguenti versi fanno parte di un componimento di Gomrz Makbique, zio 
del famoso Giorgio: 

Quando Roma conquistata, 

Quinto Fabio la regia, 

Scipion guerreaba 
E Tito livio aecribia: 

Las donoellae e matrona*, 

Por la honra de au tierra, 

DeegamiTan sua peraonaa 
Para aoatener la guerra. 

Stefaho Hawbs dice (Postime of Pleasure , Londra, 1846, Percy Society, c. XI):. 

The hygh power, honour and noblenes, 

Of thè myghty Romaynea, to whoee excellence 
All thè wyde worlde so muoh of gretenea 
Unto they empyre waa in obedienoe; 

Such waa theyr famoua porte and preemynenoe, 

Tyll within themaelfe there waa a oontraveray 
Making them lese they worthy aigneoury. 

E Has8 Sachs (Opere, ed. del Litterarisches Verein di Stoccarda, v. VII,, 
p. 353): 

Bey Rom and bey der Stedt Athen 
Utg men warhafftiglioh verstehn, 

Dm eie naoh hoher weiaheit lebten 
Und nacb ebrUohem Le ben strebten, 

Doch in heydnischem regiment, 

Noch war bey in an dieaem end 
Die tngend hooh and werd geaoht. 


Una specie di Speculum exemplorum, tutto fatto di esempii tratti dalla 
storia antica, è nel Cod. Marciano ital. cl. XI, LVII, col titolo: Le mora- 
tigliose virtù che furo nelli Romani. Sotto il nome di Romani si compren¬ 
dono tutti gli antichi. 

(96) La storia di Lucrezia è narrata assai per disteso nella Kaiser- 
ekronik, tv. 4434-854, e più in breve dal Boccaccio (Illustrium mulierum , 
c. 46), nella Fiorita di Aucaenimo, nel di vulgatissimo Libro del giuoco 
degli scacchi di Niccolò da Cessole) dove sono molti altri esempii di 


** .Vote 97 e 99, vedi pagina seguente. 


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176 


CAPITOLO VI. 


sono continuamente e con ammirazione ricordati. Si celebra la 
prodezza dei Romani nell’armi; ma si ricorda ancora la loro lon- 


storia romana, dal Chauckb {The Legende of Lucreee of Rome) il quale 
chiama Lucrezia 


The wery wife, thè wery Lucrasse, 


e da altri innumerevoli. Una Storia di Sesto Tarquittio e Lucretia è fra le 
più antiche stampe italiane (Treviso, 1475), e si ha pure La historia et 
morte di Lucretia Romana, s. 1. nè a., ristampata altre due volte. L’esem- 
piare leggenda porse frequente argomento alle arti figurative. Nella vecchia 
pinacoteca di Monaco di Baviera si conservano due dipinti, di Luca Cranach 
l'uno, di Alberto DQrer l’altro, che rappresentano la morte di Lucrezia. 

(97) Nella Kaiserchronik, vv. 4881-5108, Muzio Scevola si muta in un 
Odnatus che tenta di uccidere Vitellio. 

(98) 11 nome di Marco Curzio si trasforma nelle più strane guise. Esso 
diventa Marco Curio in alcuni codici del Dittamondo , Marchus Tulcius in 
certe croniche francesi contenute in un codice della Nazionale di Torino, 
segnato L, II, 1 (f. 68 v., col. 2*), Marcus Tuitius in Giovanni d’Outbsmrusk, 
Marchurio in certe Istorie volgari di un manoscritto della Riccardiana 
(n. 1925, f. 16), Orazio nel Libro imperiale, Jovinus nella Kaiserchronik, ecc. 
In quest’ultima si dice che Jovinus pose come condizione al suo volonte¬ 
roso gittarsi nella voragine di poter fare tutto un anno il piacer suo con 
le donne e le fanciulle di Roma; ma lo stesso offuscamento della gloriosa 
leggenda si ha pure in altri racconti (Cf. Massmann, Kaiserchr., voi. Ili, 
pp. 621-85). Nel Libro Imperiale il fatto si narra nel seguente modo (cod. 
Marciano ital. cl. XI, CXXVI, fi 108 r., col. 2*, v. col. 1*): * ... apparve in 
Roma, quasi nel mezo della terra, uno abisso etterno, dove pareva profon¬ 
dissima et largha chava, della quale usciva teribile fetore. Li Romani per 
questo spaventati fecero tre dì vestiti di saccho sagrificio solenne; all'ul¬ 
timo gli aghuri loro dissono: chorrete a li templi, o Romani, perchè li dei 
v’anno a disdengnio, et none intendono e vostri preghi, et questo avviene 
per li vostri pecchati. Allora li Romani andarono a li templi, faccendo sa* 
grifici chon amarissimi pianti, perchè del fetore tutta gente si doleva. Pas* 
sato li dieci giorni gli auri dissono : Se uno cittadino armato di tutta arme 
vi si gittasse dentro, Roma sarebbe presto libera. Chome la novella si sparse 
per la terra si mise Orazio, figliuolo de) buono Clotes, armato di tutta 
arme, tanto lo strinse l’amore della repubblicha che insieme col chavallo 
nella detta chava si gittò. Gli Romani gli gittarono drieto orzo et pane, 
et come Orazio fu drento choeì la boccha fu rinchiusa. Chostui fu della 
chasa de’ Profeti (1. Prefetti) ,. La famiglia di Orazio acquistò il diritto di 
avere la testa di ogni bestia macellata in Roma; della sua gente fu Giulio 
Cesare (Nel codice Casanatense questo racconto forma i cap. 76 e 77 del 
1. IV). Nel conto XXVIII della Fiorita di Armannino la leggenda di Marco 


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XA POTENZA DI ROMA 


177 


ganimità, la fede nei trattati, l’amore della giustizia (99). Il senno 
latino è riconosciuto e ammirato (100*). 


Curzio sembra confondersi in parte con quella di San Silvestro, di cui par¬ 
lerò a suo luogo. Cod. Laurenz. pi. LXII, 12, f. 212 r.: * In quella parte 
di Roma che Septisoglio si chiama, d’una grotta, a certe stagioni, uscia 
uno serpente che col suo fiato molta gente uccidea, e quanti ne trovava 
tucti a morte gli mettea. Rimedio alcuno non vi valeva. Dissero allora gli 
savi indovini che questo adivenia per gli pecchati della romana gente, ma 
se uno solo trovare si potesse, che per la salute del popolo romano gittare 
si volesse in quella grotta ove il serpente stava, che questa molestia in 
tatto cesserebbe. Uno chavaliere che avea nome Metello, savio e costumato 
tra tucti quegli ch’erano in quello tempo, armato in su uno grande dextriere, 
in presenta dì tutta la gente, dentrò vi si gittò, nè di Ini mai novella si 
seppe. La peste del serpente del tucto cessoe, nè mai fu poi veduto, nè 
udito .. 11 luogo indicato col nome d'inferno nei Mirabilia e nelle piante 
topografiche del medio evo, ora è la voragine di Curzio, ora la cavità sot¬ 
terranea in cui papa Silvestro rinchiuse il drago. Nella Graphia si legge : 
* Juxta qnam (ecclesiam s. Antonini) est locus qui dicitur inferno» eo quod 
antiquo tempore ibi eructabat et magnam pemitiem Rome inferebat, ubi 
Marcus Curcius, ut liberaret civitatem, responso suorum [deorum], ar- 
matus proiecit se. Sio civitas liberata est. Ibi est templum Veste, ubi di* 
citar inferius draco cubare Nel Dittamondo (1. II, c. 31) Roma lo addita 
al poeta: 

Là si noma l’inferno, e là già fai 
Per Marco Cnrsio dal fuooo difesa, 

Com'hio t’ho detto e puoi saper d’altrui. 

Anche il PrraARCA nel cap. I del Trionfo della Fama, ricorda Curzio: 

Che di sé e dell’arme empiè lo speco 
In messo ’1 foro orribilmente vóto. 

Il cavallo di Costantino fu anche attribuito a Marco (Quinto) Curzio, come 
ricorda Ranolfo Hiodbn. Nei Gesta Rotnanorutn Curzio che si getta nella 
voragine rappresenta Cristo che chiude l’inferno. Notisi che a dare maggior 
notorietà ed esemplarità all’azione di Curzio doveva contribuire non poco 
il fatto che Sant’Agostino ne parla nel De Civitate Dei , V, 18. 

(99) Nel 1. I della Polistoria di Giovanni Cavallino sono alcuni capitoli 
dove si parla della clemenza ed umanità dei Romani. Rioordisi a questo 
proposito ciò che nel Libro de los Enxemplos citato di sopra, si dice del 
tempio della Concordia e del dimenticare le ingiurie. Nei Gesta Somanorum 
(c. 98) si dioe che i Romani, quando assediavano una città, accendevano 
qua candela, e tanto che questa durava ad ardere, accordavano pace e 

* Nota 100, vedi pagina 178. 

Obaf, Roma. 12 


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176 


CAPITOLO VI. 


La potenza di Roma fa stupire il medio evo. Per ispiegarla piu: 
pienamente s’immagina la leggenda della Salvatio , poi, per una 

perdono a chicchessia, quella consumata, soffocavano ogni pietà. Una si¬ 
mile usanza è ivi (c. 96) attribuita anche ad Alessandro Magno. Ma bea 
diverso giudizio, e per la singolarità sua degno d’essere qui riportato, fece 
dei Romani Giovanni di Salisbubt a mezzo del XII secolo, nel 1. II, c. 15 
del Polycraticus (ed. del Gius, Oxford, 1848, voi. Ili, p. 86). Detto come 
Enea, per suggestione dei demonii, ponesse il seme della gente romana in 
orto di lor gradimento, soggiunge: * Unde si de semine ilio genus oritur 
toxicatum, impium in Deum, crudele in homines, persecutioni sanctorum 
invigilane, fide rara, solemni perfidia, servile moribus, fastu regale, foedum- 
avaritia, cupiditatibus insigne, superbia tumidum, omnimoda nequitia non 
ferendum, miraculis non debet adscribi ; quum auctor eorum homicida 
fuerit ab initio et a ventate deficiens invidiae spiculo orbi terrarum in- 
fixerit mortem ... Sed si quis ab initio urbis conditae totani revolvat 
historiam, eoa ambitione et avaritia prue caeteris gentibus inveniet labo- 
rasse, et variis seditionibus et plagis totuin concussisse orbem ,. E sì che 
per la coltura essenzialmente derivata dagli scrittori latini Giovanni di 
Salysbury era quasi un umanista (V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis 
naeh Leben und Studien Sehriften und Philosophie, Lipsia, 1862). 

(100) A Roma i vati e i filosofi prevedevano e provvedevano. Nel 1. VI,, 
c. 29 della Pòlistoria di Giovanni Cavallino si legge: * Pòrta Laricana. 
Dicitur ideo Lavicana quia vates, idest philosophi, a videndo dicti, quasi 
vasa sapientie, futura contingentia in re pubblica caute providebant propter 
ipsorum sapientiam et experientiam diuturnam „. In Roma erano sempre 
sette savii riscontro manifesto ai sette savii della Grecia. Nel libro che, 
appunto, s’intitola dei Sette Savii, essi compariscono, oltreché nella storia 
che fa da cornice, nei racconti designati dal Gobdeckb ( Orient und Occidente 
voi. Ili, p. 422) coi titoli Sapientes , Gaza, Roma. Secondo Enrhkel, erano 
consiglieri in Roma, al tempo dei re, Platone, Pompeo, Seneca, la Sibilla, 
Aristotile, Pitagora, Demetrio (?), Ippocrate, Esora (?) (Cod. della Biblioteca 
di Corte in Vienna, n. 2921). Notisi che già Trro Livio si ride della leg¬ 
genda corrente al tempo suo la quale faceva Nuraa discepolo di Pitagora. 
Martino Polono e altri cronisti del medio evo fanno morire Pitagora in 
Roma. La storia del fanciullo Papirio, raccontata primamente da Macbobio 
nel Somnium Scipionis, è divulgatissima nel medio evo. Nell’ultimo capitolo 
del Dialogus ereaturarum (cod. della Nazionale di Torino H, III, 6: qui il 
Dialogus è intitolato Contentus sublimitati» et liber de animalibus ) si rac¬ 
conta di una fanoiulla di Roma, bellissima e da molti amata e ricercata, 
la quale essendo morta, ciascuno dei sei savii le fece una iscrizione. Gia¬ 
como da Voragine dice nella Legenda aurea, c. CXLVI (ed. dal Gmlsst, 
pp. 628-9): * Dyodetianus antera et Maximianus qui coeperunt anno do¬ 
mini CCLXXVII, volentes fidem Christi penitus extirpare, talea epistola*. 


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LA POTENZA LI ROMA 


179 


di quelle antitesi poetiche e significative, familiari alla fantasia 
popolare, si vuol connessa tutta quella potenza, e la superba do¬ 
minazione, ad alcun che di eccessivamente fragile e tenue. Di Na¬ 
poli si diceva che fosse fondata sopra un uovo; di Roma si pensò 
che fosse sospesa a un filo di seta. 


per omnea provincia, in quibus christiani morabantur, transin iserunt. Si 
aliqnid determinar! oportet aut sciri et totus mnndas ex una parte con¬ 
gregatila esset, et sola Roma ex alia parte consisterei mundus totus victus 
fugeret et sola Roma in culmine scientiae remaneret ,. Dopo ciò bisogna 
dire che l’autore dei Gesta Treverorum, o altri da cui egli attinge, si lasci 
trascinare da un eccessivo ed ingiusto amore di patria quando racconta 
(ap. Pkbtz, Script., t. Vili, pp. 188-4) di un senatore romano, per nome 
Arimasqpe, che, volendo conoscere meglio le eccellenti virtù dei Trevirensi, 
lasciò Rema e fermò la sua stanza in Treveri, dove, prima di morire, uc¬ 
ciso a tradimento da un certo Epte, ordinò gli si scrivessero sul sepolcro 
i seguenti versi: 

Ex ni ArìmaipM luto Marti* in arce qui «eoo 
Belgio»; Bom» mai non me» digna hit. 

J ore bono, meri tomai nobilitate, triumphia 
Dii toeantor; ei par niei Roma nidi li. 

Vulnerar, Epte reo, oonsul primueqne senato». 

Hic gaudete mei, aio mentisse mori. 


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CAPITOLO VII. 


La Leggenda degrtmperatori 


Il periodo della storia romana che più sta a cuore al medio evo 
è il periodo imperiale. Nelle cronache senza numero in cui si dà 
un compendio di quella storia, sull’era repubblicana e consolare si 
sorpassa assai leggermente. Detto della fondazione della città, ac¬ 
cennati gli avvenimenti principali occorsi sotto i re, ricordata la 
cacciata e la morte di Tarquinio il Superbo, e il mutato reggi¬ 
mento, si salta a Giulio Cesare e alla narrazione de’ suoi gran 
fatti. Libri interi si compongono, che dagli imperatori prendono il 
nome e dalle lor vite l’argomento, come il Libro Imperiale , il 
Libro Angus tale, la His torta Imperialis di Giovanni da Verona, 
il Fioretto di croniche degl'imperatori fra noi, la Kaiserchronih 
in Germania, ecc. Il Romuleon, che dal titolo parrebbe dover 
essere più particolarmente una storia di Romolo e delle origini 
della città, passa oltre e giunge sino a Diocleziano (i). L’interesse 


(1) Nei manoscritti il Romuleon va ora sotto il nome di Benvenuto da 
Imola, ora sotto quello di Roberto della Porta. Ma notisi che sotto lo 
stesso titolo si ha pure un’ altr’ opera, da questa diversa (V. Mohtfaucok, 
Bibliotheca Bibliotheearum, col. 1194). Contrastando al gusto e alla usanza 
dei tempi, il Romuleon b scevro delle consuete favole, composto com’b tutto 
intero sopra Tito Livio, Sallustio, Svetonio, Valerio Massimo, Floro, Giu¬ 
stino e parecchi altri antichi. Scritto in latino, fu tradotto in italiano nel 
secolo XIV e ripetutamente in francese. La versione italiana fu pubblicata 
da Giusbfpb Guattbbi nella Collezione di opere inedite o rare dei primi tre 




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181 


LA LBGGBNDA DCGl/lMPCBATORI 

♦ 

per Roma repubblicana è, generalmente parlando, un frutto del 
Rinascimento avanzato. Dante ricorda con riverenza ed ammira¬ 
zione Tito Manlio Torquato, Cincinnato, i Decii, i Fabii, gli Sci- 
pioni, e fa di Catone, l’ultimo dei repubblicani, il custode del 
Purgatorio; ma le sue dottrine politiche non gli permettevano di 
considerare la repubblica altrimenti che come una forma meno 

9 

perfetta e meno legittima di reggimento. Quel Bruto che cacciò 
Tarquinio è bensì posto da lui nel limbo, ma senza nessun segno 
di onoranza speciale. Il Petrarca esalta la Roma degli Scipioni, di 
Bruto, di Fabrizio (2), ricorda Catone, 

.quel sì grande amico 

Di libertà che più di lei non visse (8), 

celebra, nel Trionfo della Fama , i più illustri figliuoli della re¬ 
pubblica e pone Scipione alla pari con Cesare ; ma il suo sogno è 
la monarchia universale, la monarchia di Augusto glorificata da 
Virgilio, da Orazio, da Ovidio. Lo stesso Cola di Rienzo era ammi¬ 
ratore caldissimo di Giulio Cesare, di regola considerato nel medio 
evo come il primo imperatore. Il buon Boccaccio, sebbene consilii 
il tirannicidio, e chiami tiranni tutti i principi del tempo suo (4), 
è tutt’altro che un repubblicano. I veri repubblicani, conscii di sè 
e de’ proprii intendimenti, non compariscono se non molto più 
tardi, per direttissimo influsso del pensiero greco sulla nuova col- 


seooli della lingua. Le versioni francesi, che spesso si trovano in codici di 
gran lusso, splendidamente miniati, non ultima.prova del favore incon¬ 
trato dal libro, sono tuttora inedite. Di una versione di Sebastiano Ma* 
merot, scrittore anche altrimenti conosciuto, parla il Lbbceot, Mémoiree 
de l’Académie dee Ineeriptione et Bellet Lettree, t. XX, p. 247. La versione 
di nn Giovanni Melot, ignoto, si conserva nella Laurenziana. Una versione 
anonima si contiene nel codice L, I, 4 della Nazionale di Torino, in foglio 
massimo, di bellissima lettera e adorno di elegantissime miniature. 

(2) Canzone a Stefano Colonna. 

(3) Canzone per Azzo da Correggio: * Quel c’ha nostra natura in sè più 
degno ,. 

(4) De castóne viro rum illuetriutn, II, 2. 



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182 ' CAPITOLO TII. 

tura del Rinascimento, coltura che nei suoi principii fti, com’è noto, 
pressoché esclusivamente formata di elementi latini (5). Un cati¬ 
linario dello stampo di Stefano Porcari non può sorgere che nel 
bel mezzo del secolo XV ; il medio evo non se lo sarebbe nemmen 
potuto immaginare. Esempii come quelli di Crescenzio, di Arnaldo 
da Brescia, di Cola di Rienzo, confermano assai più che non 
ismentiscano quanto asserisco. Il nome stesso di respublica non 
conservava più l’antica genuina significazione; nell’ Vili secolo, in 
Italia, per Respublica s’intendeva l’Esarcato di Ravenna soggetto 
agl’imperatori d’Oriente, e su questa Respublica cominciavano i 
papi a vantare diritti, e Respublica Romanorum si chiamava poi 
il dominio della Chiesa, sopra il quale stendevasi la sovraneggiante 
tutela dei re di Francia. 

La Roma dunque che il medio evo sogna e vagheggia è quella 
imperiale, non quella dei consoli : con gl’imperatori soltanto Roma 
sembra venire nel suo più bel fiore, con gl’imperatori prendere ad 
esercitare risolutamente nel mondo l’alto e misterioso suo ufficio. 
La magnificenza senza pari della città divenuta sede dei Cesari, 
le dimostrazioni infinite e le pompe di quella sconfinata potenza, 
di quella vita fastosa ed esuberante, erano, certo, più di checchessia, 
atte a colpire fortemente le fantasie in tempi naturalmente pro¬ 
pensi al meraviglioso; ma non era questa la sola causa del fatto. 
Tutto richiamava gli spiriti alla Roma imperiale. 1 prosatori e i 
poeti latini che il medio evo non si stancava di leggere, di cliio- 
sare, di tradurre, erano venuti su con l’impero, celebravano l’im¬ 
pero. L’era nuova, con la quale cominciava la seconda vita della 
umanità, prendeva, gli è vero, la origine dal nascimento di Cristo; 
ma quasi in quel tempo medesimo ancora l’impero aveva avuto 
principio. L’impero sorgeva 

. . . presso il tempo che tutto il ciel volle 

Ridur lo mondo a sao modo sereno (6) ; 

_ % 

(5) Su questo tema scrisse alcune sensate ed ingegnose pagine il Kokktino 
nel suo libro Petrarca*8 Leben und Werke, Lipsia, 1878, c. VI. V. anche 
Bukckhardt, Op. cit., 3* ed., voi. I, div. 1*, c. VI. 

(6) Dante, Paradiso, c. VI, vv. 55*6. 


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LA LIGGKNDA DEOL’iMPKBATORI 


183 


•così che, sebbene tutta la storia di Roma fosse provvidenzialmente 
legata coi nuovi destini della umanità, tuttavia i legami non si 
cominciavano propriamente a scoprire se non quando avveniva 
l’impero. Da indi in poi questi legami non si sciolgono più. La 
Chiesa nasce e cresce nel grembo di Roma imperiale. Sopraggiun¬ 
gono le persecuzioni, ed ogni nome di martire rimanda a un nome 
d’imperatore. Degl’imperatori e dei papi si formano naturalmente 
due serie parallele che si richiamano a vicenda, e l’una è come 
complementare dell’altra. Sotto il titolo di chronica imperatcn'um 
et paparum si hanno del medio evo, manoscritti e a stampa, in¬ 
numerevoli elenchi degli uni e degli altri, alcuna volta con la 
sommaria indicazione dei fatti principali avvenuti sotto il loro 
reggimento, alcun’altra volta invece senz’altra indicazione che 
del nome e del tempo che durarono in dignità. Costantino porta 
la nuova fede sul trono, e tramutando in Bisanzio la sede del¬ 
l'impero, cede alla Chiesa, secondochè dalla leggenda è narrato, i 
suoi diritti su Roma, e le prerogative sovrane; ed ogni pontefice 

che si vegga minacciato ne’ suoi presunti diritti, o che voglia 

» 

acquistarne di nuovi, si fa forte del nome di Costantino, e si di¬ 
chiara legittimo erede della imperiai potestà. L’idea dell’impero 
non si spegne mai, rimane anzi viva ed è a tutti familiare. Per 
ricostituire l’impero di Occidente, dopo più che tre secoli d’inter¬ 
ruzione, non c’è bisogno nè di preparare gli spiriti, nè di forzare 
gli avvenimenti ; la ricostituzione si compie come un fatto normale, 
universalmente inteso e lungamente aspettato. 

Se a queste ragioni si aggiunga che nella non breve lista degli 
imperatori romani parecchi ve ne sono, i quali, o per la bontà, o 
per la malvagità loro, o per alcun caso singolare della loro vita, 
naturalmente sollecitano la curiosità e l’attenzione, e se si consi¬ 
dera essere una propria generale tendenza delle immaginazioni po¬ 
polari raccogliersi intorno a personaggi di molto conto, di guisa 
che l’imperatore, il re, la regina, sono figure consuete e quasi 
obbligate della fiaba, s’intenderà di leggieri come intorno agli im¬ 
peratori romani siensi accumulate tante leggende e tante strane 

% 

finzioni quante ne ha immaginate e trasmesse sino a noi il 
medio evo. 


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184 


CAPITOLO VII. 


Queste leggende e queste finzioni per lo più si trovano sparse 
in iscritture d’ogni generazione; ma alcuna volta si raggruppano, 
e formano corpo insieme, come nella famosa Kaiserchronik te¬ 
desca, libro singolarissimo, d’ignoto autore, d’incerta età, ma com¬ 
posto probabilmente verso il mezzo del XII secolo, e continuato 
più tardi; compilazione indigesta e curiosa, dove in circa 18500 
versi si viene narrando con infinite favole, tolte di qua e di là, 
trasposte, mescolate, la storia degl’imperatori, da Giulio Cesare a 
Rodolfo di Absburgo (7). Alla Kaiserchronik si stringono, imi¬ 
tando, amplificando, alterando, il Weltbuch di Enenkel (8), e la 
Weltchronik di Rudolf von Ems, o, per meglio dire, del suo con¬ 
tinuatore Heinrich von Mùnchen (9). Queste storie, dove degl’im- 
peratori si narra e si favoleggia assai largamente, dovevan essere 
accolte con particolare favore nel paese a cui era toccata in sorte 
la potestà dell’impero ; ma anche tra noi non mancarono le simili, 
benché fossero, o più compendiose, o composte con altro spirito e 
con altri intendimenti. Nel nostro Fioretto di croniche degVim- 
peradori (10), e nella Cronica degl’imperatori romani (11), le 
favole non fanno difetto, ma sono in copia molto minore e narrate 
con assai meno amorosa prolissità, e lo stesso si può dire della 
materia Imperiali v di Giovanni da Verona (12). Al Libro Im- 


(7) V. oltre alla trattazione del Mammann nel terzo volume dell’edizione 
da lui procurata, Welzhofbb, Untersuchungen Uber die deutsche Kaiserchronik, 
Monaco, 1874, e Gebvinus, Geschichte der deutschen Dichtung , V* ed., voi. I, 

pp. 268 * 82 . 

(8) V. Massmann, Op. cit ., voi. Ili, pp. 103-13; Facs, Versueh Uber J.Enikels 
Uniterealchronik , St.-Neresheim, 1793. 

(9) V. Massmamn, Op. cit., voi. Ili, pp. 95-103 ; Viuiab, Die zicei Beceri- 
sionen und die Handschriftenfamilien der Weltchronik Budolfs von Ems, 
Marburg, 1839. 

(10) Pubblicata da Leone del Prete, Lucca, 1858. 

(11) Pubblicate dal Cebuti nella Scelta di curiosità letterarie , disp. CLVIIT, 
Bologna, 1878. 

(12) Della Uistoria Imperialis tuttora inedita conosco due manoscritti» 
l'uno, bellissimo, della Vallicelliana in Roma, segnato D, 13, l'altro della 
Chigiana, mutilo in principio ed in fine, segnato I, VII, 259. Un terzo, che 
non conosco, ma che sembra essere il migliore, si conserva nella Capito- 


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LA LEGGENDA DKGL’iMPKBATOBI 


185 


periate, infarcito di favole (13), si contrappone il Liber Augu- 
alalis (14), che n’è interamente scevro. 


lare di Verona, segnato CC1V, 189. L'opera dovette essere compiuta non 
molto dopo il 1316, secondo appare da queste parole dell’autore che tengon 
dietro alla storia di Teo61o: * Fateor verum in Christo ego Iohannes servus 
Christi ultimus levitarum compilator presentis operis quod nocte precedente 
scripturam huius rei de Theophylo sub anno domini M° CCC VI 0 , die XX1II° 
novembris quo celebratur festum beatis Clementis pape et martiris nocte 
precedente dum in strato posi tua bora qua pulsabatur prima campana ma* 
totini sane te reronensis ecclesie nec piene vigilanti nec piene dormienti 
apparuit inibì demon in specie iuvenis ore sereno facie iocunda venusto 
corpore vestibus preciosis indutus ,. Vedi intorno a Giovanni da Verona, 
Mimi, Opuscoli ecclesiastici in appendice alla Istoria teologica , Trento, 
1842, pp. 242-6, e tre lettere del Tabtabotti che si hanno tutte insieme 
nelle sue Memorie antiche di Rovereto , Venezia, 1754, pp. 181-86. 


(18) Il Libro Imperiale fu probabilmente composto poco dopo i tempi di 
Enrico VII di Lussemburgo, come si può argomentare dal fatto che sola¬ 
mente sino a costui giunge, nella più parte dei manoscritti, la serie degli 
imperatori. Se ne fecero, sino dai primi tempi della stampa, parecchie edi¬ 
zioni, circa le quali v. Zambbini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII 
e XIV, IV* ed., col. 607-8. Una ristampa, condotta secondo le norme della 
buona critica, è da desiderare. Dell’autore di questo libro non si conosce 
con sicurezza il nome. Alcuni codici non recan nome di sorta, altri nel 
recarlo discordano. Nel cod. d, I, 4 della Casanatense si ha Can* o Cam* 
dal Cbastello, e Cam da Castello nel cod. Parmense 710, scritto a Napoli 
nel 1471. Nel cod. Laurenziano pi. XLIII, 21, dei primi del XVI secolo, 
l’autore è Chanbio da Chastello; nei codd. della Nazionale di Firenze li, 
IV, 279, li, IV, 281, e nel Marciano ital. cl. XI, CXXVI, l’autore è Gio¬ 
vanni de' Bonsignorì. La divisione in quattro libri, e le rubriche dei ca¬ 
pitoli fanno molto spesso difetto. È nota la relazione dell’ Urbano, attribuito 
al Boccaccio, con la storia di Selvaggio, narrata nel Libro Imperiale. 11 
Lato a u (Giovanni Boccaccio, sein Leben und scine Werke, Stoccarda, 1877, 
pp. 244-6) e il Kobbtibo {Boccaccio’s Leben und Werke, Lipsia, 1880, pp. 684-5) 
giudicano l’Urbano opera del Boccaccio, e credo sia questa la più fondata 
opinione; ma cade in errore il Landau quando dice la prima edizione del 
Libro Imperiale essere quella di Venezia del 1510. La Fiorita di Abmankimo 
Gigdick giunge sino a Giulio Cesare, ma non ne contiene tutta la storia 
(V. sulla Fiorita un diligente scritto di G. Mazzatmti nel Giornale di Fi¬ 
lologia romanza, t. Ili, pp. 1*55). 

(14) Il Liber Augustalis nei codici è attribuito, ora a Benvenuto da Imola, 
ora al Petrarca. Sotto il nome di Benvenuto da Imola fu pubblicato a Stras¬ 
burgo nel 1505, e nel voi. II degli Scriptores del Fbbueb; in calce alle opere 


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a 


186 


CAPITOLO VII. 


Le leggende che io chiamerò imperiali possono distribuirsi in 
due classi; la prima, di quelle che si appiccano a imperatori reali, 
la seconda, di quelle che creano imperatori immaginarii. Delle 
principali tra le prime, che sono indubitabilmente le più curiose 
e le più importanti, parlerò nei capitoli che seguono: esse, legan¬ 
dosi insieme, vengono spesso a formare una storia compiuta, se¬ 
guono l’imperatore, la cui vita porge ad esse argomento, dalla na¬ 
scita alla morte, e s’intrecciano più o meno con la storia reale. 
Per lo più è un fatto storico quello da cui esse traggono la prima 
suggestione, e che porge loro la base o il contorno. Delle altre, 
che sono come sporadiche e accidentali, e di quelle ancora della 
seconda classe, dirò qui stesso brevemente quel tanto che basti. 

Cajo Caligola è fatto morire di un fulmine nella Kaiserchronik (15), 
la quale pone inoltre sotto il suo reggimento il fatto di Marco 
Curzio (16). Galba ha per avversario Pisone; dividono la signoria; 
quegli regna in Roma e fonda Capua, questi nel territorio e fonda 
Pisa (17). Vitellio aveva fatto morire Ottone insieme con cinquan¬ 
tamila de’ suoi seguaci. La famiglia di costui gli contrasta l’impero e 
medita vendetta. Per consiglio de’ suoi fautori egli esce di Roma 
e l’assedia. Da principio i Romani si difendono strenuamente, ma 
poi, vinti dalla fame, sollecitano il senato perchè apra al nemico 
le porte. Il senato ricusa; allora Odenato si offre di liberare egli 

t 

la città ; sceglie dodici compagni, parati ad ogni suo cenno, e s’ac¬ 
corda con essi di uccidere Vitellio. Egli tenterà primo l’impresa; 
se non gli riesce di condurla a termine, gli altri verranno dopo di 
lui, e la compiranno. Si ripete il fatto di Muzio Scevola. Vitellio 
fa grazia della vita a Odenato, che in premio del suo eroismo ri¬ 


dei Petrarca fu stampato a Venezia nel 1501. Il cod. Vatic. Ottob. 1467 lo 
attribuisce a un Bonaventura. Esso si trova dedicato al marchese Niccolò 
d’Este, a Mattia re di Ungheria e di Boemia, ad altri. Giovanni Stella lo 
stampò sfacciatamente sotto suo nome in Venezia nel 1503, dedicandolo 
ad Alvise Trevisan. 

(15) V. 1233. Così ancora in Heinrich von Munchkn. 

(16) Vv. 1138-1230. Così ancora Enenkel ed altri. 

(17) Kaiserch., 4856 63. 


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LA LEGGENDA DEGL’IMPERATORI 


187 


-ceve dai Romani in dono il palazzo di Bruto. Si concorda una 
tregua ; ma in capo di nove mesi, quando il termine della tregua 
è già presso a spirare, dodici seguaci di Vespasiano, una notte ra¬ 
piscono Vitellio, e lo sotterrano vivo (18). Nerva prende il posto di 
Falaride di Agrigento nella notissima storia di Perillo (19). Decio, 
■che ha non piccola parte nelle leggende famose di San Lorenzo e 
dei Sette Dormienti, muore fatto a pezzi dai diavoli (20). 

11 Romanzo dei Sette Savii si lega ai nomi di Vespasiano e di 

* 

Diocleziano, e inventa l’imperatore Ponziano (21). Non ho bisogno 
di ricordare qui quale storia serva di cornice ai racconti di questo 
libro famoso. Nei Gesta Romanoi'um si trovano attribuiti a im¬ 
peratori, romani o posti sotto il loro reggimento, fatti e casi che 
in origine non hanno nessun’attinenza con Roma. Quivi la storia 
del re Lear si riferisce a Teodosio (22); a Domiziano la novella 
dei tre avvertimenti che salvano tre volte la vita (23); ad Aglae, 
figliuola àsXV imperatore Pompeo, la storia classica di Atalanta e 
d’Ippomene (24) ; ad Adriano, o a Teodosio, il noto apologo della 
campana, della serpe e del rospo, che si suol raccontare di Carlo 
Magno (25); a Tiberio, a Claudio, a Vespasiano, a Tito, a Massi- 


(18) lbid., vv. 4869-76, 4881-5119. 

(19) lbid, vv. 5706-854. Lo stesso si ha in Hkinrich von Munchkn. 

(20) lbid., vv. 6465-6. 

(21) Nella Uistoria Septem Sapientum Ponziano è l'imperatore, Diocle¬ 
ziano il principe; così pure nei Sept Sagee de Romtne pubblicati a Ginevra 
nel 1492. Ma nella più parte delle versioni Diocleziano è l’imperatore. Nel 
Romane dee Sept Sagee pubblicato dal Kkllbr l’imperatore è Vespasiano, ecc. 
Nel racconto di Giovanni di Alta Selva, Dolophatbs, padre di Luscinius, b 
re di Sicilia. 

(22) Ed. de 11 ’Obstbrlby, app., 77. 

(23) Cap. 103. Questa novella si trova in Plutarco, De Garrulitate, e in 
molti altri. Aggiungasi all’elenco che ne dà I’Oestbrlbt anche il Fiore di 
Virtù, ove i consigli non sono più tre, ma uno solo. 

(24) The earlg english versione of thè Gesta Romanorum pubblicate la 
prima volta dal Maddbn, ripubblicate da Sidnkt I. H. Hbbbtaob per la 
Earlg English Text Society , Extra Series, XXXIII, Londra, 1879, p. xxxn. 

(25) lbid., p. vu. Gesta Romanorum, ed. dell’OBSTBRLET, c. 105. V. Massmamb, 
Kaiserch., voi. Ili, pp. 997-1002, e Gaston Paris, Histoire poétique de Char- 
lemagne, pp. 354-6. 


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188 


CAPITOLO VII. 


miano, a Gordiano, altri fatti e altre storie che sarebbe lungo ri¬ 
petere. La novella del re che fece nodrire uno suo figliuolo dieci 

anni in un luogo tenebroso , e poi li mostrò tutte le cose, e più 

% 

li piacque le femmine , indiana di origine (26), narrata nel Novel¬ 
lino (27), ripetuta con varie mutazioni nel Prologo della gior¬ 
nata IV del Decamerone , nelle Vite dei Santi Padri di Fra Dome¬ 
nico Cavalca (28), in un vecchio poemetto tedesco intitolato Daz 
Oànslin (29), nel Libro de los Bnxemplos (30), ecc. si riferisce 

4 

nel Fior di Virtù (31) all’imperatore Teodosio. Una novella di 
Costanza, figlia di Tiberio, racconta il Gower (32). 

Di Diocleziano, che nei Gesta Romanoi'um diventa inaspetta 
tamente un modello di virtù, ma che va coperto di molta infamia 
nelle leggende dei martiri, e più specialmente in quella famosa 
della legione Tebea, di Diocleziano si narra nel Libro de los 
Enxemplos (33) una curiosa storia, la quale ha pure nella verità 
qualche piccola radice. Fu un tempo che genti straniere turba¬ 
vano in molte parti l’impero di Roma, e, interrogando i cittadini 
gli oracoli per sapere come dovessero governarsi, fu loro risposto 
eleggessero principe colui che trovassero a mangiare a una tavola 
di ferro. I Romani mandarono lor cavalieri nelle provincie a far 
indagine di cotal uomo, e avvenne che, passando alcuni di questi 
per la Dalmazia, s’imbatterono in un contadino, il quale, avendo 
sciolto i buoi dall’aratro, desinava, servendosi del vomere come 
di desco. Parlando con esso lui trovarono ch’era buon discor- 


(26) V. Landau, Die Quellen des Decamerone , Vienna, 1869, pp. 70-1, e 
D'Ancona, Le Fonti del Novellino in Sturij di critica e storia letteraria , 
pp. 279 83, 307*8. 

(27) Nov. XIV del testo Gualtsbuzzi. 

(28) Parte III, c. 133. 

(29) Von deh Haoen, Oesammtabenteuer, voi. II, pp. 41*8. 

(30) CCXXXI. 

(31) Cap. XXXIX, Della Lussuria . 

(32) Confessio amantis, 1. II. 

(33) CCCXXVIII. Comincia: * E1 mayor sennorio de dignidat del mundo 
es el imperio de Roma, é està dignidat muchos nisticos la tovieron é ho- 
bieron ; ma abasta poner enxemplo de dos que en uno fueron emperadores. 


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LA LEGGENDA DEGL’IMPERATORI 


189 


ritore, e molto sensato e discreto nelle sue ragioni ; per modo che, 
espostagli la causa del loro venire, seco ne lo condussero a Roma, 
e quivi fu fatto imperatore. Massimiano allora, risaputa la cosa, 
essendo ancor egli di Dalmazia, e amicissimo di Diocleziano, si 
recò a Roma. Ma Diocleziano intanto, soffrendo della mutazione 
del clima e dei cibi, ammalò. Non potendo altrimenti giungere sino 
a lui, Massimiano s’infinse medico, e ricevuto assai amorevolmente 
dall’antico compagno, tanto si adoperò con savii consigli che questi 
tornò alle costumate vivande e agli esercizi del corpo e racquistò 
in breve la sanità. Di ciò ebbero grande allegrezza il senato e il 
popolo di Roma, e Diocleziano, volendo mostrare il suo grato animo, 
si tolse Massimiano collega nel reggimento. Ma poi, volgendosi al 
male tutt’a due, e perseguitando i cristiani, Dio li punì facendoli 
uscire dal senno, per modo che, rinunciata la potestà imperiale, 
di propria risoluzione si ridussero novamente in condizione di pri¬ 
vati, e da ultimo Diocleziano morì di veleno e Massimiano s’im¬ 
piccò. Il modo della elezione di Diocleziano ricorda altre storie 

■ 

affini, per esempio quella del Goto Yamba. Di un re di Ravenna 
che ammalò per aver mutato vitto e costumi si narra nello stesso 
Libro de los Enxemplos (34). 

Nella Kaiserchronih si confonde l’imperatore Gallieno col me¬ 
dico Galeno (35). Gallieno fu il più dotto medico che mai nascesse 
in Roma, e operò gran cose con la sua scienza; ma odiava i cri¬ 
stiani, e nelle loro persone sperimentava i farmachi e l’arti sue. 
Faceva tagliar loro i piedi e lo mani, faceva aprir loro le vene; 
egli fu il primo che introdusse il costume di strappar gli occhi 
alla gente. Tuttociò faceva in servizio dell’arte sua, e i pagani lo 
lodavano della sua sapienza. Gallieno era anche savio filosofo, che 
qui tanto vale quanto indovino. Una notte lesse nelle stelle che 
il giorno seguente i suoi camerieri avrebbero tentato di avve¬ 
lenarlo. Non fece mostra di nulla. Quando a mensa il coppiere gli 
mise innanzi una tazza avvelenata, egli, conoscendo l’inganno, 


(34) X. 

(35) Vv. 7471-622. Cf. voi. Ili, pp. 829-33. 


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190 


CAPITOLO TU. 


costrinse il traditore a bere in suo luogo, e tanta fu la forza del 
veleno che al malcapitato schizzarono gli occhi dal capo. Gal¬ 
lieno allora si parti da Roma, imprecando alla città e minacciando 
vendetta ai suoi abitatori. Andò al castello di Boemondo, e fatta 
venire una gran cassa di bronzo, la empiè di veleno, e ordinò 
fosse sommersa nel Tevere. L’acqua del fiume, quivi passando, 
rimaneva attossicata, e quanti poi ne bevevano non potevano 
scampare la morte. In Roma ne morirono tredicimila persone. 
Un buon medico venne in aiuto dei Romani; la cassa fu ritrovata 
e levata dal fiume. Gallieno, avvertito che i cittadini lo volevano 
mettere a morte, fuggì in Siria; ma quivi fu poi ucciso a onor dei 
Romani. 

Gautier d’Arras, Otte (Ottone di Frisinga?), Enenkel raccontano 
di Foca e di Eraclio uua storia romanzesca, greca forse di origine, 
dalla quale si ritrae questo insegnamento, che chi tiene le donne 
sotto guardia troppo rigorosa è spesso cagione del loro fallire (36). 
Altre invenzioni e attribuzioni cosi fatte si trovano in copia, specie 
nella Kaiserchronih e negli scrittori che attinsero da essa; ma 
io non credo di dovermi più oltre indugiare a discorrerne, giacché 
non è in esse, generalmente parlando, nessuna delle qualità che 
fanno pregevoli e degne di studio le leggende. La leggenda, dirò 
cosi, genuina e legittima ha la sua necessità logica, più o meno 
facile a essere riconosciuta, nasce di una certa applicazione pro¬ 
tratta e sistematica della fantasia a certi fatti, a certe persone, 
come mostrano con luminoso esempio le immagini che si raccol¬ 
sero intorno ai nomi di Alessandro il Macedone e di Carlo Magno; 
mentrechè le finzioni di cui ho fatto cenno nelle pagine prece¬ 
denti sono per lo più fortuite e scioperate, congiunte a tali o tali 
persone solo in grazia del capriccio o del caso, e pronte a slegar¬ 
sene come appena se ne porga occasione. Tuttavia, nel caso nostro, 
una certa importanza indiretta l’hanno ancor esse in quanto mo¬ 
strano la tendenza degli spiriti del medio evo a stringere intorno 


(36) Vom dbb Haobn, Gesammtabenteuer, voi. II, pp. 583-47. Cf. voi. Ili, 

pp. CXLVII, CL. 


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LA LKGGSHDA DKGL’iMPKRATOBI 


191 


a Roma l’errante popolo delle favole, a raccorlo sotto la sua alta 

dominazione morale, e affermano la virtù attrattiva di quella Roma 

» 

medesima, divenuta centro di gravitazione a tutto il pensiero dei 
tempi. 

Delle trasposizioni d’ogni maniera che s’incontrano nelle liste 
degl’imperatori non parlo, perchè sono troppo naturali ; dirò invece 
qualche cosa degl’imperatori fantastici e non mai esistiti. Nei 
Gesta Romanorum se ne trova una lunghissima filza: Dorotheus 
Gorgonius, Adonias, Mirerais, Olimpus, Lampadius, Coronius, Onias, 
Mamertinus, e dieci e dieci altri. Anche nella Kaiserchronih se 
ne trovano parecchi. Pompeo è fatto imperatore assai spesso, e 
un imperatore si fa di Romolo, l’ignoto raccoglitore di favole (37). 
Nei Gesta Romanorun, nel Novellino, nella Kaiserchronih, al¬ 
trove, si narra la storia di Foco, che di fabbro diventò impera¬ 
tore. Tito aveva decretato che in certi giorni tutti dovessero aste¬ 
nersi dal lavoro, e Virgilio aveva fabbricato una statua che rive¬ 
lava il nome dei trasgressori. Foco, non avendo osservato la legge, 
minaccia la statua di spezzarle il capo se lo denuncia, e però 
questa da prima non vuole svelare il colpevole, poi lo svela. 
Condotto davanti all’imperatore, Foco dice come debba ogni giorno 
buscarsi otto denari, de’ quali due servono a pagare un debito, 
due impresta, due perde, due spende per mantenere la moglie, il 
figlio, sè stesso. Tito lo lascia andare. Morto Tito, Foco è fatto 
imperatore; l’immagine sua è contraddistinta da otto denari. Questa 
favola ebbe origine probabilmente da qualche antica moneta, de’ 
cui emblemi si volle dare spiegazione. 

La romanzesca storia di Faustiniano, padre di San Clemente 
papa, e imperatore di Roma, il quale perde per una serie di sven¬ 
turati casi, che un po’ ricordano la leggenda di Sant’Eustachio, i 


(37) Mabib db Fbahcb, Fables, Prologo*, vv. 12-6: 

Bonvlu qui fa emperere 
A con fUl eecrit et manda 
Et par eseemple U mastra 
Cam U se paist ountregnetier 
K’ham ne le peast engingnier. 


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102 


CAPITOLO VII. 


figli, la moglie, e si riduce egli stesso in miserabile condizione, 
poi ritrova i suoi, racquista il trono, e si fa cristiano, occupa nella 
Kaiserchronih più di 1800 versi (38). Di Gioviniano si narra nei 
Gesta Romanoi'um e altrove, come, avendo voluto essere tenuto 
un dio, fu punito della sua tracotanza. Un giorno, a caccia, Gio¬ 
viniano, sollecitato dalla caldura, s’immerge in un fonte. Un an¬ 
gelo veste i suoi panni, prende il suo posto, è da tutti creduto 
l’imperatore. Questi tenta invano di farsi riconoscere, ed è, per 
comandamento dell’angelo, bastonato ben bene. Da ultimo, palesato 
il miracolo, egli, pentito, torna nella condizione di prima (39). La 
storia popolarissima di Crescenzia si rappicca nelle varie sue forme 
a un imperatore Narciso, o a qualche altro imperatore. Nella 
Storia di Fiorio e di Biancofìo?'e in ottava rima, stampata in Roma 
nel XV secolo, Fiorio, compiute le sue gesta, diventa imperatore 
di Roma. 

& poi di Roma fu decto imperadore 

& gran tempo visse con bincifiore. 

Cosi le fantasie più disparate nel medio evo gravitano intorno 
a Roma come a loro centro di attrazione, e molte di esse, o si le¬ 
gano a imperatori reali, o introducono nella storia romana impe- 
ratori fantastici. Non so se a questa generale tendenza non obbe¬ 
disse ancora Pietro Aretino, o chi altro si fosse, quando del nome 
di Eliogabalo insigniva una Oratio protreptica sire adhortatoria 
ad merelrices , che si trova nella Historia Augusta stampata da 
Aldo Manuzio nel 1519 in Venezia. 


(38) Nella leggenda italiana che di S. Clemente si ha a stampa (s. 1. n. a.) 
Faustiniano non è imperatore di Roma. 

(39) Questa storia edificante era buon argomento di dramma sacro. V. un 
Aneto del emperador Juveniano fra gli Aneto» sacramentale» desd* sn origen 
hasta fine» del siglo XVII, nella Biblioteca del Rivadehbtra, 1865, pp. 26*9. 
È la stessa storia che porge il soggetto alla nostra rappresentazione del 
Re Superbo , e a un libretto popolare che, sotto il titolo di Storia del Re 
Superbo, si ristampa tuttavia. 


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CAPITOLO Vili. 


Giulio Cesare. 


Giulio Cesare è generalmente considerato nel medio evo quale 
primo imperatore, e la sua celebrità viene in gran parte dall’opi¬ 
nione appunto ch’egli avesse fondato l’impero, e dato principio 
all’era più bella e più gloriosa di Roma. Come nascesse questo 
errore non andrem ricercando, se pure non s’ha a dire che quanto 
si conosceva dei fatti di Cesare, e la consuetudine di confondere 
le cose aventi affinità tra di loro, propria dei tempi a cui faccia 
difètto la critica, lo rendevano necessario ed inevitabile (1). A farlo 
nascere può anche avere contribuito Svetonio con porre Giulio Ce¬ 
sare primo nelle sue Vite degli Imperatori . 

La celebrità di Cesare è maggiore assai che non quella del mu¬ 


li) Le ecce* io ni sono rare. Radulto Colomba, nel ano trattateli De 
tranelaUone imperii dice, parlando appunto dell’impero: * Quam monarchiam, 
cnm primnm Octavianus Augustus deinde successores eius praeferrent, non 
nniformiter tenuerunt ,. E quasi subito dopo: * Imperituri Romanum a 
Julio Caesare secundum quosdam, sed verius ab Octaviano Augusto primo 
Bomanorum imperatore inchoatur „. Questo ripete con le parole medesime 
Mamiuo Mkhabdrino, che pure scrisse un trattato De translatione imperii, 
copiando in massima parte quello di Radulfo Colonna, sebbene citi invece 
le htorie di Laboulfo Colomba. Homoké Bombo*, o Bonbt, nell 'Arbre dee 
btiaillee (Parigi, per Antonio Verard, 1498, parte II*, c. 2) riconosce che 
Ottaviano Augusto fu il primo imperatore : * Et vraiement il fut le premier 
empereur qui fut a rommes selon les vrayes histoires Nel c. 18 dice che 
Giulio Cesare fu solamente chiamato principe di Roma. Di Cesare dice 
Giov abbi V illabi {Istorie Fiorentine, 1. I, c. 29): * il detto Cesare levò l’uf- 

Okap, Roma . 13 



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194 


CAPITOLO Vili. 


nificentissimo Augusto, primo riconoscitore della divinità di Cristo, 
secondo la leggenda, e del pio Costantino che procacciò il primo 
trionfo politico della fede cristiana sul gentilesimo. Gli è che le 
gesta di lui erano fatte per provocare l’ammirazione, per eccitare 
le fantasie, e per porgere acconcio argomento alla poesia roman¬ 
zesca. La Far soglia di Lucano, come ho già detto, molto diffusa e 
spesso tradotta nel medio evo, benché ripiena di uno spirito av¬ 
verso a Cesare, pure contribuiva per la parte sua a divulgarne 
maggiormente il nome. Il troverò narrava volentieri 


De l’emperor Cesar, qui, par sa baronnie, 

Le plus du monde conquisi et mist en sa baillie. 


ficio de’ consoli, e dittatori, ed egli primo si fece chiamare imperatore 
L’opinione di Dantb non appar chiara dal v. 57 del c. VI del Paradiso, 
dove dice, parlando del sacrosanto segno dell’impero, 

Ceitn per voler di Soma il tolle ; 


ma ciò che della pena di Bruto e di Cassio narra nel c. XXXIV dell'/** 
ferno fa sospettare che anch’egli avesse Giulio Cesare in oonto di primo 
e legittimo imperatore. Secondo il Kaiserchronik (vv. 528*5) quando Giulio 
Cesare fu divenuto imperatore i Romani cominciarono a dargli del voi. 
Lo stesso si racconta nel Libro Imperiale. Dante, parlando a Cacciaguida, 
ricomincia 

Dal voi ohe prima Roma sofferie, 


(Parad ., c. XVI, v. 10), ma non accenna menomamente a Cesare. Ad esso 
accenna invece Fazio degli Uberti, quando dice, in un luogo del Ditta¬ 
mondo : 

B pensa anoor come perduto visse 
Colla sna Cleopatra oltre due anni 
Colui a cui ’l Boman prima voi disse. 

Brunetto Latini dice nel Tee or etto : 

Giulio Cesare maggiore, 

Lo primo Imperadore, 

Già non oampò da morte. 

Anche il Boccaccio ebbe Giulio Cesare in conto di primo imperatore. Nel* 
l’amorosa Visione si legge: 

Vedevsvisi appresso quanto e quale 
Già fosse stato Cesare tenendo 
la prima in Roma oAsio imperiale. 


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GIULIO OSSARI 


195 


Il giullare non doveva ignorarne la storia: Guiraut de Calenson 
nell 'enseinhamen ne lo fa avvertito: 

£ poi68 aprens 
Con cil den Rene 
En feron Julius fugir. 


E de Brutus 
De Cassms 

Con saubron lor senhor ancir. 

Altri trovatori ancora fanno ricordo della storia di Cesare (2). Nel 
Ro'man de Rou si legge (3): 

Cesar, ki tant fist e tant pont, 

Ki tnt le munt cunquist e ont, 

Vnkes nula hom[s], pois ne avant, 

Mien escient ne cunquist tant, 

Puis fu ocis en traisun 
E1 capitoile, ceo sauum. 

Dante pone Cesare armato con occhi grifagni nel Limbo insieme 
con gli altri illustri dell’antichità (4). Tommaso di Saluzzo cosi 
parla di Giulio Cesare nel Livre du Chevalier errant (5): 

Chascun scet de voir et de certaìn, 

Et ce n’est mie certes en vain, 

Comment Cesar, le fort empereur, 

Par sa force, sena et valeur 
Conquist le monde entierement, 

Tout fu en son commandement, 


(2) V. Bibch-Himchtrld, Uebtr die den provenzalischen Troubadours dee 
XII. und XIII. Jahrhunderte bekannten epieehen Stoffe , Halle, ». 8., 1878, p. 25. 
(8) Ed. dell'Airousnra, voi. I, vv. 47-52. 

(4) Inferno, c. IV, v. 128. 

(5) Cod. della Nazion. di Torino L, V, 6, f. 205 r., col. 1*. 


I 


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196 


CAPITOLO Vili. 


Dont il raist tei ordonnance, 

Car devant n’avoit nulle sentence, 

Qu’Ytalien8 orent le gouvernement 
VII/ ans du monde antierement, 

Et pour celles ceuvres accomplir 
On puet pensar, sanz point mentir, 

Que ce ne fu sans grans vertus 
A monter si hault sanz reffas (6). 

L’autore del Libro Imperiale dice nel dar ragione dell’opera 
sua (7): « Onde, volendo passare tempo, e volendo rubare alla for¬ 
tuna gli accidiosi pensieri, io Gan dal Chastello, studiando sopra 
gli autori e quali parllano della reale e nobile città di Roma, la 
quale di begli esempli a alluminato el mondo, e letti gli affanni e 
le fatiche innistimabile onde Julio Giessare divenne del mondo 
singniore, disposi nell’animo mio cierchare che fussi di Cessare 


(6) Delle iodi di Giulio Cesare si potrebbero empiere molte pagine. Wack 
dice nel Roman de Brut, vv. 3909*18: 

Jalias Cesar li vaillans, 

Li fon, li proe, li oonquerans, 

Qui tant flst et t&nt faire pot, 

Que tout 1# monde oonqoist et ot; 

Onques bus hom, puis ne av&nt, 

Qne nona sapori, ne oonquiit tant. 

César fa de Rome emperere, 

B&ges et pros et bon donare; 

Pris ot de grant oevalerie 
Bt letrés fa, de gran clergie. 

Nè minore encomio ne fa H&iheich vok Wsldbu nella sua Eneide , 
vv. 13183-93: 

Von dem kaone Rèmoli 
and von Asoldò JtU1 
wart ein bére geboren 
an alien tugendeu di erkoren 
under alien sìnen m&gen, 
die dooh gròier éren phlàgen, 
dai was Jùljùs César. 
dai maoh man sagtn vor wàr, 
dai er der werlde vii betwank. 
es wàre ie sagene al se lank, 
wai er wunders worhte. 

(7) Cod. Casanat., p. 11 r., col. 1*. 


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GIULIO CIBARI 


197 


auto dopo le battaglie fatte ». Il Liber Augustalis ha in principio 
queste parole: « Primus igitur qui romanum arripuit imperium 
fuit Julius Gaesar, Lucii filius, valentissimus omnium principum., 
qui in vigore animi non habuit parem, nec ante se, nec post se ». 
Lo stesso Gola di Rienzo si dilettava di raccontare le storie di 
Cesare: molto li deleltava le magniflcientie de Julio Cesare rac¬ 
contare (8). 

La storia di Giulio Cesare diede argomento a parecchi libri nel 
medio evo. Nel XIII secolo Giovanni di Tuim compose una Hystore 
de Julius Cesar in prosa (9), compilata su Lucano e i commen¬ 


tarli de bello civili, de bello Alexandrino , de bello Africano , de 
bello Hispaniensi. Ma già prima possedeva la letteratura francese 
un romanzo in prosa, tratto da Lucano, da Sallustio e da Sve- 
tonio (10), contenuto in molti codici, e nel XIV secolo recato in 
italiano sotto il titolo: I Fatti di Cesare (U). Da Giovanni di Tuim 
principalmente, ma anche da fonti latine, attinse Jacot de Porest, 
autore di un Roman de Julius Cesar (12) in circa 9800 alessan¬ 
drini. Tutte queste storie, sebbene si tengano molto strette alla 
Farsaglia , pure, quanto all’intenzione generale, se ne scostano in 
modo notabile, essendo per Cesare piene di benevolenza e di am¬ 
mirazione. Quel tanto che di Cesare si narra nel poema dell’/w- 
telligenza deriva dal romanzo francese anonimo (13), ma forse 
anche da qualche altra fonte. Delle quattro parti che compongono 
il Libro Imperiale , due sono consacrate a Giulio Cesare, due ai 


(8) Vita di Cola di Riemo, 1. II, c. I, ap. Murat., Ani. ital., t. Ili 
col. 399. 

(9) Pubblicata non ha guarì dal Settegast, Halle, 1881. 

(10) V. Hietoire littéraire de la France , t. XIX, p. 686. 

(11) V. Bartou, Storia della letteratura italiana , voi. Ili, pp. 48-51. Questa 
versione fu pubblicata da Luciano Banchi nella Collezione di opere inedite 
9 rare , Bologna, 1863. Vedi una crìtica che di questa pubblicazione fece il 
Mossacta nel Jahrbueh fUr romaniche Literatur , voi. VI, pp. 109 segg. 

(12) L’unico manoscritto si conserva a Parigi nella Bibl. Nat., segnato 
Fr. 1457. V. Jolt, Benoit de Sainte-More et le roman de Troje , voi. II, pa¬ 
gine 383-5 ; Hist. liti, de la Fr., t. XIX, p. 681 ; Setteoabt, Jacos de Forest 
e la tua fonte, Qiom. di ftl. rom., voi. II, pp. 172 segg. 

(13) Bartoli, St. d. lett. it., voi. lì, pp. 325 segg. 



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198 


CAPITOLO mi. 


successori suoi sino ad Enrico VII, e di Giulio Cesare si narra 
lungamente nel Fiore d'Italia di Fra Guido e ne\Y Aquila volante. 
Anche nella Fiorita di Armannino Giudice si trova, verso la fine, 
la storia di Cesare, salvo che non vi viene a compimento. Nel 
Triumphe des neuf preux, curioso libro composto ai tempi di 
Carlo Vili (14), Giulio Cesare è posto insieme con gli altri eroi 
massimi, Giosuè, Davide, Giuda Maccabeo, Ettore, Alessandro Magno, 
Artu, Carlo Magno, Goffredo di Buglione. Il Libro de los enxem - 
plos ricorda (15) una storia intitolata: Las h'ufas de los pleitos 
de Julio Cesar , la quale pare sia andata perduta. Finalmente i 
fatti di Giulio Cesare porsero anche argomento a misteri: un Mi- 
staire de Julius Cèsar si doveva rappresentare ad Amboise nel 1500 
in presenza di Luigi XII (16). 

Caesar è, come a tutti è noto, il nome di una famiglia della 
gens Julia. Di quel nome già gli antichi diedero varie etimologie, 
narrando alcuni che il primo fondatore della famiglia fosse stato 
estratto dall’alvo materno con l’auto dei ferri chirurgici {caesus 
est, Caesar), altri che fosse nato con una folta capigliatura (cae- 
saries ), altri che avesse avuto occhi azzurri (Coesi oculi), altri 
finalmente ch’egli avesse ucciso con un sol colpo un cavaliere ed 
un elefante, combattendo. contro i Cartaginesi, i quali l’elefante 
chiamavano Caesar. Nel medio evo lo straordinario nascimento, 
e la folta capigliatura, e gli occhi azzurri si attribuiscono a dirit¬ 
tura a Giulio Cesare. Di solito si dice che questi fU estratto dal 
ventre della madre già morta; ma l’autore del romanzo francese 
anonimo testé citato pare che accenni ad altro quando dice : « Cesar 
fu tant el ventre sa mere que il convient le ventre trenchier ainz 
que il en issist ». Nella cronica di Alfonso il Savio si recano cinque 
ragioni del perchè Cesare s’avesse quel nome (17). « Cinco razones 


(14) Fu stampato ad Abbeville nel 1487, a Parigi nel 1507. Ant. Ro- 
driguez ne fece una versione spagnuola. 

(15) CCLI1I. 

(16) Cabtibb, Mémoires de la Socitté des antiguaires de l’Ouest, 1841, 
pp. 243-5. 

(17) Parte 1*, c. CI. V. le varie opinioni seguitate dagli antichi in SrAK- 
ziano. Vita Aelii Veri, I. 


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GIULIO 0JE8ABB 


199 


ponen los Sabios porque fue dicho este nombre Cesar ». Le cinque 
ragioni sono : 1°, perchè Cesare fu estratto dal corpo della madre, 
« è en latin dizen scindere (1. caedere) por tajar ò ferir ò batir 
con verga ò alguna otra cosa tal »; 2°, perchè nacque capelluto 
« è en latyn dizen cesaries por vedya ò por cabelladura o por cerda 
de cabellos »; 3°, perchè cominciò la usanza di tagliarsi i capelli, 
■« porque fue el primero que cabellos se cerceno » ; 4°, perchè 
essendo nella prima giovèntù uccise un elefante, « è porque en 

griego dizen ceson por elefante tomaron los sabios desta palabra 

« 

Cesar » ; 5°, perchè vinse ed uccise tanti nemici quanti nessun 
altro capitano mai, « è porque dizen en latyn corno oystes cedere 
por bater ò por ferir tomaron segund esto desta palabra cedere 
Cesar ». In una cronaca inedita, intitolata Flos Mundi (t8), la na¬ 
scita di Cesare è narrata in assai strano modo. « Abans que Julius 
Cessar nasques ac .1. dia en la ciutat de Roma gran bregua entra 
ells que y mori gran gent. Et quant fo pasada la bregua, anant .1. 
cavaler per la ciutat, en tra los morts viu gaer una dona morta, 
qui era prenys, e viu que li balugava la criatura dins la ventra. 
E deveyla del cavayl, e obri la dona, e trach li la criatura, e ago 
fo al temps de iuliol, e per lo nom del mes meseran nom a aquella 
criatura Iulius, e per tal com la dia en enans qu’ell nasques eran 
estate pecegats son pare e sa mare, e meseran li sobra nom Cesai'. 


(18) Cod. della Bibl. Nat. di Parigi, Esp. 46, f. 74 r e v. Il titolo di Flos 
mundi fa già erroneamente attribuito ad una cronaca catalana, secondo 
avverte il Suohibb in un luogo del primo volume dei suoi Denkmàler prò- 
vemalischer Lileratur und Spraehe, ma io credo che l’error sia stato pro¬ 
vocato da un errore del catalogo. Essa cronaca è in sostanza tutt’uno con 
quella pubblicata dairAnnt sotto il titolo Compendi historial de la Bibita, 
Barcellona, 1873. Il racconto romanzesco della nascita di Giulio Cesare si 
trova, oltreché in questa, al c. 83, anche in una Bibbia Guascona (o piut¬ 
tosto una storia fatta sulla Bibbia?) contenuta nel cod. A, f, 4 della Biblio¬ 
teca di Ginevra. A proposito del nome di Cesare leggesi nel Fiore di filosofi 
(testo del Cafpblli, pp. 22-3) : * Julio Cesare fu tagliato di corpo alla madre, 
e perciò fue chiamato Cesare. E dicea un filosofo che quegli che nasoono 
in quel modo sono più avventurati che l'altra gente ,. Nelle Novelle antiche 
del Biaoi (LXXXIII, p. 36) la favola è trasportata, certamente per isbaglio, 
a Scipione l’Africano. 



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200 


CAPITOLO Vili. 


En axi ac nom Julius Cesar. E quant saberan que era estat de bon 
linatga nodriren lo be ». Abbiamo in tutto ciò un esempio della 
tendenza che ha la fantasia popolare, e l’erudita ancora, a dare ai 
grandi uomini origini singolari e meravigliose. 

Delle guerre combattute da Giulio Cesare si narra molto diffu¬ 
samente, come dal gusto del tempo si richiedeva. Secondo le varie 
cronache nazionali, egli, prima di trionfare, pati grandi sconfitte 
in Gallia, in Germania, in Bretagna ; ma alla lunga nessuno poteva 
resistergli. Non mette conto tener dietro a queste narrazioni pro¬ 
lisse, piene di particolari favolosi, ma assai poco istruttive, e punto 
dilettevoli. 11 solo valore ch’esse abbiano sta nel sentimento di 
amor patrio di cui sono ripiene, e di cui fanno testimonianza ono¬ 
revole. Un breve cenno in proposito potrà dunque bastare. Secondo 
le già citate Chroniques de Toumay (19), Giulio Cesare.non riesce 
ad espugnare la città di Toumay, che strenuamente si difende 
contro l’armi romane, se non con l’aguto di parecchi principi di 
Francia, di quattro re d’Africa, che si traggono dietro centomila 
uomini, e persino dei diavoli dell’inferno. Nella Kaiserchronik si 
narra (20) come Giulio Cesare trionfò dei varii popoli di Ger¬ 
mania, ma seppe in pari tempo, con la mitezza e generosità di 
cui diede prova, conciliarsi l’amore dei vinti. Respinto dai Ro¬ 
mani, che non lo vogliono ricevere in città, Giulio Cesare ri¬ 
corre ai suoi amici Tedeschi. Dalla Gallia e dalla Germania ac¬ 
corrono i baroni armati in suo ajuto: 

Dó sie virn&men slnen willen, 
dò samenten sich die suellen 
ùzir GalliA und ùzir Germanie 
hòmen schare manige 
mit schtìninden helmen, 
mit vesten halspergen. 


(19) L. II, c. 3-7. 

(20) V. 255 segg. 


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GIULIO OE8ABS 


201 


sie leitten manigin schónin schildes rant 
zno Lancparten in daz lant (21). 

Col loro ajuto Giulio Cesare trionfa dei suoi oppositori. Da indi in 
poi i Tedeschi furono sempre amati in Roma (22). 

(21) Nel testo più antico di Vorau, pubblicato dal Diemer, Vienna, 1849, 
»i legge il Terso: 

o * 

ala ain flnt uoren ai zerome indaz lant. 

Lo stesso si narra nell’ Annolied. V. Hopthahk, Fundgruben fdr Geschichte 
deutscher Sprache und Litteratur, Breslavia, 1880-7, voi. I, p. 251. 

(22) La letteratura popolare olandese possiede un curioso libretto, inti¬ 
tolato De schoone fustorie van Julius Cassar en de Remeynen, del quale non 
sarà qui fuor di luogo il dare un cenno. Ne parla il Mone ( Uebersirht der 
niederldndischen Volks-Literatur Slterer Zeit, pp. 85-6) che ne dà per disteso 
il lunghissimo titolo. Egli non ne registra che una sola edizione, che è 
quella stessa posseduta da me (Tot Gend, by J. Begyn, s. a., in-8°, 80 pp. 
a 2 col., in parte got., fig.), ma altre ce ne furono certamente, giacché 
questa reca nel frontispizio: * Van nieuws overzien en op vele plaetsen 
verbeterd ». Fa da prefazione una breve Vita di Giulio Cesare, storica nella 
sostanza, e nella quale si dice che la susseguente narrazione è tratta, anzi 
tutto dai libri dello stesso Cesare, poi ancora da vecchie scritture conser¬ 
vate in chiostri e collegi. In una noterella è riportata la favola dell'estra¬ 
zione dal ventre materno: “ Julius teas gesneden uyt zyns Moeders Lichaem 
noer boere deod, en daerom is hy Caesus genasmt, dot is Gesneden , maer 
tsaermals noemde tnen hetn Caesar, en naer hem zyn alle Keyeer Caesars 
genaemt .. Il racconto comincia con la spedizione di Cesare nelle Gallie, 
e più particolarmente nella Gallia Belgica, così denominata dalla città di 
Belgis, fondata da Bavo, fratello di Priamo. Si narrano per disteso le 
guerre ivi combattute. Prendono parte all’azione un Ursarius e un Andro* 
madas, re entrambi dei Belgi, ed altri personaggi favolosi. Segue la epe* 
dizione di Giulio Cesare in Bretagna, poi si narrano le altre imprese com¬ 
piute in Gallia, il ritorno in Roma, la morte. Si aggiunge un compendio 
della storia posteriore, più particolarmente del Belgio, e un cenno circa 
la diffusione della fede in questa provincia. Chiude il racconto una notizia 
delle città belgiche principali. Qui a piè di pagina è un’avvertenza che dice 
doversi il libro usare per Y insegnamento nelle scuole: * Deze Historie 
van Jouus Cassar zal tot onderwys der Jongheyd mogen herdrukt en in 
de Schoolen geleert worden. F. J. Malfboid. Kanonik der Kathedrale Kerke 
fon & Baefs, Boekkeurd ,. Da ultimo è una breve descrizione dei Paesi 
Bassi e dei costumi dei loro abitanti. Altre storie e leggende nazionali 
potrebbero essere ricordate. Viecehzo, vescovo di Cracovia (m. nel 1228), 
racconta nella Cronaca (ap. Biblowbkt, Monumenta Poloniae , t. Il) che il 



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202 


CAPITOLO Vili. 


Le imprese veramente compiute da Giulio Cesare non sembrano 
più bastare alla sua gloria, e se ne inventano di nuove. Enenkel 
racconta che egli vinse i Monocoli, o Sciapodi, noti nella etnografia 
fantastica del medio evo (23), e li ricacciò sino in India. Nel Libro 
Imperiale si parla (24) di certe spedizioni che Giulio Cesare aveva 
in animo di fare. « Appresso pensava andare verso e turchi (25), 
per mezo della Magiore Erminia (26), per vendicare la morte di 
Crasso e degli altri Romani ». Armannino Giudice racconta nella 
Fiorita (27) che Cesare, dopo aver conquistato Francia, Inghilterra, 
Germania e Ungheria, domò i Tartari, i Goti, i Garamanti, e con¬ 
quistò Tlndia maggiore e la minore, dove « gli venne incontra lo 
prest Jan san$a alcuna arme, ma humilemente e con grande ri¬ 
verenza, però ch’egli avea dagli suoi indovini che Cesare per voglia 
di dio tucto il mondo dovea conquistare ». Dopo di ciò Giulio Ce¬ 
sare si spinge sino al Caucaso, e giunge alla regione di Gog e 
Magog. È noto che anche Alessandro Magno fu fatto arrivare al 
paese di Gog e Magog; la leggenda di Giulio Cesare si allarga a 
spese di quella di Alessandro Magno. Del resto il remoto Oriente, 
paese di meraviglie, esercitava una irresistibile attrazione su tutti 
gli eroi leggendarii: Carlo Magno giunse nella leggenda sino a Ge¬ 
rusalemme, ma Artù arrivò nel cuore dell’Asia. 

La guerra contro Pompeo è narrata per disteso nelle varie 
opere citate più sopra. Secondo riferisce Alberto Stadense nel 
Chronicon, alcuni credevano che Cesare avesse assediato Pompeo 


figlio del secondo Lescek vinse Giulio Cesare in tre battaglie. Questi diede 
al vincitore la propria sorella Giulia in isposa, la quale edificò due città, 
Julius e Julia. Da tali nozze nacque un figliuolo che ebbe nome Pompilio. 
Giulia fu poi ripudiata, ma Pompilio succedette al padre nel dominio. 

(23) Aulo Gellio poneva gli Sciapodi nell'estremo Oriente, Solino nel* 
l’India, Plinio, Esichio, Sant’Agostino, Isidoro di Siviglia li ponevano in 
Africa. V. Bebgeb db Xivbbs, Traditions tératologiques, Parigi, 1836, pa¬ 
gine 90-2. 

(24) Cod. Casanat., 1. II, c. 21, p. 22, col. 1*. 

(25) Col nome di Turchi si trovano spesso designate molte e varie po¬ 
polazioni dell’Asia. 

(26) L’Erminia maggiore era l’Armenia maggiore. 

(27) Cod. Laurenz. pi. LX1I, 12, conto XXX, f. 236 r. 


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I 


GIULIO OK8i.BE 203 

in Roma, e citavano un verso da lui composto in quella occa¬ 
sione, il quale diceva: 

Te tero, Roma, manu nuda, date tela, latete. 

Degli onori tributati a Cesare dopo le sue grandi vittorie si parla 
anche frequentemente. Nei Gesta Romanorum si fa ricordo (28) 
di una colonna che il popolo romano gli dedicò l’anno ventesimo¬ 
secondo (sic) di Roma (29). Bisogna leggere nel Libro Imperiale 
la narrazione delle onoranze che si fecero a Cesare, quando, vit¬ 
torioso, tornossene a Roma; e poiché le stampe del Libro Impe¬ 
riale sono assai rare, siami lecito di riportarla qui per intero (30). 

« Lee trionfi e quali apparecchiorono e Romani a Cessare e 
della morte di Sexio figliuolo di Ponpeo. Cap. 8. 

« E Romani apparecchiorono all’onore di Cessare cinque trionfi, 
benché dall’uno all’altro mettessino alchuno dì di tempo per più di- 
lunghare la onorevole festa. Lo primo fu per la vittoria di Francia, 
lo sechondo fu per la vittoria di Tesaglia, el terzo fu per la vittoria 
d’Erminia, dove mori Farnacie re (31), lo quarto fu per la vittoria 
d’Africha, dove morì Giubba re di Linbia, lo quinto fu per la im¬ 
presa d’Aimunda, dove mori Ingnieo e Sexto, benché non mori Sexto 
in bataglia; anche dopo la impresa d’Aimunda fuggi alla marina e 
chapitò a una isola signoreggiata d’Agrippa di mare, la quale, ve¬ 
dendolo, lo sgridò e disse: Honde vieni, misero? che vai erando? 
che per tua viltà no meriti esser chiamato figliuolo di sì fatto 
padre; e perchè a viltà ti se’senpre dato dengna chosa è che vil¬ 
mente muoia, cioè pelle mani d’una femina. Allora cliosi diciendo 
chon una mazza turchiescha l’uccise. Ora torniamo a nostra materia. 


(28) Cap. 97. 

(29) Questo medesimo errore si trova nel Liber moralixationum histo - 
ria rum dell’HoLKOTH, ed. del 1856, Moralitas, HI. 

(30) Cod. Casanat., 1. I, cc. 8-13, p. 14, col. 2*, a 16, col. 1*. Cf. le de* 
scrizioni che de’ trionfi fa Roma nel 1. II, c. 3 del Dittamondo. 

(31) Il cod.: famante, ma altrove: fornacie. 


P 


t 


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204 


CAPITOLO Vili. 


« Del primo trionfo ch'ebbe Cessare all* entrare di Homa. 
Cap. 9. 

« Apparecchiati che ebbono gli Romani gli trionfi, Cessare si misse 
uno vestimento porporeo vermiglio tutto, hornato di margherite, 
e in chapo si misse una chorona di foglie d’alloro a chapo scho- 
perto. Apresso salse in sun un charro tutto lavorato e messo ad 
oro, menato da quattro destrieri bianchi. Dinanzi andavano tutt’i 
ballatori, armeggiatoli, et ongni giente festa faceva con infiniti 
stormenti (32). Appresso al charro andavano tutti gli ufidali di 
Roma cho’ luminari in mano, e dall’altro lato andavano donne e 
giovane faciendo festa. Drieto a lui venivano tutti li principi et ba¬ 
roni ch’erano stati presi nelli assedi et nelle battaglie. Et chosì 
andando tennono verso el Chuliseo, dove scese del charro et entrò 
dentro chon molta riverenzia ringraziando gl’iddìi di tanta vittoria. 
Apresso donò alli sacierdoti quello chavallo chol quale avea senpre 
chonbattuto, el quale fu chosa mostruosa, perchè aveva nel chapo 
uno chorno chol quale sempre feriva gli nimici, ed avea due chode 
e fu di pelo baio (33). Poi donò ai sacerdoti, ricevendo in onore 
degli iddii tutt’i prigioni. Apresso, fatto solenne sagrificio rimontò 
nel charro, e passò sotto all’archo trionfale, lo quale aveva fatto 
fare el popolo in onore di Ciessare, ed era tra 'Palagio maggiore 
e ’l Chuliseo. Passato ch’ebbe l’arco disse Ciessare di sua bocha: 
Delti due triunfi neghati siamo all’uno, chome volessi dire: morti 
sono choloro che mi negharono l’onore dell’acquisto di Francia. 
Andando in Chanpidoglio siedè nella sieda de’ dittatori, et quivi 
per quella notte alberghò: lo giorno all’alba tornò alle sue proprie 
abitazione. 

* Del sechondo trionfo chominciando alla Minei'va. Cap. 10. 

« Lo sichundo triunfo fu per la vittoria di Tesaglia, et questo fu 
a tre di apresso al primo' (34). El quale s’aparecchiò alla Minerva, 
dove andando Cessare, e pontefici el choronaro per brivilegio di 


(32) Meglio forse il cod. Marciano: tutti e ballatori e ormeggiatori chon 
gente festereccia chon infiniti strumenti. 

(33) Il famoso Bucefalo di Alessandro Magno è qui usurpato da Cesare. 

(34) Il cod. t per errore: sechondo. 


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GIULIO CESARE 


205 
% 

chorona d’alloro, et missogli in dosso un vestimento biancho d’un 
drappo turchiesco, in abito pontifichale: poi sali Cessare in uno 
destriere, el quale rechava e sachrifici al tenpio, nel quale non era 
lecito a ninno salire. Questo era choperto di porpora vermiglia. 
Apresso e sacerdoti portavano sopra il chapo uno padiglione di 
seta vermiglia, et cholle luminare de’ sacrifici, et cho’ sopradetti 
honori andarono in Chanpidoglio ; et al salire di Chanpidoglio disse 
Cessare queste parole: Honore di chocente travaglio; chome vo¬ 
lessi dire: ho Roma, di che mi fai honore? della terra choperta 
nel chanpo di Tesaglia della charne et del sangue de’ tua et de’ 
mia cittadini? Apresso siedè nella sedia (35) de’chonsoli, e tornò 
alle sue abitazioni. 

« Del terzo trionfo chominciando alle sua abitazioni. Cap. 11. 

« Et presso alli cinque di seghuenti ebbe et el terzo trionfo pella 
vittoria di Linbia. Per questo si levò dalla sua chasa, e fu in questo 
modo. Quattro chavagli portavano una sedia tutta lavorata ad oro, 
nella quale sedeva Cessare vestito d’uno palio ad oro di nobile 
lavoro. Sopra el chapo gli portava uno chavaliere uno stendardo 
tutto ad oro, con una aquila nera, sotto la quale insengna aveva 
avute sue vittorie ; et chosl cho molti stormenti, et achonpangnato 
da tutti e chavalieri di Roma andò in Chanpidoglio, dove, chome (36) 
giunse, siedè nella sedia de’ sanatori, la quale dengnamente avea 
aqnistata per lo re Giubba ch’era cittadino di Roma, et in quello 
anno chiamato senatore; et levandosi disse di sua bocha: Grande 
fu la potenzia de’ mia chome la torre. Questo volle dire richor- 
dandosi di quelli alifanti, e quali assenbrò lo re Giubba a Char- 
tagine, che per lo ’ngegno de’ sua chavalieri furono tutti spa¬ 
ventati. 

« Del quarto trionfo ch'ebbe Ciessare chominciando a Pan- 
teone. Cap. 12. 

< El quarto trionfo fu di sei dopo il terzo, et questo si chominciò 
al tenpio del Panteon, dov’era rorrigine di tutti gi’iddii. Oggi si 


(35) 1] <*od., chiesa. 

(36) Il cod., che me de. 


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206 


CAPITOLO Vili. 



chiama santa Maria Ritonda. Cessare sali in un charro d’avorio 
intagliato cholle storie troiane, e tirato da quattro alifanti tutti 
choperti di chandido ermellino, e ’ndosso avea uno vestimento ad 
agho lavorato chon grande maraviglia, lo quale avea fatto la reina 
Ames per amore che portava a Cessare. Et andando a Chanpidoglio 
colli sopradetti honori, et cholle chorone dell’alloro in chapo, nel 
salire di Chanpidoglio disse queste parole: Andai, viddi et vinsi. 
Questo disse perchè grande maraviglia gli parve, perchè lo re Far- 
nacie con tutti gli Ermini furono vinti in meno di quattro hore. 
In questo quarto trionfo siedè nella sedia de’ dittatori, perchè li 
pretori aveno scritto a Farnace chonfortandolo contro a di Cessare. 

« Del quinto et ultimo triunfo inchominciato in Chd[ri)po di 
marzo. C. 13. 

« Lo quinto et ultimo trionfo si chominciò in Cha[n]po di marzo, 
perchè nel detto luogho Ponpeo avea più volte neghato a Cessare 
il trionfo. Quivi salse in un charro choperto di porpora, choperto 
d’un gram padiglione ad oro con aquile nere, ed intorno al padi¬ 
glione pendevano molte charte bianche. Nel mezo n’era una a let¬ 
tere d’oro, la quale dicieva : chomanda , et chome singnore sarai 
ubbidito ; et chon gli detti honori andò in Chanpidoglio ; ed al pas¬ 
sare della strada Apia di Chanpidoglio gli fu messo sotto el charro, 
lo quale tirava correnti destrieri, uno giughante, el quale avea 
presso Cessare nelli stormi, el quale mori del peso del charro. 
Giunto in Chanpidoglio siedè nella sedia inperiale. Et usanza era 
in Roma che quando alchuno ricevea trionfo hogni persona gli 
potea dire quanta villania voleva, et questo si facieva perchè niuno 
si levassi in superbia. Per tema niuno ardiva questo dire a Ces¬ 
sare; ma uno si levò et disse: Iddio ti salvi, reyna. Questo disse 
perchè Nichodemo re di Belchime (37) lo tenne, quando era gio¬ 
vane, chome moglie. Di questo Cessare si rise. Allora gli fù posta 
la chorona inperiale a dargli ad intendere ch’egli era singnore de 
Roma et de’ chomuni del mondo. Et allora chominciorono a tro¬ 
vare per lui quello parlare che dicie vos, che insino a quel di 


(37) Intendi Nicomede e Bitinia. 


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GIULIO OSSARI 


207 


giammai e Romani non arebbon detto a persona altro che tu; hora 
inahominciorono a dire chon Cessare vos. Poi lo stabilirono a tutti 
gli ufici et feciono gienerale singnore Cessare del tutto, et chome 
a singnore gli portavano riverenza, dimentichando ogni loro fatto 
passato; et in questa quinta sedia tenne l’onore de’ tribuni, sicché 
Cessare honnia erat, et ongni honore et ongni singnoria rice¬ 
vette » (38). 


(38) Il racconto del Libro Imperiale non deriva da fonti francesi. Cf. quanto 
dei trionfi romani si dice nella Hystore de Julius Cesar di Giovahici di Tuim, 
ed. del Ssttbgast, pp. 8-10. Jacot de Fobest racconta nei seguenti termini 
il trionfo di Cesare dopo la guerra di Spagna (ap. Jolt, Op. eit ., voi. II, 
pp. 890-1, n. 3): 

Quant li pala d’Bspagne fa tresto* aqaites 
Et qae Cesar ot toas ses anemie matez 
Et ae entree se fa si en paia record e* 

Qae de nalai ne fa gnerroiez ne greve* 

Lo re est li ber k Some en joie retornes; 

Si fa dono reoeas k Rome et bonores 
Del ator da triomphe qai li fa presente* 

Li triomphes oest oe qn’ainpois qu’il fast entree 
En Some la oitd contro lai est' alle* 

Et li poeples de Home et t rea tour li ber nes. 

Et ai li fa un ohars contro lai amene* 

Qai tos estoit d’argont et d’or enlomines, 

Et ITTI blano ohevaus i avoit aoonplec 
Qae por trai re le ohar i avoit ajouste*. 

Et qnant Cesar li ber fa vestas et pare* 

A vesteore d’or sor le ohar est monte* 

Et tos lee poeples iert entor lui ajonste*. 

Ensi oom ooastnme iert Cesar lor a conte* 

Lee estors qu’il a Caia, ces a briement nome* 

Lea barone et les prinoes qae U avoit matez, 

Et les pala ausai qa’il avoit oonqneates; 

Et qnant ipo lor ot oonté briement asse* 

Loro fu de tot le poeple hautement salnes, 

Et prinoes et poiseane hautement a pelei. 

8’ot entor lai gran* ohans et gran* dedois mene*, 

Si ot timbres, tabors, coro et flaios sonno*. 

Si en est panni Roma en tei guise passe* 

Tant qa’au mais tre palaia de Rome est arcete*, 

Et loro desoent da ohar, si monte les degres 
Don palaia prinoipal qai de marbré est pavé*. 

Et qnant en* el palaia ot trestos assemblei 
Lee barone de la cit, gran* dona lor a donec 
Si a terrea et fisa as piusora divise* ; 

Et adono fa Cesar esina et eeleves, 

▲ emperear fa de Some ooarones. 

8’ot dono U ber empliee ses piuse ars volontà* 

Por qae de Some fa emperere a pelei. 



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208 


CAPITOLO Vili. 



Fatto imperatore, Cesare riforma le leggi, gli ordinamenti, i co¬ 
stumi, edifica, apre strade (39) e porti, tutto governa, a tutto prov¬ 
vede. Dice Armannino Giudice che Cesare fermò la gerarchia dei 
re, duchi, marchesi, conti, principi, cattani e valvassori (40). Che 
il mese di luglio prese il nome da lui non si dimentica (41); ma 
la gloria militare offuscò alquanto la gloria letteraria del gran ca¬ 
pitano. Benché conosciuti, i Commentarti non sono tra i libri più 
frequentemente citati nel medio evo (42). 


(39) In più di un romanzo francese Giulio Cesare è ricordato quale autore 
dei chemins ferris. 

(40) Fiorita . conto XXXII. Un libro delle armi e degli stemmi delle 
famiglie illustri di Francia, stampato a Parigi nel 1645, è intitolato: Le 
Cesar armorial. In fronte al volume una incisione rappresenta Cesare com* 
bàttente, sotto a cui le parole : Sed quid contro aonantem Coesori» aegidatn 
possent ruentes. 

(41) Isidoro di Siviglia, Etymol., 1. V, c. 83; Bbda, De dio. temp ., De rat. 
comp., c. 7, De rat. tem., c. X, ecc. Filippo di Thaun dice nel Livree dee 
Créatures (ed. cit., p. 32): 

v 

Maia Jalias chi pale fod iloo dax 
Al sedine moia poeat son noma, Jnil l’apelat 
Par 90 qa'il fod net en nal qae ai carnet. 

• 

Quanto alla significazione dei nomi latini dei mesi, nel medio evo, in ge¬ 
nerale, si accettano le spiegazioni date già dagli antichi (V. tuttavia 
quanto a proposito del mese di Gennajo si è notato nel oap. VI p. 171). 
Lo stesso dicasi dei nomi di calendae, nonae, idue, ecc. Filippo di Thauh 
(p. 83) dice che nelle calende si facevano venire a Roma gli abitanti di 
tutto il regno, 

Treataz ioels del regnet k Rome la oitet. 

(42) Parlando della città di Astronomia, Ohobio Augostodubbrsb dice nel 
suo trattato De animae exilio et patria: * In hac Julius computum explicat, 
per quem annos «acculi per seriem Regum enumerai , (ap. Pbz, Thee. 
anecd. noviss., t. II, parte 1*, col. 231). In un poema francese del computo, 
opera di un RaQf db Linhak, conservato in un manoscritto di Glasgov, si 
dice del mese di Febbrsyo: 

Ore fot ben a demandar 
Par qaai l’em fiat amenosier 
Plue fevrer qae an aatre moia; 

Pur la nobile de dens roU 
La reaon voue (en] voil maatrer : 

C&r cheeenn an, en fevrier 

Li Bagree et U meeoreane 

Ové lear femmee, of (sic) lear enfans 


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GIULIO CBS A RE 


209 


Una leggenda italiana, anzi fiorentina, attribuisce la fondazione 
di Firenze a cinque signoìH di Roma, Cesare, Macrino, Albino, 
Gneo Pompeo, Marzio, che tutti insieme avevano combattuto contro 
Catilina. Che Giulio Cesare non fti in tutto estraneo alla congiura 
di Catilina è noto; ma in questa leggenda si assume il contrario 
e si costituisce Cesare campione e tutore di Roma. Giovanni Vil¬ 
lani, narrata, sulla fede di Sallustio, la congiura, la disfatta e la 
morte di Catilina sotto Fiesole (43), passa a dire della guerra che 
segui tra i Fiesolani, i quali avevano seguita la parte del ribelle, 
e Quinto Metello e Fiorino, nobile cittadino di Roma della 
Matta de' Fracchi , ovvero Floracchi. Questo Fiorino è, come 
ben s’intende, personaggio tutto fantastico. L’assedio di Fiesole 
dura molti anni, sinché i Fiesolani disperati, una notte, danno 


A Belaebub e à Platon 
Feeoi[e]nt sscrifloe et doan 
Et par le fet qae firent oil 
Fast fevrer tena plas vii 
Et de joara amenaser (sic) 

Car trop i avoit le maafee. 

Vi si dà anche l’etimologia del nome delle calende: 

Jadis solai(e]nt la gent 
De Somme [tot] oommonemeot 
En ohesonn moie le joar premier 
Par tot gran feste celebrar, 

Et ohesonn aatre esorivoit 
Ke aoan (tic) don qae à lai feeoit 
Ke bon etir Dea lar don&st 
Tant oom oel moia dnrast; 

Et oel joar, poar si grant boanté, 
Joar de Rai end es fast nomé, 

Car oeo mot en gra kalon 
En romaants est à dire bon. 


(Pici. Mxtbb, Deuxième rapport sur une mission littéraire en Angleterre et 
en Écosse, Archivee de» missione scientiftques et littéraire», 2* serie, voi. IV, 
pp. 161*2). — Il medio evo conosceva i commentarli De bello gallico e De 
Mio civili ; ma molti ignoravano che fossero quegli stessi composti da 
Giolio Cesare, e li attribuivano a Giulio Celso, che in luogo di Giulio 
Cesare si trova spesso citato (v. Hobtis, Studj sulle opere latine del Boc¬ 
caccio, pp. 418-4). 

(48) Ist. Fioroni., 1. I, cc. 80-32. 

Osar, Roma . 14 



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210 


CAPITOLO Vili. 


l’assalto al campo romano, da cui erasi partito Metello con le sue 
genti, e uccidono di sorpresa Fiorino e quasi tutti i suoi. Allora 
muove alla espugnazione di Fiesole, mandatovi dai consoli, dai se¬ 
natori e da tutto il comune, Giulio Cesare insieme con Rainaldo 
conte, Cicerone, Tiberino, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Gamer- 
tino, Sezio conte Tudertino. « Cesare si pose a campo in sul monte 
che soprastava la città, che è oggi chiamato Cecero, ma prima 
ebbe nome monte Ce saro per lo suo nome, ovvero per lo nome di 
Cicerone. Ma innanzi tengo per Cesare, però che era maggiore 
nell’oste. Rainaldo pose suo campo in sul monte allo incontro della 
città di là da Mugnone, e per suo nome insino a oggi è cosi chia¬ 
mato; Macrino in sul monte ancora nominato per lui; Camertino 
nella contrada, che ancora per li viventi e per lo suo nome è chia¬ 
mata Camerata. G tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno 
pose per sè suo campo intorno alla terra, chi in monte e chi in 


piano. Ma di più non rimase proprio nome, che per lo presente 
ne sia memoria ». Dopo alcun tempo, partitisi gli altri, Cesare si 
rimane solo all’assedio, e ordina che nella villa di Camarti, presso 
al fiume d’Arno, fosse edificato un parlatorio per potette in quello 
fare suo parlamento, e per una sua memoria lasciarlo (44). 


(44) La descrizione che il Villani ne fa (c. 36) ricorda quella che del 
Circo di Tarquinio Prisco si legge nei Mirabilia (v. cap. IV, p. 105) e si 
riferisce evidentemente ad un circo od anfiteatro di cui rimanevano ancora 
gli avanzi. Giulio Cesare, stando ad assedio a Fiesole, comandò ad alcuno 
dei suoi * che dovessero andare nella villa di Camarti presso al fiume 
d'Arno et ivi edificassero Parlatorio per potere in quello fare suo parla¬ 
mento, et per una sua memoria lasciarlo. Questo edificio in nostro vulgare 
havemo chiamato Parlagio. Et fu fatto tondo et in volte molto m&r&vi- 
glioso con piazza in mezzo. Et poi si cominciavano gradi da sedere per 
tutto attorno. Et poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi 
in fino alla fine dell’altezza, ch'era alto più LX. braccia. Et havea due 
porte, et in questo si ragunava il popolo a fare parlamento. Et di grado 
in grado sedeano le genti: al disopra i più nobili, et poi digradando se¬ 
condo le degnità delle genti; et era per modo che tutti quelli del parla¬ 
mento si vedevano l’uno l’altro in viso. Et udivasi chiaramente per tutti 
ciò che uno parlava; et capeavi ad agio infinita moltitudine di gente, e *1 
diritto nome era Parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma 
ancora ai nostri dì si ritrovano i fondamenti, et parte delle volte presso 


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GIULIO CIBARI 


211 


In capo di due anni, quattro mesi, sei di, Fiesole si arrende, e 

Giulio Cesare, distruttala, scende al piano, e comincia a edificare 

% 

una nuova città, acciò che Fiesole non fosse mai più rifatta (45). 
Sopravvennero gli altri quattro signori nominati di sopra, e fu da 
essi a gara costrutta la città, cinta di buone mura, provveduta 
d'acquedotti, insignita di un Campidoglio al modo di Roma; e 
questa fu poi Firenze (46). Ma a raccontare tale storia non fu primo 


alta Chiesa di Santo 8imeone in Firenze. Et infino al cominci&mento della 
piazza di Santa Croce, et parte de’ palagi de’ Peruzi vi sono su fondati et 
la via, che h detta Angiull%ja, che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo 
di quello pari agio ,. 

(46) Cap. 33*88. 

(46) Cap. 38. * Distrutta la oittà di Fiesole, Cesare con sua hoste discese 
al piano presso alla riva del fiume d’Arno, là dove Fiorino fu morto da i 
Fiesolani, et in quello luogo fece cominciare a edificare una città, acciò 
che mai Fiesole non si rifacesse; et rimanendo i cavalieri Latini, i quali 
seco havea arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani, i quali Latini, Tuderini 
erano appellati. Cesare dunque compreso lo edificio della Città, et messevi 
dentro due ville dette Camarti, et villa Arnina, voleva quella per suo nome 
appellare Cesarla. Il Senato di Roma sentendolo, non sofferse, che Cesare 
per lo suo nome la nominasse; ma feciono decreto, et ordinarono, che 
quegli maggiori Signori ch’era stati alla guerra di Fiesole, et allo assedio, 
dovessero andare a fare edificare con Cesare insieme, et popolare la detta 
Città, et qualunque di loro soprastesse al lavorio, cioè facesse più tosto il 
suo edificio, appellasse la Città di suo nome, o come a lui piacesse. Allhora 
Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, apparecchiati fornimenti et di 
maestri, vennero da Roma alla Città che Cesare edificava, et insieme con 
Cesare si divisero lo edificio in questo modo : che Albino prese a smaltare 
tutta la Città, che fu uno nobile lavoro, et bellezza et nettezza della Città. 
Et ancora hoggi del detto smalto si trova cavando, massimamente nel 
sesto di Santo Pietro Scheragio, et in Porta San Piero del Duomo, ove 
mostra che fosse l’antica Città. Macrino fece fare il condotto delle acque 
in ancora, facendole venire da lungi alla Città per VII. miglia, acciochè 
la città avesse habondanza di buona acqua da bere, et per lavare la Città; 
et questo condotto si mosse fino dal fiume detto la Marina a pie’ di Monte 
Morello, raccogliendo in sé tutte quelle fontane sopra Sexto, Quinto et Co* 
tornata. Et in Firenze faciano capo le dette fontane a uuo grande Palagio, 
che si chiamava termine caput aquae, ma poi in nostro volgare si chiamò 
Capaccio, che ancora hoggi in termine si vede l’anticaglia. Et nota, che 
gli antichi, per sanità usavano di bere acqua di fontane menate per con¬ 
dotti, perché erano più sottili et più sane, che quelle de’ pozzi, però che 
pochi, anzi pochissimi beveano vino, ansi acqua beveano di fontane per 



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212 


CAPITOLO Vili. 


Giovanni Villani; già altri l'aveva raccontata prima di lui, racco¬ 
gliendola, senza dubbio, dairantichissima tradizione (47). Poi lo 

sanità, menate per condotti. Et pochissime vigne erano ancora. Gneo 
Pompeo fece fare le mura della Città di mattoni cotti, et sopra le mura 
della Città edificò torri ritonde molto spesse, per ispatio dall’una torre 
all’altra di XX. cubiti, sì che le torri erano di grande bellezza et fortezza; 
et del compreso et giro della Città quanto fossi non troviamo Cronica che 
ne facci mentione; se non ohe quando Totile Flagellum Dei la distrusse, 
fanno le historie mentione che era grandissima. Martio l’altro Signore 
Romano fece fare il Campidoglio al modo di Roma, cioè Palagio, ovvero 
mastra fortezza della Città, et quello fu di maravigliosa bellezza. Nel quale 
l’acqua del fiume per gora con cavata fogna venia, et sotto volte, et in 
Arno sotto terra si ritornava, et la Città per ciascuna festa dallo sgorga- 
mento di quello era lavata. Questo Campidoglio fu dove è hoggi la piazza 
di Mercato vecchio, di sotto alla Chiesa, che si chiama Santa Maria in 
Campidoglio. Et questo pare più certo. Alcuni dicono che fu dove hoggi 
si chiama il Guardingo, di costa alla piazza del palagio del popolo et de* 
Priori, la quale era un’altra fortezza. Guardingo fu poi nominata l’anti¬ 
caglia de’ muri et volte, che rimasero disfatte dopo la destruttione di Totile, 
et poi vi stavano le meretrici. I detti Signori per avanzare l’uno lo edificio 
dell’altro con molta solicitudine si studiavano, ma in uno medesimo tempo 
per ciascuno fu compito. Sì che nessuno di loft) hebbe acquistata la grazia 
di nominare la Città per lo suo nome et volontà. Onde fu al comincia* 
mento por molti chiamata la piccola Roma, altri l’appellavano Fioria, 
perchè Fiorino fu quivi morto, che fu el primo edificatore di quello luogo, 
et fu in opera d’arme et di cavalleria Fiore, et in quello luogo et campi 
d’intorno, ove fu la Città edificata, sempre nascono fiori et gigli. Poi la 
maggiore parte delli habitanti furono consentienti di chiamarla Fioria, 
siccome fossi in Fiori edificata, cioè con molte delitie; et di certo così fa. 
però ch’ella fu populata della miglior gente di Roma, et di più sofficienti 
mandati per li Senatori di ciascuno Rione di Roma per errata, come toccò 
per sorte che l’habitassero. Et accolsero con loro quelli Fiesolani, che vi 
vollono habitare. Ma poi per lo lungo uso del vulgare fu nominata Fiorenza, 
cioè s’interpreta spada; et troviamo ch'ella fu edificata anni DCLXXXII. 
dopo la edificatione di Roma, et anni LXX. anzi la Natività del nostro 
Signore Jesu Christo. Et nota, perchè i Fiorentini sono sempre in guerra 
et in divisione tra loro, che non è da maravigliare, essendo stratti et nati 
di due popoli così hora contrarj et nimici, et diversi di costumi, come furono 
i nobili Romani vertudiosi, et Fiesolani, crudi et aspri di guerra ,. 

(47) V. i Gesta Florentinorum di Saniamomi, e l’anonima Chronica de ori¬ 
gine Civitatis, pubblicati dall'HAaTwio, Quellen und Forschungen zur SUesten 
Ge8chichte der Stadt Florenz , parte 1*, Marburgo, 1875. Nulla si sa cirea la 
origine della leggenda (V. quanto lo stesso Hartwig dice a pag. xv e segg. 


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GIULIO CBSAIIK 


213 


Psendo-Ricordano la ripete (48), ma con qualche diversità. Di¬ 
strutta Fiesole, Catilina fu vinto da Cesare presso Pistoja, e ri¬ 
mase morto sul campo: cinquecento anni dopo, Attila, ovvero To- 
tila (49), volendo vendicare la morte di Catilina, distrusse Firenze 
e riedificò Fiesole. A questo racconto si mesce la storia roman¬ 
zesca di Bellisea e di Teverina, moglie l’una, figliuola l’altra di 
Fiorino, re dei Romani, e degli amori di Catilina e del Centu¬ 
rione. Di questa storia in Giovanni Villani, e negli altri più antichi 
non si trova vestigio. La leggenda della fondazione di Firenze è 
ricordata anche n eWAmeto del Boccaccio, la guerra combattuta 
fra Romani e Fiesolani nell 'Avventuroso Ciciliano di Bùsone da 
Gubbio. Brunetto Latino ne parla nel Tesoro , e Dante accenna 
alla leggenda quando in bocca di Brunetto pone aspre parole di 
biasimo per 

.... quell’antico popolo maligno 
Che discese da Fiesole ab antico, 

E tiene ancor del monte e del macigno (50). 

Del resto, nelle tradizioni popolari Giulio Cesare passa per fon¬ 
datore di molte città, come, per esempio, di Siviglia, di Merseburg, 
di parecchie sul Reno (51), persino di Parigi. 


del suo scritto). Dai Gesta e dalla Chronica attinge il Villani ; ma il suo 
racconto è più diffuso. A proposito della nuova città, che Cesare avrebbe 
voluto chiamare col suo nome, nella Chronica si legge: * Senatoribus et 
consulibus Romanorum non permittentibus statuerunt quod unus ex nobi- 
libus civibus Romanorum muros civitatis deberet fieri tacere et turres cum 
depressas per girum murorum civitatis praedictae ad similitudinem urbis 
Rom&e. A1ÌU8 vero deberet fieri tacere Capitolium sicut erat in urbe Ro- 
man*. Aline autem deberet fieri tacere docceas unde duceretur aqua a longo 
per VII miti ari a, ut lavaretur civitas per unamquamque diem solemnem. 
Et aline deberet fieri tacere persalium, gardingum et termam sicut erat in 
orbe Roma ,. 

(48) Iti. Fior., capp. 14-21. 

(49) È noto come spesso nella leggenda si scambino Attila e Totila. 

(50) Inferno, c. XV, vv. 61-3. 

(51) Si enumerano nella Kaiterchronik e nella Veltchronik di Rudolf von 
Ems continuata da Hbinbich von MìJnchbn. Ruperto nella sna narrazione 



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214 


CAPITOLO Vili. 


Ma il fatto che sopra tutti gli altri si ricorda e si rinarra è la 
morte violenta di Cesare ; questa morte è nel medio evo vivamente 
deplorata, e gli autori di essa sono fatti segno alla universale ese¬ 
crazione. Nelle cronache si registrano diligentemente, seguendo gli 
antichi scrittori, i prodigi che precedettero ed annunziarono al 
mondo la grande sciagura; ma altri ancora, nuovi e maggiori, se 
ne inventano. Giovanni d’Outremeuse dice che Virgilio profetizzò 
il fatto ai senatori un anno prima che accadesse (52). In molte 
cronache si ricorda come alcun tempo prima della morte fosse 
scoperta in Capua la tomba del trojano Gapus (Capys), fondatore 


De incendio tiutiensi, dice a proposito della costruzione del castello di Deutz 
(Tiuze, Diucia, Tiutium): “ Porro de constructione castri diversa opimo est, 
aliis opinantibuB fuisse opus Julii Caesuris, aliis asserentibus, quod tem¬ 
pore, quo imperator Constantius et filius eius Constantinus expeditionem 
in Galiis habuerunt, constructum fuerit ab eodem Constantino, devictis 
Francis , (Ap. Paste, Script., t. XII, p. 682). La città di Julina (Wollin) 
sarebbe stata anche essa fondata da Giulio Cesare. Ebbonb, nella Vita 
Ottonie episcopi Babenbergensis (1. Ili, ap. Pkbtz, Script., t. Xll, p. 858) dice 
che in quella città si vedeva ancora la lancia di Giulio Cesare infìssa in 
una colonna, ob memoriam eius infixa servabatur. Anzi gli abitanti la vene¬ 
ravano ancora al tempo del vescovo Ottone (Monachi Frieflingensis Vita 
Ottoni episcopi Babenbergensis, 1. II, nel t. cit. del Pkbtz, p. 691). Magde- 
burgo fu fondata da Cesare (Annales Magdeburgenses, ap. Pkbtz. Script 
t- XVI, p. 143), e da Cesare ebbe il nome la Dacia (Annales Ryenses, ap. 
Pkbtz, Script., t. XVI, p. 392). Oltre a Siviglia, Giulio Cesare avrebbe fondato 
in Ispagna le città di Toledo, Segovia e Saragozza (V. la citata Cronaca 
catalana pubblicata dall’AitBR, c. 83). 11 Wksbmahn, in uno scritto intitolato 
Caesarfabeln des Mittelalters, Lowenberg in Islesia, 1879 (Progr.), distribuisce 
le leggende nate in Germania intorno a Giulio Cesare in tre classi : la 
prima, riguardante le città di cui Giulio Cesare è supposto fondatore ; la 
seconda, riguardante gli ordinamenti introdotti da lui; la terza, riguardante 
pretese discendenze da commilitoni suoi. Egli parla più particolarmente 
(pp. 7-27) delle leggende della prima classe; le città principali che si dis¬ 
sero fondate da Giulio Cesare sono Julich, Merseburg, Lebusa, Magdeburg, 
Jalin, Wolgast, Deutz, LiinebuTg, Harzburg. 

(52) Op. cit., voi. I, p. 235. “ A cel temps avient à Romme, quant ons 
fendoit I pain qu'ilh en issoit sane à fuison ; et braioient les biestes mues 
par les bois et altrepart, ilhs sembloient eistre enragiés. Et durat chu 
III jour9 et III nuites. Adont vienrent les senateurs à Virgile, et li priarent 
qu'ilh leur rosisi dire la 9Ìgnifianehe que chu signifioit. Et ilh leur dest 


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GIULIO C18AKK 


215 


di quella città, e come ci si trovasse dentro uno scritto, che an¬ 
nunziava alla fatta scoperta dover seguire la morte del più gran 
principe del mondo. Nel Libro Imperiale questa meraviglia è 
narrata con alcune particolarità che altrove non si hanno (53). 
«Una città [è] in Terra di Lavoro, la quale è chiamata Chapoa, 
tenendo el nome dal suo edifichatore Chapus, lo quale fu Troiano, 
e fu grande agurio. Egli nel suo tenpio fece fare uno sepolcro, el 
quale chollocò braccia dieci sotto al monte chapoano. Disopra la 
pietra scrisse lettere greche messe a oro : lo Chapus lascio questo 
segnio al mondo che giamai questo sepolcro non debba essere 
schoperto per insino a tanto che ’l primo imperio del mondo non 
fornisse la sua vita; e chome cholui per chui si pone questo segnio 
sarà ripieno d’infinito tesoro, chosi dentro da questo monte, lo 
quale naturalmente produce argento e oro e stagnio questo segnio 
in forma di sua sepultura ». Un giullare pazzo conferma a Giulio 
Cesare il significato della scritta (54). Ma i più numerosi e più 


que ij paino signifioit Julius Cesai re, qui seroit ocbis anchois I an acomplis, 
en tempie où ilh devroit faire reverenr.he à leurs dieu; et les biestes si- 
gnifioient que HI jours anchois sa mort venront diverses signe à Romme, 
et queli peuple ploroit Julien Cesaire apres sa mort ,. 

(53) Coti. Laurenz., pi. XLIII, 21 f. II r. Cf. la Cronaca di Alfonso il Savio, 
parte 1*, c. CVI. V. 8vbtonio, Caés ., 81. 

(54) Il terzo segno nel Libro Imperiale così si descrive (cod. II, IV, 281 
della Nazion. di Firenze, f. 16 r. e r.) : * 11 quarto giorno stette Cesare in 
gran solazzo, quasi dimenticando ogni segno a lui apparito. Et aveva Cesare 
la donna; di chui gente fosse non troviamo. La notte si choricò con lei in 
gran solazzo, et il tempo era pulito et chiaro. Et eccho nella mezzanotte 
si levò uno terribile vento; ma non fu solo, che tutti insieme chombatte- 
rono li venti, et la mattina segguente doveva essere la morte di Cesare. 
Udendo Cesare tale tempesta si fu svegliato, et ascoltando el tempo aperse 
tatto le finestre del palazzo, et parevagli che moltitudine di gente fosse 
P^r la sala; onde si levò, et come ardito et francho vigborosnmente s'armò 
et andando per la sala fino alle finestre non trovò persona. Et udiva voci 
per l’arie dicenti: Domani a morte sarà chi non si ghuarda. Cesare aveva 
pin volte uditi spiriti parlare, perchè era grande negromante, et però non 
li parve cosa nuova quelle voci. Onde riserrò le finestre, e tornossi a ri¬ 
posare nel letto „. Altro segno della imminente sciagura è la morte del 
cavallo col corno in fronte. 



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216 


CAPITOLO Vili. 


strani prodigi si trovano descritti nel già citato poema di Antonio 
Cornazzano De viris illuslrlbus (55). 

La nocte oscura circa l’hore sei, 

Ordinata la fraudo si sentirò 
Horribil voci in ciel gridare oimei. 

La terra come tracto un gran sospiro 
Fe terremoti, et con sanguinea chioma 
Faci per l’aria combattendo giro. 

Parlon le fiere, et uno agnel si noma, 

Carne, carne, gridò: nascendo un putto 
Disse a voce alta: Oimè, guai a te, Roma. 

Un bove al suo arator disse: A che frutto 
Tanto mi pongi, che el gran non pure uno, 

Ma in breve el seme uman mancherà tutto? (56) 

Piobber sassi di cielo, e in color bruno 
Tre dì pel Tevre andar saltando draghi: 

Lì non rimase navarolo alcuno. 

Mille altri mostri et errabondi e vaghi: 

Par ch’ogni specie in drieto si ritocha 
Come mutata per versi di maghi. 

Viva col capo human naque una porche, 

Un putto colla testa d’elefante; 

Un ladro morto pianse in sulla forcha. 

Sulla moneta ben stampita errante 
Mutonsi i volti imperiali allegri, 

E dolorosi si guardon le piante. 

Cambionsi i lupin bianchi in lupin negri, 

El raessor della biada spiche accolse 
Rosse e piene di sangue i grani integri. 

La terra in certe parti si disciolse, 

E fe profondo abisso, ove una voce 
Sempre gemendo trenta dì si dolse. 


(55) L. IV, c. 2. 

(56) Ciò che qui si dice del bue e dell’agricoltore ricorda un prodigio 
consimile che si pone tra i segni annunziatori della venuta di Cristo. 


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GIULIO CESARE 


217 


Visto fa il ciel da sè schiapparsi in croce, 

Spargendo foco, onde temè el iudicio 
Del sommo padre la torba ch’el noce. 

Che dirò delle fiere al sacrificio 

Morte, che traete le ventraglie fuore 
Diè ognuna più di lui cattivo indicio? 

Cesar proprio alcun giorni anzi ch’el more, 

Ucciso uno agno per augurio d’esso, 

Cerchò gran tempo e non gli trovò il cuore (57). 

Nel Libro Imperiale si dice che la congiura fu tramata in luogo 
sotterraneo, che cosi si descrive (58) : « Quello luogho dove era el 
chonsiglio ragunato era sotto terra, sotto el palagio della ragione, 
ed era uno luogo fatto in tondo. Lo suolo di sotto era tutto lavo¬ 
rato a porfido, chosi erano le sedie d’intorno fatte a molte poste. 
Di sopra avea una volta a musaico lavorata, nel mezo della quale 
era scolpita la ’magine del sommo Giove. Apresso d’intorno sta¬ 
vano scolpite le imagine di tutti gl’iddei e iddee; e ’l detto luogo 
stava si per ragione e achoncio che giamai non s’udiva di fuori 
ehosa alcuna che dentro si facesse o dicesse ». Poscia si riferi¬ 
scono per disteso i discorsi di Bruto e di Cassio. 

La uccisione è narrata e spiegata in varii modi. Nelle Chro- 
niques de Towmay si legge a tale proposito la narrazione che 


(57) Ciò che Eginardo racconta dei segni che annunziarono la morte di 
Carlo Magno somiglia troppo alle favole che, circa la morte di alcuni im- 
peratorì, si trovano negli storici latini. Ricorda in più particolar modo uno 
dei segni precursori della morte di Augusto quanto egli narra di una parola 
di certo epigramma cancellata nella cattedrale di Aquisgrana. * Erat in 
eadem basilica in margine coronae, quae inter superiores et inferiores 
arcua interiorem aedis partem ambiebat, epigramma Sinopide scriptum, 
conticene, qui auctor esset eiusdem templi ; cuius in extremo versu lege- 
batur: Karolus princeps. Notatum est a quibusdam, eodera quo decessit 
anno paucis ante mortem mensibus eas quae princeps exprimebant, litteras 
ita esse deletas, ut penitus nòn apparerent „ ( Vita Caroli , c. 82, ap. Jafpé, 
Monumenta Carolina , p. 587). È noto del resto che, nello scrivere la vita di 
Carlo Magno, Eginardo si tenne innanzi come modello le Vite di Svetonio. 

(58) Cod. Laorenz. pi. XL1II, 21, f. 10 r. 



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e» . « 



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218 


CAPITOLO Vili. 


segue (59) : « Souveraine envie quy ne peut estre estainte esmeut 
Cesar envers les senateurs d’une chose qu’il fist, pourquoi ilz le 
hayrent a merveille. Il se seoit un iour devant un tempie de Ve- 
neris, la ou tous les senateurs vindrent pour parler a luy; mais 
il ne se leva point contre eulx, dont les aulcuns quy dient que 
Cornille le barbe le retint ad fin que il ne se levast, ainsy qu’on 
fait a un liomme de cousturae quant il se voci lever contre uu 
aultre. Et les aultres dient qu’il ne fist nul semblant de se lever. 
Il advint une aultreffois que un grant senateur, que on nommoit 
Ponce l’esgle, estoit avec grant piente d’aulcuns senateurs, quy 
tous se leverent contre Cezar, fors ce Ponce, dont Cesar eut sy 
grant despit que moult de iours aprez il n’otroya chose qu’on lui 
demandast qu’il ne desist tousiours: le le feroie s’il me loisoit 
pour Ponce l’esgle; qui estoit un des enfans bastars de Tonrnus, 
lequel par ce despit il le demist et osta du nombre des senateurs. 
La conmune voix courut a Romine que Cezar s’en devoit aler a 
Troyes l’anchienne, ou en Alixandrie, a tout la ricesse de l’empire 
et la iouvente de Romme et du pays environ, et baillier a pro- 
curer en la main de ses arais, et feroit de Troyes, ou d’Alixandre, 
le siege de l’empire. Pour toutes ces choses, et pour plusieurs 
aultres, fut Cezar mult liays, si que ilz furent bien quarante se¬ 
nateurs, ou plus, tant des bastars du roy Tournus, comme de ceulx 
de leur lignage, et mesmement aulcuns des pares de Cezar, les- 
quelz tous pourchasserent sa mori En especial Cassius et Bructus 
fureiit les principaulx de ceste trayson, et moult penserent ou ce 
pourroit estre fait. Les ungz disoient au pied du pont du champ 
Marceau, car la il passeroit oultre pour partir les honneurs, et 
que illec le sacheroient ius et occiroient, et les aultres disoient 
qu’il vauldroit mieulx de le prendre quant il yroit ou theatre des 
gieux scenicques. Ne demoura puis guere que l’en cria le iour du 
senat rerauer, ainsy qu’on le faisoit chascun an. Le iour fut as- 
signe au XV* iour du mois de marcz ensuivant en la cour qui fu 


(59) L. II, c. 26, cod. della Nazion. di Torino, L. II, 15, f. 120 r, col. 2* 
a f. 122 r, col. 1\ 


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GIULIO OXSABK 


219 


Pompee. Quant les coniures l’oyrent ilz dirent que ceste place 
estoit bonne pour adcomplir leur euvre, et que bien povoient at- 
tendre iusques adont, et que la sans nule faulte il seroìt occis ». 
Segue il racoonto dei segni precursori e della morte. 

Nel Perceforest (60) la uccisione di Giulio Cesare è rappresen¬ 
tata come una vendetta della vinta Bretagna; La difficoltà dell’im- 
presa sta nel saper cogliere il momento opportuno: Zephir, essere 
soprannaturale, cosi dice a Durseau, uno dei vendicatori : « Tout- 
tefoys ie te advise que tant est bien fata li ze que fortune ne sera 
contre lui que ung iour et une nuyt et s’il eschappe ce terme sa 
bonne fortune croistra toute sa vie et pource te convient scavoir 
quant fortune se partirà de luy. Ce sera que a son departement 
les huys et les fenestres de son palais meneront telle noyse de 
clorre et ouvrir que toute Romme en sera espoventee ». In una 
Chronique dee Evesques de Liege compilata nel XV secolo, e 
conservata fra i manoscritti della Biblioteca di Berna, si narra 
come Giulio Cesare fù ucciso dagli amici di Virgilio, il quale dalla 
figliuola di lui era stato, secondo che narra la nota leggenda, in¬ 
gannato, sospeso in un canestro, ed esposto agli scherni di tutto 
il popolo di Roma (61). 

Il misfatto si compie nella casa o nel teatro di Pompeo, oppure 
nel tempio di Achille sulla rupe Tarpea, come si trova scritto in 
qualche testo dei Mirabilia , o nel palazzo di Campo Marzio 
dove si teneva ragione (62), o più spesso nel Campidoglio. Ra- 

(60) Le cinquenne volume de» anciennes Cronique» Danqleterre, ecc., Parigi, 

1582, c. IV. 

(61) V. SursBR, Catalogu» codicum m»». bibliothecae Bemensi», voi. II, 
PP- 149*50. Alle altre strane favole intorno alla uccisione di Giulio Cesare 
può essere aggiunta anche la seguente. In un luogo della Chanson de Roland 
del cod. Marciano CIV, 7, 4 (f. 78 ®) la morte di Cesare è da Carlo Magno 

imputata agli antenati di Gano, tutti traditori: 

♦ 

Ben anteeur flrent ingreeme fellone, 

E fellonie tutor ave in costume. 

In Capitatile de Rome 90 *n fe une: 

Iullio Qeear on^ieat il per ordre; 

Puie ont il malva* sepolture, 

Chi in fogo ardent et angosas mie ture. 

(62) / Fatti di Cesare f p. 805. 


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220 


CAPITOLO Vili. 


nulfo Higden dice (63) che Cesare fu ucciso con pugnali da gla¬ 
diatori, e che nel corpo suo non si vide segno di ferita. Secondo 
il Libro Imperiale , Cesare, prima di soccombere, uccise sei degli 
aggressori, i corpi dei quali furono poi gettati dal popolo in piazza 
in pasto ai cani. 

I funerali sono cosi descritti per disteso nel Libro Impe¬ 
riale (64). 

« Dell'ìionore liordinato sopra el chorpo di Cessare. Cap. 30. 

« Per volere et potere più abilmente honorare el chorpo di Ces¬ 
sare, prima l’achonciorono per modo potesse aspettare el tenpo; e 
bene che ci fussi assai da fare, però che gli furono trovate ven- 
tidue fedite, pure elio gli arghomenti del balsimo e d’altre nobili 
et chare unzioni l’achonciorono per modo ch’el tennono venti di. 
In questo tenpo mandorono messi et imbasciate alli baroni et alli 
re più pressimani, bene che allora per cierto parllamento che 
Cessare avea fatto in Roma, si ritrovorono in Roma trentadue re 
di chorona di diverse parte del mondo, e quali un anno innanzi 
erano istati richiesti, et anchora non era el tenpo loro spedito. 
Gli Romani feciono gran pianto,* però che sechondo l’usanza anticha 
lo piansono quaranta di, venti prima che fussi seppellito, et venti 
dì dopo la sua sepoltura; et non vi fu niuno el quale avessi da 
poterllo fare, che non si vestissi a nero, ho a seta, ho a sciamiti, 
e chi di più comuni vestiri. Tutti e sacierdoti et maestri de’ tenpli 
che poterono al tenpo venire trassono a Roma, et tanta era la 
giente che v’era venuta che l’abitazione di Roma non bastavano; 
anche facievano tende et padiglioni per giardini et per le piazze 
di Roma. Ora assenbrato tanto popolo diliberano et re et duchi 
che non si indugiassi più, però che per la strettezza della giente 
non si poteva andare per Roma, et già chominciava la roba a inan¬ 
ellare. Et ragionando el luoglio della sua sepoltura, ho doue el do- 
vessono ispolvereczare, alchuno dicieva : Facciasi in quello luogho 
dove e’ fu morto; altri dicieva che si faciessi in Chanpidoglio. 


(63) Polychronicon, 1. Ili, c. 42. 

(64) L. II, eapp. 30-35, coti. Casanat., p. 50, col. 2* a 57, col. 2. 


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GIULIO CESARI 


221 


« Del pianto pt'ima ch’el fraessino del palagio, et chome el 
portorono al tenpio di Minerva. Cap. 31. 

« Venuto el deliberato giorno tutti i baroni (65) la mattina all’alba 
furono chongreghati intorno al palagio di Cessare chon sì gran 
pianto, che se iddio avessi tonato non si sarebbe udito. O chi non 
arebbe pianto vedendo tanto popolo vestito a nero, et vedere e 
chavalieri chonpagni di Cessare, et gli altri e quali erano stati cho 
lui alle battaglie farsi spesso alle finestre gittando bandiere squar¬ 
tate, et gittando e vestiri festerecci apresso, tutti vestiti a seta 
oschura, chon visi arossichati di sanghue, e quali gridavano sotto 
una boce : Morto è il singnore nostro ! morto è er rettore del 
mondo ! perduto abbiamo te, Cessare, padre de’ Romani ! El popolo 
stava tutto trafitto, et facieva gran romore per vedere el chorpo 
di Cessare. E baroni apparecchiorono uno nobile cataletto di gran 
misura, lo quale era d’avorio lavorato ad oro et a perlle, fornito 
d’infinite pietre preziose, sopra al quale posono uno riccho letto 
di seta, apresso un palio lavorato ad oro cho pietre preziose, lo 
quale avea rechato Cessare d’Erminia, che era il più sottile e ’l 
più riccho maestero che giammai fusse veduto ho trovato al mondo. 
A chapo gli posono ghuanciali di Turchia, fatti nel loro lavoro 
d’abisso chomessi, changiando el cholore, lo quale panno riluscie 
come specchio. Poi hornarono quello mirabile chorpo chon vesti- 
menta inperiale, nell’abito, quanto a tanto fatto si chonviene, d’una 
porpora chandida lavorata tutta chon perlle et margherite, chalzato 
d’un drappo vermiglio, et in chapo gli posono una chorona inpe¬ 
riale, tutta choperta era di puro et fino oro d’Arabia chon dodici 
rocche a somo d’intorno rilevate. Nella sommità loro era per cia- 
«chuna uno riluciente charbonchio al quale lume si sarebbero ar¬ 
mati diecimila chavalieri. Poi presono quello venerabile chorpo et 
posollo nella bara sopra di quello magnifico letto, et chon gran¬ 
dissimi pianti, et chon infinita luminaria [el portorono] al tenpio 

% 

di Minerva, dinanzi al quale nella piazza el posono sotto uno mi¬ 
rabile padiglione. 


(65) Il cod. Marciano : tutti li romani. 


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4 — *\> 


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I 


222 CAPITOLO Vili. 

« Del pianto della inperadrice et delle altre donne di Roma. 
Cap. 32. 

« Le donne di Roma erano tutte al tenpio raghunate cholla inpe- 
radrice vestita a bruno per aspettare il chorpo di Cessare. Quando 
la donna vide chome el chorpo era nella piazza, usci del tenpio 
a seta nera vestita, achonpangniata da molte donne et da baroni 
et da tutte la Romane. Quivi fecie smisurato pianto, gittandosi più 
volte sopra el chorpo, et molte volte era dalle donne richolta da 
terra cbome morta ; ma quando prendeva tenpo di lena (66), par- 
Uava et dicieva nel pianto: o alto singnore, et dove si riposa la 
tua infinita potenzia, et chome ti vegho morto stare? O singnor 
mio, el songnio delle cholonne, et chome in propria formi* m’è il 
vero adivenuto ! O Bruto traditore ! Chi si sarebbe dalle tue lu¬ 
singhe guardato? O non eri tu singnore della chorte? 0 Cessare, 
o Cessare ! chome giamai t’abandonassi alle parole di Bruto ! Sin- 
gniore mio, hor fuss’io stata techo morta, che almeno non vedrei 
tante morti ! Et a chui, singniore mio, mi lasciasti, che n’avesti 
tenpo di potere parllare ? Ho, padre de’ Romani, ho, chonsorto degli 
afflitti, chi sarà homai difesa delle vedovelle et de’ pupilli abban¬ 
donati ? Fiore di provedenza, cholonna di giustizia, splendido lume 
di piatà et di miserichordia ! Et chon queste parole focieva siffatto 
pianto che facieva piangere hongni creatura che quivi era presente, 
et spesse volte chadeva sopra el chorpo tranghosciata, et re et 
baroni, che stavano d’intorno, ciaschuno piangeva chon amaro duolo. 
Lo re Antonio d’Egitto, lo quale negli stormi fti suo sinischalcho 
stava cho gli altri baroni d’intorno anchor esso piangendo, et di¬ 
cieva: Singnore mio, chome vegho el chapo fiero adorno già di 
mirabili cimieri, et chome negli stormi dimostravi tua potenziai 
Dove sono le braccia di tanta achortezza, harmate di schudo et di 
riluciente spada? Dov’è quel chorpo tanto virtuoso, che sì bene 
vestiva di splendido sbercilo ? Ora lo vegho morto stare. Et non 
sarà però che l’anima non vegha lo spirito volare de’ traditori che 
ebbono ardire di mettere mano a si fatto singnore. Gli altri re et 

(66) Il cod. Laurenz. : punto di lena. 



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GIULIO CE8ABB 


223 


baroni et donne facievano si grande el pianto che pareva ch’el 
mondo dovessi finire per pianto. Et già era passato il mezzo di; 
ma li maestri a chui era dato l’ordine a chonducere l’onore, ve¬ 
dendo che l’ora era tardi, ritrassono in drieto gli re e le donne et 
gli altri, per fare al chorpo l’uficio di Minerva. Et prima presono 
el chataletto hotto re di chorona, vestiti in abito reghale colle 
chorone in testa; e fu dinanzi posto lo re d’Ungheria et lo re d’In¬ 
ghilterra; gli altri due apresso fu lo re di Portoghallo e lo re di 
Schozia ; gli altri due apresso fu lo re d’Erminia e lo re di Spangna ; 
gli due che seguitorono drieto furono lo re di Francia e lo re 
di Buemia. E levorono el chorpo chon grande riverenzia, et por- 
toroilo dentro nel tenpio dove s’assenbrorono solamente e re et 
baroni cholli pontefici maggiori de’ tenpli ; et sopra el chorpo po- 
sono tavole d’oro, sopra le quale feciono a Minerva solenne sagri- 
ficio, rachomandandogli con solenni chanti et uficio l’anima di Ces¬ 
sare. Intorno al chorpo ardeva tanti lumi che pareva ch’el tenpio 
ardessi. E fatto questo, et tutto l’ufìcio, presono la statua di Mi¬ 
nerva, et tolsono la chorona dello alloro che aveva in chapo, e 


posolla a Cessare sopra el petto; et questo fu el più singhulare 
lionore che mai si faciessi a nessuno chorpo morto. Poi e detti re 
adoperorono el loro uficio, presono el chorpo et riportorollo nella 
piazza sotto l’onorato padiglione. 

« Chmne Cessare fu tratto del tenpio cholla chorona di Mi¬ 
nerva , et dell'onore de' chavalieri choperti a bruno. Cap. 33. 

« La giente che stava di fuori ad aspettare, vedendo tornare nella 
piazza el chorpo di Cessare cholla chorona di Minerva sopra il 
petto, dicievano che Minerva avea pari lato con Ciessare, et in 
sengnio di ciò gli avea donato la chorona della sapienza. Apresso 
le donne, e chavalieri e tutto el popolo ricominciorono amarissimo 
pianto, tanto che impedivano molto gli ordini degli honori et fat¬ 
tori degli onori. Aparecchiorono apresso agli onori, intorno alla 
piazza, tutte luminarie atorno, sicché pareva che Roma ardessi. 
Apresso tutti gli pontefici parati choll’ufficio, chantando. Prima 
s’aviorono innanzi per andare a Chanpidoglio mille chavalieri, hor- 
nati di chavalleria, a chavallo in chorrenti destrieri, vestiti a seta 
nera, e chavagli coperti inaino a terra ; et portavano parte di loro 



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224 


CAPITOLO Vili. 


bandiere in mano, chon amare strida et pianti; altri portavano 
spade cholle punte rinchinate a terra; altri portavano elmi, e chi 
scliudi, e chi strali, [e chi] chonfaloni acquistati nelle battaglie. 
Nel mezo di tutti erano sei chavalieri vestiti a nero, chogli de¬ 
strieri choverti. E1 primo dinanzi portava un elmo choperto a nero, 
sopra el quale era el chapo e ’l collo d’un cieciero d’ariento (67) ; ol 
sechondo portava una spada et speroni ad oro ; el terzo portava uno 
schudo ad aquila nera nel chanpo d’oro a ritroso (68) ; el quarto 
portava tutta sua armadura di dosso, cholla quale avea senpre 
chonbattuto ; el quinto portava la sua lancia chol pennone ad aquila ; 
el sesto portava libri e quali Cessare avea scritti di sue vittorie. 

« Della chericieria e luminaria e chompagnia de’ re et prin¬ 
cipi andando in Cha[n]pidoglio. Cap. 34. 

« Apresso a’ chavalieri veniva tutta la chericieria, hordinati cho 
lunghissima schiera, tutti cho luminare accese in mano ; poi veniva 
tutt’altra luminaria. Apresso furono hordinati e re, e duchi et prin¬ 
cipi di grande affare. Intorno al chorpo venivano tutti e proposti 
delle città sogioghate a Roma, e tutti gli uficiali di Roma ; e fatto 
el lamento, le donne furono tutte rimesse nel tenpio di Minerva, 
et quegli hotto re presono el chorpo cho molta riverenzia, et di 
questo modo et di questo bordine n’andorono in Cha[n]pidoglio. 

« Come e’ fu spolverezzato e posto nella gullia. Cap. 35. 

« Giunti che furono in Chanpidoglio e chavalieri si trassono tutti 
da parte, e baroni cogli re feciono largho cierchio intorno alla 
bara, et nel mezzo della piazza posono el chorpo, et acchonciorono 
intorno tutta la luminaria (69), et tutta giente si fece adrieto, et 
chominciorono un si grande pianto che mai non fu simile a quello ; 
et rimaso alquanto el grido aspettavano nel pianto l’uno l’altro ; 
et prima chominciorono e re a uno a uno, hognuno chomendan- 
dolo di sua virtù, et chosi seghuitorono e baroni, et gli altri cha- 


(67) Il cod. Laurenz.: d’uno cerno. 

(68) Il cod.: el poadoro a ritroso; il cod. Laurenz.: a ritroso nel champo 
d’oro. 

(69) Il cod.: et nel mezzo acchonciorono et intorno; il cod. Marciano: et 
d’intorno achonciarono. 


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GIULIO OX8ARE 


225 


valieri; e fatto fine a questo dire richominciorono tutti insieme a 
fare dirotto pianto; poi ristette el pianto; e’ pontefici de’ tenpii 
presono quel chorpo et posollo sopra gentilissime legne, fra quali 
missono pietre preziose et di soma valuta, et sechondo el chostume 
antico arsono et spolverezorono la charne di quello nobilissimo 
chorpo, poi la richolsono cho molta riverenzia, presente tutto il 
popolo, e si tolsono Tossa insieme cholTaltra polvere, et missolla 
in una chassetta d’oro; e fatto questo, chon tutti questi honori la 
portorono al tenpio di Marte, nel quale primamente posono in alto 
tutte sue armi, apresso tutte insengnie et bandiere, et infra queste 
chose apicchorono quegli stocchi et quegli stili che furono trovati 
nel luogo del chonsiglio, et dinanzi alla statua di Marte posono el 
libro che trovorono nelTarmario, dov’era la chongiura iscritta. A’ 
sacerdoti del tenpio di Marte assengniorono e libri scritti per 
mano di Gessare, et fatto questo, tolsono una gran palla di grosso 
metallo, tutta messa ad oro, sopra la quale era una aquila nera, 
sicchome portava per arme Iulio Cessare, nella quale missono quella 
chassetta de Toro, et fatto al tenpio solenne sacrifizio, si la puo- 
sono in sun una e lungha pietra, et alta, che hoggi si chiama la 
gullia di santo Pietro. Alla quale in quel tenpo gli stava d’inchontro 
el (70) tenpio di Marte, et fra l’uno e l’altro era grandissima piazza, 
dove s’assengnavano et rapresentavano tutti e chavalieri, quando 
tornavano da niuno stormo (71) ho d’alchuno chomune bisongnio; 
et questo era nel martedì, a chui, cioè a Marte, è dedichato el 
detto di. Hor eccho raghunati tutti e chavalieri : si facieva al tenpio 
solenne sacrificio, poi si levava el somo pontefice in cierto luogho 
alto et chontava a tutto el popolo per nome e morti nelle bat¬ 
taglie; apresso chontava per nome choloro che s’erano me’ portati 
a loro chomendazione ; et però che Gessare iti armigero et belli- 
choso, fu posto el chorpo suo nel detto luogho, e fu chiamata quella 
alta pietra lungha per lo maestro che fu Imperatore di tale ufizio, 
lo quale fu grecho, et ebbe nome Lugolo; ma poi che vi si pose 


(70) 11 cod.: al. 

(71) Il cod.: strenuo. 

Sema. 16 





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226 


CAPITOLO Vili. 


la polvere di Cessare, per chagione dell’aquila sua arme, la quale 
v’era di sopra, fu chiamata l’aquila di Cessare. Gli Toschani dicono 
aguglia, et indi è discieso gullia (72), honde si dice la gullia di 
santo Pietro ». 

Contrariamente a quanto si narra nel Libro Imperiale, e attin¬ 
gendo a non so quali fonti, Jacopo della Lana dice nel suo Com¬ 
mento (73) : « Morto Cesare secretamente la notte lo sepellinno, e 
costituinno Ottaviano Imperadore » (74). 

Nei Mirabilia si descrive il sepolcro di Cesare accosto al Vati¬ 
cano : « iuxta quod est memoria Caesaris id est agulia, ubi splen¬ 
dide cinis eius in suo sarcophago requiescit, ut sicut vivente totus 
mundus ei subiectus fu.it, ita eo mortuo usque in finem sae- 
culi subiciatur. Cuius memoria inferius ornata fuit tabulis aereis 
et deauratis, littoria latinis decenter depicta. Superius vero ad 


(72) Il cod.: giulia. 

(78) Parodi c. VI. 

(74) Fra i codici Canoniciani della Bodlqjana ad Oxford uno ve n’ha 
(n. 136) che mi duole di non aver potuto più attentamente esaminare du¬ 
rante un troppo breve soggiorno in quella città. In esso si contiene una storia 
di Giulio Cesare in dialetto veneto, compilata principalmente sopra Lucano, 
e divisa in capitoli oon le loro rubriohe. Il codioe fu finito di scrivere 
Ano dni 1454 die primo setenbrie. La narrazione comincia da Romolo e 
Remo e giunge, come nel Libro Imperiale , sino ad Enrico VII di Lussem¬ 
burgo, ma dalla narrazione del Libro Imperiale è totalmente diversa. 11 
titolo suona così: Qui coutenza le xeearie batalie Romane e come per sm> 
prodeza se feze primo imperatore. Comincia: * Lo nostro signor dio fece li 
nielli e poi le acque e tuto l'universo mondo, lo qualle mondo tuto soto- 
mise ad Adamo nostro primo padre. Adamo ebe tutto el mondo prima a 
suo governo, e poi la sua desendenzia tuti desiderò la signoria de le coese 
terene. Non guardando reverensia l'uno à l’altro perché fusero de maaor 
etate ,. Non so in che relazione questo racoonto possa stare coi racconti 
francesi ricordati di sopra. A proposito della morte di Giulio Cesare al 
f. 70 v si legge : * Li Romani pilloro quello corpo e misselo ne la piasa. 
Lo remor fo grande per la tera. A Fanne corse sitadi[ni], terrori, popolari 
e forestieri. La parte che ozise Zesaro aveano de molti eoi amisi armati, 
i qualli venero a la piaza per suo difesa. Ma li amisi de Zasero soperchierò 
per forma che li zitadini che l'olzise se convine fugir de la piaza, se no 
seriano stati morti, e inaino fuora de la zitade, sino a che lo remor or- 
quanto se aquietò ,. 


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GIULIO CK€ARK 


227 


malam ubi requiescit auro et pretiosis lapidibus decoratur, ubi 
scriptum est: 

Caesar tantus eras, quantus et orbis, 

Sed nunc in modico clauderis antro. 

Et haec memoria sacrata fuit suo honore, sicut adbuc apparet et 
legitur » (75). Questa descrizione si trova ripetuta infinite volte in 
libri d’ogni maniera. Nella Kaiserchronih si dice che le ossa di 
Cesare furono poste in cima a un irmenml : 

sin gebeine ùf irmensùl sie begruoben (76). 

L’Holkoth si scosta dalla comune tradizione, dicendo (77) : « Legitur 
in Gbronicis, quod anno ab urbe Roma condita XXIII. (sic) populus 
Romanus columnam in foro Romano statuit : et ibi statuam quoque 
Julii Caesaris statuerunt, et super caput statuae nomen IULII 
scripserunt et sub ipsa statua eum sepeliverunt ». Giovanni Beleth 
chiama Vagulia piramide nel Liber de ecclesiasticis officiis (78) : 
« Pyramis dicitur a P]/r, quod est ignis. Sicut ignis a lato incipit 
et tendit in altum, sic et pyramis, et est altissimum genus sepul- 
ture. Talis est Rome, in qua fuerunt positi cineres Julii Cesaris, 
et vocatus acus sancti Petri ». In una breve storia francese degli 
imperatori, che si conserva manoscritta nella Nazionale di To¬ 
rino (79), il nome dell ’agulia diventa il nome di una piazza: le 
ceneri di Giulio Cesare riposano « en une pomme d’ereen doree 
sor une haulte colombe de marbré ou marchiet qu’on disi Julie a 


(75) Lo stesso nella Oraphia. Giovarsi Cavallino, Polittoria, 1. VII, c. I : 
* iurta quod est agnlia Cesaris primi monarche Romanornm, in cnius pi* 
nacnlo corpus eins interemptum orna sferica specnlatur sepultnm „. 

(76) V. 624. 

(77) JJker moralizationum hittor forum, Moralità* III. 

(78) C. 159. Traggo questo passo da nn codioe; nella stampa veneziana 
del 1577 esso occorre alquanto diverso. Inoltre l’autore soggiunge: * Si* 
mi lem pymmidem extruxit Cesar Turonis insta rìpam Ligurie, et in m 
inclusit cninsdam ani amici cineres, qui fuit interfectus 

(79) Cod. L, U, 10, f. 106 «. 



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228 


CAPITOLO Vili. 


Romme ». Enenkel sembra confondere Yagulia con la colonna An¬ 
tonina o Treyana (80). 

Che la tradizione riportata nei Mirabilia si leghi per qualche 
parte a quanto della colonna di Cesare narra Svetonio mi sembra 
innegabile. Dice Svetonio (81) che il popolo eresse in onore di Ce¬ 
sare morto una colonna alta venti piedi : « Solidam columnam prope 
XX. pedum lapidis numidici in Foro statuit scripsitque Parenti 
Patriae, apud eandem longo tempore sacrificare vota suscipere, 
. controversias quasdam interposto per Caesarem jurejurando dis- 
trahere perseveravit ». Sebbene Svetonio non fosse nel medio evo 


tra gli scrittori più conosciuti, non era però tra gl’ignorati, e questo 
passo deve avere contribuito a far nascere la leggenda dei Mira¬ 
bilia. L’Anonimo Magliabecchiano ritorna in parte alla tradizione 
classica. Egli sa che la guglia in Vaticano non è il sepolcro di Ce¬ 
sare, ma asserisce invece che vi erano state poste le ceneri di Ot¬ 
taviano e di Tiberio. Nel capitolo delle agulie egli dice: « Alia vero 
minoris longitudini posita fuit in Vaticano cum cineribus duorum 
imperatorum, scilicet Octaviani et Tiberii » (82). Poi soggiunge : 
« Alia vero fuit posita in Foro maiori, sub Capitolio, a latore sancti 
Adriani, unde per Viam Sacram intrabatur per eam, et ibi cum 
cinere et ossibus Iulii Caesaris posita fuit, et fuit quadraginta pedum 
cum stella in vertice, propter quod in illis diebus mortis Caesaris 
apparuit stella cornata que visa ftiit ab omnibus, ut Suetonius ait 


animam Caesaris esse in coelum ascensam ». E piu oltre dice an¬ 
cora: « cada ver Iulii Caesaris fuit combustum iuxta tumulum 

Iuliae praedictae, et postea positum in agulia in Foro publico, ut 
vult Suetonius particulariter narrando de vita, morte, virtutibus 
et viciis ipsius » (83). Ma la storia francese anonima di Giulio Ce- 


(80) V. Massmask, Kaiterchronik, voi. Ili, p. 537. 

(81) Cae$., 85. 

(82) Ciò è poi dall’Anonimo ripetuto anche altrove. A questo suo errore 
diede certamente origine riscrizione seguente che si legge suirobelisco va¬ 
ticano: DIVO. CAESARI. DIVI. IVLII. F. AVGV8TO. TI. CAE8ARI. DIVI. 
AVGVSTI. F. AVGVSTO. SACRVM. L’Anonimo dice sepolti sotto le guglie 
anche Trajano ed Antonino Pio. 

(83) Degli avanzi di questa guglia dice inoltre: * Alia quae nunc fracta 



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GIULIO CESAR* 


229 


sare si raccosta ancor piu a Svetonio quando dice (84) : « Puis fisi 
fere li pueples a Cesar une piramide numidienne quarree sor .III. 
colombes de cuivre haute et masseice; en son fu mise la poudre 
dou cors Cesar en un pomel de cuivre dorè. Li cors de la colombe 
disoit: Ci gist li peres dou pais. Lonc tens fist hom illec sacre- 
fices et veuz et iuroient illec de leurs quereles par Cesar ain si et 
ainsi ». 

Ma non piccola parte nella formazione della leggenda medievale 
ebbe probabilmente il nome stesso di agulia. Il Massmann pone 
innanzi, ma senza risolverlo, il dubbio se mai agulia non derivi 
da Julia, e ricorda come in Roma ci fosse la basilica Julia, la 
curia Julia, la porticus Julia, ecc. (85). Ma non vi può essere 
luogo a cosi fatto dubbio quando l’etimologia di aguglia {agulia 
è forma latinizzata) è conosciuta e manifesta: acus, acucula, 
agucchia-aguglia, come speculum, specchio-speglio. Nel medio 
evo si credette che guglia altro non fosse che una corruzione di 
giulia , e su questo epiteto (Colonna giuba, o, a dirittura, la Giuba) 
si fabbricò, secondo il vezzo dei tempi, la leggenda (86). Molti 
scrittori affermano che in origine la guglia si chiamò Julia, e Ger- 
vasio di Tilbury la chiama Julia Petra (87). A tale proposito si 
hanno nel Pantheon (88) di Gotofredo da Viterbo questi versi: 


Mira sepoltura stat Caesaris alta colnmna, 

Dieta fuit Julia, sed populos dicit Agnllam, 
Aurea concha patet, qua cinis ipse jacet (89). 


in sancto Mauro, poto, postquam secundum apparentiam alienine tituli ibi 
stat. quod fuit illa in Foro, ubis cinis et ossa Caesaris ateterunt, quia lon- 
gitndo quasi apparet cum ibis aliie tribus petiis circa ipsam ezistentibus, 
et de loco ubi ipsa nunc stat nullum aliud dicitur, nisi quod vulgariter 
dicitur schola Bruti ,. 

(84) Cod. Vatic. 4792, f. 212 r, col. 1* e 2*. Cf. il passo corrispondente 
della versione italiana, c. 67. 

(85) Kaiser eh. y voi. Ili, p. 588. 

(86) Cf. G&soorovius, Oesch. d. St. Rom., voi. Ili, p. 557. 

(87) Otta imperiali, decis. Il, 9. 

(88) Parte XV. 

(89) Ma nello Speculum Regum (ap. Pbbts, Script., t. XXII, vv. 887-9) : 

Mira sepoltura stat Caesaris alta oolnmpna, 

Regia t ruotare, qae ri te vocatur Agaia. 



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230 


CAPITOLO TIII. 



Nelle già citate croniche latine da Noè sino all’aimo 625 dell’era 
volgare si dice (90): « Eius vero Inlii cada ver fuit incineratimi et 
poeitum in cacumen cuius[dam] columne mirabilis altitudinis, que 
Iongo tempore dieta fuit lulia, modo vulgari sermone dicitur 
Agugia » (91). E in certe cronache francesi (92): « Et fut intimules 
a Romme ou marchie, en la columpne laqnelle est noramee lule ». 
Più esplicitamente ancora Honoré Bonnor (93): « Mais apres sa 
mort les rommains le flrent mettre en ung moult riche tombel sur 
une columpne de marbré, en la plus belle place du marchie de 

Romme. Et fui appellee la colonne iulienne, et est encores ». 

Nella Cronaca di Alfonso il Savio si legge (94): « .è metieron 

los polvos del en una mangana de oro, y fizieron un pilar mucho 
alto à maravilla è muy fermoso de muy fherte piedra, è pusieron 
aquella mangana en somo, è pusieron nombre aquel Pila Iulla, 
por honra de Iullo Cesar, è agora es llamada el Agpja de Roma ». 

E Francesco da Buti (95): «. il corpo suo fu incenerato e 

messo in uno vasello di metallo in su una pietra altissima die 
oggi è chiamata la Giuglia, e che comunemente si dice la Gulia ». 
Persino il Boccaccio, parlando di Cesare nel De casfbus illustriwn 
virorum, dice che il vero nome di quella che il volgo chiama 
Agulia è Giulia. 

A far si che la leggenda si legasse piuttosto all’obelisco vaticano 
che non ad altro può avere anche contribuito l’iscrizione riportata 
di sopra, e le parole dei Mirabilia lo farebbero credere. 

Circa l’altezza della guglia discordano molto le indicazioni. I 


(90) Cod. della Nazion. di Torino H, V, 37, f. 45 r a 46 r. 

(91) In certe altre cronache manoscritte, conservate ancor esse nella 
Nazion. di Torino (cod. E, V, 8, f. 2 r, col. 1*)» & detto: * In concha aurea 
super columpnam que olim lulia, none acus aancti Petri dicitur, sepelitur ,. 
Nella Cronaca di Giordano (cod. Vatic. 1960, f. 80 v, col. 1*): * In Foro 
quoque columna lapidea prope .XX. pedum erecta est, super quam tumu* 
latuB est, aiulia dieta est, nunc acus vocatus 

(92) Cod. della Nazion. di Torino L, IV, 27, f. 117 r. 

(93) L'arbre dea botailles, parte II, c. 13. 

(94) Parte 1“, c. CVI. 

(95) Commento alla Divina Commedia , c. IV, vv. 121-9. 




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GIULIO OB8ARB 


231 


venti piedi assegnati da Svetonio alla colonna eretta in onor di 
Cesare ricompariscono qua e là, ma sono più spesso oltrepassati 
di molto. Enenkel parla di 6 klaftet% ossia 36 piedi ; una versione 
tedesca di Martino Polono, citata dal Massmann (96), di 120 piedi, 
e cosi ancora Honoré Bonnor; Ranulfo Higden di 250. La mera¬ 
viglia che un monumento si fatto inspira nel medio evo si palesa 
in due versi, che compaiono in alcune recensioni dei Mirabilia e 
in molte altre scritture: 

Si lapis est uiras die qua fuit arte levatus, 

Si lapidea multi die ubi contigui (97). 


(96) Kaiser eh., voi. Ili, p. 538. 

(97) Oppure: 

S»d si sint piare» dio abi congerie»; 

o anche semplicemente : 

Si piare» dio abi ooatigui. 

Qualche volta i versi sono tre, come nei Mirabilia di un codice Harlejano 
(n. 562, f. Òr): 

Si lapis alt ano» dio qua sit arte levata», 

Si lapide» bini dio abi ooatigui, 

Si lapide» piare» dio abi oongerie». 

Qualche altra volta giungono a quattro, come nei Mirabilia di un codice 
Casanatense segnato D, V, 13, f. 148 r: 

Mira sepoltura stat Cesari» alta colampna 
Regia struotura quanta non extat in aala : 

Si lapis est anas die qaa fuit arte levata», 

Ri si sant piare» dio abi oongerie». 

Così si ha, presso a poco, anche nei Mirabilia Rome urbis più volte stam¬ 
pati da Sroravo Plahck. Spesso questi versi vanno a legarsi coi due già 
riportati di sopra, i quali formano propriamente l’epitafio di Giulio Cesare. 
Abulvida ricorda l’obelisco vaticano, ma non dice che servisse di sepoltura 
a Cesare. Ecco le sue parole, nella versione citata (t. II, parte 1\ p. 281): 
' Hors de l’église (de St. Pierre ) à un des coins, il y a une grande colonne 
placée sur quatre assise» de bronze; ces assise» sont carrées et chacune de 
leurs face» a douze coudées. La colonne diminue en s’élevant; au sommet 
«st une autre colonne de bronze, surmontée d’une colonne d’or d’environ 
une brasse de diamètre, et qui lance des éclairs et des rayons de lumière. 
0n aper^oit la houle à douze milles de distance, et elle indique la place 
de l’église ,. 




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232 


à 


CAPITOLO Vili. 


Ma Alessandro Neckam è il solo che spieghi il miracolo (98) : 

Julia stai cinerum servatili fida tuonino, 

Jnli, materiam consulis, error adest. 

Marmoreus pulvis contritus, aquae sociatus, 

Trullam commendat artificisque mannui. 

Sic surrexit opus, sic est erecta columna, 

Basi bis bino fatta leone sedet. 


I due versi che nel passo dei Mirabilia riportato più sopra for¬ 
mano l’epitafio di Giulio Cesare, si ritrovano anch’essi in molti 
luoghi, o semplicemente ripetuti, oppure variati, parafrasati, tra¬ 
dotti. In una cronaca francese manoscritta si leggono i seguenti (99); 

Cesar, tu voulsis tout le monde, 

Et tu es en houllecte ronde: 

Saiche chascun qu’il morra; 
la la mort gioire ne tendra. 

Talvolta la iscrizione si riduce di un verso solo, come: 

Vase sub hoc modico clauditur orbis heros (100). 

Secondo la già citata versione tedesca dei Mirabilia sulla guglia 
era scritto: 

Roma caput mundi tenet orbis frena rotundi, 

Roma caput mundi super omnes esse novisti. 

1 versi: Caesar , tantus eras , ecc., fanno parte di un lungo epi- 
tafio, che appartenne, o ad Enrico III (m. 1056), o a Lotario II 


^98) De laudibus divinae sapientiae, dist. V 4 , vv. 315*20. 

(99) Cod. L, IV, 18 della Nazion. di Torino, f. 40 e. 

(100) Cod. E, V, 8 della Nazion. di Torino, f. 2 r, col. 1*. Alano de In- 
8uli8 dice nel Liber Parabularum, c. I : 

Omnia Caesar «rat, sed gloria Caesaris esse 
Desiit, et tumulus vix erat osto pedum. 


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GIULIO CK8A&E 


233 


(m. 1137) (101). Una poesia di Benzone nel VI libro del suo scritto 
Ad Heinricum IV imperatorem (102) comincia col verso: 

Tantus es, o caesar, quantus et orbis. 

( 

All’epitafio di Giulio Cesare possono fare riscontro questi due 
versi di un epitafìo di Alessandro Magno riportato nel Libro de 
los Enxemplos (103): 

£1 mundo non me bastava a mi todo sometido; 

Tiéneme logar breve que en el mundo non era cabido (104). 

Il sepolcro di Giulio Cesare, creduto anche da taluno opera di 


(101) Come di Enrico III lo riferisce Guglielmo di Malmbsbuhy, De Oestis 
Regvm Anglorum , 1. II (ap. Pkhtz, Script., t. X, pp. 468-9). Cf. VAnthologia 
del Bcrmarn, voi. II, p. 153. 

(102) Ap. Pkbtz, Script ., t. XI, p. 668. 

(108) CCXXV. 

(104) Veggansi a tale proposito le considerazioni che tre, o più filosofi 
fumo sopra la tomba di Alessandro Magno, in parecchie storie dell’eroe, 
nei Gesta Romanorum (n. 31, p. 329, ed. Ozstbrlkt), nella Sutnma praedi- 
cantium di Giovarmi Bromyabd (Lett. M, cap. XI, p. 149), .nel Libro de los 
buenos proverbios que dieron los philosophos (Kmust, Mittheilungen aus dem 
Etkurial, Biblioth. d. Litter. Ver., CXLI, 1879), ecc. Cf. Likbrxcht, Des Qer- 
vasius von Tilbury Otta Imperialia, n. 20, pp. 87-8. Il codice Mediceo Pala¬ 
tino della Laurenziana contrassegnato col n. 119, contiene dal f. 140 r 
al 141 r nove sonetti che si pongono in bocca di Salomone, Ettore, Achille, 
Enea, Sansone, Paride, Ercole, Cesare. Quest’ultimo dice: 

• 

10 fai l’ardito deaero imperierò, 

D’ogni paeee volli eeser aingnore; 

L’animo mio fa di tanto valore 

Cb’a ogni afanno volli estere primiere. 

Reggi, singnori e tutte lor bandiere 

Per mio ohomando e’ivan dentro e foro, 

Ed ebbi in me tanto valente ohore 
Ch'io non temetti di nian tuo podere. 

• Non ebbi mai paura di morire 

Nè già temetti un grande Btormo; (tic) 

Anai mi confortava, e ringioire 

11 cor me ne sentia, abiendo attorno 

I franchi chavalier pien d’ongni ardire 
Nelle battaglie eanaa far soggiorno. 

E tutto mio poter mori in un giorno. 



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CAPITOLO Vili. 


Virgilio (105), ebbe difftisa e durevole celebrità. Nel Diftamondo 
Roma lo fct vedere tra l’altre meraviglie al poeta: 

Vedi là il pome ove il cener fu miso (100) 

Di colui che già fé’ tremar il mondo 
Più ch’altro mai, secondo il mio avviso. 

Nel secolo XVI la tradizione doveva essere ancor viva, giacché 
nel Capitolo a M. Daniello Buonriccio Lodovico Dolce ricorda: 

. . . la Guglia, ov’ò il pomo, ch’accoglieo 

Il cener di chi senza Durindana 
Orbem terra rum si sottometteo. 

Il valore e la sicuranza di Cesare sono dagli scrittori del medio 
evo ricordati e celebrati assai spesso. Ma Giovanni Fordun narra (107), 
citando un Riccardo (Cluniacense?) (108), cosa che non parrebbe 
troppo onorifica all’eroe, nè consona col disprezzo ch’egli soleva 
mostrare dei pericoli. Dice questo cronista che Cesare si portava 
dietro nelle sue spedizioni una piccola casa, fatta di grandi pietre 


(105) Gievann d’ Outkximusk dice (Op. cit voi. I, p. 248) che esso fu 
fatto a quel modo per consiglio di Virgilio. Secondo una leggenda riferita 
da Gutibrbb Diaz db Gauss e dallo stesso Giovahhi d’Outrsmeusb, la gnglia 
in cima alla qaale furono poste le ceneri di Giulio Cesare doveva servire 
a Salomone. V. Compassiti, Virgilio nel medio evo, voi. II, p. 108. 

(106) Così e non 

Vedi là il ponte ove il oimier fa miao, 

come spropositatamente reca l'edizione milanese del 1826. Il Jordab, non 
conoscendone altra, confessò (op. cit., voL II, p. 301) di non intendere a 
che cosa Fazio degli Uberti avesse voluto alludere. L’edizione veneziana 
del 1501 leggeva ancora 

Vidi la al pome ove ’1 oenner fa miso. 

(107) Ap. Gale, Hietoriae britannicae et cmglicanae Script ores, t. XX, 
voi. I, p. 596. 

(108) La cronaca di Riccardo di Cmjny fu pubblicata solamente in parte. 
Nel manoscritto*della Bibl. Nation. di Parigi, segnato 5014, nulla trovai che 
signiBcasse la citazione di Giovanni Fordun. 


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GIULIO OS8ABI 


235 


lisce, le quali facilmente si potevano scommettere e ricommettere. 
In essa usava Cesare di ripararsi, per istarvi più sicuro che non 
sotto la tenda : « ut in ea singulis diebus qualibet statione redifi- 
cata, secnrius quiescerent quam tentorio » (409). 

Bruto e Cassio, uccisori, come si diceva, per invidia, ne vanno 
durante tutto il medio evo coperti d’infamia. Guiraut de Calanson 
fi considera come traditori del loro signore; nel Fioretto di Cro¬ 
niche degli imperadori si dice che essi per astio e per invidia 
uccisero Cesare a grande tradizione in sul palazzo del Cam¬ 
pidoglio dove si teneva la ragione. Dante li condanna alla pena 
più fiera insieme con Giuda Iscariotto, nell’ultimo fondo dell’in- 
femo (110). In un poemetto in terza rima di Manetto Ciaccheri su 
tutti i traditori del mondo è la seguente terzina (111): 

Conobbi cierto che questo era Bruto, 

Che vedova fe’ Roma del suo figlio, 

Iniquo traditore e disoluto. 

Perchè la riputazione di Bruto e di Cassio si risollevi alquanto 
bisogna aspettare il Rinascimento: nel Trionfo della Fama (112) 
fl Petrarca trova luogo ai due Bi'vti. 

Della famiglia di Giulio Cesare poco si parla. Il Libro Imperiale 
ricorda ch’egli amò Cleopatra ed ebbe un figliuolo da lei. « Ma 
Chreopatra amò egli sopra tutte l’altre, la quale egli fece venire 
a Roma, e tennela gran tempo, et di lei ebbe un figliuolo che si 
chiamò Ceserano ( altrove Cesario) (113); poi la rimandò in Egitto 


(109) Alla storiella narrata da Giovanni Fohdun trovo un riscontro nel 
Beman de Brut di Wacr, dove è detto (vv. 4289-310) che Giulio Cesare fece 
costruire srulla costa di Francia una torre, e vi raccolse i suoi tesori, e vi 
albergò per più sicurezza. 

(110) Inf., c. XXXIV, vv. 61*7. Quella compagnia e il silenzio che Dante 
■erba sol loro delitto dicon più di ogni discorso. 

(111) Cod. Laure*»., pi. LX1I, 19, f. 47 r, col. 1*. 

(118) C. I. 

(113) Di Cesario, figliuolo di Giulio Cesare e di Cleopatra, narrano Dione 
Cassio, Hist. rom., XLVII, 31, e Plutarco, Caes., 49. 



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236 


CAPITOLO Vili. 


chon grandissimi doni. Cessare fu molto lussurioso, e pocho innanzi 
che egli morisse avea fatto una legge che ongni uomo et donna 
fusse lecito a usare charnalità per cresciere et multiplichare il po- 
pelo, et questo faceva per levare da se el biasimo magio » (114). 
Di questi amori con Cleopatra Giovanni di Tuim narra molto diffu¬ 
samente ; ma non è da esso per certo che attinge l’autore del Libro 
Imperiale. In Germania si diede a Cesare una sorella per nome 
Germana. Giovanni d’Outremeuse nomina Evia sua moglie, e Fe- 
libia sua figliuola, quella che fece la burla del canestro a Virgilio. 
Nell’/Tuon de Bordeaux (115) Giulio Cesare sposa la fata Mor- 


(114) L. 1, c. 23, cod. Casanat., p. 24, col. 2*. Di un altro Giulio Cesare, 
imperatore ancor esso di Roma, ai legge nel Roman de Merlin una storia 
assai stravagante. Merlino, lasciata la Bretagna e il re Artò, se ne andò a 
stare per alcun tempo nella foresta di Romania, en la foresi de Romenie. 
Era allora imperatore di Roma un Giulio Cesare; mais ce ne fui mie ce 
Iulius Cesar que le chevalier Mars occist en son pavillon ou royaulme de 
Persie, mais fui celui que messire Gauvain le nepoeu au roy Arias occist en 
la bataiUe dessoubz Langres pour ce qu’il avoit desfie le Roy Artus. La moglie 
di questo Giulio Cesare, la quelle esioit une dee belles dames de tout le 
monde, mais moult fui chaulde et luxurieuse de son corps , tiene con sè do¬ 
dici giovani scudieri in abito di donzella, coi quali tutti si giace, quando 
l’imperatore non è in città. Advenable, figliuola di Mathan, duca di Ger* 
mania, capita a Roma in abiti maschili, si fa chiamare Grisendoles, ed 
entra nelle grazie dell’imperatore, che la fa cavaliere e siniscalco deU'im* 
pero. Una notte Giulio Cesare sogna una troja coronata che si fa montare 
da dodici piccoli leoni, e che egli dà, insieme con questi, alle fiamme. 
Turbato del sogno, vuol saperne il significato. Mentre siede a mensa coi 
suoi baroni, Merlino, trasformato in cervo, entra nella città, mettendola 
tutta a soqquadro, si caccia nella sala del banchetto, travolgendo ogni 
cosa, e dice a Giulio Cesare che non isperi di conoscere ciò che desidera 
finché un uomo selvaggio non glielo sveli. Poi se ne torna alla selva. Ce¬ 
sare promette la figliuola e mezzo il regno a chi saprà condurgli l’uomo 
selvaggio, o il cervo. Molti ci si provano invano. Un cignale insegna a 
Grisendoles il modo di venire a capo della impresa, a cui anch’ella s’è 
accinta. L’uomo selvaggio, cioè Merlino, condotto dinnanzi all'imperatore 
scopre la colpa dell’imperatrice, la quale è arsa viva insieme co’ suoi do¬ 
dici drudi (Ed. di Ahtonio Vrrart, Parigi, 1498, voi. II, f. XXIII c a XXX t>). 
Circa le relazioni di questa storia con racconti di Somadeva e del 
captati, v. Libprecht, Merlin, e Bkkfky, Nachtrag zu Merlin, in Orient und 
Occident, voi. I, pp. 341-4, 344-54. 

(115) Ed. del Gosssard e del Grandkaison, Parigi, 1860, v. 3492-6. 


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GIULIO CBSARB 


237 


gana, sorella di Artù, e diventa padre del nano Oberon. In alcuni 
romanzi in prosa derivati àdWHuon de Bordeaux Oberon nasce 
dalla Signora dell’Isola Nascosta, cioè dell’isola di Cefalonia, la 
quale Signora aveva ricevuto Giulio Cesare e se n’era innamorata. 
Nel Prologo di quel poema Giulio Cesare è fatto figliuolo di Ce¬ 
sario, imperatore di Roma, e di Brunehaut, figliuola di Giuda Mac¬ 
cabeo e regina delle fate. Nella Saga islandese di Helis, il Cava¬ 
liere del Cigno, questi è detto figliuolo di Giulio Cesare, e figliuolo 
di Qiulio Cesare è il buon cavaliere Tronc nel romanzo risaie le 
Triste, e persino San Giorgio. Abbiamo veduto i Colonnesi ed altre 
famiglie illustri di Roma gloriarsi di discendere da Giulio Cesare : 
nella storia francese anonima, e nella versione italiana di essa, si 
dice che del suo lignaggio nacquero quattordici papi, diciannove 
imperatori, molti re, quaranta senatori, molti consoli. Il Fioretto 
di cì'oniche degl’imperadori dice ventiquattro papi. 

Giulio Cesare, che conquistò tutto il mondo, que tot lo mon 
conqttes, come dice il trovatore Bertran de Paris, è agli occhi 
degli uomini del medio evo la più grande e nobile personificazione 
della potenza. Jacot de Forest, giunto in fine del suo poema, 
esclama : 


Einsi fu emperere Cesar li combatanz 
Et si fu dedenz Rome à son vouloir regnanz; 

Si fu plus que nuls homs en ce siede puissanz 
Que des trois parz du siede qui molt est lez et granz 
Fu en sa poesté la plus granz parz tenanz, 

Que totes ót conquises li bers entreprendanz, 

Si conquist en sa vie plus que nus hom vivanz, 

Ne rois, ne empereres, ne fu ainc conqueranz, 

Et portant s’en doit estre prisiez li ber vaillanz; 

Elisi ert il tosjorz tant comme Rome ert duranz (116). 

La gloria di Giulio Cesare oscura quella di Alessandro Magno. 


(116) Lo stesso, ma nn po’ più in breve, dice Giovami di Tuim, Li Hy 
fiore de Julius Cesar, p. 245. 



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238 


CAPITOLO Vili. 


% 

Ma tanto più doloroso e formidabile a fronte di questa gloria si 
affaccia alle menti il pensiero deirintima vanità, della irreparabile 
ruina di ogni umana grandezza. Nelle lodi e nelle celebrazioni 
onde il medio evo esalta i grandi della terra si sente fremere 
sempre, come una nota sorda, il Memento homo , quia pulvis es. 
Al Trionfo della Fama, dove Giulio Cesare tiene il luogo più 
degno a fianoo della dea (117), segue il Trionfo del Tempo, che 
canta ai mortali: 

Passan vostri trionfi e vostre pompe, 

Passan le signorie, passano i regni; 

Ogni cosa mortai tempo interrompe (118). 

E la vera, inesorabile regina degli uomini è la Morte. Gran tempo 
prima che Amleto almanaccasse sulla polvere di Giulio Cesare, usata 
forse a ristoppare le fenditure a un tugurio, un ignoto poeta del 
medio evo aveva detto: 

Quo Caesar abiit celsus imperio? (119) 

A questa dolorosa domanda rispondono rozzamente, ma recisa¬ 
mente, i seguenti versi (120). 

Verba Cesarti in sepoltura sua. 

Guardate a me, o voi che al mondo sete, 

Guardate (121) ben et ben mi contemplate; 

In me sol vi speechiate, 

0 voi che non sperate il ben secondo. 


(117) Petbabca, Trionfo della Fama, c. I. 

(118) Id., Trionfo del Tempo. 

(119) The Latin Poemi, ecc., editi dal Wbioht, De mundi vantiate, p. 148, 
voi. 17. 

(120) Li traggo da un codice deirUniversitaria di Bologna, segnato N° 157 
(Aula II, A), dove stanno dal f. 208 v, col. 2*, al 204 r, col. 2*. Qua e là, 
dov’è richiesto dal senso, cerco di emendare il testo, ma pongo in nota la 
lenone del codice. 

(121) Guardatimi. 


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GIULIO CB6ABK 


239 


Io 60 D colui che dominai lo mondo, 

£ ’l gran Pompeyo, et la mia patria Roma; 

Non fu si alta chioma 

Ch’a me non ubidisse per timore. 

Cesar io son, che per hnmano amore 
Tncto mi diedi a l’arte bellicose: 

Cagion ne fu due cose: 

Vedermi di persona bello e forte. 


Ma (122) crudel doni a quanti detti morte 
Eterna, et anche al mondo corporale. 

0 quanto, quanto male 

Escie di questi corpi forti e belli. 


Ne’ illustri vasi stanno ascosi i fel[l]i 
Mortai veneni più che ne li brutti: 

Gran doni han color tucti 

Che de’ corpi son brutti (123) e de buon senso. 


Che mi giova hora havuto fama e censo 
De l’universo, et che mi valse il vivere, 

Et anco il farmi scrivere 

De tucto il mondo imperatore e duce? 

Che hor mi giova la mondana luce? 

Che giova Tesser stato triumphato? 

Et anco l’haver dato 

A tucto quanto il mondo norma e lege? (124) 

Sì come fa colui che non correge 

Da prima il morso del cavai domato, 

Di che è facto sboccato, 

Insieme col patron traripa e pere; 


(122) Mai. 

(128) CU de’ belli son brutti. 

(124) A tucto il mondo dato norma e lege. 



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240 


CAPITOLO Vili. 


Cossi ho facto io sfacciato nel volere 

Thesor nel mondo, fama, honor e gloria: 

Che havesse pur victoria 

Del mio voler credeva esser felice. 

Ma dove voluntà tien la radice 

Ivi convien ch’el vit[t]o (e) il sceptro tenga (125), 

Et che nel fine havenga 

Si come a me che l’alma e il corpo ho perso. 

Ai, mercè, pietà! ch’io son somerso 
In tante crudel pene, in tanti guai! 

Ai, quanto mal pensai 

Con dar piacere al corpo anzi che a l’alma (126). 

Contempla, o tu che legi, se l’è palma 
De ulivo o lauro che me vidi in testa, 

Che ne portavo in festa 
G[h]irlanda in capo sopra li capilli. 

La fronte guarda e gli ochi si son quilli 
Ch’el mondo fece[r] già tanto tremare; 

La lingua demenare 

De guarda se la vidi in fra la bocca. 

Per tucto è da topi cossi tocca. 

De mio volere (127) e quanto fui gagliardo! 

Mai fu in selva pardo • 

Com’io si destro et orso si robusto. 

Raguarda adonque il pecto, i fianchi e il busto, 

E dimi un poco quel che a te ne pafe, 

Et se ad armegiare 

Te pareno apti come far solieno. 


(125) Forse vuol dire: In cielo, dove voluntà tien la radice , cioè, dov’è 
la snprema volontà che governa il mondo, il vinto terrà lo scettro, sarà 
signore. 

(126) onde che l’altna. 

(127) Probabilmente deve leggersi valore e non volere. 


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GIULIO CESARE 


241 


0 boom caduco, vedi che sei fieno 

Quale in un’hora verde e secco il vidi. 

0 miser(o), che far cridi! 

Specchiati in me che fui signor de loro. 

Che hor mi vale havuto il nobil choro 
De’ cavalieri e de’ varii famigli, 

Li qua(l)i tucti eran figli 
De excelsi ri, potenti e singolari? 

De animai, cani, uccielli mai fu pari 

Nel mondo a me che più perfecti havessi, 
Nè più ne retenessi 

D’ogni maniera e d’ogni chaccia instructi. 

De varii suoni e d’instrumenti tucti, 

De balli, canti et d’ogni melodia 

Più n’ebbi in vita mia 

Ch’altri che fusse mai dal cielo influso. 

De donne, de fanciulli e d’ogni luso 

In copia n’ebbi, et hora ho questi vermi, 

Li quai non stan mai fermi, 

Servendomi de crudo et aspro morso. 

Ai, mondo ladro, e che non dai soccorso 
Al Cesar tuo? non odi che te chiama? 

0 gloria, o pompa, o fama, 

0 regno, o stato, o auro, o monarchato! 

0 gente tante a cui ho comandato 

Al mondo, hor dove sete voi andate? 

Perchè non agliudate 

E1 duca vostro e il vostro sol signore? 

« 

Io son pur Iulio, il vostro imperatore. 

0 tu, vulgare, o tu, phylosophante, 
Artista, o mercatante, 

0 tu cossi gentile e dilicato; 

Qur, Roma . 


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242 


CAPITOLO Vili. 


Ay, riconosci il misero tao stato, 

E quanto la toa vita è carta e breve: 
Tanto più el colpo è greve 
Quanto si è huom calcato de più pesi. 

0 crudel piaga a quilli c’hanno spesi 
I lor di male, eterno a lor martire! 
Conviensi par morire! 

Oimè ch’el mondo non me ne compone! 

Si recto adunque, huom, che quel ch’io sono 
E tu sarai, patrida carogna: 

Adonque, hor che bisogna 

Fama e robba può ch’el fine è questo? 

Soffia un gran vento, e mette presto presto 
La polver su le torri, e pur è polvere; 
Resofia el vento e volvere 
La fa cum furia in terra ov’era prima. 

Se danna l’huom per figli e no fa stima 
Che lui et essi convien par morire. 

S’el non se paò fugire, 

A che fermare in terra la sua speme? 

Non mi bastava tucto ’l mondo inseme, 

Hor m’ò d’avanzo questo picol sasso ; 

E a questo simil passo 

Ogni haom che nasce per natura subisce. 

0 vera povertà in te è pace, 

In te quiete, in te ogni dilecto: 

Per che t’ebbi in dispecto? 

E pur è forcia che se lassi el tucto. 

0 huom terrea, se non te se’ reducto 
A Dio servire fi(n)gi in me la mente, 

E sapi certamente 

Che com’io sono il simil tu aerai, 

Nè più ch’el bene e il mal ne porterai. 


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243 


CAPITOLO IX. 

Ottaviano Augusto. 


La potenza di Augusto è pari a quella di Giulio Cesare; a lui, 

come a questo, tutto il mondo è soggetto. Enenkel così ne parla (1): 

* 

Er waz der gewaltigist man 
Von dem ich gehort han, 

Dos nam Augostus hiez, 

An gewalt er da nyemant liez, 

Im was die weltg gar 
Undertan, das ist war. 

Lo stesso Enenkel, firantendendo un passo della Kaiserchronih (2), 
da lui spesso copiata, dice che Augusto nacque incestuosamente 
dalla propria sorella: 

Man list von kfinege daz maere 

daz er geborn waere 

von slner rehten sweater (3). 


(1) Manose, d. Bibliot. di Corte a Vienna, n. 2921. 

(2) V. 626*7 : 

AIm Jftlioi wart inlagan, 

Anguatun das rlohe n&ob ima gwan. 
von atner awaatir vai ar geborn, 

cioè dalla sorella di Giulio Cesare. 

(3) V. Massmakh, Op. cit., voi. Ili, p. 547. 




• A 


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244 


CAPITOLO IX. 


Nelle già citate Chroniques abregèes des empereurs romaina (4), 
per non so quale strano equivoco, Enea diventa madre di Augusto : 
« Et sa mere fut appellee Enea ». Massudi confonde Augusto con 
Cesare, il quale, come abbiamo già veduto, era stato confuso col 
fondatore della famiglia, e dice che Augusto fu il primo a prendere 
il nome di Cesare, perchè estratto a forza dal ventre materno (5). 

La celebrità di Augusto nasce di due cagioni principalmente: 
l’avere egli levata Roma al più alto grado di prosperità; Tesser 
nato sotto il suo reggimento il Redentore del mondo. Anzi questi 
due fatti nel pensiero cristiano si compongono in uno. Dopo cen- 
t’altri che avevano con altre parole espresso lo stesso concetto, 
Alessandro Neckam dice a tale proposito (6): 

Salvator voluit sub tanto principe nasci; 

Nam pax sub pacis principe nata fuit. 

Con Augusto cominciava l’impero, con Cristo cominciava la Chiesa, 
con tutt’a due la sesta età del mondo. Ma su questo argomento 
dovrò tornare più oltre. 

Nessuna leggenda pertanto è più spontanea, anzi più necessaria 
logicamente, di quella che mi accingo ad esporre della visione di 

m 

Augusto e della origine di Ara Coeli. La coscienza cristiana non 
poteva ammettere che il gran fatto della nascita di Cristo, da cui 
aveva principio il rinnovamento del mondo, si compiesse senza che 
il supremo reggitore civile, il quale era stato prescelto appunto a 
preparare il mondo al grande avvenimento, ne avesse un qualche 
sentore. Importava inoltre che, sino dai principii suoi, l’impero fosse 
avvertito ed ammonito che una potestà superiore ad ogni potestà 
terrena, proponeva nuovi compiti al genere umano e tracciava le 
nuove vie della storia. Una leggenda intesa a figurar ciò nacque 
forse sino dai primi secoli in Roma, fra la plebe cristiana; e se 
negli apologeti, che cercavano in ogni banda argomenti e prove in 


(4) Cod. della Nazion. di Torino, L, IV, 17, f. 117 r. 

(5) Op. cit., voi. II, p. 296. 

(6) De laud. div. sap ., dist. V*, vv. 209-10. 


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i 



OTTAVIANO AUGUSTO 


245 


sostegno della causa loro, noi non ne troviamo per anche fatto ri¬ 
cordo, ciò non vuol dire ch’essa non fosse già nata e diffusa, ma 
dimostra forse solamente l’avvedutezza ed il senno di quegli strenui 
campioni di una fede che doveva lottare con potenze formidabili, 
i quali non volevano, con produr prove troppo facili ad essere im¬ 
pugnate, porre a rischio la lenta, ma sicura vittoria. 

La leggenda dovette avere per primo germe questo semplice 
concetto, che, nato Cristo, a cui nelle persone dei Magi s’inchina¬ 
vano le potestà della terra, non era più lecito a nessuno, nemmeno 
all’imperatore di Roma, fregiarsi del superbo titolo di signore del 
mondo; e questo concetto noi troviamo categoricamente espresso 
nei primi anni del V secolo da Paolo Orosio. Detto come Cristo 
nascesse quando, sotto il reggimento di Augusto, tutto il mondo 
era in pace, lo storico soggiunge: « Eodemque tempore hic, ad 
quem rerum omnium summa concesserat, dominum se hominum 
adpellari non passus est ; imo non ausus, quo verus dominus totius 
generis humani inter homines natus est » (7). Ma noi sappiamo, per 
testimonianza di Dione Cassio, che il Senato decretò s’inserisse il 
nome di Augusto fra quelli degli dei nei canti sacri. 

Se non che la leggenda, unica probabilmente in principio, si 
spartì in due diverse versioni, delle quali l’una fu più particolar¬ 
mente diffusa in Oriente, l’altra, per contro, in Occidente; e questa 
è quella che più risolutamente s’appoggia al concetto espresso nelle 
parole di Orosio, mentre la prima sembra intesa a significarne un 
secondo, certo a giudizio dei cristiani non meno importante, anzi 
assai più, e cioè che nato, o stando per nascere Cristo, i falsi ora¬ 
coli ammutolivano, finiva il regno delle false divinità. Nella ver¬ 
sione orientale la stessa religione pagana confessa la propria dis¬ 
fatta; nella versione occidentale la stessa potestà civile confessa 
la sua soggezione: le due versioni s’integrano a vicenda, e tutt’a 
due fanno capo a un medesimo centro, Vara 'primogeniti Lei , 
l’ara coeli. 

Il tema della versione orientale, che nelle scritture è la più an- 


(") Historiarum 1. VI, c. 22. 



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246 


CAPITOLO IX. 


tica, è il seguente. Augusto, volendo sapere chi regnerebbe dopo 
di lui, consulta la Pizia. Questa da prima non risponde, ma inter¬ 
rogata novamente, ingiunge ad Augusto di partirsi dalle are sue, 
giacché un fanciullo ebreo, il quale ha soggetti i numi, le impone 
di disertare il tempio e di tornarsene all’Orco. Udito tale responso, 
Augusto alza sul Campidoglio un’ara su cui fa scrivere: Ara del 
primogenito di Dio. Questo racconto si ha già in Giovanni Ma¬ 
iala (8), poi in Cedreno (9), in Suida (10), in Niceforo (11). Gio¬ 
vanni Maiala cita un Timoteo, Cedreno cita un Eusebio, che non 
dev’essere il noto storico, nel quale non si trova traccia della 
leggenda. 

La versione occidentale comparisce nelle scritture molto più tardi. 

I Mirabilia cosi la inferiscono : « Tempore Octaviani senatores 
videntes eum tantae pulchritudinis, quod nemo in oculos eius 
intueri posset, et tantae prosperitatis et pacis, quod totum mundum 
sibi tributarium fecerat, ei dicunt: Te adorare volumus, quia di- 
vinitas est in te: si hoc non esset, non tibi omnia subirent pros¬ 
pera. Quod renitens indutias postulavit; ad se sibillam Tiburtinam 
vocavit, cui quod senatores dixerant recitavit. Quae spatium triurn 
dierum petiit, in quibus artum iejuniun operata est; post tertimn 
diem respondit imperatori: 

Judicii 8Ìgnum tellns sudore madesoet, 

E celo rex adveniet per seda futurus, 
scilicet in carne presene ut iudioet orbem; 

* 

et cetera quae secuntur. Ilico apertum est celum et maxiraus 
splendor irruit super eum. Vidit in celo quandam pulcerrimam 
virginem stantem super altare, puerum tenentem in brachiis : mi- 

m ■ ■ — w ■— m ♦ 

(8) Chronographia, 1. X, ed. di Bonna, pp. 281-2. Ottaviano interroga 
l’oracolo neU'anno cinquantesimoquinto del eoo impero, dopo aver fatto 
un’ecatombe. 

(9) Comp. hirt., ed. di Bonna, voi. 1, p. 320. 

(10) Lexicon , 8. v. Atyov<jio$. 

(11) ffist. eccles., 1. I, c. 17 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


247 


ratns est nimis et vocem dicentem audivit : Haec ara filli dei est 
Qui statini in terrara procidens adoravit, quam visionem retulit 
senatoribus, et ipsi mirati sunt nimis. Haec visio ftiit in camera 
Octaviani imperatoris, ubi nunc est ecclesia sanctae Mariae in Ca- 
pitolio. Idcirco dieta est ecclesia sanctae Mariae ara celi ». Ar- 
mannino Giudice trova un’altra ragione del nome. Secondo lui 
la chiesa si chiama dell’Aere Cielo, « cosi decta per la vergine 
qual quivi nell’aere aparve ». La Qrayhia al racconto dei Mirabilia , 
che riproduce con varianti di poca importanza, ma senza far cenno 
della chiesa d’Ara Coeli, aggiunge, attingendo certamente da 
Orosio (12): « Alia vero die, dum populus dominum illum vocare 
decrevisset, statini manu et vultu repressit. Nec etiam a filiis do¬ 
minomi se appellali permisit dicens: 

Cum sim mortalis dominum me dicere nolo *. 

I versi qui posti in bocca della Sibilla Tiburtina sono i primi tre 
della profezia attribuita alla Sibilla Eritrea. Le lettere iniziali dei 

trentaquattro versi che la compongono formano in greco, riunite, 

« 

le parole : Irjoodg %Qti<nòg Seov rjiòg StoxìjQ oravQÒg, e nella ver- 


(12) Hist., 1. VI, c. 22. Ma Orosio copiava Svktonio (Oct. Aug. t 58) cer 
cando nelle parole dello storico pagano la prova di una intenzione favo¬ 
revole al Cristianesimo. Si confrontino i due passi: 


SVETO NIO 

Domini appellationem, ut malediotum 
«t opprobrium, aemper exhorruit. Quum 
«pecunie eo ludo», pronunoiatum esset 
e mimo, 0 Dominum aeqttum et bonum , et 
universi, quasi de ipeo dictum exultantes 
eomprobassent ; et statini manu vultuque 
indecoras adulationes repressit, et inse- 
quenti die gravissimo corri pait edicto, 
dominumque se posthao appellali, ne a 
liberi* quidem aut nepotibus suis, vel 
««rio vel jooo pass un est : atque huiusmodi 
blanditias etiam inter ipsos prohibuit. 


OROSIO 

Domini adpellationem, ut homo, decli¬ 
navi^ Nam oum eodem speotante ludo#, 
pronunoiatum esset in quodam mimo, 
0 Dominum aequum et bonum^ universique 
quasi de ipso dictum esset, exultantes 
ad proba vissent, statim quidem manu vul- 
tuque indecoras adulationes repressit, 
et insequenti die gravissimo oorripuit 
edicto, dominumque se posthao ad pel- 
lari ne a liberis quidem aut nepotibus 
suis vel serio vel joco passus est. 


Si noti quell'til homo intercalato da Orosio, e che muta di un subito tutta 
la intonazione del passo. 


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248 


CAPITOLO IX. 


sione latina: Jesus Christus Lei filtus Servator Crux (13)- 
Quanto si dice della bellezza di Augusto, dimostrata più particolar¬ 
mente negli occhi, deriva da Svetonio (14). 

Dai Mirabilia e dalla Graphia la leggenda si diffonde e passa 
in un grandissimo numero d’altre scritture, ma non senza rice¬ 
verne qualche variazione. Invece della Sibilla Tiburtina s’intro¬ 
duce qua e là la Sibilla Eritrea, come, per citare un esempio, nella 
Fiorita d'Italia di Armannino. Che nè l’una, nè l’altra poteva 
esser vissuta ai tempi di Augusto, non si badava (15). Nel Libro 
Imperiale , per uno scambio curioso, Ara Coeli diventa il nome 
della Sibilla. Qualche volta ancora Sibilla diventa nome proprio, 
come nella narrazione inserita da Heinrich von Mùnchen nella 
Weltchronih di Rudolf von Ems da lui continuata, in un poe¬ 
metto italiano della vita di Maria e di Cristo (16), e altrove. Il già 
citato Giovanni da Verona nella Historia Imperialfs fa che Au¬ 
gusto chiami non soltanto la Sibilla, ma ancora i sapienti a con- 


(13) La versione latina è di Sant’Agostino. In un apocrifo Sermo beati 
Angustiai episcopi de Natale Domini, il quale si trova nel cod. Lat. 1018 
della Bibl. Nat. di Parigi, soritto nel XII secolo, la Sibilla recita, dopo 
altri testimoni della divinità di Cristo, non trentaquattro, ma ventisette 
versi, de’ quali i primi quattordici soltanto formano, e malamente, acro¬ 
stico. V. Sepkt, Les Prophètes du Christ, Bibliothèque de l’École des Charles, 
serie VI 4 , t. Ili (1867), pp. 2-8. Nel Mistero dei profeti di Cristo, pubbli¬ 
cato di su un codice dell'Xl secolo, prima dal Raynouabd, Choix des poéstes 
des troubadours, t. li, pp. 139-43, poi dal Du Méril, Origines latines du 
thédtre moderne , 179-87, e in altri Misteri dello stesso argomento, la Sibilla 
recita, come nel racconto dei Mirabilia, i soli tre primi versi della pro¬ 
fezia. Di questa, che nel medio evo fu assai celebrata, si hanno versioni e 
parafrasi in tutte le lingue d’Europa. Una versione francese pubblicò, di 
su un cod. Laurenziano, Paolo Mkybk, Bulletin de la Soditi des ancien» 
textes frangati, 1879, pp. 79*83, alcune versioni provenzali e catalane it 
Milà y Fontanals, Romania, 1881, pp. 356-65. 

(14) Od. Aug., 79. 

(15) Il Baronio volendo pur salva in qualche modo la leggenda disse 
che Augusto ebbe la rivelazione, non dalla Sibilla, ma dai libri sibillini. 
Apparat. ad Annal., ed. del Mansi, p. 447. 

(16) Cod. dell'Universitaria di Bologna, N. 157. 

Sybilla fe vedere a Octaviano 
Una fanciulla nel megio del sole. 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


249 


siglio. La ragione che muove Augusto a rifiutare il culto dei Ro¬ 
mani, ora è un naturale sentimento di modestia e la retta cogni¬ 
zione della umana fragilità, ora il timore che, dovendo succedergli 
nell’impero alcuno maggiore di lui, gli onori divini non sieno per 
tornargli in vergogna. Questo è il sentimento che gli attribuisce 
Gotofredo da Viterbo nello Speculum Regurn (17). Come è noto, 
Augusto fu richiesto di permettere gli si attribuisse un culto nel¬ 
l’Asia, e ciò egli concedette in parte (18). 

Nella Vita di Maria di Walter von Rheinau, Augusto prima 


(17) V. 861-84, ap. Pkbtz, Script ., t. XXII. 

Urget eum populus, ut deua ipse vooetur; 

Ille timet, si maior eo post hoo orietur, 

Ne pereat nomee, perdat et ipse deous. 

Soire futura volens rex oonsulit ore Sibillam, 

Et petit, ut causas referat. Cui retulit illa: 

. Maior te veniet, tigna futura vide . 

Arte Sibillina celi patet eminus ara, 

Qua videt angelica divinitus agmina olara, 

Que puero soli digna favore parant. 

In greznio ma tris sedit sapienti a patria, 

Dextra coronati pueri dat dona beatis, 

Celitus emicuit gloria multa satis. 

Cesar ut obstupuit, vati sua visa revelat, 

Mira refert pueri, neo eius miracula oelat, 

Quippe minor puero numine cesar erat. 

Scribe, Sibilla, michi quitquam puer iste vocatue , 

Quitte pater tutti est, aut que regina putatur, 

Quod tibi fU regnum quod diadema datur. 

Intulit illa: Dei Deut ett de flatnitie natut , 

Virginit ex utero tine teminit arte creatut, 

Perdita colligere rex tine fine dat ut. 

Dotine f oesar ait, deut ammodo nolo vocari, 
lite puer deut ett, hunc mundum habet venerari 
Cui favet angeUcut cetut et unda marie. 

(18) Qui cade in acconcio un passo delle già citate Maravigliose virtù 
che furo nelli Romani (cod. Marciano it., cl. XI, LVIJ, p. 10, col. 1*): 
*... Ciecilio. amico di Cesare Augusto, riprendendolo che si lassava in¬ 
gannare a’ lusinghieri, li qnali consegliavano che si faciesse adorare come 
iddio disse: 0 egregio imperadore, poca prudenzia è in te, però che cre¬ 
dendo a* lusinghieri ti fai tenere da pocho senno, però che quando lusin¬ 
gano, non solamente a te, ma alti dii et al popolo fanno ingiuria; ma 
non anno la riverentia diciendo che tu se' loro pare, imperò che la tua 
natura non dà d’essere iddio, et disonore al popolo fanno, volendo adu¬ 
nare ad adorare te huomo mortale, invecie delti iddii immortali. Ma sai 



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250 


CAPITOLO IX. 


vede la immagine in cielo, poi consulta la Sibilla (19). Nel Breve 
Chronicon Magdeburgense, attribuito ad Eike von Repgau, si 
dice semplicemente, che la notte in cui nacque il Redentore, Au¬ 
gusto vide in sogno un cerchio che cingeva tutto il mondo, e 
dentro al cerchio una vergine levata sopra la luna, coronata di 
soli, e con un bambino in braccio (20). Nella Leggenda aurea (21) 
e nell '‘Alle Passionai (22) il cerchio che la Sibilla fa vedere ad 
Augusto cinge il sole. Anche per questa parte la leggenda si ap¬ 
poggia ad Orosio (23). 

Nella più parte di questi racconti si fa ricordo della bellezza di 

4 


quando tu moatr&rai d'avere in te qualche cosa divina? quando tu questi 
malvagi lusinghieri farai prendere e uccidere, et faciendo ciò potrai miti¬ 
gare l’ingiuria facta ali dii, li quali malagevolmente perdonano ». 

(19) L. II. 

Aagustus ze den zitten waz 
Keys 3 r ze Rome, ala ich ea las, 

Der sach in der nel ben nacht, 

Ala er ain war nani und aoht, 

Sin lioht &n dem himel atan 

« 

Ala ein sterne getsn, 

Und was gelioh, so man sagt, 

Einer seboner jangen magt, 

Die ein kindeUn gemeit 
Beeloesen an ir arme treit. 

(20) Ap. Mbnckbnius, Script t. Ili, col. 352. 

(21) C. VI. De nativitate Domini. 

(22) Daa alte Passionai herausgegeben von K. A. Hahn, Francoforte s. M., 
1845, p. 22. 

(23) Histor., 1. VI, c. 20: * Nam cum primo, Caio Caesare avunculo suo 
interfecto, ex Apollonia rediens Urbem ingrederetur, hora circiter tertia 
repente, liquido ac puro sereno circulus ad speciem coelestis arcus orbem 
eolie ambiit, quasi eum unum ac potentissimum in hoc mondo solumque 
clarissimum in orbe monstraret, cujus tempore venturus esset, qui ipsum 
solem solus, mundumque totum et fecisset et regeret ». Questo fatto, che 
Orosio interpreta a modo su.), è del resto ricordato, oltreché da Svetonio, 
Oct. Aug. f 95, anche da Sbnbca, Natur. Quaest., 1, 2, da Plinio, Hist. Nat., 
II, 28, da Dionb Cassio, Hist. Rom., XLV, 4, da Vbllbjo Patkbcolo, Hist. 
Rom., II, 59. Che gli scrittori cristiani dei primi secoli volsero spesso in 
beneficio della propria causa certe narrazioni e certe testimonianze degli 
scrittori pagani è noto a tutti. V. Mamachi, Dei costumi de' primitivi Cri¬ 
stiani, Roma, 1758-4, t. I, pp. 87-9. 


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OTTAVIAHO AUGUSTO 


251 


Augusto, la quale è insieme con la prosperità grande di cui Roma 
fruisce sotto il suo reggimento, una delle ragioni per cui i Romani 
lo vogliono adorare. A questo proposito dice Giovanni d’Outre- 
meuse (24) : « Chis emperere fut le plus beais hons de monde de 
corps et de tous ses membres, et tenoit x piés de hault, et astoit 
gros et reons, et si bien fait qu’ilh n’y falloit riens ; et tout sa 
plus grant bealteit li gisoit en ses yeux, car quant alcuns le re- 
gardoit ès ses yeux, ilh ly sembloit que chu fussent raez de soleal 
qui issoient de ses yeux ». 

Dopo la visione Augusto diventa adoratore del vero Dio (25). 
Ciò non toglie tuttavia che si faccia ricordo anche de’ suoi vizii, 
e di quello della lussuria principalmente, Nella già citata Cronica 
degl*imperatori romani si legge (26): « Tutol mondo el redusse 
in una monarchia, zoe in uno volere, ne homo de tanto prexio fo 
senza vicii, chel serviva a la libidine, zoe a la volontà carnai, e 
intra xii comare e altre tante donzelle elio soleva zacere » (27). 

Nel Libro Imperiale si dà di questo fatto una più onesta ra¬ 
gione : « Ottaviano resse il mondo in molta pacie, et divenne in 
tanta vecchiezza, che, per conservar meglio sua vita teneva nel 
letto dodici vergini con dodici vergine ». 

Un esempio formidabile di crudeltà ricorda la Kaiserchronik (28): 
Augusto fece uccidere trentamila schiavi ch’erano fuggiti dalle case 
dei loro padroni (29). Ma ricompra ogni colpa la cristiana umiltà 
di cui la leggenda fa testimonio. 


(24) Op . eit ., voi. I, p. 351. 

(25) Giovassi d'Outremshsk, Op. ri/., voi. 1, p. 326. * Depuis celle heure 
qu’ilh oit la vision vegut, creit Octavian en Dieu, mais ilh ne l'osoit 
dire ,. E più curiosamente Abmanniho nella Fiorita: * E alcuno volle dire 
che per questo egli fosse credente della fede di Cristo, bene ch’egli pagano 
rimanesse „. 

(26) P. 1. 

(27) Giovami d’Outbkmsuss, con più discrezione, Op. eit., voi. I, p. 325: 
*... entre XII conoubines ou filhes avoit à coustume del dormir 

(28) V. 645-50; cf. voi. Ili, p. 552. 

(22) Secondo che da alcuni si narrava, espugnato Perusio, Augusto, negl’idi 
di Marzo del 714, fece morire 300 Perugini in espiazione della morte di 




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252 


CAPITOLO IX. 


La leggenda della visione è riportata, o ricordata, oltre che dagli 
scrittori, e nei libri già citati, da Martino Polono, da Heinrich von 
Munchen (30), da Gervasio di Tilbury (31), da Bartolomeo da 
Trento (32), da Sicardo, dal Petrarca (33), da Fazio degli Uberti (34), 
nello Speculum humanae salvationis (35), da Andrea Ratisbo- 
nense (36), e da molti altri. Essa porse inoltre argomento ad una 
sacra rappresentazione (37). Le arti figurative non mancavano di 
rappresentarla. Nella chiesa stessa di Santa Maria Araceli un mo¬ 
saico, probabilmente dei tempi di Anacleto II (1130-1138), rappre¬ 
senta il mistico agnello sopra un altare, a destra la Vergine col 
bambino, a sinistra Augusto in atto di adorazione. Accompagna il 
tutto l’iscrizione seguente : 

Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam 
Cunctarum prima que fuit orbe sita: 

Noscas quod Cesar tane struxit Octavianus 

Hanc Ara[m] Celi, sacra proles dum patet ei (38). 

Qui la Sibilla non comparisce, e l’intera rappresentazione, e i 


Cesare (Svbtonio, Od. Aug., 14). A far nascere la credenza dell’eccidio ri¬ 
cordato dalla Kaiser chronik, può aver contribuito quanto si narrava di certi 
prodigi occorsi nella nascita del Salvatore. Walteb von Rhbinau dice, ha 
l’altro, che nella città di Fridenat morirono diecimila pagani. 

(30) Hbibkich von MQnchbn non fa che copiare il racconto dell’ila 
Passionai. 

(31) Otia imperialia , decis. II, c. 16. 

(32) Nel Leggendario, De Nativitate Domini. 

(33) Famil. epist. VI, Ad Johannem Columnam. V. anche VEpistola a Cle¬ 
mente VI. 

(34) L. II, c. 81. 

Vedi là dove parve ad Ottaviano 

Veder lo oielo aperto, ed un bel figlio 
Una vergin tener nella sur mano. 

(35) Cap. Vili, Fig. III. 

(36) Chronicon , ap. Eccard, Corp. hist. m. ae., t. I, col. 1934. 

(37) La rappresentatione et festa di Ottaviano imperatore, Firenze, appresso 
Giovanni Baleni, 1588. 

(38) V. P. Casimibo da Roma, Memorie istoriche della chiesa e convento di 
Santa Maria in Araceli, p. 161. 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


253 


versi che la illustrano, pgqono accennare piuttosto alla versione 
orientale della leggenda, che non alla occidentale: ma anche questa 
fu poi più tardi, nel secolo XIV, figurata da un discepolo di 
Giotto, Pietro Cavallini, in un dipinto a fresco, che, sotto il pon¬ 
tificato di Paolo IV, sparve insieme con la tribuna su cui era stato 
condotto. Inoltre l’edificante soggetto si trova rappresentato in pa¬ 
recchie miniature di codici, in molti dipinti dei secoli XV e XVI, 
nei Livres d'Heures , su vetri dipinti, su arazzi (39). 

Le due versioni, orientale ed occidentale, della leggenda accen¬ 
nano evidentemente ad origine comune. Cosi nell’una, come nel¬ 
l’altra, si ha Augusto che interroga; cosi in quella, come in questa, 
si ha una veggente, Pizia *o Sibilla, che risponde, e la risposta è 
fatta in tre versi ; l’ara figura in ambedue (40). Che l’una sia de¬ 
rivata dall’altra, sarei meno disposto a credere ; ma ad ogni modo 
la leggenda dovette nascere in Roma, dove l’Ara Coeli le serviva 
in qualche modo di caposaldo. Giacomo da Voragine riporta am¬ 
bedue le versioni, citando, per la prima Timoteo, per la seconda 
Innocenzo III papa (41). 

Ma la leggenda non si appaga della visione; essa attribuisce 
ancora ad Augusto la edificazione di quel tempio della Pace che 
rovinò la notte del nascimento di Cristo. Giacomo da Voragine 
dice, sulla testimonianza d’Innocenzo III, che, durando in Roma 


(39) V. Pi pur, Mythologie der ehriatlichen Kunat, Weimar, 1847*51, voi. I, 
pp. 487 e segg. Una leggenda che ha qualche somiglianza con questa di 
Augusto vive tuttora a Chartres. In essa si narra che nn secolo prima 
della nascita di Cristo i Druidi consacrarono alla Vergine un tempio nel 
luogo Btesso dove ora sorge la cattedrale. La più antica scrittura dove si 
trovi fatto ricordo di tale tradizione è una cronaca del 1389. V. Mori», 
Diaaertotion sur la légende Virgini pariturae ayant cours à Chartres, Pa¬ 
rigi, 1864. 

(40) Alla leggenda dell'altare eretto da Augusto al primogenito di Dio 
pub far riscontro quanto un’ altra leggenda racconta di Dionigi, detto 
poscia Areopagita, il quale, mosso da un interno avvertimento, eresse un 
altare Dee ignoto, e fu più tardi convertito da San Paolo. Tale leggenda 
narrasi già negli Atti degli Apostoli. V. gli Acta Sanctorum, t. IV di Ot¬ 
tobre, pp. 696*855. 

(41) Legenda aurea, c. VI. 


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254 


CAPITOLO IX. 


già dodici anni la pace, i Romani costrussero un tempio bellis¬ 
simo, e vi posero dentro la statua di Romolo. Consultato l’oracolo 
di Apollo circa la sua durata, fu da questo risposto che durerebbe 
insino a che una Vergine partorisse. I Romani intesero che il 
tempio dovesse durare in eterno, e se ne rallegrarono ; ma la notte 
in cui nacque Cristo esso rovinò improvvisamente (42). Qui di Au¬ 
gusto non si fa ancora parola, ma la costruzione del tempio si 
pone sotto il suo regno : la statua di Romolo, che non si vede che 
cosa ci stia a fare, è quivi migrata da un’altra leggenda, o per dir 
meglio da un’altra versione della stessa leggenda. Armannino Giu¬ 
dice invece dice espressamente nella Fiorila che chi costruì il 
tempio fu Augusto (43). Nella già ricordata Rappresentatione et 
festa di Ottaviano imperatore , l’azione procede nel seguente 
modo. Costruito il tempio, l’imperatore domanda quanto abbia a 
durare. 

Parla Vimperadore o’ maestri. 

Quanto potrà questo tempio durare 
chè si mirabilmente è edificato? 
in che modo potrà mai rovinare 
che si perfettamente fu fondato? 

Vn maestro di murare. 

Di questo non bisogna ragionare 
però che ’1 durar suo ò [injterminato 
ne mai sarà per rovina finito 
se vna vergin non ha partorito. 


(42) Ibid. 

(48) Cod. Laurenz. cit., f. 260 v. “ Quivi, com’ io dissi, avea facto fare 
Ottaviano quello tempio di pace, il quale si chiamava anche il tempio di 
Vesta, ma tucto era uno nome, però che Vesta in greoo viene a dire pace. 
Allora volle Ottaviano sapere quanto dovesse durare quello tempio. La 
Ritbea rispuose che quello tempio cadere dovea quando la vergine parto* 
risse. La gente per questo intesero che mai cadere dovesse però che non 
credeano che vergine mai partorire potesse. E chosì quando la nostra sa¬ 
lute della vergine nacque quello tempio cadde ,. 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


255 


Il popolo vuole adorare Augusto, che consulta la Sibilla. Segue la 
visione e la rovina del tempio. In una scena interposta si rap¬ 
presenta l’adorazione dei pastori. Fatto certo della venuta del Re¬ 
dentore, Augusto ordina pubbliche feste. 

Nei Mirabilia si narra che Romolo pose nel tempio della Con¬ 
cordia la propria statua d’oro, dicendo: Non cadrà insino a tanto 
che una vergine partorisca ; e subitamente precipitò come la Ver¬ 
gine ebbe partorito. Si ricordi a tale proposito ciò che la leggenda 
racconta degl’idoli di Egitto che tutti precipitarono nei templi, 
come appena Gesù, che fuggiva la persecuzione di Erode, fu en¬ 
trato nel paese dei Faraoni. Gotofredo da Viterbo parla della statua 
e del vaticinio alquanto diversamente (44): 

Maxima tunc Roraae Capitolica stabat imago, 

Cujns in hoc titolo lectoribns acta notabo, 

Atque Si by Ili no dogmate dieta dabo. 

Grandis imago nimis, potai t vix recta levarì, . 

Saepe levata satis, nulla valet arte juvari, 

Quin cadat ulterins, nam recidiva cadit. 

Unins vitulae tandem datar arte levarì, 

Cujns et ingenio potuit sic ipsa locari, 

Ne cadat nlterius, stetque vigore pari. 

Sed nec ad hnc popnlus stabat sub imagine tutus, 

Spirìtns a statua sic est in plebe locutns: 

Cum virgo pari et, tane et imago cadet. 

Giovanni Sarisberìense (45) e Ranulfo Higden (46) dicono che fusa 
la statua, le gambe parvero insufficienti a sostenerne il peso, e 
che, essendo ciò rimostrato all’artefice, questi rispose la statua 
avere a durare finché una vergine partorisse. Alcuna volta è il 


(44) Panthéon, part. XV. 

(45) Briaerai., L II, o. 15. 
(45) Poiychrom, 1. I, e. 24. 


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256 


CAPITOLO IX. 


tempio di Pallade (Panadis) quello che precipita (47); alcun’altra 
è la Salvatio , come abbiamo già veduto (48). In un racconto fran¬ 
cese di un manoscritto di Torino l’edifizio che rovina è un palazzo 
magnifico innalzato da un fantastico Nerone in onore dei suoi 
numi (49). 

Fra i molti segni annunziatori della venuta di Cristo che si ri¬ 
cordano, uno dei principali è la fonte d’olio che si pretende scatu¬ 
risse in Trastevere, nella Tabeima meritoria , allorché seguì il 
venturoso nascimento. Se ne parla nei Mirabilia e in altri libri 
senza fine; ma il primo che le attribuisca il significato che serba 


(47) Per es., nelle Cronache di Sant’Egidio, ne\Y Alte Passionai , ecc. 

(48) Cap. VI, pp. 211-8. Nelle citate Cronache di S. Pantaleone dopo de* 
scrìtta la Salvatio in Campidoglio, ai soggiunge: * Hujus (Numae) tempo¬ 
ribus Sibilla Erictea (sic) claruit, quae ad ipsum veniens Numam Romae 
plurima futura ei praedixit, et in pariete ipsius Capitolii hunc versum con- 
scripsit: Non cadet ista domus, nisi virgine partoriente. Dicunt e ti am quod 
in ipaa hora nativitatis domini cum omnibus idolis corruerit ,. 

(49) Comparsiti, Virgilio nel medio evo , voi. II, pp. 89-91. Oltre il Tempio 
della Pace, Guillaume le Clerc ricorda un altro edilìzio sontuoso che diede 
segno della nascita del Redentore (Lesjoies Nostre Dame, vv. 155-66, 472-8): 

Un mult riohe paleis volsu, 

Le gTeignor, qu’unke* veist home, 

Aveit en la oité de Rome. 

Cil qui le fìat fa bon meetre. 

Plus i aveit de mii feneetres, 

Veire, si jeo l’osoe dire, 

Mien eaoient plus de dous mire; 

Tutes de quivre e de metal, 

Chesoun en son dreit fenestral. 

Overtes esteient le jur 
E closes en la tenebrar. 


E les feneetres del pales, 

Qui al vespre fenneea furent, 
Contro la mie nuit s’esmnrent, 
Lur barrea a force rumpirent; 
Tel noise e tei bateiz ftrent, 
Que de la pour s’enfneient 
Tnt cil qui la tnmulte oeient. 


Forse quest'edifizio con più di duemila finestre è il Colosseo. Ad ogni modo 
il prodigio qui ricordato appartiene alla leggenda di Giulio Cesare. 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


257 


di poi è Orosio (50). Qui ci si presenta un altro caso di usurpa¬ 
zione fatta da Cristiani in prò della loro fede. Una vecchia leg¬ 
genda pagana raccontava che il giorno in cui, dopo aver vinto Le¬ 
pido, Ottaviano entrò in Roma, scaturì dalla Tabei'na meritoria 
una fonte d’olio. Orosio dice essere stato quello un segno e un 
avvertimento della nascita di Cristo. Il Voragine ne parla come 
un segno della nascita già avvenuta, e cita una profezia : « Pro- 
phetaverat enim Sibylla, quod quando erumperet fons olei, nasce- 
retur Salvator» (51). L’Anonimo Magliabecchiano alla Taberna 
sostituisce il Templum Ravermanum in quo remanebanl omncs 
wrvientes in senatu. Battista Fulgoso fa scaturire la fonte in una 
casa privata (52). Lo Pseudo Ricordano Malespini confonde cose 
disparatissime e dice (53) : «.al tempo di Attaviano Cesere Au¬ 

gusto in Roma si fondò la maggiore di tutte le Chiese, cioè la Casa 
di mess. Santo Piero Apostolo di Cristo, e tutto quello dì rampollò 
olio di sotto terra in segno di divina grazia, dopo la morte di mes¬ 
sere Santo Piero ». Walther von Rheinau dice che la notte in cui 
nacque il Salvatore fu veduto nascere in Roma un albero, e sca¬ 
turire da quello un rivo d’olio (54). Del resto le fonti d’olio sono 
frequenti nelle leggende, specie ascetiche : di una che scaturì nel 
mezzo della città di Sorrento fa ricordo Gioseffo Gorionide (55). 

Molti altri segni della venuta di Cristo si ricordano, su’ quali 
non mi tratterrò. Onorio Augustodunense nell’ Elucidarium ne re¬ 
gistra sette; ma altri va sino a ventiquattro (56). Inoltre uno stesso 


(50) Histor., 1. VI, c. 20. 

(51) Legenda aurea , c. VI. 

(52) De dictie factibusque memorabilibus collectanea a Camillo Gilino latina 
fatta , Milano, 1508, 1. I, c. 4. 

(53) Istor. fiorent., c. XI. 

(54) Marienleben, 1. II. 

(55) Hi sto Ha judaica, 1. I, o. 3. 

(56) V. Mamma»», Kaiserch ., voi. III, pp. 556-8 e anche Wolf, Lectiones 
memorabilet, voi. I, pp. 4-6, 11-12. In una cronaca latina manoscritta che 
ai conserva nel Museo Britannico (cod. Cottoniano Nero, D. II) si legge 
(t 29 r, col. 1*) il seguente racconto : * In ilio tempore, regnante in Bri- 
tannia, ut predictum est, Kerabelino rege, vate Teulephinus nomine, medio 

Gur, Roma. 17 


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258 


CAPITOLO IX. 


sedilo si faceva servire ad annunziare l’impero e la nascita di 
Cristo; Vincenzo Bellovacense dice sulla fede di Pietro Comestore, 

nello Speculum Ristoriate (57): «.apparuerunt tres soles in 

oriente, qui paulatim in unum corpus solis redacti sunt, significantes 
quod dominium Lucii Anthonii et Marchi Anthonii et Augusti in 
monarchiam rediret, vel pocius quod noticia trini Dei et unius toti 
orbi futura imminebat ». 

Ma il cristianesimo si voleva annunziato di più lunga mano in 
mezzo alla paganità, e se ne ricordavano antichissimi vaticinii e 
presentimenti. Che la Sibilla Eritrea, sino dai tempi della fonda¬ 
zione di Roma, avesse profetata la venuta del Messia, si credeva 
comunemente, e dell’altre Sibille si credeva il medesimo (58). Nel 
trattato De Disciplina scholastica , falsamente attribuito a Boezio, 
si narra che nella tomba di Platone fu trovata una lamina d’oro 
con suwi incise le parole: Credo nel figliuolo di Dio , il quale 
deve nascere di una vergine , patire per il genere umano , e ri¬ 
suscitare il terzo giorno dalla sua morte. Parecchi cronisti, e 
Vincenzo Bellovacense fra gli altri (59), fanno ricordo di una tomba 


yeme, maionbils terre vocatis ad regale convivium, quasi in extasi raptus, 
in aula regia, cunctis corara epulantibus, bine inde gradiens futurorum 
prescius, qui requisitus a rege quod de futurorum presagiis quibus in* 
tendebat sentiret eis prospera denunciando vaticinaret. Cui ille respondit 

dicens : 

Ce ft.se t error, 

Fngiat terror, 

Cedat dolor gaudio ; 

Hodie descendit in homo 
Qui noe liberabit ab ymo. 

Huius autem vaticinii mentio inter Britones sepius fuerat recitata ,. Thè- 
lèsi?» annunzia la venuta di Cristo anche nel Roman de Brut di Wace. 
vv. 4972-89. 

(57) L. VII, c. 41. 

(58) V. Skbvatii Gallasi Dissertationes de Sybillts , Amsterdam, 1688 ; 
Tmorlacius, Conspectus doctrinae christianae qualis in Sibyllarum libri8 con - 
tinetur , Kopenhagen, 1816; Ewald, Ueber Entetebung, Wert und Inhalt der 
14 Sibyllinischen BQcher, Gottinga, 1858. 

(59) Speculum morale, 1. II, dist. Ili, parte 2*. Di alcun che di simile si 
parla nella Historia miserila. 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


259 


trovata presso Costantinopoli e contenente in una scritta l’annunzio 
del Redentore. Martino Polono racconta che nella città di Toledo, 
ai tempi di Federico II, fu trovato da un Ebreo, dentro una pietra 
che non mostrava segno di commessura, un libro in tre lingue, 

ebraica, latina e greca, nel quale si narrava in parte, in parte si 

« 

prediceva tutta la storia del mondo, da Adamo all’Anticristo, fa¬ 
cendo nascere Cristo in sul principio del terzo mondo, divisa in 
tre mondi, o in tre età, tutta la storia del genere umano. Nella 
prefazione al trattato De oclo partibus orationis di Virgilio Ma- 
rone grammatico (60), si ricorda, sulla testimonianza di non so 
quali storie greche, un poeta Tarquinio, il quale annunziò fra i 
Persiani la venuta di Cristo (61). 

Circa la morte di Augusto nulla si racconta di particolare, salvo 
che Massudi la lega in istrano modo con la morte di Cleopatra. 
Secondo questo storico, Augusto peri morso da quello stesso serpe 
che aveva già tolta la vita alla disprezzata regina, e improvvisò, 
prima di morire, alcuni versi, che diventarono poi famosi. Ben 
più si parla del sepolcro, che era uno dei maggiori monumenti di 
Roma. I Mirabilia cosi lo descrivono: «Ad portam Flammineam 
fecit Octavianus quoddam castellum quod vocatur Augustum, ubi 
sepelirentur imperatores, quod tabulatum fuit diversis lapidibus. 
Intus in girum est concavum per occultas vias. In inferiori giro 
sunt sepulturae imperatorum ; in unaquaque sepultura sunt litterae 
ita dicentes: haec sunt ossa et dnis Nervae imperatorie (62), 
et victoria quam fecit; ante quas stabat statua dei sui, sicut in 
aliis omnibus sepulchris. In medio sepulchrorum est absidia ubi 


(60) Ap. Mai, Classici auctores, t. V, p. 12. 

(61) Giulio Africano racconta che Cristo fu, prima che in qualsivoglia 
altra regione, conosciuto in Persia, giacché gl'idoli stessi d’oro e d’ar¬ 
gento che Ciro aveva posti nel magnifico tempio di Giunone, ne rivela* 
rono la venuta. Africani Narratio de iis quae Christo nato in Persia acci - 
derunt , nei Beytràge zur Geschichte und Literatur dell’AiurriN, Apr. 1804, 
PP. 52 segg. 

(62) In altri testi: cinis nerveque imperatorum. La Graphia: cinis enim 
imperatoris. 


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260 


CAPITOLO IX. 


sedebat Octavianus; ibique erant sacerdotes facientes suas queri- 
monias. De omnibus regnis totius orbis iussit venire unam ciro- 
thecam plenam de terra quam posuit super templum, ut esset in 
memoriam omnibus gentibus Romani venientibus ». Per questa ra¬ 
gione Giovanni d’Outremeuse chiama il Mausoleo di Augusto /»/ 
tempie de tout terre (63). Ma in alcune recensioni dei Mirabilia, 
come in quella pubblicata dal Gròsse, Augusto ordina che ciascun 
suddito porti al suo Mausoleo, non un guanto pieno di terra, ma 
uno scatolino di mirra. L’Anonimo Magliabecchiano dice che Au¬ 
gusto volle essere seppellito nel Mausoleo con una tavola di bronzo 
in cui erano descritte le sue gesta, ma che più tardi Tiberio fece 
porre le sue ceneri nella palla dell’obelisco vaticano, e quivi or¬ 
dinò fossero poste anche le proprie (64). Ma secondo il Libi'O Im¬ 
periale Augusto f\i sepolto nel tempio di Minerva. 

In molte scritture del medio evo si ricorda come la festa solita 
a celebrarsi in Roma alle calende di Agosto in commemorazione 


(68) Op. cit., voi. I, p. 72. In un commento in prosa allo Speeuium Seguitt 
di Gotofkbdo da Vitxkbo (ap. Pbhtz, Script ., t. XXII, p. 75) si legge quanto 
segue: “ Sciendum est quod imperator Antoninus Pius erat mitis et be* 
nignus, avaritiam non habens nec amane. Ideo ab omni populo romano 
imperio subiecto tributum accipere noluit, sed terram de omnibus regnis 
mundi loco tributi apportati iussit in signum obedientie, et montem Rome 
qui dioitur omnia terre iuxta sepulchrum Remi de eadem terra fecit ,. Qui 
si allude evidentemente al Monte Testaccio. 

(64) Del Mausoleo l’Anonimo dice : * Augusta imperatorum, id est Lausca 
vocabulis corruptis, quam ad portam Flamineam ecilicet hodie popoli porta, 
inter ripam et viam Tiberia, Octavianus fecit feri tempore quarti sui con* 
sulatus, ad resecandum expensas maximas sepulchrorum Imperatorum, quod 
adhuc apparet opus inirifice ornatum et opertum tabulis marmoreis. Multa 
ibi sepulohra fecit, in quibus nullum erat aliud necessarium nisi scribere 
gesta funeratorum in sepulchro praedicto ; quibus sepulchrum cuilibet erat 
statua, quae non spectabat nisi denominari nomen defuncti, et scribere 


gesta per eum, et in medio loci ubi sacerdotes scenici stabant ad eorum 
pertinentiam faciendum, cum cathedra, in qua idem Octavianus quando in* 
trabat posset sedere si vellet, donec sacrificia vel cerimoniae exercebantur; 
et ut reputaretur locus magnae nobilitatis, iussit per totum mundum por* 
tare super illum locum oyrothecam terrae plenam idem Octavianus, et tanta 
fuit multitudo praedictae terrae ibi iuasu praedicto posita, quod mons ibi 
isto modo factus extitit 


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OTTAVIANO AUGUSTO 


261 


della vittoria d’Azio riportata da Augusto, fosse per gli ufficii del¬ 
l’imperatrice Eudossia e del papa Pelagio convertita nella festa di 
San Pietro in Vincoli (65). 


(65) Ma parecchie opinioni si ebbero circa la origine di questa festa. 
Anzi tutto, secondo la Descriptio plenaria l'idea di mutare la festa pagana 
sarebbe venuta ad Eudossia, moglie dell’imperatore Areadio, in Roma stessa; 
secondo il Durand, Ratio naie divinorum officiorum, 1. VII, c. 19, tale idea 
sarebbe venuta a Teodosia, moglie di Teodosio li, in Alessandria (Cf. Gio¬ 
vassi Bblkth, Explicatio divinorum officiorum, C. 141, e Hospihianus, De 
festis). Altri attribuiscono la istituzione della festa a Silvestro I (814-835). 
In un racconto francese intitolato : Pourquoy la feste saint Pere ad rincula 
fu ctlebree, contenuta nel cod. Fr. 413 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 162 r, 
l'instituzione della festa ha tutt'altri motivi, ed è attribuita a un papa 
Alessandro. * 


« 


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262 


CAPITOLO X. 

Nerone. 


Passiamo a Nerone, saltando Tiberio, del quale sarà migliore 
occasione a discorrere nel capitolo seguente. 

Dopo Giuda, per giudizio concorde di tutta la cristianità, l’uomo 
più empio e scellerato che sia mai vissuto al mondo è Nerone, e 
la sua trista celebrità vince la buona di Augusto e di Cesare. La 
memoria di lui nel medio evo doveva tornare tanto più odiosa, 
quanto più gli spiriti erano allora portati a foggiarei un tipo di 
principe perfetto (1). Ma la prima e più potente cagione della sua 
infamia era, senz’alcun dubbio, la persecuzione iniqua ond’egli, 
primo, afflisse la Chiesa nascente. La Kaiserchronik chiama Ne¬ 
rone il più malvagio uomo che nascesse di madre, 

der allir wirsiste man 

der von muoter in dise werlt ie quam (2). 

Gotofredo da Viterbo dice di lui (3): 

Scandit Nero tronum blasfemila ubique patronus, 

Nulla sorte bonus neque dignus honore colonus, 

Saccus opum, scelerum signifer, orbis honus. 


(1) I trattati intesi a inatituire il buon principe formano nel medio evo 
una vera letteratura. V. Babtscb, Das FUrslenideal dea Mittelalters im Spiegai 
deutacher Dichtung, Lipsia, 1868. 

(2) V. 4104-5. 

(3) Speculum Regum, vv. 906-8; così ancora nella partic. X della Memoria 
Saeculorum. 


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NERONE 


263 


Ed Enenkel : 


. . . er war ein uebel man 

Sin gleich wart nie gesehen an. 


Tutto si ricorda di lui: i parricida, le crudeltà raffinate, il lusso 
insensato, la mostruosa libidine; non v’è quasi cronista che non 
parli con esecrazione dell’incendio di Roma, e in Roma si mostra 
ancora una torre non molto antica, dalla sommità ■ della quale si 
pretende che l’incendiario sia stato spettatore plaudente dell’opera 

propria. Egli diventa termine di confronto e paragone di ogni più 

« 

sformata malvagità. A proposito di un insigne scolorato si dirà : 


Pilate, Herode ne Noiron 
n’orent plus male entention (4). 

Quando si vorrà con un sol tratto dipingere la iniquità del cloro 
di Roma, si evocherà a riscontro la memoria di Nerone: 

Foris Petrus, intus Nero (5). 

Col nome di Nerone si foggerà persino un aggettivo: neronius , 
sinonimo di scelerato. Neronior est ipso Nerone , dice di Enrico 11 
d’Inghilterra l’anonimo, autore di un carme De adventu Anti¬ 
visti (6). 

Quasi che i delitti da lui veramente commessi non fossero abba- 

» 

stanza numerosi, altri gliene sono imputati che non commise, e 
non poteva commettere. In una cronaca francese manoscritta si 
logge (7) : « Il tua son pere et sa mere et sa soeur et ses deulx 
freres ». Uno di questi fratelli sarebbe quel Grano che, secondo 
la leggenda, fondò Acquisgrana, e che talvolta è anche detto co¬ 


li ) Bknois, Chronique rimée, 1. II, vv. 27836-7. 

(5) V. Flacii Illirici Varia doctorum piorumque tir orlivi de eorrupto ec- 
eìesiae statu poemata, 2* ed., 1754, p. 425. 

(6) Ap. Du Méril, Poésiea popidairea latinea du moyen àge, p. 145. 

(7) Cod. d. Nazion. di Torino L, IV, 18, f. 41 r. 

m 




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264 


CAPITOLO X. 


gnato, o figlio di Nerone. Giovanni d’Outremeuse racconta che 
questi lo fece ammazzare da un suo servitore per nome Gapoza, 
e poscia fece morire anche costui perchè non isvelasse il mis¬ 
fatto (8). Balduino Ninoviense afferma che Nerone « sororem snam 
stupro polluit, patrem suum similiter stupravit » (9). Che veramente 
avesse fatto sparare la madre per vedere il luogo dov’era stato 
prima di nascere, si crede e si ripete da tutti durante tutto il 
medio evo (10). Giovanni d’Outremeuse, a cui piace sempre di rin¬ 
carare la dose, dice che per la stessa mostruosa curiosità fece spa¬ 
rare anche la sua seconda moglie, e narrato l’eccidio materno, 
soggiunge che il parricida, sdegnato della viltà del luogo ond’era 
uscito, sciamò: « Je suy venus de unc ort vasseal. Et puis avalat 
ses braies, si ordat en ventre de sa mere » (11). 

Non è cronista che non ispenda qualche parola a ricordare il 
lusso stravagante e la insensata prodigalità del tiranno, gli splen- 


(8) Op. cit., voi. I, p. 458. Acquisgrana (Aquisgranum, Aquae Graniae) 
fu fondata nel 111 secolo dell'E. V. dai Romani, e cosi chiamata probabil¬ 
mente in onore di Apollo Granus. Granius fu anche nome latino di persona, 
e la famiglia dei Granii ebbe parecchi uomini illustri. 

(9) Chronicon , p. 592, nella Collection dee chroniques btlges inèdites. 

(10) Del modo tenuto da Nerone per fare uccidere la madre si narra 
con qualche particolarità curiosa nell'Aguda Volante , I. V, c. 3. Nel mi¬ 
stero francese intitolato Vengeance et destruction de Jerusalem, ecc., stam¬ 
pato da Antonio Vbrard a Parigi nel 1491, ma rappresentato sino dal 1437, 
Nerone & aprire il ventre alla madre ancor viva per istigazione del dia¬ 
volo. Non so d'onde questa credenza abbia potuto trarre l'origine; ma 
forse la prima suggestione le venne da quanto parecchi antichi narrano 
di Nerone, che volle vedere ignuda la madre morta e delle forme materne 
alcune lodò, altre biasimò. V. Tacito, Annoi . XIV, 9; Svetonio, Nero , 34; 
Dione Cassio, Hist. Rom. t LXI, 14. Questa notizia fu raccolta da Boario, De 
Condolanone philosophiae, 1. Il, mct. VI : 

Novimus quanta» dederit ruinaa 
Crbe fiammata patribnsque caesis, 

Fratre qui quondam feru« iuteremto 
Matris effuso maduit cruore. 

Corpus et visu gelidum pererrans, 

Ora non tinxit lacrymis, sed esse 
Censor extinti potuit decoris. 

(11) Op. cit., voi. I, pp. 471, 470. 


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NERONE 


265 


dori favolosi della Casa Aurea, le reti d’oro e di seta, le feste in 
cui si dissipavano le ricchezze di un’intera provincia, le teatrali 
ed istrioniche pazzie. Queste notizie derivano la più parte, ma 
quasi sempre indirettamente, da Svetonio. 

Il noto amore di Nerone per le pietre preziose trova, benché 
fortuitamente, una curiosa attestazione nel Lapidario che va sotto 
il nome di Marbodo, e poscia in altri parecchi. Marbodo dice nel 
Prologo : 


Evax rex Arabum legitur scripsisse Neroni 
Qui post Augustum regnavit in urbe secundos, 

Quot species lapidnm, quae nomina, quive colores, 

Quae sit his regio, vel quanta potentia cuique (12). 

* 

Se non che qui Nerone usurpa un luogo che non é il suo : 
quelle parole: Qui post Augustum regnavit in urbe secundus , 
lasciano intendere che il libro di Evace in origine deve supporsi 
dedicato a Tiberio, e a costui veramente si trova ancora dedicato 
in parecchie versioni. Ma lo scambio si spiega facilmente quando 
si ricordi che i tre nomi del secondo imperatore furono: Tiberio, 
Claudio, Nerone. La più parte delle versioni francesi in prosa, e 
la versione metrica (13), recano il nome di Nerone (14). Nelle 
scritture del medio evo lo smeraldo si trova qualche volta deno¬ 
minato lapis neronianus , e ciò probabilmente perchè si ricordava 
che Nerone aveva fatto uso di uno smeraldo per veder meglio 
le pugne dei gladiatori nel circo. Parlando degli smeraldi, Mar¬ 
bodo dice : 


(1*2) MiBBODr Liber lapidum , Gottinga, 1799, p. 6. 

(13) Ibid., pp. 101*2. 

(14) Pibtbo Diacono, che fiorì nella prima metà del XII secolo (Marbodo 
morì nel 1123), tradusse ancor egli il Lapidario di Evace; * Librum Evae 
regia Arabiae de pretiosis lapidibus ad Neronem imperatorem, quem Con- 
stantinns imperator ante annos fere octingento* ab urbe Roma Constanti- 
nopolim asportaverat, de Graeco in Romanam 1 inguaui transtulit ,. Chro- 
*ica Montis Casinentris, ap. Pebtz, Script ., t. VII, p. 795. Questa notizia mi 
par che metta fuori di dubbio resistenza di un Lapidario che andava sotto 
il nome di Evace. 


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266 


CAPITOLO X. 


His usum speculis testatur fama Neronem, 

Cum gladiatorum pugnas spectare liberet (15). 

Per ogni altro rispetto l’epiteto di neroniano non si addiceva 
allo smeraldo, che era tenuta gemma amica della castità. 

Quasi ricordo delle magnificenze della Casa Aurea, Ranulfo 
Higden descrive nel Polychronicon il cielo di bronzo che Nerone 
si fece costruire, e il quale altro non è che una copia del cielo di 
Cosroe, di cui è un’altra copia quello del Colosseo (16). 

Le dissolutezze e le lascivie di Nerone sono quelle che più of¬ 
fendono la coscienza cristiana e più attraggono l’attenzione nel 
medio evo. Non si dimentichi che secondo una credenza assai an¬ 
tica, giacché si trova riferita da San Girolamo, la notte che Cristo 
nacque morirono subitamente tutti i sodomiti sparsi sulla faccia 
della terra, e ciò perchè non fosse insozzata di tanta turpitudine 
la umana natura il giorno in cui, di essa rivestito, nasceva il 
figliuolo di Dio. Si ricordava che Nerone era stato marito del gio¬ 
vane Sporo e moglie dei due liberti Pitagora e Doriforo; si ricor¬ 
dava aver egli promesso onori o premi singolari a chi potesse 

« 

convertirgli in femmina l’amasio ; si sapeva essere egli stato di 
così focoso temperamento e di tanta libidine, che per moderarsi 
alquanto, gli conveniva far uso di unguenti refrigeranti (17). Di 


(15) Questa notizia è tratta da Plinio, Uist. Nat., XXXVII, 5, 16. 

(16) L. IV, c. 9. * Item Nero fecit sibi quoddam coelum aereum altitu* 
dinis centum pedum, minutis foraminibus pertuaum, nonaginta columpnie 
marmoreÌ8 aupportatum ; quod fecit aqua desuper infundi instar pluviae de 
coelo cadentis. Fecit etiam de die lampadera ardentem per illud coelum 
trahi, et ad occidentem instar solis occumbere. Et fecit de nocte speculimi 
gemmis ornatura instar lunae refulgere. Sed haec omnia nutu divino ita 
repente confracta sunt, ut nec quidem minutiae illorum sunt repertae. Fecit 
etiam quadrigam super illud coelum trahi, ut quasi sonitus tonitrui audi* 
retur. Sed Deus immisso vento valido quadrigam in flumen traiecit ,. 

(17) Nelle già citate Storie de Troia et de Roma (codice Laurenziano 
Gadd. CXLVIII, f. 33 v a 34 r) di Nerone si dice: ‘Et tanto fo lusurioso 
ke se lavava et vestia si corno feniine. Et poi se iacque cola matre. Et 
poi la fece uccidere, dove era stato cristo. Et poi se admolioe tre soe 
sorore consobrine. Et fece occidere li mariti. Et foro queste Octavia, Sa¬ 
vina et Panopea „. 


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NERONE 


267 


nessun altro imperatore si narrano tanto particolarità quante di 
Nerone. Il vizio di lui più appariscente e più caratteristico, la 
lussuria mostruosa, finisce per inspirare una leggenda assai strana, 
ma nella sua stessa stranezza significantissima; la leggenda, cioè, 
della gravidanza di Nerone. Nerone, non sapendo oramai che altro 
immaginare di nuovo, da chetare alquanto la stravolta sua fan¬ 
tasia, vuole impregnare e partorire; chiama i suoi medici, e in¬ 
giunge loro, sotto pena della morte, di appagare il suo desiderio. 
I medici, per torsi d’impaccio, gli fanno trangugiare in un beve¬ 
raggio una piccola rana, che gli cresce in corpo, e ch’egli vomita 
dopo certo tempo (18). Questa è la sostanza della favola che si trova 
narrata con varianti di poco conto da molti. La O rapii fa e Mar¬ 
tino Polono ne fanno ricordo, ma senza insistervi sopra. Forse il 
più antico monumento letterario in cui essa si trovi narrata è la 
Kaiserchronih, che vi spende intorno una quarantina di versi (19). 
Giacomo da Voragine la riporta molto distesamente, dicendo di 

trarla da una storia apocrifa, della quale non so che ci abbia altri- 

■ 

menti notizia. Ecco le sue proprie parole (20) : « Rursus Nero ne- 
faria mentis insania ductus, ut in eadem hystoria apocrypha repe- 
ritur, matrem occidi et scindi jussit, ut videret, qualiter in ejus 


(18) Il Galvani parla abbastanza a lungo della leggenda della rana in 
una lezione Sopra un luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, Lezioni 
accademiche, Modena, 1839*40, voi. II, pp. 109*26. Toccato di alcuni luoghi 
di storici antichi che possono aver dato la prima idea della favola, egli 
riporta un passo di Aldrovando (De quadrup. Digit. Ovip., l.J) dove si dice 
della possibilità che rospi si generino nel corpo dell’uomo, e reca testimo¬ 
nianze d'altri scrittori in proposito; poscia cita la cronaca di Amahktto 
Manklli, dove la leggenda è ricordata, e riporta un sonetto sino allora 
inedito di Cino da Pistoja (?) il quale comincia : 

Come li Saggi de Neron orudele 
Ingravidare il fero d’ona rana. 

Ricorda inoltre che della favola è fatto pur cenno nell\4mito»ifa sopra la 
Zucca del Doni, preposta alla edizione che di questa si fece in Venezia 
nel 1592, e opera di Jbronimo Gioanniki Capuonano. 1 documenti più an¬ 
tichi, dove la leggenda trovasi primamente narrata o accennata, gli rima¬ 
sero ignoti. 

(19) Vv. 4132-74. 

(20) 0. LXXXIX (84). De sancto Fetro Apostolo. 



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I 


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268 


CAPITOLO X. 


utero fovebatur, physici vero eum de matris perditione arguentes 
dicebant: jura negant et fas proliibet, ut filius matrem necet, quae 
ipsum cum dolore peperit, et cum tanto labore et sollicitudine 
enutrivit. Quibus Nero: faciatis me puero impraegnari et postea 
parere, ut, quantus dolor matri meae fuerit, possim scire. Hanc 
insuper voluntatem pariendi conceperat eo, quod per urbem tran- 
siens quandam mulierem parientem vociferantem audiverat. Dicunt 
ei: non est possibile quod naturae contrarium est, nec est facile, 
quod rationi non est consentaneum. Dixit ergo iis Nero: nisi me 
feceritis impraegnare et parere, omnes vos faciam crudeli morte 
interire. Tunc illi eum impotionantes ranam sibi occulte ad 
bibendum dederunt, et eam artificio suo in ejus ventre excre- 
scere fecerunt, et subito venter ejus naturae contraria non 
sustinens intumuit, ita ut Nero se puero gravidum aestimaret. 
faciebantque sibi servare diaetam, qualem nutriendae ranae no- 
verant convenire dicentes, quod propter conceptum talia eum ob- 
sen r are oporteret. Tandem nimio dolore vexatus medicis ait: acce¬ 
lerate tempus partus, quia languore pariendi vix anhelitum habeo 
respirando Tunc ipsum ad vomitum impotionaverunt, et ranam 
visu terribilera, humoribus infectam et sanguine edidit cruentatam, 
respiciensque Nero partum suum ipsum abhorruit, et mirabatur 
adeo monstruosum, dixerunt autem quod tam diftbrmem fetum pro- 
tulerit, ex eo, quod tempus partus noluerit expectare. Et ait : filine 
talis de matris egressus latibulis? Et illi: etiam. Praecepit ergo, 
ut fetus suus aìeretur et testudini lapidum serbandus includeretur. 
Haec autem in clironicis non leguntur, sed apocrypha sunt ». Detto 
come i Romani cacciassero Nerone, Giacomo da Voragine soggiunge: 
« Redeuntes igitur Romani, ranam in testudine latitantem inve- 
nerunt, et ipsam extra civitatem projicientes, combusserunt. Unde 
et pars illa civitatis, ut aliqui dicunt, ubi rana latuerat, Lateranensis 
nomen accepit ». 

Matteo di Westminter inserisce nei Flores historiarum l’in¬ 
tero racconto del Voragine, mentre lo abbrevia nel Polychro- 
nicon (21) Ranulfo Higden, che malamente cita a questo proposito 


(21) L. IV, c. 9. 


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SKROKE 


269 


Martino Polono. Dal Voragine attingono inoltre Giovanni da Ve¬ 
rona nella Historia Imperiatisi e lo Scozzese Barbour (c. 1316- 
c. 1395) nella sua Leggenda di S. Paolo (22). Enenkel, diluendo, 
com’è da credere, il succinto racconto della Kaiserchronih, narra 
in 380 versi, con 1’aggiunta di molte particolarità, e collegandovi 
da ultimo la morte di Nerone, tutta la strana avventura (23). Se¬ 
condo Enenkel, Nerone chiama a sè settantadue medici e fa in¬ 
tender loro il suo desiderio. Questi da prima si scusano, ma mi¬ 
nacciati di morte, e rinchiusi in un carcere, ricorrono all’espediente 
del beveraggio e della rana, poi, liberati e largamente premiati, 
se ne friggono. La gravidanza facendosi assai tormentosa, Nerone 
chiama altri medici, e con l’aiuto dell’arte loro vomita il mal con¬ 
cepito figliuolo, al quale tosto provvede una nutrice perchè lo al¬ 
levi, e dà per compagni i figliuoli di tutti i principi che si trovano 
in Roma. Celebra poi una festa solenne a cui intervengono set¬ 
tantadue re, e fa girare per Roma la nutrice e la rana in un 
carro di argento con le ruote d’oro, tempestato di gemme, adorno 
di un magnifico baldacchino, e tirato da un cervo addomesticato. 
Nel passare un ponte la rana salta nell’acqua e sparisce. Nerone, 
furibondo, fa mettere a morte la balia e quindici giovinetti, figli 
di principi. Allora i padri si ribellano, segue una gran battaglia, 
e Nerone, vinto, si fa uccidere da uno de’ suoi capitani. I principi 
vincitori edificano il Luterano. Nel Libro Imperiale si dice che 
Nerone volle impregnare perchè dubitava della fedeltà della moglie : 
« et chomandò a’ filosofi che lo fesono ingravidare acciò che par¬ 
torisse uno figlinolo maschio che si rassomigliassi a lui, perchè 
dubitava che la donna sua non partorisse figliuoli legittimi. Et 
questi filosofi per fare il suo mandato li missono in corpo una ra- 
nochia » (24). Giovanni d’ Outremeuse dice che Nerone mise a 
morte i dodici medici che l’avevano fatto ingravidare (25). 

(22) Barboub's dea ackottiachen Nationaldichter Legendensammlung, pubbli¬ 
cata daU’HoBSTMAinr, voi. I, Heilbronn, 1881, pp. 24-5. 

(23) V. il testo riportato per intero dal Massmann, Kaiserch voi. Ili, 
pp. 684-9. 

(24) Cod. Marciano cit., f. 110 r a 111 r. 

(25) Op. cit., voi. I, p. 471. 


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270 


CAPITOLO X. 


Al parto stravagante di Nerone si lega, come abbiamo veduto, 
l'origine del Laterano. La Kaiserchronih fa derivare il nome di 
La tarati da lata rana , giacché, quando Nerone spregnò, i pre- 

0 

senti, veduto il feto, gridarono : Lata rana (26). La Graphìa (27), 
e il Voragine fanno derivare Lateranum da latere e rana, la¬ 
tente rana , latitante rana. Martino Polono, o dalla situazione 
del palazzo, o dalla rana secretamente partorita da Nerone (28). 
La residenza di Nerone si poneva, o in Vaticano, o in Laterano; 
ma più spesso qua che là; del che poteva forse essere cagione 
una qualche vaga reminiscenza di relazioni difesso Nerone col 
palazzo Lateranense. Tacito parla di una congiura contro Nerone, 
della quale era capo Plauzio Laterano (29), e Giovenale dice che, 
scoperta la congiura, Nerone s’impadronì del palazzo che Laterano 
aveva fatto costruire per la sua famiglia (30). 

Per ciò non sarebbe senza qualche fondamento la congettura 
che facesse derivare la intera leggenda della gravidanza di Ne¬ 
rone dalla fantastica etimologia del nome del Laterano, e la con¬ 
forterebbero esempii senza numero di leggende nate nel mede¬ 
simo modo. Tuttavia io credo piuttosto che il nome di Laterano 


(26) Vv. 4170-3. 

(27) Cf. Greoorovius, Gesch. d. St. Rotn, voi. IV, p. 616, n. 3. 

(28) 11 Palatium Neronis Lateranense. Et dictum est Lateranense a latere 
septentrionalis plagae, in qua situm est, vel a rana quam Nero latenter 
peperit Onorio Augustodunense pare ignorasse la favola, giacché, come 
abbiam veduto, dice nel Liber de imagine mundi: * ...urbe a Romulo con- 
structa, latera (lateritia?) vero aedificia utrobique disposila, unde et late- 
ranis dicitur „. 

(29) Annalium XV. 

(30) Satirarum IV, 10. Del palazzo Lateranense fanno ricordo Giulio Ca¬ 
pitolino nella Vita di Marc’Aurelio , Sesto Vittore nella Vita di Severo, 
Publio Vittore e Sebto Rufo nei Libri delle regioni. San Gerolamo nell'Epi- 
tallo di Fabiola dice che la basilica Lateranense fu edificata sul luogo ove 
era stata la casa di Plauzio Laterano. Beda sa ancora che il nome del La¬ 
terano viene dalla famiglia Laterana, e lo nota nel De sex mundi aetatibus. 
Ma a poco a poco se ne perde la memoria. 11 Laterano, divenuto sede de' 
Pontefici, acquista nel medio evo udr grande importanza, e si considera, 
non solo come distinto, ma quasi come indipendente da Roma. Dante, par 

a 

landò dei pellegrini che dalle plaghe settentrionali d’Europa accorsero 


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NERONE 


271 


altro non abbia suggerito che la rana, e che il fondo stesso di 
quella finzione, cioè la gravidanza, abbia ragioni meno fortuite e 
più consistenti. La popolare fantasia non poteva inventare una 
leggenda che meglio di questa si attagliasse a Nerone, il più in¬ 
saziabile dei dissoluti, il più pazzo ricercatore di novità mostruose 
che la storia ricordi ; ed io non conosco nessun’altra leggenda 
che meglio e più opportunamente di questa illustri la storia. Il 
sovvertimento di ogni ordine di natura, in che colui si compia¬ 
ceva, è in essa colto e rappresentato al vivo. Lo stesso ridicolo 
che vi è profuso si conviene mirabilmente all’istrione coronato, 
che in mezzo alle maggiori atrocità conserva sempre un non so 
che di melenso e di giullaresco. Nerone, diventato Calandrino, è 
Nerone perfetto. Del resto, la leggenda stessa poteva trovare oc¬ 
casione ed appiglio nella storia autentica, o tale creduta: narrasi, 
in fatto, che un soldato, interrogato una volta che cosa facesse 
Nerone, rispose : Partorisce ; giacché in un’azione scenica simulava 
per l’appunto un parto. Inoltre si vuol ricordare come in un luogo 
dell’Apocalisse dicasi che dalla bocca del Drago, cioè Satana, della 
Bestia, cioè Nerone, e del falso profeta escono tre spiriti impuri 
somiglianti a rane. Nè fu Nerone il solo che operasse questo mi¬ 
racolo di mettere al mondo una rana. Negli Annales Corbejcnsex, 


alla Città eterna durante il giubileo del 1300, dice ( Paradiso , c. XXXI, 
w. 34-6): 

Veggendo Roma e l’ardua sua opra 
Stupefaconsi, quando Luterano 
Alle cose mortali andò di sopra. 

Ehexkel lo chiama a dirittura una grande città. Nel Biterolf und Dietlieb 
si legge : 

Kom und Latran 
g&b ich darnmb 

(Ed. di F. H. von deb Haokn e A. Primisskr, vv. 11109-10). Nell’Appendice 
&ÌY Heldenbuch si dice che al re Otnit obbedivano, fra molti Altri paesi, 
anche Roma e Laterano (V. Gbimm, Die deutsche Eldensage , Gottinga, 1829, 
p. 90). Nei Mirabilia Lateranus diventa anche il nome del cavallo di Co* 
«tantino, ed ivi stesso è detto: 4 In palatio Laterani sunt quaedam miranda 
sed non scribenda „. 


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272 


CAPITOLO X. 


ad a. 1026, si narra: « Mendica in littore Visarab sub saliceto 
duos simul peperit filios perfecte sanos, aliquot ranas et grandein 
lacertura : ipsa etiam valida et sana ». Di un tristo che, confes¬ 
satosi, vomitò sette rospi, narra Tommaso Cantipratense (31). I)i 
una matrona di Fiandra che inghiottì, bevendo, un serpe, e lo 
partorì poi insieme con un bambino, racconta Cesario di Heister- 
bach (32). 

Ma, come vive la memoria delle sceleraggini che solo hanno 
termine con la morte, cosi vive ancora la memoria de’ buoni 
principii di Nerone, e si giunge anzi a fare di lui un amico di 
Cristo e quasi un credente, con l’intenzione, oltreché di mostrare, 
sin dal principio, un imperatore amico del cristianesimo, forse 
ancora di rendere più odiosa la mala vita che egli condusse di 
poi, e darle quasi carattere di apostasia. Racconta Suida che Ne¬ 
rone, essendo ancor giovane, attendeva allo studio della filosofia, 
e parlava di Cristo, il quale credeva fosse ancora fra gli uomini. 
Saputo che i Giudei l’avevano crocifisso n’ebbe grande sdegno, e 

fece venire a sé, stretti in catene, Anna, Caifasso e Pilato, e quei 

* 

due primi, udita in Senato la narrazione dei fatti, assolse, Pilato, 
per contro, fece decapitare (33). Ma che Nerone fece mettere a 
morte Pilato, assai prima che da Suida, si trova narrato da Gio¬ 
vanni Maiala (34). Notisi tuttavia che qui si attribuisce a Nerone 
quanto la più vulgata leggenda attribuisce, come vedremo nel se¬ 
guente capitolo, a Tiberio, fatto probabilmente lo scambio per la 
già notata ragione del nome comune ad entrambi. Il seguente 
racconto si legge in un Liber de inventione ymaginis salvatori* 
delato navigio Rome per Velosianum , che manoscritto si con- 


(31) Bonum universale de apibus, 1. 11, c. 50, 2. Qui può essere ricordato 
anche un opuscolo intitolato: Histoire merveilleuse et épouvantable cTun 
monstre engendré dans le corps d’un homtne nommé Ferdinand de la Ftinte, 
ou marquisat de Cenete en Espagne , Paris, 1622. 

(82) Dialogus miraculorum, dist. X, 71. Una storia presso a poco simile 
racconta anche nel c. 72. 

(33) Lexicon e. v. Négtav. 

(34) Chronographia , 1. X. 


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I 


NERONE 



serva in Roma nella Vallicelliana (35): « Eodem tempore suscepit 
imperium romanum Gaius cesar, et post hunc Nero cesar. Post 
aliquantos autem annos venerunt discipuli Jhesu Christi ad urbem 
Romam. Venit et quidam homo samaritanus nomine Simon, in arte 
magica nimis eruditus, in quo demonia habitabant multa, qui se 
deum et dei filium dicebat, et ipse apud Judeos fuisset passus, 
mortuus et sepultus, et tercia die asserebat se surrexisse. Set 
dum Neroni Cesari nunciatum fuisset de Jhesu Ghristo filio dei 


vivi, et omnia que de eo acta sunt apud Judeos, nunciatum est ei 


etiam de Pilato. Qui statim direxit milites suos in Amerinam civi- 


tatem, et Pilatum ad se accerseri precepit. Et cum ei presentatus 
fuisset narravit Neroni omnia que de Jhesu Nazareno gesta sunt, 
presentavitque et discipulos eius Petrura et Paulum. Qui dixerunt 
Cesari : Bone imperator, omnia ista facta sunt per Jhesum Christum 
dominum nostrum filium dei. Nam iste Simon magus plenus est 
mendaciis et diabolicis artibus, in tantum ut dicat se esse deum 
cum sit homo pollutus, et filium dei se ausus est dicere, in quo 
nos omnes sumus cultores, per deum et hominem quem assumpsit 
illa divina maiestas irreprehensibilis, que omnibus horainibus di- 
gnata est subvenire. In isto vero Simone duo substantiao esse co- 
gnoscuntur, non dei et hominis, set diaboli et hominis, quia ipse 
seductor per hominem hominibus impedire conatur. His auditis 
Nero imperator, interrogans Pilatum si vera essent que a Petro 
audiebantur, respondit Pilatus: Vera sunt omnia que a Petro in 
vestris auribus sonuerunt. Post hoc autem, propter circumcisionem 
suam Pilatus, quam a Judeis acceperat in corpore suo, iterum in 
Amerinam civitatem in exilium a Nerone cesare directus est, ibique 
animam exalavit. Hec omnia scripta sunt qualiter dampnatus est 
Pilatus a Tiberio augusto qui credidit in Jhesum Christum domi¬ 
num nostrum, et baptizatus est atque salvatus, et ab hac luce 
sublatus est. Nero vero interfector martirum impius et paganus a 
diabolo percussus interiit, quemadmodum prius a diabolo inte- 
remptus fuit Simon ». 


(35) Cod. F. 65, f. 81 r e v. Sott’altro titolo è la Cura sanitatis Tiberii, 
pubblicata dal Foooiki e dal Mansi. 

Gkaf, Roma . 18 




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27 i 


CAPITOLO X. 


La leggenda pretende che Nerone fece morire San Pietro e San 
Paolo per vendicare l’amico suo Simon Mago, che in una gara 
col principe degli apostoli era rimasto vinto, ed aveva poi perduta 
la vita nell’ultima prova del volo miracoloso. Tutta questa storia, 
che io non istarò a riferire altrimenti, è narrata per disteso nel¬ 
l’operetta di un preteso discepolo di San Pietro, per nome Mar¬ 
cello, intitolata De conftictu Simonis Petri et Simonis Magi (36), 
d’onde passa nei Leggendarii, nelle cronache, e in altre scritture 
senza numero (37). 1 lineamenti principali di essa si trovano già in 
uno scrittore cristiano del secondo secolo, Egesippo. La leggenda 
rappresenta Nerone e Simone come amicissimi: «c Symon autem 
magus in tantum a Nerone amabatur, quod vitae ejus et salutis 
et totius civitatis custos sine dubio putabatur », dice Giacomo da 
Voragine. Simone faceva trasecolare Nerone coi miracoli più stra¬ 
vaganti. Un giorno, stando dinanzi a lui, prese a trasmutarsi per 
modo che, ora vecchio, ora giovane si mostrava. Pregò Nerone lo 
facesse decollare, perchè sarebbe risuscitato in capo di tre di, e 
ponendo in suo luogo un ariete fece credere d’aver mantenuta la 
promessa. Per questi e per altri prodigi, Nerone lo teneva vera¬ 
mente, qual egli si spacciava, figlio di Dio. Un giorno, mentr’egli 
trovavasi in compagnia dell’imperatore, un demonio, assunto il 
suo aspetto, arringava il popolo, cosi che questo cominciò ad 
averlo in grande venerazione, e gli eresse una statua con l’iscri¬ 
zione: Symoni Deo sanato (38). Dopo il martirio San Paolo appa¬ 
risce a Nerone in pien consiglio e gli annunzia la morte eterna: 
Nerone allora fa liberare San Barnaba insieme coi suoi compagni. 
Nel mistero francese degli Atti degli Apostoli, composto verso il 
1450 dai fratelli Gresban, è San Pietro quegli che, per ben due 
volte, apparisce a Nerone, il quale cade in profonda melanconia, 


(36) V. Fabriciub, Codtx apochrgphus, voi. Il, pp. 778-80; voi. Ili, pp. 632-53. 

(37) V. Massmann, Kaiserch., voi. Ili, pp. 695-714. Cf. Rtdbbbg, Rdmischt 
Sagen iIber die Apostel Petrus und Paulus, traduzione dallo svedese, Lipsia, 1876. 

(38) Di questa statua fanno ricordo Giustino Mabtibe nella Apologia se¬ 
conda (che propriamente sarebbe la prima), Tertulliano nell'Apologetica*> 
c. XIII, Eusrbio nella Historia ecclesiastica , 1. II, c. 14, e più altri. 


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NERONE 


275 


ed è bastonato dagli angeli (39). In un altro mistero francese, inti¬ 
tolato Le martyre de saint Pierre et saint Paul (40), tutt’e due 
i santi appariscono a Nerone, contro a cui il popolo, sdegnato del 
loro supplizio, si è ribellato (41). 

Narrata la vita scelleratissima del tiranno, se ne narra anche 
la morte ignominiosa, e, com’è naturale, si aggiunge al vero più 
di un particolare fantastico. Secondo la più comune opinione il 
tristo imperatore si uccise da sè, o con una spada, o con un palo 
che egli stesso ha rabbiosamente aguzzato coi denti (42). Nel ci¬ 
tato mistero dei fratelli Gresban si uccide per consiglio di Satana, 
e prima di morire invoca i demonii. 

Neron tieni une espée. 

# 

Ha dyables dampnez 
De toutes parts vers moy venez, 

Venez à ma fin malheureuse : 

Espée, soys moy rigoureuse, 

Donne tost fin par grand fnreur 
A Néron le poure empereur, 

Le trist infect et donlooreux, 

Le malheureux des malheureux, 


(39) Questo mistero contava 494 personaggi e 61908 versi, e per rappre¬ 
sentarlo ci voleva una quarantina di giorni. Se ne fecero parecchie edizioni. 
V. Douhkt, Dictionnaire dee my etèree, Parigi, 1854, col. 79-107, e L. Pbtit 
db Jullkvhile, Les myetèree, Parigi, 1880, voi. II, pp. 461-5. 

(40) Pubblicato dal Jcbinal nei Myetèree inèdite du XV eiècle, Paris, 1837, 
voi. I, pp. 61*100. 

(41) Nerone comparisce anche in un altro mistero francese: Le Myetère 
de Moneeignmr Saint'Pierre et Saint-Paul, contenant plueieure autree viee f 
mortiree et convereione de Saints, comme de Saint-Étienne, Saint - Clément, 
Saint-Lin, Clete, avec plueieure grande Miraelee faite par Vinterceeeion dee 
dite Sainte, et la Mort de Simon Mague avec la pere ere e vie et mauvaiee fin 
de VEmpéreur Néron, eomment il fit mourir ea mère, et comment il mourit 
piteueement. 

(42) Che si uccidesse con un palo così aguzzato racconta già Oaosio, e 
raccontano dopo di lui Martino Polono, il VoRAoniB e molti altri. 


* • 


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276 


CAPITOLO X. 


Le sans par des mal fortunez, 

Le desespoir des forcenez. 

Dyables, puisqu’il fault que je meure, 

A vous snis, à vous je me donne (n m ttie.) 

Et le corps et l’ame habandonne 
A jamais, pour vostre présent. 

Altri lo fanno morire altrimenti: il Gorionide fulminato (43); il 
già citato Liber de inventione ymaginis salvatoris ammazzato 
dal diavolo, come s’è veduto; Marcello, e poi altri, divorato dai 
lupi; nè mancò chi disse essersi egli sepolto vivo (44). Il Chro- 
nicon Paschale lo fa morire per una congiura dei Giudei (45). 

La Kaiserchronih racconta ch’egli fu dopo morto trascinato 
pei piedi dal popolo furente, e gettato nei fossati della città, e 
che i diavoli, in figura di uccelli neri, vennero a prenderne l’anima, 
mentre i lupi ne divoravano il corpo (46). 

Nella Cura sanitatis Tiberii, di cui avrò a dire nel capitolo 
seguente, Nerone e Simon Mago sono tutt’e due portati via dal 
diavolo. Nelle Chroniques de Toumay i diavoli pollano via Ne¬ 
rone anima e corpo: « et dist on que les anemis l’emporterent en 
corps et en ame ». Nel già citato mistero francese Le martyre 
de S. Piemie et de S. Paul , è una scena che merita d’essere qui 
riportata. Nerone è informato che il popolo di Roma, ribellatosi, 
viene per ucciderlo. 


(43) Hist. jud., 1. I, c. 75. 

(44) Nicbfobo Costantinopolitano nella Chronographia compendiaria (Gi¬ 
orgina Syncellua et Nicrphorua , ed. di Bonna, voi. I, p. 746): (pvyòjv gàvta 
iavtòv Ì%uioe. 

(45) Voi. I, p. 459. 

(46) Vv. 4311-19. 


bl don vuezen zòoh man in in den borogroben. 

die tiefele kòmen dar 

mit einir miohiln scar 

in swarzer vogele bilide. 

in einem michiln genibele 

n&men aie die sèie. 

die hello bùwit aie nimmir mère. 

der liohname waa onreine, 

die wolve vràsen sin gebeine. 



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NEBONE 


277 


Nékon. 

Ains qu’ilz viegnent me vueil tuer 
A ce pel que je rongeray 
Qu’en la pance me bouteray. 

Lor ronge .i. beston et le boute en aa pance et chlée mori. 


Lbs dyablbs. 

« 

Ha! ha! ha! ha! Néron, Néron, 

Ou pais d’enfer te porteron. 

Lors l’emportent et pule le jetent en une ©bandière aesise un pon bant enmy le cbamp 


Le pbsmieb dyable. 

Néron, Néron, mal esploitas 
Quant oultredroit or convoitas, 

Qaant ta propre mòre tuas, 

Quant d’une royne t’empregnas, 

Qaant home pour fame esponsas, 

Quant Rome ardis, la gent grevas, 

Quant les apostres martiras, 

Quant en tont mal te démenas, 

Quant en rez d’or en mer peschas, 

Et or voasis et or bnras, 

En or boullant boulu seras 
Et sana durer y dureras. 

Tourmente-le moy, Mauferas, 

Et fay da pis que tu pourras. 

Le second dyable. 

Néron, sans mourir tu moarras. 

A ce cop qu’est enfer sauras 
Ne jamez remède n’auras. 

Lon aoafflely una aonbs la ohaudiére et faoe .1. pon de fumèe, et l’&ntre face eem- 
bl*nt de ly (aire boire or guele baée, et bientdt ceesent. 


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278 


• CAPITOLO X. 


Come si vede, qui è inflitta a Nerone anche la pena di Crasso (47), 
che già Enenkel inflisse a Claudio. In un altro mistero francese di 
San Pietro e di San Paolo, composto nel XVI secolo, Nerone è 
portato dai diavoli all’inferno anima e corpo (48). Matteo Palmieri 
è meno severo con lo sciagurato di Nerone, di cui pone all’inferno 
l’anima fra quelle di coloro che sono passionati per la cupidità 
de Vhonore. Nel capitolo 22 del 1. II della inedita Città di Vita , 
Sibilla dice al poeta (cod. Laurenz. pi. XL, 53): 

Nomar porre’ tra queste degne sorte 
D’anime degne far nella tua vita 
Et son dolenti in questa trista corte. 

Ma non dire’ d’alcuna più smarrita 

Retro a l’opinion che inganna e froda 
L’anima che è dal vero honor partita, 

# Che di Nerone degno sol di broda, 

E tanto infuriò de la sua stima 
Oredecte Augusto superar di loda. 

Nel suo triompho ornato nella cima 
D’olympica corona et stelle d’oro 
Con quella palla in man ohe più sublima, 

Portato ad pompa et risonante choro, 

Tra sacrifici orato come idio, 

Era in questa miseria con costoro. 

Svetonio ed altri fanno ricordo del sepolcro di Nerone (49). In 
certe Vite degVimperatori manoscritte (50), si legge « Lo corpo 


(47) Nel Dialogus creuturarum, 87, si legge: * Avari in inferno bibunt 
aurum liquefactum. Unde refert quidam philosophus, quod Nero imperator 
visus est in auro liquefacto se apud inferos balneare, et cum vidisset cuneum 
advocatorum, dixit iis: venite, venale genus hominum, et mecum hic bai* 
neamini, quia vobis partem optimam reservavi „. 

(48) Douhkt, Dictionnaire de 8 Mystères, col. 832*4. 

(49) Svktonio, Nero, 50: ‘ Reliquias Ecloge et Alexandria nutrices cum 
Acte concubina gentili Domitiorum monumento condiderunt quod prospi- 
citur e Campo Martio impositum colli hortorum 

(50) Cod. it. 181 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 50 v. 


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NERONE 


279 


di Nerone fu sepelito nel sepulcro di suoy mazori Domicii el quale 
se vede in Campo Marzo ». Per contrario in un Libei' composi tu* 
frairis Johannis Russi de istoriis veteribus el modernità impe- 
ratorum et ponli/icum romanoi'um (31) si dice: « Nero impe¬ 
ravi annis sedecim cuius corpus iacet propter Lateranum super 
arcum Basilii ». Che cosa potesse essere Yarcus Basidi non im¬ 
magino. Ma la tradizione più vulgata, e più conforme al vero, po¬ 
neva la tomba di Nerone a ridosso del Pincio, presso Porta Fla¬ 
minia, sul luogo appunto dove sorge ora la chiesa di Santa Maria 
del Popolo e intorno ad essa una leggenda si formava, che io ri¬ 
ferirò con le proprie parole di un anonimo commentatore dello 
Speculum Regum di Gotofredo da Viterbo (52). « Et dum Nero 
Rornam incendisset, populus contra eum insurrexit, et palatium 
suum obsidere vellet, ipse solus effugit, et dura extra Romani uli¬ 
bera concurrisset, in proprium gladium irruens se ipsum interfecit, 
non credens hominem vivere, qui esset dignus tam nobilem inter- 
tìcere preter se ipsum. Mortuo eo, lupi corpus eius dilaceraverunt 
et Rome extra portam, ubi nunc est ecclesia sancte Marie ad po- 
pulum, est sepultus. Ubi demones tunc circa corpus suum tam ho- 
raines quam iumenta pretereuntes iugulabant, quousque ad preces 
et orationes Pelagii papae beata Virgo sibi in sompnis apparuit et 
arborera subtus quam Nero sepultus fuit succidere iussit. Papa 
igitur crastino cum clero prócessionem illue fecit, arborem propria 
manu primus cum securi secari incepit, et ecce demones ululantes 
fugientes locum reliquerunt, et cessavit periculum ibidem. Populus 
Roraanus vero videns se a demone liberatum, papam rogavit ut 
ecclesiam ibi in honore Virginis Marie, cuius auxilio essent libe¬ 


ri) Cod. della Vaticana Cristin. 627, f. 3 r. 

(52) Ap. Pkrtz, Script., t. XXII, pp. 906-8. Questa medesima storia è nar¬ 
rata più distesamente da Giacomo db Albericis, tìistoriarum sanctissimae 
et gloriosi8. Virginis Deiparae de Populo almae Vrbis Compendium, Roma, 
1599, pp. 3-10, e da Ottavio Panciroli, Tesori nascosti dell'alma città di 
Roma con nuovo ordine ristampati e in molti luoghi arricchiti, Roma, 1625, 
pp. 448-50. Essa si trova jrià prima nei Mirabilia Romae pubblicati da 
Martino Silbbb nel 1513. 


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280 


CAPITOLO X. 


rati construeret. Quod et papa fecit una cum populo, et Marie ad 
populum nominavit, quae antea porta Flaminea dicebatur ». 

Questo dei diavoli che infestano le tombe di uomini scelerati è 
un tema che spesso apparisce nelle leggende ascetiche. È noto ciò 
che si racconta di Pilato, che, buttato nel Tevere, richiama tanti 
diavoli, e suscita cosi orrende tempeste, che gli abitatori del paese 
circostante sono costretti ad estrarnelo; buttato nel Rodano, si ri¬ 
pete il giuoco, finché, tolto anche di là, è precipitato in un lago 
tra’ monti, o in un pozzo, o in un burrone, vicino a Ginevra, o a 
Losanna. Fra Filippo da Siena racconta negli Assempri (53) la 
storia d'un mal uomo che morì disperato , el quale essendo se¬ 
polto in chiesa venivano i diavoli e menavano grandissima 
tempesta. Di corpi morti infesti, anche senza che c’entrassero i 
diavoli, a intere città e borgate, si trovano nelle storie frequenti 
ricordi. Guglielmo Neubrigense narra d’un malvagio uomo morto 
impenitente, il quale, uscendo di sepoltura, mise la peste in una 
borgata, menando grandissima strage, finché due giovani n’ebbero 
abbruciato il cadavere (54); Gualtiero Mapes racconta la storia di 
un morto che spopolò un villaggio (55). Finalmente è da ricordare 
che vicino a Porta del Popolo si mostrava una torre dove, secondo 
la popolare credenza, appariva l’anima di Nerone, e si chiamava 
la Torre di Nerone, da non confondere con l’altra Torre di Ne¬ 
rone, o delle Milizie, che ancora si vede accosto alla chiesa di 
Santa Caterina da Siena, non lungo dal Foro Trajano, e dalla 
quale si dice aver Nerone assistito allo spettacolo dell’incendio di 
Roma. In una delle tavole topografiche pubblicate dal De Rossi la 
figura della torre é accompagnata dalla leggenda: Torre dove 
stette gran tempo il spirito di Nerone (56). 

Le uccisioni a cui la leggenda accenna si potrebbero facilmente 
spiegare senza miracolo ammettendo che una banda di malandrini,. 


(53) 0. 34. 

(54) De rebus anglicis, 1. IV, ed. di Parigi, 1610, pp. 646*50. 

(55) De nujis Curialium , dist. II, c. 27. 

(56) Piante ienojrafirhe e prospettiche , ecc., tav. XII. 


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NERONE 


281 


giovandosi dell’antica superstizione, avesse scelto a teatro delle 
sue gesta il luogo reso infame dalla tomba di Nerone. 

Qual meraviglia, se lo scelerato che fu tanto amico del diavolo 
iu vita (57), e che i diavoli si portarono via dopo morte, finisce 
per diventare un diavolo egli stesso nella fantasia popolare? (58). 
In parecchie chansons de geste Noiron comparisce fra le altre dia¬ 
boliche divinità adorate dai Saracini e dai pagani in genere, Apollo, 
Giove, Baratron, Tervagante. Ma la immaginazione più bizzarra a 
tale proposito si legge in un racconto francese in versi, senza ti¬ 
tolo, contenuto in un manoscritto della Nazionale di Torino (59) e 
pubblicato dal Comparetti (60). Nerone, il quale altro non è che 
un diavolo incarnato, edificò già, insieme con altri due doraonii, 
la città di Babilonia, e fece costruire la torre di Babele; poi, pre¬ 
vedendo la venuta di Cristo, fondò Roma e un castello, il quale 
rovina nell’ora che Cristo nasce. Ciò è in parte raccontato dallo 
stesso Nerone in una disputa che ha con Virgilio, dal quale ò da 
ultimo decapitato e rimandato all’inferno (61). 

È noto che per lungo tempo fu creduto dal popolo in Roma che 
Nerone non fosse morto, ma fosse solamente sparito, e dovesse 
tornare, o prima, o poi, a vendicarsi de’ suoi nemici. Quest’era 
quel popolo, che, perduto l’uso e l’amore della libertà, e cattivato 


(57) Nelle Chroniques de Tournay si narra che Nerone fece riedificare 
la città di Tournay per comandamento di uno spirito infernale chiamato 
Hebron. 

(58) Filippo di Thauj» pare che alluda a Nerone diavolo, anzi padre dei 
diavoli, quando dice nel Bestiaire: 

La nnit unt poesté de traveiler malfé, 

Ke il sunt firn Noiran, que nas nier apelum. 

Non di rado nei poemi francesi i Saraceni sono chiamati la geste Noiron , 
a quel modo che sono anche detti la geste Mahon. 

(59) Cod. L, II, 14. 

(60) Virgilio nel medioevo, voi. II, p. 196 segg. Cf. Stkngkl, Mittheilungen, 
pp. 1319. 

(61) In un testo pubblicato dal Du MAril, Mélanges archéologiques et Ut - 
téraires, Parigi, 1850, pp. 429-30, n. 4, Nerone e il padre della fanciulla 
(he fa a Virgilio la burla del canestro. 



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282 


CAPITOLO X. 


dalle largizioni e dalle feste, era andato giulivo ed acclamante in¬ 
contro al parricida il giorno in cui, dopo aver compiuto il più 
atroce de’ misfatti, questi rientrava in Roma. Di tale credenza 
ebbero a giovarsi parecchi che si spacciarono per Nerone (62), 
come parecchi poi vi furono nel medio evo che si spacciarono per 
Federico II, anch’egli creduto non morto e prossimo a ritornare: 
ai tempi di Trajano essa era ancor viva, come appare da una 
esplicita testimonianza di Dione Crisostomo (63), che appunto $otto 
Trajano fioriva. I cristiani, che delle stragi dell’anno 64 serbarono 
lungo e doloroso ricordo, cominciarono a credere che Nerone, il 
primo persecutore della Chiesa, sarebbe anche l’ultimo, e torne¬ 
rebbe prima della fine del mondo. La Bestia, tò dell’Apo¬ 

calissi è certamente Nerone (64), e Neren è ancora il nome dell’Anti¬ 
cristo in Armenia. Nerone avrebbe preceduto l’Anticristo. Di questa 
credenza fa ricordo, nel bel mezzo del terzo secolo, Commodiano 
nel suo Carmen Apologeticum. 

La fine dei tempi sarà annunziata dalla settima persecuzione. 
I Goti allora conquisteranno Roma, e libereranno i cristiani dal¬ 
l’oppressione pagana. Ma la pace di Roma sarà di breve durata, 
giacché improvvisamente riapparirà Nerone e si farà padrone di 
Roma, e si associerà altri due Cesari. Sorgerà allora contro di lui 
il vero Anticristo a capo dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Ba¬ 
bilonesi, il quale lo sconfiggerà e ucciderà insieme co’ suoi com- 


(62) V. Svktonio, Nero, 46, 57; Tacito, Histor., II, 8, 9; Zonara, Annales , 
Imperiata Tifi. 

(63) Oratio, XXI, 10. 

(64) Se per l'Anticristo dell'Apocalissi debba intendersi Nerone fu molto 
disputato in questi ultimi tempi; ma l’opinione di coloro che lo affermano 
sembra essere la più fondata. Scopertamente quale Anticristo apparisce 
Nerone nell’ Ascensio Isaiae, nel Carmen apologetìcum di Commodiaho, e nel 
commento che fece deìV Apocalissi Vittobio di Pittavio. Lattanzio {De mor- 
tibus persecutorum, II) dice che, secondo la insensata credenza di alcuni, 
Nerone doveva precedere l’Anticristo. V. inoltre Sut.pizio Severo, Dialogus 
de virtute S. Martini, 1. II, Historia sacra, III, 30; San Gerolamo, In Da ♦ 
ttielem, XI, 30 ; Sant’Agostino, De civitate Dei, XX, 19. Nel secolo XIV, 
Giovanni di Parigi, domenicano, sente ancora il bisogno di negare che 
l’Anticristo possa essere Nerone. 


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NERONE 


283 


pagni. Nel IV secolo Lattanzio ricorda, biasimandola e schernen¬ 
dola, questa opinione (65), e molti la ricordano dopo di lui, fra gli 
altri San Girolamo (66), Sant’Agostino (67), Sulpizio Severo (68). 
Essa passa nel medio evo. San Beato di Liebana, che commenta 
TApocalissi nel 786, sa che la Bestia è Nerone; a mezzo del XII se¬ 
colo Ottone di Frisinga riporta ancora la strana leggenda (69). 
Cosi Nerone, che era stato il terrore dei tempi suoi, diventa il 
terrore di tutti i tempi ; al nome di colui che aveva tentato di di¬ 
struggere con le fiamme Roma, si lega la finale conflagrazione e 
la distruzione del mondo. Anche in questo caso la leggenda non 
era un giuoco ozioso di fantasie indisciplinate. 

Quanto durasse tenace nel popolo la memoria di Nerone è di¬ 
mostrato, oltreché dalle leggende esposte, da varii nomi di luoghi 
e di monumenti, che a ragione o a torto si pongono in relazione 
con esso. I Prati di Castello, fuori di Porta Angelica a Roma, si 
chiamarono nel medio evo Prata Neronis , e tal nome avevano 
già sino dai tempi di Procopio. Nei Mirabilia si trovano ricordati 
Yobeliscum Neronis, Yaerarium Neronis, il secretarium Ne¬ 
ronis, il Pons Neronis , il Terebinthum (o Tiburtinum) Neronis, 
il templum Neronis, il Palatium Neronis. Nel Filocopo del Boc¬ 
caccio, Fiorio, giunto in Roma, va a smontare in certa osteria 
« vicino agli antichi palagi di Nerone » (70). Ho già ricordato le 
due torri di Nerone. Un monumento sulla Via Cassia, quattro 
miglia fuori della città, il quale reca il nome di Publio Vibio Ma¬ 
riano, fu dal popolo attribuito a Nerone (71). Si ricorda anche una 
cisterna Neronis « in qua latuit Nero fugiens Romanos inse- 


(65) De mortibua peraecutorum, II. 

(66) In Danieletn , II. 

(67) De Civitate Dei , XX, 19. 

(68) Dialogua, II, 14. Cf. Chronica, II, 28, 29. V. intorno all’argomento 
DOllikorb, Chrietenthum und Kirche in der Zeit ihrer Grundleguny , pp. 428-32, 
e Reha», L’Antéchriat, Parigi, 1873, pp. 253*4, 317*9, 458*61. 

(69) Chronicon , 1. Ili, c. 17. 

(70) L. V. 

(71) V. Reumont, Geschichte der Stadi Som, voi. I, p. 390. 


k 


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284 


CAPITOLO X. 


quentes » (72). In Germania v’era nel medio evo un Neronistein . 
Nomi di luoghi, come Haye-Noivon , Près-Noiron, Monl-Noiron , 
si trovano abbastanza spesso nei poemi e romanzi francesi. 

Abbiamo veduto l’infamia di Nerone perpetuarsi nel medio evo. 
Rodolfo IV, duca d’Austria, gran persecutore dei chierici, fu cer¬ 
tamente il solo che osasse vantarsi disceso dalla stirpe di quel 
massimo fra i scolorati, il quale per trovare un difensore e un 
panegirista deve aspettare il Rinascimento (73). 

Una oscura e compendiosa cronaca latina, cosi con brevità ter- 
ribile parla di Nerone, tutta stringendone in poche parole la vita (74): 
« Nero successit, matrem eviscerat, sororem stuprat, Romam in .XII. 
partibus incendit, Senecam interfecit, ranas apud Lateranum evo- 
muit, Symonem magum... Petrum crucifigit, Paulum decollat, im- 
perat annis .XIII. mensibus .VII., a lupis devoratur » (75). 

E un canto della Chiesa trionfante tonava sul nemico vinto e 
dannato: 

Nero frendit furibundus, 

Nero plangit impius. 

Nero cujus aegre nmndns 
Ferebat imperium. 


(72) Ottoni8 Frisinoensis Episcopi et Ragewini Gesta Friderici imperatori», 
1. IV, ap. Pertz, Script., t. XX, p. 481. Ma altri ancora ne fanne menzione. 

(73) II Cardano compose un Encomium Neronis che nell’edizione del 1585 
tiene non meno di 97 pagine in-4°. Fu ristampato nel 1640. 

(74) Cod. della Nazion. di Torino, E, V, 8, e. II, v., col. 1*. 

(75) Alla fine del XVI secolo la memoria della crudeltà di Nerone era 
ancor viva. Narra Flaminio Vacca nelle già citate Memorie di varie anti• 
chità, § 112, che cavandosi nelle terme di Costantino furono trovate certe 
volte piene di ossa umane. * Alcuni dicevano che fosse qualche gran cru¬ 
deltà di Nerone, per essere ivi appresso alcuni edifizj di esso Nerone, e 
che fossero martiri: altri dissero qualche gran peste # . 


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CAPITOLO XI. 


Tiberio, Vespasiano, Tito. 


Di quante leggende sacre ebbe il medio evo la più celebre, la 
più diffusa è senza dubbio quella di cui mi accingo a discorrere, 
della vendetta di Cristo e della distruzione di Gerusalemme. Essa 
è, in pari tempo, la più complessa ed estesa, giacche comprende 
tutto un lungo ordine di fatti, e mette in iscena un grandissimo 
numero di personaggi, tra cui non meno di quattro imperatori ro¬ 
mani: Tiberio, Nerone, Vespasiano, 'rito; e poi, con azione varia 
e in varii modi intrecciata, Pilato e gli altri giudici di Cristo, Giu¬ 
seppe d’Arimatea, Nicodemo, la Veronica, testimoni della passione 
e accusatori dei giudici iniqui; Giuseppe Flavio, storico e guer¬ 
riero, alcuna volta lo stesso Cristo e la madre sua. L’azione epica 
e drammatica si svolge in Roma, stanza della nuova fede, c in 
Gerusalemme, stanza della fede antica. leggenda e storia ad un 
tempo, processo e giudizio, dove l’impero fatto anticipatamente 
cristiano, da una parte, e l’impenitente popolo d’Israele dall’altra, 
stanno a difesa della ragione e del torto, e dove la divinità di 
Cristo e il dritto della Chiesa sono per la prima volta dalle po¬ 
testà della terra riconosciuti e proclamati. Antica d’origine quasi 
quanto il cristianesimo stesso, nata di più germi, e come scissa in 
principio, essa si compone, si costruisce, cresce a poco a poco, si 
varia, si complica traverso ai secoli, e venuta nel medio evo in 
piena fioritura, alligna rigogliosa e vivace fra tutti i popoli cri¬ 
stiani, si esprime in tutti i linguaggi, assume tutte le forme: rac¬ 
conto in prosa, poema, canzone sacra, mistero. Lo schema di essa, 
guardato nei lineamenti principali, dentro a cui poi le immagina- 


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286 


CAPITOLO XI. 


zioni secondarie si spostano e si compongono in varii modi, è il 
seguente: uno, o più principi pagani, l’imperatore di Roma, o al¬ 
cuno reggente in suo nome la tale o tale provincia dell’impero, 
sono afflitti da grave infermità della quale guariscono, o per un 
atto di fede in Cristo, o in virtù della santa immagine della Ve¬ 
ronica. Guariti, giurano di vendicare la ingiusta morte del Reden¬ 
tore, passano con forte esercito in Palestina, investono Gerusa¬ 
lemme, e dopo lungo ed ostinato assedio, durante il quale giunge 
a tal segno la fame tra gli assediati che la madre si ciba delle 
carni del proprio figliuolo, la espugnano, la distruggono dalle fon¬ 
damenta, e fatta dei colpevoli esemplare giustizia, tornano trion¬ 
fanti alle lor sedi. 

Non v’è leggenda meno arbitraria, meno fortuita di questa. Pas¬ 
sati appena settantadue anni dalla morte di Cristo, Gerusalemme 
e tutto il popolo d’Israele soggiacciono alla più spaventosa scia¬ 
gura, che, non pure la storia loro, ma la storia dei popoli tutti di 
Europa ricordi. Comincia allora la dispersione e la dura cattività 
di quella razza infelice, che per secoli non avrà più patria, nè di¬ 
ritto, nè umana dignità, odiata, perseguitata, per poco non cancel¬ 
lata dal numero dei viventi. E chi sa quanto la leggenda che cre¬ 
sceva sull’orme degli esuli e dei proscritti, e che dava voce e 
figura alla esecrazione di una intera umanità di credenti, contribuì 
a rendere contro di essi più dispettoso l’odio e la persecuzione 
più cruda. Non era possibile che la coscienza cristiana non iscor- 
gesse nella gran ruina il terribile giudizio di Dio: il sangue del 
Giusto ricadeva sul capo di chi l’aveva iniquamente versato, e il 
Tempio che aveva serrate le porte alla verità e alla salute, pre¬ 
cipitava nella polvere per non risorger più mai (i). Le profezie di 


(1) San Girolamo, De viri 9 illustribus, II, 13, accenna a un passo di Giu¬ 
seppe Flavio, in cui si diceva essere stata opinione di molti che Gerusa¬ 
lemme fosse distrutta in punizione della morte dell’ apostolo Giacobbe. 
Tale passo non si trova più nei libri di quello storico, e dovette essere 
certamente una interpolazione. Lo riportano Ecsbbio, Hist. ecel., II, 23, e 
Oricene, Contro Celsum, 1.1 e li. Qui abbiamo una credenza affine all'altra, 
ma assai meno motivata. 


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mwr"’" 


TIBERIO, VESPASIANO, TITO 287 

Geremia e di Ezechiele, che si riferivano alla distruzione di Ge¬ 
rusalemme compiuta dai Babilonesi, facilmente potevano essere 
trasportate a quella ben più formidabile compiuta dai Romani (2), 
e questa distruzione, risalendo a una profezia di Daniele (3), si 
poteva, senza sforzo, mettere in relazione con la morte di Cristo, 
come fa Tertulliano (4). 

Ho accennato alla celebrità della leggenda: prima di procedere 
oltre gioverà mostrarne un qualche esempio. Dante la ricorda in 
più luoghi: 

Nel tempo che ’l buon Tito con l’ajuto 
Del sommo Rege vendicò le fora 
Ond’uscì il sangue per Giuda venduto (5). 

.Ecco 

La gente che perdè Jeru sai emme 
Quando Maria nel figlio diè di becco (6). 

Poscia con Tito a far vendetta corse 
Della vendetta del peccato antico (7). 

Pietro Alfonso, l’autore famoso della Disciplina clericalis, Ebreo 
di nascita, ma fattosi battezzare l’anno 1106, rinfaccia a’ suoi an¬ 
tichi compagni di religione, nel Libellus cantra perfidiarci Ju- 
daeorum, la punizione caduta sopr’essi. Brunetto Latino ricorda 
come gli Ebrei furono da Tito venduti trenta a denaro (8), e Bu- 
sone da Gubbio come la fame spinse le madri a commettere alla 
sorte la vita dei proprii figliuoli, per sapere di quale si dovessero 
cibare (9). Nel secondo libro MY Africa il Petrarca fa predire dal 


(2) Quest’applicazione fu fatta dagli stessi Ebrei. V. Giuseppe Flavio, 
Antiquit. judaic., X, 5, 1. 

(8) Daniele, 9. 

(4) Adversus Judaeoa, Vili. 

(5) Purgai., c. XXI, vv. 82-4. 

(6) Purgai., c. XXXIII, vv. 29*80. 

(7) Parad., c. VI, vv. 92-8. 

(8) Le livre dou Tresor, 1. II, c. 5. 

(9) Avventuroso Ciciliano, Osservazioni al secondo libro, 22. Cf. YOsserva¬ 
zione 52. 



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288 


CAPITOLO XI. 


padre di Scipione la distruzione di Gerusalemme, e nel trattato 

De otto religiosorum si conforma in tutto alla popolare credenza, 

dicendo che Gerusalemme fu distrutta, e il suo popolo disperso* in 

punizione della morte di Cristo. Se egli avesse condotto sino a 

Tito, come si era proposto, il libro De viris illustribus , che fu 

poi continuato da Lombardo da Serico, non avrebbe certamente 

mancato di dare della leggenda più ampia notizia. Fazio degli 

Uberti la ricorda nel Dittamondo, quando fa dire a Roma: 

# 

Vespasian dieci anni tenne il mio, 

Lo qual con Tito suo fe la vendetta 
Contro i Giudei del figliuol di Dio (10). 

Alessandro Neckam dice di Tito: 

Hunc decuit mortis ultorem numinis esse, 

Dum deleta fuit gens mala, digna mori (11). 

Nelle recensioni più antiche dei Mirabilia non è fatto cenno della 
leggenda; ma in altre, più moderne, si dice che i corpi di Tito, 
di Vespasiano e di Volusiano riposano nel monastero di San Saba, 
lo che prova che essi erano universalmente tenuti cristiani (12). 
Giovanni Sarisberiense, parlando nel Polycraticus (13) dell’assedio 


(10) L. 11, c. 6. Gioliklmo Capkllo commenta criticando: ‘ E nota qui 
che Tito, riraaso in l’assedio di Hierusalera, fe’ grande occhione de Iudei, 
che più de sex cento millia ne morino di ferro e di fame, e Josepho dice 
undeci volte centomilia; ma ciò non fe' in vendetta de Christo, però che 
Tito non fu christiano, ma la summa giustitia li mandò adoseo quel flagello 
in pena de la lor gran colpa che avevano de la morte de Ieaù Christo ,. 

(11) De lauti, div. sap., dist. V, vv. 215-6. 

(12) V. i Mirabilia pubblicati da Pabthsy, p. 61. Lo stesso si dice in 
alcune stampe antiche, come per esempio in quella del 1518, dove è ripor¬ 
tato anche il seguente epitafio: 

Conditnr hoc tumulo Tito» cum Vespasiano 
Patre felice, sed eminent prospera Titi 
Hierusalem premena dominiqne emulo* fromena 
Aper de si Iva ferua singolari» in bostea 
Exporgat vineam Sabaoth sternendo laborem 
Reddit et congraam vindiotam popolo nequam. 

(13) L. II, co. 4 7. 


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» 


TIBERIO, VESPASIANO, TITO 289 

e della espugnazione di Gerusalemme, non fa parola della leg¬ 
genda; ma poi, in altro luogo di quella stessa opera (14), ricorda 
come, stando alla testimonianza di alcuni scrittori, Vespasiano 
avrebbe operato miracoli in segno della missione a lui affidata. 
Sono ben pochi i cronisti che, come Ottone di Frisinga, non ne 
facciano menzione. Inoltrato già il secolo XV, Teodorico Engelhusio 
nella sua Cronaca la rammenta ancora con piena fede (15) : 

Tiberii. lepram divina Veronica sanat, 

Rosa nimis facies sanatur Vespasiani. 

Esempio, se non unico certo assai raro, può essere citato Fran¬ 
cesco da Buti, che commentando i versi testé riferiti del c. xxi 
del Purgatorio , dice senz’altro che causa della distruzione di Ge¬ 
rusalemme fh l’avere i Giudei, i quali presumevano dover essere 
signori del mondo, ucciso il governatore romano e cacciato il le¬ 
gato di Siria. Fra Niccolò da Poggibonsi ricorda anch’egli nel 
Libro d'oltremare , che contiene la relazione di un viaggio fatto 
in Terra Santa nel 1345, la distruzione di Gerusalemme per opera 
di Vespasiano e Tito, ma non accenna in nessun modo alla tradi¬ 
zione (16). La presenza della sacra immagine in Roma, alla quale 
traevano numerosissimi i pellegrini, acquistava credito alla leg¬ 
genda, e la leggenda era da quei pellegrini medesimi sparsa su 
tutta la faccia d’Europa, e ripetuta in tutte le lingue (17). 


(14) L. II, c. 10. 

115) Ap. Lkibnitz, Script., t. II, p. 1019. 

(16) Cap. 12, Se. di cur. letter., diep. CLXXXII, Bologna, 1881. 

(17) Questi devoti pellegrinaggi sono ricordati da Dante nel c. XXXI del 
Paradiso, vv. 103-5: 

Quale è colui ohe forse di Croscia 
Viene a veder la Veronica nostra, 

Che per l’antica fama non si sazia. 

In cospetto della venerata reliquia i pellegrini cantavano o recitavano 
questi versi: 

Salve, sanota facies nostri redemptoris, 

In qua nitet specie» divini splendori*, 

Impressa panniculo nivei candori a, 

Dataque Veronioae signum ob amoris. 


Osar, Roma . 




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290 


CAPITOLO XI. 


Ma facciamoci oramai a rintracciarne le origini e a dire delle 
forme in cui si raccolse da prima. Ho già detto che essa s’impo- 
neva in certo modo naturalmente agli spiriti, e che la sua genesi 
era in tutto spontanea. Si può tener per sicuro che quando si 
sparse pel mondo romano Tannunzio della espugnazione di Geru¬ 
salemme, nelle catacombe, dov’era viva e cocente ancora la me¬ 
moria della persecuzione neroniana, nelle chiese tutte d’Asia, 
d*Africa e d’Europa, si glorificò Dio punitore, e si celebrò il primo 
grande trionfo della fede. Allora Vespasiano e Tito e l’impero e 
le legioni romane furono certamente considerati come ciechi stru¬ 
menti della giustizia divina, la quale solo si rivelava a chi era in 
grado d’intenderla, e pronto ad adorarla. Origene nel secondo libro 
del Trattato contro Celso dice che la profezia di Cristo circa la 
distruzione di Gerusalemme si avverò per fatto di Tito, sotto l’im¬ 
pero di Vespasiano. Eusebio di Cesarea, accingendosi a riferire 
nella Istoria ecclesiastica (18) alcune cose narrate da Filone nella 
relazion che fece della sua legazione, dice rimaner per esse pro¬ 
vato che i Giudei soggiacquero a tante calamità in punizione del 
misfatto commesso nella persona di Cristo, e ricorda inoltre (19) 
quali castighi di Dio, la profanazione del Tempio, il tumulto che 
suscitò Pilato spogliando l’erario sacro, ed altre turbazioni e dis- 
sidii. Altrove ancora mostra la espugnazione di Gerusalemme es¬ 
sere stata una vendetta del cielo (20). Intanto alcuni tratti princi¬ 
pali della leggenda nascitura cominciavano a disegnarsi. Il famoso 
libro di Lattanzio, De mortitms persecutorum, è tutto inspirato e 
governato dal pensiero che castighi terribili colpiscono o prima o 
poi i persecutori della Chiesa: a maggior ragione, e in forma più 
solenne ed esemplare, dovevano essere puniti i persecutori e gli 
uccisori di Cristo. La leggenda inesorabile andrà a ricercare co¬ 
storo uno per uno, e li ripagherà come avran meritato, e consa¬ 
crerà il nome loro all’infamia. Eusebio, narrando, con qualche 


(18) L. II, c. 5. 

(19) L. II, c. 10. 

(20) L. Ili, c. 5*7. 


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TIBERIO, VB8PÀSIAKO, TITO 


291 


errore, l’esiglio di Erode, dice, come pare con intenzione, che 
questi aveva avuto parte nel supplizio di Cristo (21), e natural¬ 
mente suggerisce 0 pensiero che quella era pena di questo mi¬ 
sfatto, sebbene in apparenza sembrasse altrimenti. La leggenda 
infame di Pilato, per ragioni che vedremo tra breve, si forma 
piuttosto tardi; ma, ad ogni modo, è costituita nel quarto seeolo, 
e forse prima. Già Eusebio ricorda come Pilato fu mandato in 
esiglio e si tolse di propria mano la vita (22), e lo stesso narrano 
poi Orosio (23), Gregorio di Tours (24), Beda (25), altri. 

Se non che questa credenza, da cui doveva nascere la leg¬ 
genda, non è per anche leggenda essa stessa. Considerata nella sua 
forma piena e perfetta, la leggenda si mostra composta di più parti 
diverse, che in origine non ebbero fra di loro attinenza nè rela¬ 
zione, e di cui è agevole scoprire le saldature non abbastanza dis¬ 
simulate. Ad ogni modo le parti principali sono due: l’una che 
riguarda Tiberio e la sua miracolosa guarigione, l’altra che riguarda 
Vespasiano e Tito, e la guarigione di uno di essi, o di entrambi, 
e la vendetta da essi compiuta. La prima parte è, fuor d’ogni 


dubbio, piu antica della seconda, e a questa non si congiunge, se 
non quando comincia a farsi sentire negli spiriti il bisogno di tra¬ 
mutare i distruttori di Gerusalemme d’inconsci in consci ministri 
della giustizia divina, senza il quale tramutamento una vera e 
propria leggenda della vendetta non poteva formarsi. Cominciamo 
a ricercare quali possano essere state le origini della prima parte, 
o diciamo a dirittura, della prima leggenda. 

Morto Cristo, un desiderio doveva spontaneamente nascere nel¬ 
l’animo de’ suoi seguaci, contro de’ quali stava, non pure l’opinione 
pubblica, ma ancora il pubblico giudizio che, nelle forme, se non 
nella sostanza, fu certamente legale. Alla causa dei cristiani im- 


(21) Hist. eccles., 1. II, c. 4. 

(22) lbid., 1. II, c. 7. 

(23) Hist ., 1. VII, c. 5. 

(24) Hist. Frane., 1. I, c. 23. 

(25) De ratione temporum , in principio della sesta età; Opera, ed. del 
Gius, voi. VI, p. 301. 


k 


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292 


CAPITOLO XI. 


portava moltissimo che questo giudizio si potesse dimostrare ille¬ 
gale ed iniquo; ma, per mostrarlo tale, bisognava trarne fuori 
Pilato, giacché scagliare una accusa d’illegalità e d’iniquità contro 
l’uomo che governava in nome dell’imperatore non sarebbe stato 
nè utile, nè prudente. Anzi bisognava far vedere Pilato ammiratore 
ed amico di Gesù, e relatore a Cesare della vita esemplare e dei 
miracoli di lui; separare il più possibile, in tutta la questione, i 
Romani dagli Ebrei, rappresentar questi come soli interessati alla 
morte del Maestro, severo censore dei loro depravati costumi e 
delle corrotte loro dottrine, far ricadere sopra di essi tutto il peso 
e la odiosità della scelerata sentenza, e renderli, in certo qual 
modo, ribelli, oltre che a Dio, anche allo stesso Cesare. Un accor¬ 
gimento si fatto, forse più istintivo che altro, favorito dall’animo¬ 
sità che di giorno in giorno cresceva tra Romani ed Ebrei, era 
inoltre, se non promosso, almeno non impedito dagli Evangeli, dove 
Pilato è descritto, non già come un uomo malvagio, ma come un 
uomo di poco animo, che vorrebbe per parte sua salvare Cristo, 
di cui ha riconosciuta l’innocenza, ma non osa contrastare ai sa¬ 
cerdoti. Nei famosi Atti di Pilato, a cui fu solamente più tardi 
dato il nome di Evangelo di Nicodemo, si narra che l’ufflziale di 
Pilato al quale era stato commesso di tradurre Cristo davanti al 
tribunale del Procuratore romano, mostrò all’accusato il suo os¬ 
sequio, che davanti a costui s’inchinarono sulle insegne le imma¬ 
gini deH’imperatore, che Procula, moglie di Pilato, ammoni il ma¬ 
rito di non rendersi reo d’ingiusta sentenza, che Pilato rimproveri) 
agli Ebrei la loro perfidia. 

Poi si cominciò a dire che Pilato era fautore di Cristo; che anzi, 
già prima, aveva scritto a Tiberio (altri diranno Claudio) una epi¬ 
stola in cui si dava conto di Gesù, si encomiavano l’opere sue, si 
proponeva di tributargli divini onori; che Tiberio aveva favore¬ 
volmente accolte le proposte del suo vicario, ma che il senato 
le aveva respinte. Nel secondo secolo questa leggenda capitale è 
già formata. Tertulliano la ricorda nell’ Apologeticum, composto 
intorno al 198, e se ne giova come di valido argomento contro i 
persecutori. Egli anzi afferma che Pilato era già in sua coscienza 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


293 


cristiano (26). Bisogna credere che queste tradizioni avessero al¬ 
lora molta autorità, e fossero note anche ai pagani, chè altrimenti 

9 

un apologeta non avrebbe dato loro tanto peso. Giustino Mar¬ 
tire, morto nel 166, ricorda certi commentarii scritti sotto Ponzio 
Pilato (27). 

Non è qui il luogo di discutere in qual tempo gli Atti di Filato , 
di cui sono due recensioni greche (28), l’una più antica, l’altra più 
moderna, e una versione latina, per non parlare delle versioni in 
varie lingue moderne (29), sieno stati composti. Il Tischendorf 
pone la composizione loro nella prima metà del secondo secolo (30); 
ma altri li fanno di molto posteriori, e Adalberto Lipsius li giudica 
del mezzo circa del IV secolo, sorti in contraddizione di certi Atti 
pagani di Pilato, composti sotto l’imperator Massimino fra il 307 
e il 313, e ricordati da Eusebio (31). Io non ho competenza da 
traimi in mezzo a cosi fatta controversia; ma tuttavia parmi di 
poter dire che la tradizione raccolta negli Atti di Pilato mostra 
d’essere più elementare, men progredita che non quella di cui fa 
ricordo Tertulliano. Ora, se gli Atti di Pilato dovessero essere po¬ 
steriori a questo padre, non s’intenderebbe come il loro compila¬ 
tore avesse potuto ignorare l’importantissima tradizione che circa 
i fatti di Pilato è da lui ricordata, o come, conoscendola, avesse 
potuto trascurarla, mentre poteva riuscire di molto giovamento al 
suo assunto. 

Ma checchessia di tale questione, ciò che nel caso presente im¬ 
porta di rilevare si è che, verso il mezzo del secondo secolo, erasi 
già formata e diffusa una tradizione, tanto vigorosa oramai da poter 
esser fatta valere come argomento contro ai persecutori, e secondo 


(26) C. V, XXI. 

(27) Apologia prima. 

(28) V. le recensioni A e B negli Evangelia apocrypha del Tischendobf, 
Lipsia, 1858, pp. 208-311. 

(29) V. Vùlcker, Da* Evangelium Nicodemi in dtr abendlSndiachen Lite • 
ratur, Paderborn, 1872. 

(30) Ev. apocr., p. LXV. 

(31) Die Pilatue-Acten kritiach unteraucht, Kiel, 1871. Eusebio ricorda gli 
Atti pagani nel 1. IX della Historia ecclesiastica. 


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294 


CAPITOLO XI. 


la quale un imperatore romano aveva giudicato Cristo degno degli 
onori divini. Questa tradizione ricordata, oltreché da Tertulliano, 
anche da Eusebio (32), da San Giovanni Crisostomo (33), da 
Orosio (34), da altri, passa nel medio evo ed è universalmente co¬ 
nosciuta, tanto che non accade far qui citazioni particolari'. Ma 
più strano deve sembrare che, anche fra gli Ebrei, Pilato sia stato 
creduto amico di Cristo. Secondo un racconto giudaico riferito nel 
trattato De judalcis supcrstitionibus, che Agobardo vescovo di 
Lione (779-840) compose in compagnia di due altri vescovi, il corpo 
di Cristo sarebbe stato sepolto presso un acquedotto e travolto da 
una innondazione. Pilato lo fece ricercare per lo spazio di dodici 
mesi, e non avendolo ritrovato, proclamò Cristo risorto, e volle che 
gli Ebrei lo adorassero come Dio. 

A poco a poco Pilato si trasforma in un santo, anzi in un mar¬ 
tire (35); lo stesso Tiberio diventa cristiano. Tertulliano non osa 
ancora affermarlo risolutamente, ma dice già che Tiberio minacciò 
dell’ira sua chiunque si facesse ad accusare i cristiani (36). Non 
potendosi dissimulare le molte sceleraggini di cui la sua vita è 
ripiena, si dirà ch’egli di mansueto agnello si mutò in effera¬ 
tissimo lupo , appunto per quel rifiuto del senato (37). 

L’epistola di cui fa ricordo Tertulliano non deve essere identica 
nè con VdvcctpoQà IhXdtov (38), nè con la Lettera di Pilato a 
Claudio , che si trova incorporata negli Atti greci di San Pietro 


(32) Hist. eccl., 1. II, c. 2 ; Chronicon l'anonimi, ad a. Tiberii 22, ed. del 
Mai e dello Zokbab, Milano, 1818. 

(33) Omelia 26. San Giovanni Crisostomo dice che la proposta di Pilato 
fu dal senato respinta per volere di Dio. 

(34) Histor., 1. VII, c. 2. 

(35) V. Fahricius, Codex apocryphus Novi Testamenti, parte III, p. 505. 
Sulla leggenda di Pilato v. Do Méril, Ligendes de Filate et de Judas 
Ischariate, in iWs. pop. lat. dii moy. A., pp. 315-68; Crkizbnach, Legenden 
und Sagen von Pilatus, Beiir. z. Gesck. der deusch. Spr. u. Lit., voi. I, 
pp. 89-107. 

(36) Apologetieum, c. V. Nel medio evo si aggiungerà che egli fece mo¬ 
rire parecchi accusatori. 

(37) Così Obosio, 1. cit. 

(38) Pubblicata ultimamente dal Tischendohf, Ec. apocr., pp. 418 segg. 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


295 


e San Paolo (39), nè con Y Epistola Pilati ad Tibevium (40), 
giacché in tutte queste scritture Pilato si mostra già quasi colpe¬ 
vole e timoroso dell’ira di Tiberio, il quale in una sua risposta 
severamente lo biasima, e lo cita davanti al suo tribunale. Quella 
deve avere avuto un riscontro nell’altra Epistola apocrifa di Len- 
tulo, predecessor di Pilato, epistola dove si fanno molte lodi di 
Cristo e si descrive minutamente la sua persona. L’epistola di 
Lentulo presuppone l’epistola di Pilato, giacché essa altro certa¬ 
mente non è che una di quelle anticipazioni arbitrarie di cui spesso 
la leggenda si giova per allargare la sua presunta base storica. 
Ricorderò a tale proposito che si ebbe anche una supposta lettera 
di Erode al senato (41). La leggenda segue il suo razionale svol¬ 
gimento. Impegnato Tiberio nella causa di Cristo, si poteva trarne 
fuori Pilato, e ridargli un carattere più confacente con la parte 
ch’egli aveva avuto negli avvenimenti. Pilato non è ancora lo sce- 
lerato che la leggenda rappresenta più tardi; ma è già un uomo 
debole, poco fervido difensore della verità che pur riconosce, col¬ 
pevole di non aver riferito a Cesare ciò che, per ufficio, non avrebbe 
dovuto tacere, inteso a rovesciare tutta sugli altri la colpa di cui 
deve in parte egli stesso rispondere. Panni die la leggenda abbia 
dovuto fare questa prima variazione passando di Giudea in Roma, 
giacché è da credere che nella stessa Gerusalemme essa avesse 
nascimento. In Giudea importava poter dimostrare dissenziente dai 
sacerdoti e dal popolo, e quasi cristiano, chi governava in nome 
di Roma; ma più importava poter mostrare cristiano in Roma, e 
persecutore dei nemici di Cristo, lo stesso imperatore, e massima- 
mente poter mostrare questo imperatore farsi, per amor di Cristo, 
giudice inesorabile del proprio vicario. Chiunque, sia Giudeo, sia 
Romano, ha avuto parte nella condanna di Cristo dev’essere pu- 


(89) Io., Acta apostolo rum upocrypha , pp. 16 segg. 

(40) Id., Ev. apoer., pp. 411 segg. 

(41) La epistola di Lentulo ebbe ancor essa molta voga. In un codice di 
Monte Cassino essa si trova unita coi quattro Evangeli. Una versione ita¬ 
liana della epistola di Pilato a Tiberio e di quella di Erode al Senato fu 
stampata sin dal quattrocento. 





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296 


CAPITOLO XI. 


nito. A questo supremo interesse della coscienza cristiana, il quale 
riempie di se la leggenda, si sacrifica Pilato. 

Nelle epistole che vanno sotto il suo nome Pilato parla dei mi¬ 
racoli di Cristo, dei prodigi che ne seguirono la morte, e tenta di 
far ricadere tutta la colpa sugli Ebrei, dalle cui menzogne dice 
di essere stato tratto in errore. Tiberio in una sua risposta (42) 
muove a Pilato acerbi rimproveri, e minaccia la morte a lui e a 
. tutti gli altri colpevoli. Ordina sia condotto a Roma per essere giu¬ 
dicato insieme con Archelao, figlio di Erode, Filippo, Caifa ed Anna. 
Gli accusati giungono nell’isola di Creta; la popolazione si solleva 
e vuol seppellir vivo Caifa, ma la terra rifiuta di riceverlo, e i 
suoi punitori a stento riescono ad opprimerlo sotto una gran pietra. 
Gli altri proseguono il viaggio, e giungono a Roma, dove tutti in 
vani modi sono messi a morte. Poi Tiberio infierisce contro tutto 
il popolo d’Israele, e debellatolo in guerra, lo disperde. 

Cosi comincia a fermarei il concetto di una vendetta, che si fa 
sempre più larga e più formidabile. Nella Paradosis Pilati (43) 
l’imperatore fa venire Pilato a Roma per giudicarlo. Il giudizio ha 
luogo nel Campidoglio. Al pronunciare che l’imperatore fa il nome 
di Cristo i simulacri degli dei precipitano, dnav xo nAtj&og xùv 
&e<òv avvéneaav , e si disfanno in polvere. Pilato cerca scusarsi 
facendo ricadere tutta la colpa sugli Ebrei. L’imperatore, senza che 
a ciò lo spinga nessuna grazia miracolosamente ottenuta, risolve 
di punire gli Ebrei del loro misfatto. Nella lettera che egli scrive 
a Liciano governatore della provincia di Oriente, xtjg dvaxoÀixrjg 
/cùpag, per significargli il suo volere, si nomina Cristo quale Dio r 
e si comanda di disperdere gli Ebrei e di ridurli in ischiavitù fra 
tutti i popoli. A Pilato fa troncare il capo. Nella sua risposta a 
Pilato, Tiberio dice d’aver saputo tutta la verità dei fatti da una 
donna che era andata a Roma a trovarlo, e secondo il racconto di 
certi cronisti bizantini, Maria Maddalena sarebbe andata a Roma 


(42) V. Birch, Auctarium, p. 1720, e Fi.rck, Winsenschaftliche Retse, Lipsia» 
1835*7, pp. 143-7. 

(43) Ap. Tischkndork, Et\ apocr pp. 426-31. 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


297 


per accusare i giudici di Cristo a Tiberio, il quale fece decapitare 
gli scribi, i sacerdoti e Pilato (44). Qui abbiamo già un addentel¬ 
lato per la leggenda della Veronica, leggenda che apparisce nella 
Cura sanitaliSy nella Vindicta Salvatoris , e in tutte le versioni 
e redazioni posteriori. 

Sin qui abbiamo veduto Tiberio operare disinteressatamente, per 
semplice amore della verità e della giustizia, e per una specie di 
fede inconscia; ma anche nelle ragioni del suo operare doveva 
avvenire una trasformazione, consentanea all’indole della leggenda, 
e richiesta dalla ingenua fantasia dei credenti. Importava che la 
fede di Tiberio fosse fondata, non sul semplice sentimento, ma su 
prove irrecusabili di fatto ; importava di lasciar compiere in bene¬ 
fizio dell’imperatore un miracolo che tornasse in benefizio della 
causa cristiana, e che si potesse citare come luminoso esempio 
della misericordia divina. Se il miracolo veniva a legarsi ad una 
qualche reliquia insigne, non solo si rendevano più intelligibili 
alla comune degli uomini i fatti meravigliosi narrati nella leg¬ 
genda, ma si procacciava ancora a quella reliquia una riputazione 
incomparabile; e chi sa quanta parte le reliquie abbiano avuto nel 
culto cristiano, e come esse abbiano profondamente influito sul 
temperamento della coscienza religiosa, non istimerà certo di poca 
importanza questo nuovo motivo di variazione ed amplificazione 
della leggenda. Ed ecco come la favola della malattia di Tiberio e 
della guarigione miracolosamente ottenuta mercè la immagine della 
Veronica, viene nella leggenda a prender posto. Entrata che vi sia, 
essa fa naturalmente dimenticar le ragioni che nella tradizione più 
antica movevano Tiberio a far vendetta di Cristo. 

La Cura sanitalis raccoglie questi incrementi e queste muta¬ 
zioni della finzione. Pubblicata primamente dal Foggini di su un 
codice del secolo XI (45), il racconto in latino barbarissimo che 
s’intitola Cura sanitatis Tiberii , fu ristampato dal Mansi di su 


(44) Guca, Annalts , pp. 436-7 (ed. di Bornia^; Costantino Manasse, Coni- 
pendtum Chronicon, vv. 1986-90 (ed. di Bonna). 

(45) Nell’opera sua De itinere Sancii Petri. 



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298 


CAPITOLO XI. 


un codice dell’Vili (46). I due testi presentano qualche diversità, 


anche di sostanza: nel più antico la narrazione procede nel modo 
che segue. Tiberio, afflitto da gravissima infermità, manda Volu- 
siano (Volusano) a Gerusalemme a cercare di Gesù, de’ cui mira¬ 
coli ha udito parlare. « Si deus est », dice Tiberio, « praestare [nobis] 
potest [salutem]; si autem homo est, amare noe potest, et rempu- 
blicam gubernare per eum possumus» (47). Dopo un anno e tre 
mesi di navigazione Volusiano giunge a Gerusalemme. Pilato gli 
muove incontro, ma, saputa la ragione del suo venire, si turba. 
Informato della morte di Cristo, Volusiano £a venire a sé Giuseppe 
d’Arimatea, dal quale apprende in breve tutta la storia di quello, 
i miracoli, la passione, la sepoltura, la risurrezione. Credendo che 
Cristo risorto possa ancora trovarsi in Giudea, egli manda i suoi 
messi a rintracciarlo ; ma confermatagli da molti testimoni l’ascen¬ 
sione al cielo, ordina che Pilato sia chiuso in un carcere. Interro¬ 
gatorio di Pilato che cerca invano scolparsi. Un Marcio parla a 
Volusiano della Veronica. Costei, sanata da Cristo, fece dipingere 
la immagine di lui, poi si ritrasse a vivere in l'irò. Condotta al 
cospetto del messo imperiale, la Veronica nega da prima di posse¬ 
dere la preziosa immagine; ma quegli ne fa fare ricerca, e avutala 
l’adora; poi con Pilato e la Veronica insieme si parte, e giunge a 
Roma dopo soli otto mesi (48). Tiberio condanna Pilato alla inter¬ 
dizione dell’acqua e del fuoco (49), e lo relega in Araeria, città 


(46) Nel voi- IV della Miscellanea del Baluzb, Lucca, 1764, pp. 55*7. Il 
testo del Foggiai è quivi riportato per intero. 

(47) Mabiano Scoto riferisce quasi queste parole medesime in un rac¬ 
conto da lui inserito nella Cronica, ad a. 39. Egli cita Metodio. Se questi 
dovesse essere, come opina l’Henschenius, il vescovo di Tiro, bisognerebbe 
far risalire la leggenda, quale si trova nella Cura sanitati», almeno sino 
al terzo secolo. Il racconto di Mariano Scoto deriva certamente da quello 
della Cura sanitatis: che fede si meritino le attribuzioni che di scritti 
e di favole si trovano fatte a Metodio è, per altre prove, già noto ab¬ 
bastanza. 

(48) Nelle narrazioni posteriori fe serbata sempre, quanto al tempo, una 
differenza (variabile) tra il viaggio d'andata e il viaggio di ritorno. Dalla 
presenza della immagine miracolosa si vuole senza dubbio abbreviare il 
secondo. 

(49) Questo castigo essenzialmente proprio della legge romana va qui 


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TIBEBIO, VESPASIANO, TITO 


299 


di Toscana (50). Segue la guarigione di Tiberio (5i). Sotto il regno 
di Nerone suo successore i discepoli di Cristo vengono in Roma, 
e ci vien anche Simon Mago, che si spaccia pel Salvatore. Volendo 
conoscere la storia di Cristo, Nerone fa venire a sè dal suo luogo 
di relegazione Pilato, il quale gliela racconta, e gli presenta i due 
apostoli Pietro e Paolo. Nerone si fa leggere inoltre la epistola 
che esso Pilato scrisse a Tiberio; ma da tutto ciò non segue poi 
nulla. Pilato se ne torna in Amena a scontar la sua pena; Nerone 
e Simon Mago sono portati via dal diavolo. 

Ecco la leggenda trasformata, arricchita, appoggiata a motivi 
nuovi, frequentata da nuovi personaggi. Volusiano non ha in sè 
nulla di storico ; ma, entrato nella leggenda, non ne esce più, seb¬ 
bene muti a più riprese di nome. La introduzione di Giuseppe 
d’Arimatea fu suggerita probabilmente dagli Atti di Pilato , dove, 
al c. 12, gli si pongono in bocca parole che accennano a una ven¬ 
detta divina, provocata dai Giudei crocifiggendo Cristo. Nei rac¬ 
conti posteriori egli andrà mano mano acquistando importanza. La 
Veronica comparisce per la prima volta, e con parte molto co- 


notato. Si lece anche morire Pilato della morte dei parricidi. Cbdrkno 
ricorda essere stata opinione di alcuni che Pilato, cucito in una pelle di 
bue, insieme con un gallo, usa ripera ed una scimmia, fu fatto morire 
%1 sole. 

(50) Altrove Heineria; nel testo del Foggimi Timernia, Cimerina, Ari- 
mena. Il luogo di relegazione di Pilato di solito è Vienna in Gallia, ma 
qualche volta anche Lione, della qual città, per non dire di altre, fu anche 
tenuto nativo. 

(51) Nel testo del Foggimi si dice che Tiberio, guarito che fu, volle 
imporre la fede, a cui s’era novamente convertito, al senato, e che, ripu¬ 
gnando questo al suo desiderio, egli fece, in varii modi, morire moltissimi 
senatori. Qui poh essere riportato un luogo del Libro de los Enzemplos 
(CCLXXXVII), dove si espongono le ragioni che indussero il Senato a ri¬ 
fiatare ft Cristo i divini onori. * Es scripto en las storias de Roma que 
los romanos habian costumbre de haber por dioses à los hombres que fe- 
cieron grandes é maravillosos fechos, e disputando en el consejo si Jhu Xpo 
debia ser recebido en el numero de los dioses, que tantos é tan grandes 
miraglo8 é maravillas hnbia fecho, à la fin fue determinado que non debia 
ser recebido porque non tenia quien lo honrase porque predicaba pobreza, 
la cnal todo homme naturalmente aborrece 



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300 


CAPITOLO XI. 


spicua, che poco potrà essere accresciuta in seguito. Noi abbiamo 
ora, a parlar propriamente, rincontro e la fusione di due diverse 
leggende: la leggenda di Tiberio cristiano e la leggenda della Ve¬ 
ronica, e nel composto unico che se ne forma, quella, che è ante¬ 
riore di tempo, si subordina a questa e la presuppone. Discoste 
nei loro principii, diverse d’intendimenti, esse, poiché si trovano 
l’una in presenza dell’altra, reciprocamente si attraggono e si com¬ 
pongono insieme. In tale composizione v’è guadagno e perdita a 
un tempo : la leggenda di Tiberio perde la sua bella idealità, e non 
riesce più, come prima, dimostrativa della virtù intima ed essen¬ 
ziale della verità cristiana, sentita, proclamata, vendicata da un 
imperatore non battezzato; ma la leggenda della Veronica, che 
aveva pur essa profonde radici nella coscienza religiosa, se ne av¬ 
valora, allargando la sua base storica, moltiplicando i suoi legami 
col mondo. Chiusa, nel primo suo nascere, entro gli angusti ter¬ 
mini di una società di discepoli, essa diventa poi leggenda impe¬ 
riale, romana, cattolica. E il tutto che di queste parti si forma ha 
un carattere più umano e più poetico, ed è più atto a cattivare le 
fantasie, e a trovare nelle letterature popolali varia e durevole 
rappresentazione. 

Fermiamoci alquanto, prima di proceder oltre, sulla Veronica e 
sulla sua leggenda (52). Passato alcun tempo dalla morte di Cristo, 
doveva nascere spontaneo nei seguaci il desiderio di possedere al¬ 
cuna immagine che rappresentasse ai loro occhi le fattezze del 
venerato maestro, di cui rimaneva negli animi incancellabile ri¬ 
cordanza (53). Sebbene la Chiesa, tutta rivolta nei primi secoli a 


(52) V. su questo argomento la dissertazione delTHaNscHaNius negli Acta 
Sanctorum, Febbraio, voi. I, pp. 449-57, e inoltre Jablohski, Dissertano de 
origine imaginum Christi nel terzo volume degli Opmcula editi dal Ti Vatbb, 
Leida, 1809 ; W. Gbimm, Die Sage votn Ursprung der Christusbilder, Abhand- 
lungen der kSniglichen Akademie der Wissenschaften tu Berlin , 1842 ; 
Grktsbr, De ùnaginibus non manufactis, Ingolstadt, 1622; Rbibxk, De ima • 
ginibus Jesu Christi, Jena, 1685; Majolus, Historia totius orbis prò defen- 
sione sacrarum imaginum, Roma, 1585 ; Molahub, De historia S.S. imaginum, 
Lovanio, 1594. 

(53) Io non ho bisogno di avvertire, che noi non possediamo di Cristo 


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TIBEBIO, VK8PA8IÀNO, TITO 


301 


consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo institutore, poco 
pensiero si desse delle sembianze corporee di lui, per modo che 
lasciava agli artefici ogni più ampia libertà di ritrarle come più 
loro piacesse (54), pure non poteva passare gran tempo senza che 
si pretendesse di spacciare per autentica alcuna delle immagini 
che l’amorosa devozione veniva moltiplicando. Tale è la origine 
della famosa immagine di Edessa, del crocifisso creduto opera di 
Nicodemo, della immagine celeberrima della Veronica. Due statue 
nella città di Paneade, rappresentanti, secondo si può ragionevol¬ 
mente congetturare, l’imperatore Adriano con la città inginocchiata 
ai piedi, ftirono credute immagini di Cristo e di quella emorroissa 
di cui parla Matteo (9,20), e che gli Atti di Pilato (c. 7) annove¬ 
rano fra i testimoni di Cristo (55). Qui costei comparisce col nome 
di BeQOvlxtj. Da BeQovixtj potrebbe venire Veronica ; ma negli 
Atti non si fa cenno di una immagine di Cristo posseduta dall’e- 
morroissa, e della Veronica non si dice ordinariamente che l’in¬ 
fermità di cui Cristo la guari fosse flusso di sangue. Fra queste 
due donne vi è somiglianza di nome, ma non altro. Tuttavia si 
finisce anche per fare di esse una stessa persona (56). Notisi ora 


nessuna immagine autentica. Sant’ Agostino dice nel De Trinitate, Vili, 4, 5: 
* Qua fuerit illa faoie noe penitus ignoramus... Nam et ipsius Dominicae 
facies c&rais innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur, 
quae tamen una erat, quaecumque erat „. 

(54) Vedi Pipxb, Mythologie der christlichen Kunst, voi. 1, pp. 102*8, e 
Raoul Rochbttb, Types de VArt ehrétie», pp. 9-26. Sino ai tempi di Costan¬ 
tino le immagini di Cristo furono assai rare. Nella Chiesa di Oriente si 
formò una opinione, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da 
altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo. Cirillo d’Alessandria 
afferma a dirittura ch'egli fu il piò brutto degli uomini. La epistola di 
Lentulo, nella quale Cristo si dipinge di bello e nobile aspetto, fu com- 
posta forse per combattere quella tradizione. V. ancora Didboh, Iconographie 
chrétienne, pp. 251*76. 

(55) V. Eusebio, Hist. eccles., 1. VII, c. 18; cf. Pipkb, Op. cit., voi. Il, 
pp. 582-8. 

(56) Gebvasio di Tilbuby dice a questo proposito (Otta imperialia, decis. Ili, 
c. 25): * Porro sunt alii vultus Domini, sicut est Veronica, quam quidam 
Romae delatam a Veronica dicunt, quam ignotam tradunt mulierem esse. 
Verum ex antiquissimis scripturis comprobavimus hanc esse Martham so* 


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302 


CAPITOLO XI. 


che Veronica è pure il nome della santa immagine (57), e che, 
secondo una ipotesi molto plausibile, quel nome potrebbe essere 
una storpiatura di vera icon. La leggenda si sarebbe formata a 
questo modo : una immagine di origine ignota si spaccia per auten¬ 
tico ritratto di Cristo sotto il nome di vera icon (58). Questo nome, 
non inteso, si cangia in un nome di donna, e col procedimento or- 
dinario la finzione comincia a lavorargli dattorno. La BeQOvlxrj 
degli Atti di Pilato è li per venire in soccorso alla fantasia, e la 
Veronica diventa tutt’uno con l’emorroissa. 

Dire precisamente in qual tempo si cominciò a venerare in Roma 
la reliquia che tuttodì con gelosa cura si custodisce nella chiesa 
di San Pietro, non ò guari possibile, e qui del resto non importa 
gran fatto. Sopravvenuto il fanatismo per le reliquie che contrad¬ 
distingue il settimo e l’ottavo secolo, e cominciando già forse a 
levarsi la fama di altri Volti Santi, che con pretensioni eguali di 
autenticità si conservano ancora in altre città dell’Europa (59), si 
dovette sentire in Roma il bisogno di procacciare, a quello che 
quivi si venerava, una precedenza ed Hna superiorità incontestata. 
E certo il modo più ingegnoso e migliore di provvedere a ciò si 
era di legarne la leggenda con la leggenda di Tiberio- cristiano e 
punitore dei persecutori di Cristo. Tale congiungimento era già 
fatto nel secolo Vili. 


rorem Lazarì, Christi ospitai», quae fluxum sanguinis duodecim anni8 passa 
tactu fimbriae dominicae sanata fuit, propter diatarnam passionem flnxus 
carnali* curva incedens unde a varice poplitis vena incurvata Veronica, 
quare incurvata Veronica dieta est a . 

(57) Burdetto Canonico dice in un luogo del Liber politicasi *.postea 

vadit ad sudarium Christi quod vocatur Veronica „ ; e Veronica è chia¬ 
mata la immagine da Danti. La pianta Veronica è al tempo stesso testi¬ 
monio del nome e della leggenda della santa immagine, giacché, secondo 

■ 

si narra, essa fu così chiamata per aver guarito dalla lebbra tu re di 
Francia. V. Pkrokb, Deutsche Pflanzensagen, Stoccarda ed Oehringen, 1864, 
p. 153. 

(58) Questa etimologia fu messa innanzi da parecchi, fra gli altri dal 
Mabillon. S’inganna il Maokt quando afferma {Estui sur le» légendes 
pieuses du moyen dge, Parigi, 1848, p. 210), che Gervasio di Tilbury, di 
cui ho riportato le parole testé, e Matteo Paris, danno la vera etimologia 
del nome. 

(59) A Milano, a Parigi, a Lione, a Jaen in Andalusia, ecc. 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


. 303 


Ma qui ci si para dinnanzi un’altra leggenda che ha con quella 
di Tiberio e della Veronica la più stretta attinenza, e di cui non 
posso dispensarmi dal dir qualche cosa, la leggenda cioè della im¬ 
magine di Edessa. Costantino Porflrogenito, che fiori nel secolo X, 
la riferisce in un’apposita narrazione. Un re di Edessa per nome 
Augaro (più comunemente Agbaro) è afflitto da gravissima e ri¬ 
buttante malattia. Un suo ministro, per nome Anania, recandosi in 
Egitto, passa per la Palestina, s’imbatte in Cristo ed è spettatore 
de’ suoi miracoli. Testimone, al ritorno, di nuovi prodigi, riferisce 
fedelmente ogni cosa al suo signore. Questi allora scrive una let¬ 
tera a Cristo, pregandolo di venirlo a visitare, e commette allo 
stesso Anania di recapitarla, il quale essendo pittore, deve, quando 
altro non possa ottenere, riportare una immagine di Gesù. Anania 
trova Cristo predicante fra le turbe e comincia di nascosto a ri- 
trarlo; ma questi, che del tutto si avvede, lo fa venire a sè, e letta 
la lettera, scrive una risposta, in cui dice di non poter compiacere 
il desiderio del re, ma promette di mandargli un suo discepolo che 
gli recherà la salute del corpo e dell’anima. Poscia, lavatosi il volto, 
si rasciuga con un panno in cui rimane la sua immagine impressa, 
e quello porge ad Anania. Questi fa ritorno ad Edessa. Per via 
succede un miracolo, per cui una copia della immagine rimane 
impressa sopra una tegola. Anania consegna ad Augaro la imma¬ 
gine; ma non si dice che questa lo guarisca. Le due epistole, di 

Agbaro a Cristo e di Cristo ad Agbaro, vanno famose tra gli apo- 

% 

crifi, specie quest’ultima, che sarebbe l’unico documento scritto 
lasciatoci da Gesù, e si ritrovano in manoscritti innumerevoli, e 
in tutte le lingue. Lo stesso Costantino riferisce anche un’altra 
versione della leggenda, secondo la quale la immagine sarebbe 
stata recata a Edessa da Taddeo apostolo, e Agbaro avrebbe per 
essa racquistata la sanità. Agbaro avrebbe poi detto che volentieri 
si sarebbe fatto vendicatore della morte di Cristo, se non avesse 
temuto di contraddire, cosi facendo, alla intenzione di lui, che vo¬ 
lonteroso sofferse la morte. Qui vi è il pensiero della vendetta, ma 
non la esecuzione. 

Si vede quanti riscontri questa leggenda, considerata nelle due 
versioni riferite da Costantino, ha con la leggenda della Cura sa- 


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304 


CAPITOLO XI. 


nitatìs. In ambedue è un re infermo, in ambedue una immagine 
miracolosa di Cristo; Anania somiglia molto a. Volusiano e Taddeo 
tiene in qualche modo il luogo della Veronica. Tiberio punisca 
Pilato, ma lascia in pace gli Ebrei ; Agbaro concepisce il pensiero 
della vendetta, ma non lo eseguisce. Se non che la leggenda di 
Agbaro non è nemraen essa tutta di un pezzo, ma si è venuta suc¬ 
cessivamente formando ed accrescendo. Eusebio nella Istoria ec¬ 
clesiastica (60) ha un racconto molto più semplice, dove non entra 
ancora nessuna immagine. Agbaro (* Ay^aQog) scrive una lettera a 

Cristo, che gli risponde, promettendo di mandare un discepolo. 
Dopo la morte di Gesù, Taddeo va in Edessa e compie molti mi¬ 
racoli, sì che Agbaro n’è informato, e lo fa venire a sè. Quando 
questi gli si presenta Agbaro crede di scorgere nel suo volto un non 
so che di divino e lo adora, con grande meraviglia degli astanti 
che nulla vedono di straordinario. Agbaro fa la sua professione di 
fede, e Taddeo lo guarisce con la imposizione delle mani. Eusebio 
si riporta a documenti siriaci che sarebbero stati conservati nei 
tabularii di Edessa. Le cose che narra si suppongono avvenute 
nell’anno 340 della cronologia edessena, quindicesimo dell’impero 
di Tiberio. Giovanni Damasceno della guarigione miracolosa non 
dice ancora nulla (6i), e il primo che faccia menzione della im¬ 
magine è Evagrio (62). Eusebio dice che Agbaro credette di scor¬ 
gere alcun che di divino nel volto di Taddeo, Costantino Porfiro- 
genito che Taddeo nel presentarsi al re si pose in fronte, come 
un segno di riconoscimento, la immagine che aveva recata con sè. 
Si scorge il passaggio, e si vede d’onde e come la leggenda tragga 
le fila del suo tessuto. 

Ritorniamo per un momento ancora alla Cura sanilatis. Il testo, 
se pure non è sincrono col manoscritto dell’ottavo secolo che lo 
contiene, non può nemmeno farsi molto più antico. Quanto al luogo 
della sua composizione io credo si possa risolutamente dire che fu 


(60) L. I, c. 13. 

(61) De imaginibus, 1. 1; De fide orthodoxa, 1. IV, c. 17. 

(62) Historia ecclesiastica , 1. IV, c. 27. 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


305 


l’Italia, e più particolarmente Roma. Anzi tutto, Roma posseditrice 
della preziosa reliquia, era più di ogni altra città interessata alla 
creazione di cosi fatta leggenda, e poi accennano a origine italiana 
quella città di Toscana dove Pilato è mandato in esilio, e quella 
reminiscenza della intei'dictio aquae et ignìs. Mentre il diritto 
romano era dimenticato in tutto il rimanente d’Europa, in Italia 
si continuava a studiare e a praticare, e Roma può vantarsi d’avere 
avuto scuole di diritto nei secoli stessi di maggior barbarie. 

Che le leggende di Agbaro e della Veronica sieno riuscite cosi 
simili senza che l’una abbia influito sull’altra, mi par diffìcile di 
ammettere; e che l’influsso sia stato esercitato da quella, inconte¬ 
stabilmente più antica, sopra questa, mi par diffìcile di negare. 
Gioverà ricordare ad ogni modo che la immagine di Edessa fu, se 
s’ha a credere alla tradizione, recata ancor essa in Roma, dove si 
conserva nella Chiesa di San Silvestro (63). Checchessia da credere 
di quegli influssi, certo si è che la leggenda di Tiberio e della 
Veronica, la quale, essendo essa stessa composta di due parti di¬ 
stinte, può considerarsi ora come la prima parte della leggenda 
complessa della Vendetta di Cristo, è già formata nel secolo Vili : 
dobbiamo vedere ora come essa si componga e si fonda con l’altra, 
dove si discorre di Vespasiano, di Tito e della distruzione di Ge¬ 
rusalemme (64). Dal momento che ci furono due leggende sopra 
questo stesso tema della vendetta di Cristo, la composizione e la 


(63) La leggenda, quale Costantino Pobftrogbnito la riferisce, o poco di¬ 
versa, si trova anche in testi latini. Il cod. Laurenz. pi. XV, Dext. 12, uno 
ne contiene, dove di Abgaro, che meditava di vendicare Cristo, si dice : 
* Scripserat enim idem rex Tiberio imperatori super vindicta mortis deo 
faoienda sicut armonica scriptum testatur Il Gbimm, nella citata disser¬ 
tazione, afferma essere la leggenda di Agbaro più antica che non quella 
della Veronica; ma non fa parola, nè della Cura sanitatis, nè della Vindicta 
Salvatoris. Per la storia della immagine di Edessa v. Calcagnino, DeWim- 
tnagine Edessena , Genova, 1639.- 

(64) La prima parte si trova ancora separata nella Mora Pilati, testo 
latino pubblicato dal Tibchendorv di su un manoscritto del XIV secolo, 
conservato nell’Ambrosiana (Ev. apocr., pp. 432-5). Non credo di dovermi 
qui diffondere sulle relazioni di questo racconto con quello della Cura sa- 
nitatis, dal quale deriva. 

Orait, Roma. 


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306 


CAPITOLO XI. 


fusione loro diveniva inevitabile; esse s’incontrano nella Vindicia 
Salvatoi'ìs (65). 

In questo racconto Tiberio, affetto dalla lebbra e da altri mali, 
non è più solo; Tito, regulus sub Tiberio in ragione Equitaniae , 
in civitate Libiae quae dicitur Burdigalln , è afflitto ancor egli 
da gravissima infermità. Un Nathan Ebreo, che doveva recarsi a 
Roma, spinto dai venti nel porto di Libia, racconta a Tito i mi¬ 
racoli e la morte del Salvatore. Tito si duole della ingiusta morte 
e di non poterne fare vendetta in quell’ora medesima. Appena ha 
egli espresso questo suo rincrescimento che incontanente si trova 
guarito di una piaga cancerosa che aveva nel volto. Allora giura 
di porre ad effetto il suo proposito di vendetta, e da Nathan si fa 
dare il battesimo. Poi chiama a sè Vespasiano suo fratello, passa 
con un poderoso esercito in Giudea e comincia a distruggere quel 
regno. Il re Archelao di propria mano si uccide. Il figliuolo di lui, 
con altri principi soggetti, si rinchiude in Gerusalemme, e per 
sette anni sostiene l’assedio dei Romani. Ridotti per fame alla di¬ 
sperazione, dodicimila Giudei si danno la morte; gli altri si ar¬ 
rendono, e sono, parte uccisi, parte distribuiti come servi tra i 
vincitori, parte venduti a ragion di trenta a denaro. Tito e Vespa¬ 
siano, occupata la città, trovano la Veronica, chiudono Pilato in 
un carcere, e spediscono messi a Tiberio. Da Roma viene Volu- 
siano (Velosianus), il quale, udito ciò che di Cristo narrano Nico- 
demo, Giuseppe d’Arimatea, la Veronica, si fa consegnar da costei, 
non senza usare di qualche violenza, la sacre immagine, e questa 
rinchiusa e suggellata in uno scrigno prezioso, fa ritorno a Roma. 
La Veronica, che non vuole staccarsi dalla cara reliquia, lo segue. 
Giunto a Roma, Volusiano corre a trovar Tiberio, e succintamente 
gli narra i miracoli, la morte, la risurrezione di Cristo, e l’operato 
di Tito e di Vespasiano. Alla vista della immagine Tiberio è in- 


(65) Pubblicata dal TiscRsuDoar, Et. apoer ., pp. 448-63, copra due codici, 
l’ano Marciano, l’altro Ambrosiano. Sotto il titolo Istoria Tifi et Vespasiani, 
il codice della Nazion. di Torino K, V, 37, contiene il testo della Vindicta, 
mutilo il fine e con alcune varianti. 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


307 


contenente sanato di ogni sua infermità, e si fa dare il battesimo 
da Nathan, che ancor esso si trova in Roma. Si vede chiaramente 
in questo racconto come le due leggende, di Tiberio e la Veronica, 
e di Tito e Vespasiano, siensi intrecciate insieme. La malattia di 
Tito altro non è che una duplicazione poco ingegnosa di quella di 
Tiberio. 

Il Tischendorf sostiene la Cura sanitaiis essere più recente 
della Vindicta Salvatori# (66); ma non si vede su quali prove egli 
fondi la sua affermazione. Dopo le cose sin qui discorse io credo 
di poter seguire risolutamente la contraria opinione. 

Ma qui altri influssi, altre derivazioni cominciano a farcisi pa¬ 
lesi. L’incerto autore del libro De bello judaico , che va sotto il 
nome di Egesippo, libro fatto interamente sulle Antichità e sulle 
Istorie di Giuseppe Flavio, e scritto nel quarto secolo, rappresenta 
la distruzione di Gerusalemme come una vendetta della morte di 
Cristo (67). Nella Vindicta Salvatori#, ove se ne tolga appunto 
il concetto generale di quella vendette, del libro di Egesippo non 
è ]lassato gran che. La Vindicta sorpassa assai lievemente sull’as¬ 
sedio e sulla espugnazione di Gerusalemme; ma nei racconti po¬ 
steriori che da essa, come da fonte principale, derivano, questa 
parte si va sempre più allargando, e alcuna volta diventa a dirit¬ 
tura preponderante. Ciò s’incontra in più particolar modo nei rac¬ 
conti francesi in versi, i quali, o perchè opera di quegli stessi 
troveri che componevano le chansons de geste , o perchè da queste 
medesime chansons de geste prendevano l’intonazione, mostrano 
un’assai spiccata tendenza a far primeggiare gli elementi epici ed 
eroici della leggenda. Allora comincia a manifestarsi l’influsso di¬ 
retto di Giuseppe Flavio. 


(66) ProUgomena , p. lxxxiii: * Ncque dubium est quin Cura sanitatis Ti- 
berti, quae inscribitur, quamvia ex codd. octavi et noni saeculi innotuerit, 
aet&te inferior sit quam Vindicta Salvatoris 

(67) V. la notizia posta in fine a) libro nella edizione di Marburgo, 1858. 
Nella edizione che se ne fece in Milano nel 1513 (unitamente con l’opere 
di Giuseppe Flavio) il Prologo reca il seguente titolo : Egesippi Inter Scrip- 
tare» Nobilissimi : In Historiam | De Eversione ludaeorum : Quae in Vìtionem | 
Dominici Sanguiniti a Tito et Ve | spostano facta est: Prologus. 



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308 


CAPITOLO XI. 


Giuseppe Flavio partecipò, cora’è noto, alla guerra di cui narra 
la istoria; ma nel suo racconto non si trova nulla che possa dare 
immediato appiglio alla leggenda. Vespasiano va a combattere gli 
Ebrei ribelli perchè ordinatogli da Nerone. Sin dai tempi di San Ge¬ 
rolamo si credeva, sulla testimonianza di un passo famoso delle 
Antichità Giudaiche (68), il quale è fuor di ogni dubbio una inter¬ 
polazione, che Giuseppe Flavio avesse riconosciuta la divinità di 
Cristo, mentre è noto che lo storico adulatore applicò a Vespa¬ 
siano le profezie che si riferivano al Messia (69). Ma quella cre¬ 
denza serviva a porre in nuova luce i fatti narrati nella Istoria, e 
poteva porgere anche alcuna volta di questi fatti medesimi una 
interpretazione consentanea al presupposto della vendetta già altri¬ 
menti fermato. 

Fatta tradurre, secondo si dice, da Tito, e ritradotta, poiché fu 
perduta quella prima versione, da Rufino d’Aquiloa, o da chi altri 
si fosse, la Storia della guen'a giudaica ebbe sin dal principio una 
grandissima celebrità, la quale andò mano mano crescendo col fa¬ 
vore che, naturalmente, le dava la Chiesa. Di tale celebrità abbiamo 
parecchie testimonianze, fra l’altre una di Cassiodoro (70). Il libro 
fu tra i più noti e divulgati durante tutto il medio evo; già sino 
dal secolo XIV se ne faceva una versione italiana (71). In uno dei 
parecchi poemi francesi che si hanno sulla Vendetta di Cristo, di 
Giuseppe si dice: 

Il fu moult sages clers, ceste estoire escrite a; 


(68) XVill, 3, 8. 

(69) V. su questo argomento gli scolii di Ernesto Tbhtzrl e di Ernesto 
Salomone Cipriano al c. XIII del De Viris illustribvs, di San Gerolamo, 
nella Bibliotheca ecclesiastica del Fabricio ; e inoltre, Cave, Scriptorum eccle- 
siasticorum historia literaria, ed. di Basilea, 1741, pp. 82-4; Tbithrmics, De 
scriptoribus ecclesiasticis, VII; Ceillibr, Histoire générale des auteurs sacri», 
t. I, pp. 565-72. 

(70) Expositio in psalmum septuagesimum tertium: Hoc enim nimis acer- 
rimum bellum Josepbi historia septem libris celebrata describit. 

(71) Volgarizzamento della istoria delle guerre judaiche di Josefo Ebreo co¬ 
gnominato Flavio, ristampato dal Calori, ma con inopportune alterazioni, 
sull’edizione del 1493, nella Collez. di Op. ined. o rare, Bologna, 1878-9. • 


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TIBKRIO, VESPASIANO, TITO 


309 


e altrove 

Il ert monlt sages clers, cortois et bien sayans, 

Il sout moult bien parler et latin et romane ; 

e in fine : 

Icis fist ceste estoire et le mist en memoire, 

Pois fu il baptisies et fa el pret&toire, 

Plus sages clers ne fu ne mais que s\ Grigoires, 

De chou qu’il vit as iez ne le doit nus mescroire (72). 

Nel racconto di Giuseppe Flavio si trovano i fatti e le narra¬ 
zioni che vanno poi mano mano ad impinguare la leggenda: la 
storia degli Ebrei che trangugiarono gioielli per trafugarli (73), 
quella della madre che si ciba delle carni del proprio figliuolo (74), 
la distruzione della città (75), ecc. 

Nella Vindiclci Salvatoris troviamo già tutti i principali perso¬ 
naggi della leggenda, pervenuta oramai all’ultimo grado di suo 
svolgimento. Tito è qui re di Burdigala; altrove re di Burdigala 
è Vespasiano (76), detto ora fratello, ora padre, ed anche alcuna 
volta figlio di Tito. L’infermità è di solito attribuita a Vespasiano 
nei racconti posteriori, ed è prodotta da certe vespe o anche da 
certi vermi che gli annidano nel naso. Questa inaudita infermità 
fu certamente suggerita dal nome del supposto infermo, ma da 
quella invece si fa venire il nome di questo (77). Nathan diventa 
qua e là Annatan, Adriano, Adrano, Albano. Volusiano si muta in 
Albano, Gsy'us, Gais. Giuseppe di Arimatea diventa personaggio 


(72) Cod. della Nazion. di Torino, L. II, 14, f. 93 r, col. 2\ 94 r, col. 1“, 
96 v, col. 2*. 

(73) V, 10, 1. 

(74) VI, 4, 4. 

(75) VII, 1, 1. 

(76) Vespasiano si fa regnare anche in G&llizia, o nell’isola Galazia. 

(77) Così nella Vita francese di Pilato pubblicata dal Du Mébil, Poésies 
populaires latines du tnoyen Age, pp. 359*69: * Et icil Vespasiiens avoit d’en- 
fanche une maniere de vera es narines c'on apieloit i vespe», et de ces wiespes 


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310 


CAPITOLO XI. 


sempre più importante nella leggenda (78). Alcuni fatti si alterano 
passando d’uuo in altro racconto, e fra le molte versioni e reda¬ 
zioni della leggenda sono spesso discordanze notabili. L’anno della 
espugnazione di Gerusalemme è incertissimo anche nelle Cronache. 
Gerusalemme sarebbe stata espugnata il giorno di Pasqua; e dice 
Eusebio a tale proposito, che fu giusto giudizio del cielo compiersi 
la vendetta nel giorno in cui fu consumato il delitto. Il numero 
degli Ebrei morti di fame e di malattia, uccisi, venduti, varia mol¬ 
tissimo (79); ma è quasi costantemente e senza variazione ripe¬ 
tuta la notizia, che molti dei superstiti furono venduti trenta a 
denaro, in memoria di Cristo che fu venduto per trenta denari. Il 
fatto degli Ebrei che trangugiarono oro e furono sparati dai sol¬ 
dati romani, è anch’esso ricordato assai spesso. 

Fuse insieme le due leggende, della guarigione di Tiberio e 
della distruzione di Gerusalemme, e avvenuta la già accennata du¬ 
plicazione della malattia, quale motivo, non dirò capitale, ma ini¬ 
ziale della favola, la seconda leggenda, sostenuta da Vespasiano e 
da Tito, poteva novamente scompagnarsi dalla prima, e star da per 
sè. Di questa separazione sono parecchi esempii. Poteva ancora la 
seconda leggenda, arricchita di quel motivo tolto alla prima, mu¬ 
tilarsi deH’ultima parte, che riguarda la distruzione di Gerusalemme, 
e ridursi al miracolo della guarigione operata dalla santa immagine. 


estoit-il apieléfs Vespasianus Jacopo drlla Lama dice nel Commento, Pur¬ 
gatorio, c. XXI, vv. 82-4: * ...fu uno imperadore romano lo quale ebbe nome 
Vespasiano, imperquello che le vespe li facevano nel naso nido ,. 

(78) La storia di Giuseppe di Arimatea è narrata diffusamente e di pro¬ 
posito nel Joseph d’Aritnathie di Robekto di Bobom. Se ne parla anche nel 
Grand Saint Grual. Alcune delle favole che vi si raccontano passano poi 
anche in certe redazioni della Vendetta. 

(79) In uno dei sermoni di Elisio attribuiti a Sant’Agostino si dice che 
degli Ebrei centodiecimila furono uccisi, centomila condotti in Roma pel 
trionfo. Nella edizione delle Opere di Sant'Aoostino, curata dai Benedettini 
della Congregazione di San Mauro, quel sermone è attribuito a Cesario. 
Più spesso il numero dei morti si fa ascendere a un milione centomila. 
L’Ebreo Pbtacchia che nel XII secolo viaggiò tutto quasi il mondo cono¬ 
sciuto, dice di non aver trovato a Gerusalemme che un solo ebreo, il quale 
a forza d’oro otteneva di dimorarvi. Invano gli Ebrei tentarono di rico- 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


311 


Cosi nel poema latino De vita Filati (80) di Tiberio non si fa pa¬ 
rola. Tito e Vespasiano infermi guariscono, ma non si dice nulla 
della distruzione di Gerusalemme. 

Notisi inoltre che in alcune narrazioni la Vendetta di Cristo di¬ 
venta come un secondo episodio della storia di Pilato; cosi nel 
poema latino testé citato, nel racconto francese pubblicato dal 
Du Méril e ricordato di sopra, e nella Vita di Pilato inserita nel- 
T Alte Passionai. 

Del resto la leggenda va assumendo qua e là, iu questa e in 
quella letteratura, forme speciali, qualche volta abbastanza remote 

4 

da quelle che si hanno nei racconti primitivi. Di alcune di tali 
forme farò cenno nella nota che segue in appendice al presente 
capitolo (8t). 

Prima di lasciare l’argomento gioverà ricordare che anche gli 
Ebrei inventarono sulla distruzione di Gerusalemme la loro leg¬ 
genda, la quale, come s’intende di leggieri, è di spirito in tutto 
contrario alla leggenda cristiana. Io non istarò a riferire per intero 
questa strana immaginazione (82) ; ma ricorderò solo come si narri 


struire Gerusalemme. Giacomo da Voragine racconta, a questo propositi», 

nel c. LXVII (63) della Leggenda aurea: * Post longa tempora quidam Judaei 

• 

Jerusalem reaedificare volentes, exeuntes primo mane plurimaB cruces de 
rore invenerunt, quas territi fugientes et secundo mane redeuntes, unus- 
quisque, ut ait Miletus in chronicu, cruces sanguineas vestibus suis insita» 
invenit. Qui vehementer territi in fugam iterum versi sunt, sed tertia die 
re versi vapore ignis de terra prodeuntis penitus sunt exusti ,. Ricorda Am- 
miano Marcellino nel 1. XXIII delle Tutorie , e poi molti ripetono, che vo¬ 
lendo Giuliano l'Apostata riedificare il tempio di Gerusalemme, gli artefici 
furono impediti dalle fiamme che uscivano dalle fondamenla. 

(80) Pubblicato primamente dal Mone neWAnzeiger fQr Kunde de8 deutschen 
Mittelalters. 1835, pp. 425-33, poi dal Du MAril, Poépop. lat. du moy. ó. t 
pp. 343-55. Al poema corrispondono, salvo differenze di poco rilievo, due 
racconti in prosa, de’ quali diede Pestratto il Mone in quello stesso gior¬ 
nale, 1838, pp. 526-38. Sulle relazioni del poema latino I)e vita Pilati con 
la Vindicta Salratoris v. Schoknbach, Anzeiger fQr de ut 8 che Alterthum, voi. II, 
pp. 166 212. La Bodlejana possiede una Punitio Piloti et Perelatio Imaginie 
Christi. 

(81) V. Appendice A. 

(82) V. Ehbmann, Aus Palestina und Babylon, Vienna, 1880, pp. 31-5. e 
Levi, Parabole , leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dei primi cinque 
secoli delVE. V., Firenze, 1861, pp. 315*35. 


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312 


CAPITOLO XI. 


in essa che a Tito, appena approdato in Palestina, entrò nel naso 
un tafano che vi rimase poi sette anni interi. Esso era grosso 
quanto una rondine, anzi, secondo alcuni, quanto una colomba, ed 
aveva becco di rame e artigli di ferro (83). Ma può anche darsi 
che fra gli stessi Ebrei qualcuno considerasse la distruzione di 
Gerusalemme come una punizione della ingiusta morte di Cristo. 
Giuseppe Flavio racconta (84) essersi creduto da alcuno di essi, 
che l’esercito di Erode fosse stato sconfitto da Areta re dell’Arabia, 
in punizione della morte di Giovanni Battista. Gli Ebrei fanatici 
in Roma evitano ancora al presente di passare sotto l’arco di Tito, 
che perpetua la memoria della rovina d’Israele (85). 


(83) Per contrario vi fu chi tenne Vespasiano in conto di Messia. Vedi 
Echard, Dissertano de Vespasiano prò Messia habito, veri Messiae teste , 
Eisenach, 1759. Svktonio e Tacito raccontano di alcune miracolose guari¬ 
gioni operate da Vespasiano. Alcuni degli oggetti preziosi onde Tito spogliò 
il Tempio di Salomone esistevano ancora nel 507. Pbocopio (De bello go- 
thico , I, 12) narra che in quell’anno medesimo essendosi i Franchi spinti 
sin sotto Tolosa, i Visigoti trasportarono i tesori che colà si trovavano, 
nella città di Carcassona. Tra l’altre cose di gran valore provenienti dal 
sacco di Roma, alcune ve n'erano che avevano appartenuto al tempio di 
Salomone. Il piede del famoso candelabro fu un tempo, secondo la tradi¬ 
zione, conservato a Praga, dove da Treveri lo recò il re Vladislao. Da 
questo candelabro, che ancora si vede scolpito in uno dei bassorilievi in¬ 
terni dell’Arco di Tito, deriva il nome di Arcus septem lucemarum, con 
cui quell’arco è comunemente designato nel medio evo. 

(84) Antiquit. jud., XVIII, 5, 2. 

(85) Siami conceduto di ricapitolare qui brevemente, e per maggiore 
chiarezza, le cose dette. La leggenda della Vendetta di Cristo, considerata 
nella sua forma piena e finale, ò molto complessa, e composta di varie 
parti in varii tempi aggregatesi insieme. In essa si possono riconoscere 
cinque gradi, che sono i seguenti: 1° grado: Cristo è proposto per gli 
onori divini da Pilato a Tiberio, da Tiberio al Senato. Questo li ricusa: 
Tiberio minaccia dell’ira sua gli accusatori dei cristiani. Epistola di Pilota 
(prima redazione ipotetica), Tkrtulliano, Eusrbio, ecc. — 2° grado : Tiberio 
punisce Pilato insieme con gli altri giudici di Cristo, e tutto il popola 
d’Israele. Epistola di Pilato (seconda redazione, versioni greche e latine, 
àvatpoQÒ, IhXdtov, ecc.), epistola di Tiberio , Paradosis Pilati. — 8° obado : La 
leggenda di Tiberio fusa con quella della Veronica; influssi della leggenda 
di Agbaro. Cura sanitatis' Tiberii, Mors Pilati , Mariano Scoto, ecc. — 
4° grado: La leggenda di Tiberio e della Veronica fusa con quella della 


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TIBERIO, VESPASIANO, TITO 


313 


Di altre finzioni aggiuntesi ai nomi di Vespasiano e di Tito v’è 
poco da dire. Nei Gesta Romanorum si narra (86) che Vespa¬ 
siano, non avendo prole, sposò in lontane contrade una fanciulla, la 
quale lo rese padre. Dopo alcun tempo egli fece pensiero di tor¬ 
nare a Roma, dove si richiedeva la sua presenza, ma la donna si 
oppose a tale divisamente, minacciando di togliersi la vita. Allora 
l’imperatore provvide due anelli che avevano virtù, l’uno di far 
ricordare, l’altro di far dimenticare, e il primo tenne per sè, l’altro 
diede alla donna, dopo di che potè partire liberamente. Ma questa 
storia medesima si narra, invece di Mosè, da Pietro Comestore 


distrazione di Gerusalemme. Vindicta Salvatori». — 5° grado : Influssi di 
Giuseppe Flavio e di Egesippo. Redazioni francesi, eco. (V. l’appendice A). 
L’accrescimento e la variazione della leggenda possono essere rappresentati 
collo schema seguente : 

Gius. Legg. Legg. 

Flavio. d. di 

distruz. Agbaro. 
di Gerusa¬ 
lemme. 


2° Grado 

Ep. di Pii., 2* red. 

Ep. di Tib. f Parad. Pii. 

I 


Egesippo. i 

_ 8° Grado 

Cura sanit. Tib. 


4° Grado 
Vind. Salvai. 


6° Grado 
Red. frane., eco. 


(86) C. 10. 


I T- | 

Veronica.' 


1° Grado 

Ep. d. Pii., 1* red. ipot. 
Tertnll., Euseb., eco. 



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314 


CAPITOLO XI. 


nella Historia suholastica (87), da Gervasio di Tilbury negli Olia 
imperialia (88), dal Berchorio nel Reductw'ium morale (89), da 
Giovanni Bromyard nella Summa praedicantium (90). 

Di Tito narrano parecchi che, avendo fatto morire ingiustamente 
un cavaliere, si diede da sè in mano della vedova. Cedreno rac¬ 
conta (91) che Tito essendo un giorno, dopo lungo cammino, ca¬ 
duto in deliquio, fu ucciso dal fratello Domiziano, che, fingendo di 
volergli recare soccorso, lo chiuse in una cassa piena di neve. 

(87) Liber Exodi , c. VI. 

(88) Decis. IH, c. IH. 

(89) ' L. XIV, c. 71. 

(90) Lett. C, c. II, 14. 

(91) Hist. Comp., voi. I, pp. 380*1. 


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Appendici al Capìtolo XI. 


Appendice A. 


Nota sulle versioni e redazioni che della leggenda della 
Vendetta di Cristo si hanno nelle varie letterature 
d’Europa. 

Non è, nè può essere intendimento mio di parlare in questa nota 
di tutte le numerosissime versioni e redazioni che, manoscritte e 
a stampa, si hanno nelle letterature del medio evo; ma solo di 
ordinare alcuni appunti, accompagnandoli di qualche breve consi¬ 
derazione, come corredo non inutile alla trattazione che precede. 

Redazioni latine. — Le redazioni latine sono quelle di cui si 
è già discorso, la Cura sanitatis Tibet'ii, la Vindicta Salvatoris, 
la Mora Pilati , il poema De vita Pilati , ecc. Il racconto passa, 
com’è naturale, nei Leggendarii latini. Giacomo da Voragine lo 
riporta due volte, nel cap. LUI (51) De passione Domini , e nel 
cap. LXVII (63) De saneto Jacopo apostolo. Nel primo egli at¬ 
tinge da una storia di Filato che potrebb’essere il poema latino 
già ricordato; nel secondo da un racconto forse andato perduto, 
nel quale il principio era tolto dalla Vindicta Salvatoris, ma era 
soppressa poi tutta quella parte che riguarda Tiberio e la Veronica, 
aggiunte invece molte altre cose, tolte dalle Storie di Giuseppe 
Flavio e d’altronde. La leggenda passa anche nelle Cronache latine, 
delle quali mi basterà ricordare il Liber de temporibus et aeta - 
tibus ad perpetuavi rei memoriam di Sicardo, dove la narra¬ 
zione, derivata dalla Vindicta , occupa quasi dieci colonne del ma¬ 
noscritto in foglio dell’Estense VI, H, 5. Sotto varii nomi si trovano 
qua e là per le Biblioteche non pochi racconti latini che forse sono 
tutt’uno coi precedenti, forse, in parte, sono da quelli diversi. La 
Bodlejana possiede una Punitio Pilati et revelatio imaginis 
Christi. Tra i manoscritti della Biblioteca di Sant’Albino Aude- 
gavense erano due narrazioni, De morte Herodis sub quo Christus 



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316 


CAPITOLO XI. 


nat.ua est, De morte Pilati sub quo Christus passus est. Tra i 
codici della regina di Svezia era un Liber de partibus mundi et 
de destì'uctione Jei'usalem, passato probabilmente nella Vaticana. 

Redazioni francesi. — Redazioni francesi, in verso e in prosa, 
si trovano in gran numero in molte biblioteche di Europa. Nel 
Joseph d’Arimathie , altrimenti Petit Saint Gi'aal, di Giuseppe 
di Boron, composto verso il 1160 o 1170 (pubblicato dal Michel, 
Bordeaux, 1841), di Tiberio non si parla; l’imperatore infermo è 
Vespasiano, la posseditrice della santa immagine si chiama Verrine. 
Gerusalemme non è assediata; gli Ebrei sono fatti prigioni con 
uno stratagemma e tutti trucidati, ad eccezione di un solo, che 
messo insieme colla sua famiglia in una nave è abbandonato in 
balia delle onde. Chi converte Vespasiano è Giuseppe d’Arimatea 
(vv. 1000-2300). Roberto di Boron avrebbe attinto in parte dalla 
Vindicta ; ma la sua fonte più diretta sarebbe il poema latino di 
Pilato (V. Birch-Hirschfeld, Die Sage com Gral, Lipsia, 1877, 
p. 217). La liberazione di Giuseppe di Arimatea per fatto di Ve¬ 
spasiano sembra immaginata dal poeta, ma suggerita certamente 
da quanto dello stesso Giuseppe di Arimatea si narra nel cap. 12 
degli Atti di Pilato; essa passa poi in alcuna delle narrazioni po¬ 
steriori. Nel primo capitolo del Grand Saint Graal si narra del 
pari la storia della vendetta ; ma il Grami Saint Graal deriva in 
parte dal Joseph d’Arimathie. In un manoscritto della Bibl. Nat. 
di Parigi segnato Fr. 413, f. 26 v. a 30 r., si contiene un racconto 
in prosa che deriva dalla Cura sanitatis. Tiberio è afflitto da una 
grave malattia per cui gli marciscono gl’intestini. Tornate vane 
tutte le cure dei medici, egli chiama i senatori e li prega di eleg¬ 
gere un degno e saggio uomo che vada a Gerusalemme e ricon¬ 
duca Cristo con sé. I senatori lodano il desiderio dell’imperatore 
e scelgono Volusiano, qui prestre estoit du tempie et avoit este 
queux de l’empire. Volusiano giunge a Gerusalemme dopo sette 
anni e tre mesi di viaggio. La storia seguita come nella Cura sa¬ 
nitatis. Ma per la più gran parte i racconti francesi lasciano in 
disparte Tiberio, e non parlano che di Vespasiano e di Tito, traendo 
moltissimi fatti dalle istorie di Giuseppe Flavio. Essi aggiungono 
spesso agli altri personaggi San Clemente discepolo di Cristo. 
San Clemente viene a Roma e converte il siniscalco di Vespasiano. 
Questa forma della leggenda si trova già in un poema del XII se¬ 
colo che ha tutti gli andamenti e i caratteri di una chanson de 
geste (V. Histoire littèraire de la France, t. XXII, p. 412 segg.). 
Nel cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino un poema della Ven¬ 
detta in circa 3400 alessandrini, ù preceduto da una specie di pro- 


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APPENDICE A. 


317 


logo (f. 79 r., col. 2% a f. 83 n, col. l a ), che, come alcuni altri 
componimenti di quello stesso codice, intesi a dare una introdu¬ 
zione a taluni poemi, o a collegarne insieme parecchi, non credo 
si abbia altrove. Davide, re di Grecia, sposa Elena, figlia dell’ini- 
peratore Vespasiano, e la porta a Troja. Fra i loro discendenti è 
anche Carlomagno. Un sogno fatto da Elena muove il re a fare 
una spedizione contro gli Ebrei per conquistare la croce. In una 
città per nome Aussit, presa a viva forza dal re, si trova chiuso 
in un carcere Giuseppe di Ariraatea con un Josaphus, un Cosma 
ed altri due, tutti fratelli. Essi vi stavano da trent’anni senza 
prender cibo. In una battaglia contro gli Ebrei Elena si mesce alla 
pugna, e, ferita, uccide Asillans, uno dei figliuoli di Erode, e gli 
toglie un bariletto pieno del famoso balsamo che servi ad ungere 
il corpo di Cristo, e di cui si parla nel Fiei'abras. Nicodemo 
figura anch’egli tra i personaggi. Sul Monte Oliveto si ritrova la 
croce, la cui autenticità è provata da miracoli. Qui il poeta caccia 
in mezzo la narrazione di un miracolo avvenuto a Lucca, che non 
ha nulla che fare col resto. Tutta la paganità si converte alla fede 
cristiana; ma allora Maometto va a Roma e con un falso miracolo 
induce Vespasiano e Tito a rovesciare gli altari appena eretti. Dio 
punisce Vespasiano mandandogli la lebbra. In mezzo alla confusione 
di questo pazzo racconto si possono riconoscere gl’influssi della 
nota leggenda di Sant’Elena, di cui esistono versioni in tutte le 
lingue, del Fierabras o della Desb'uction de Rome per quella 
novella del balsamo, del Romana de Mahornet , e della stessa 
Vengeance , o del Joseph d’Arimathie per la storia di Giuseppe 
d’Ariraatea. Il poema che segue si scosta qua e là dalla tradizione 
comune. La storia di Pilato, per esempio, mostra qui alcune par¬ 
ticolarità nuove. Battuto con le verghe in Gerusalemme, condotto 
a Roma, chiuso a Vienna in un pozzo, finisce per muovere a com¬ 
passione Vespasiano che gli fa grazia, e lo chiama a sè; ma iu 
Roma la terra s’apre sotto i suoi piedi e l’inghiotte (f. 96 r., col. 2 a ). 
Nel codice L, IV, 10, pure della Nazionale di Torino, scritto da 
un Jean Orry de Chaumont nel 1426, un racconto in prosa, dove 
l’imperatore infermo è Vespasiano e di Tiberio non si parla, tien 
dietro a una storia della Passione di Cristo. Comincia: Api'es 
guarente ans que Jhesucrìst fut mis en croix en Jhei'usalem , 
Vaspasien , ftlz d’August Cesar , estoit empereur de Romme et 
d’Alemaigne et de loule Lombardie. Finisce : Puis apres les 
chemlicrs s'en retournerent et deirent a l’emjm'eur les nou- 
velles et a toutes les gens , et Jaffel du consentement de Jacob 
et de Joseph d'Arimatie escript la desh'uecion de Jherusalem , 


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318 


CAPITOLO XI. 


car ilz la suvoient, et la juslice et la mori de Pylale par le 
dit des checaliers qui leur evoient dii , car ilz l’avoient vehue. 
Questo racconto, abbastanza lungo, si scosta in modo notabile dalle 
redazioni in verso. Qualche particolarità presenta anche il racconto 
che Giovanni d’Outremeuse introduce nel t. I, p. 424 segg. del 
Myreur des histors , sebbene derivi in sostanza dalla Vindicta. 
Per altri Mss. v. Stengel, Mittheilungen, ecc., pp. 23-4. Per le 
stampe v. il Brunet, V* od., t. II, col. 654-6. 

Redazioni italiane (*). — La leggenda della vendetta di Cristo 
ebbe molta diffusione in Italia, e diede argomento a racconti in 
verso e in prosa. Parlando di essa leggenda dice Paolo Meyer 
nel Bulletin de la Sociètè des anrtens textes, nn. 3 e 4 (1875), 
p. 52: La forme la plus ancienne de ce rèdi parait se ren - 
conirer rìans un apocryphe , doni on a deux rèdactions: la 
Vindicta Salvatoris publice par Tischendorf et la Cura sani- 
talis Tiberii , publièe par Mansi. Dans celle legende c'est Tibère , 
qui est malade puis oneri. Unc nutre formie infìnimenl plus 
rcpandue au moyen nge, est celle on Vespasien , et non plus 
libere , est atteint de la lèpre , et, miraculeusement guèri, entre- 
prend la vengeance de Jèsus mis à mort par les Juifs. Cetle 
fomite de la legende a eu un succès enorme , attestò par des 
rèdactions en toutes les langues romanes. Veramente, conside¬ 
rare la Vindicta Salvatoris e la Cura sanitatis Tiberii quali 
due redazioni dello stesso apocrifo, è un assimilarle troppo, nè, as¬ 
similatele a quel modo, si sarebbe dovuto poi dire che l’infermo 
nella leggenda è Tiberio, mentre nella Vindicta comparisce in¬ 
fermo anche Tito ; ma, sorpassando su ciò, quanto qui si dice della 
maggior diffusione della seconda forma della leggenda è più pro¬ 
priamente vero delle redazioni francesi, mentre le redazioni ita¬ 
liane, per lo più, derivano dalla Vindicta. Così la Leggenda della 
vendetta della morte di Cristo , racconto in prosa composto pro¬ 
babilmente nel XIV secolo, e pubblicato insieme con YEtica di 
Artslotile compendiata da Brunetto Latino, per cura e a spese 
della Società dei Bibliofili in Venezia, nel 1844. Tuttavia ciò che 
vi si narra di Giuseppe di Arimatea trovato vivo nelle fondamenta 
di una gran torre, ed altre particolarità, accennano a fonti IVancesi. 
Una versione veneziana di questo racconto si trova nel Cod. Mar- 


* Debbo alcune indicazioni di codici fiorentini alla cortesia del mio caro 
amico dott. Rodolfo Renièr. 


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APPENDICE A. 


319 


ciano It-, cl. I, XXX, f. 69 r. a 75 v. Dalla Vindicta derivano pure, 
un poemetto in ottava rima, più volte stampato, che comincia: 

0 degli eterni lumi e chiara lampa, 

il quale conta 174 ottave distribuite in quattro cantari, nel già 
citato cod. delFUniversitaria di Bologna, N. 157 (Aula II, A), e 
182 ottave distribuite in tre cantari, nel cod. Marciano It. cl. IX, 
CCCXXIV ; e un altro poemetto, similmente in ottava rima in dia¬ 
letto veneziano, contenuto nel cod. Marciano It. cl. I, XXXVI. 
Questo rozzo poema che, per quanto mi fu possibile di accertar¬ 
mene, è diverso da tutti gli altri, principia cosi : 

Io prego el padre eterno dio con amore 
che me dia gracia de saper ben dire 
e donarne inzegno dentro dal mio core 
la bella istoria io possa seguire 
de la vendete de X 4 salvadore 
* la quale fo fata con grevi martire 
sopra gerusaleme aspra e forte 
gran quantità de zudei receveno la morte. 

£ la cita fo desfata tuta e mesa a terra 
non de romase nesuna habitanzia 
tito e vespasian fe lor guera 
do imperadori che aveano gran posanza 
costoro meseno li zudey a stretura serra 
non veleria de loro nula araistanza 
e corno cani loro fermavano e dano facevano 
e corno schiavi li vendono a l’altra zente. 

In lo tempo de tiberio imperadore 
che fo signore de roma la grande 
iera inda disipulo e fetore 
de iesu cristo corno el dir spande 
e tradilo ali zudei con falso cuore 
pillato ed ana li dieno tormento grande 
e in quel tempo fo un altro imperadore 
de l’india grande lui iera signore. 

Chi manda Natan è, non Pilato, ma Erode. Giunti appena davanti 
a Gerusalemme Tito e Vespasiano impegnano la battaglia: 

tito dise a onor de santo pierò 
e la so lanza si ave arestato 


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320 


CAPITOLO XI. 


chi me vole bene me debia seguire 
broco el destriero e si trase a ferire. 

Pilato è crocifisso in Gerusalemme stessa. Deriva similmente dalla 
Vindicta un altro poema in ottava rima che nei cod. Riccar- 
diano 1705, si trova insieme coi poemi della Passione e della Ri¬ 
surrezione attribuiti a varii. Comincia: 

0 padre nostro del cielo sommo etterno 
in tre persone unito vivo e vero 
o padre di quel choro sempiterno 
visto co lustro mangnio e altero 
o chareta o salvatore o inpero 
cb'en sull’altare ti consagri pane e carne 
per nostra fe chattolica salvarne. 

I codd. Riccardiani 1388, 1661, 1680, 1717, 2622 contengono varii 
racconti in prosa, l’uno diverso dall’altro, ma che tutti fanno capo 
alla Vindicta ; e lo stesso dicasi di una narrazione contenuta in 
un cod. della Corsiniana, fra i mss. di Nicola Rossi segnato col 
n. CCXII, e di un’altra contenuta nel cod. Magliabecchiano P, II, 83. 

II Farsetti registra nella sua Biblioteca manoscritta, voi. II, 
pp. 91-2: Leggenda del Battesimo di Tiberio, la quale dal titolo 
parrebbe essere stata piuttosto una versione della Cura sanitatis 
che non della Vindicta. Nel cod. E, 5, 1, 31, della Nazionale di 
Firenze è un frammento di narrazione in prosa dove il racconto 
della Vindicta si fonde con una vita di Pilato. Assai diverso da 
tutti i precedenti è un altro poemetto in ottava rima .che inco¬ 
mincia (cod. Bodlejano Canoniciano 58): 

0 glorioso in ciel padre e signore 
Principio de l’angielica fatura 
Che tanto crebbe in te l’ardente amore 
Che te formasti simil creattura 
La qual mangio po il pan del suo sudore 
E dannosse l’umana nattura 
Onde per lui mandasti il tuo figliolo 
A redemerci con gravoso duolo; 

ancor esso più volte stampato e d’incerto autore (V. Gamba, Serie 
dei testi di lingua, p. 347; Brunet, Manuel du libraire, V* ed., 
t, IV, col. 963-4; Graesse, Trèsor . t. V. p. 506). Ma anch’esso. 


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APPENDICE A. 


321 


come gli altri, si lega alla Vindicta. Vespasiano re di Siviglia 
(Sibilia), aveva fatto un voto 

Di non mangiar o bere insino a tanto 
che qualche cosa nova non sentisse. 

Un giorno si vede arrivare nel porto di Siviglia una nave. L’im¬ 
peratore co’ suoi baroni va a bordo, e trova una donna piangente 
e un uomo ignudo e sanguinoso; quella è Maria, questi è Cristo, 
quale apparve in Croce. Interrogata da Vespasiano Maria non ri¬ 
sponde : 

La Vergine niente rispondia 

di lacrime e sospir gli occhi bagna, 

Vespasian alla Donna dicia 

le lagrime, el dolor ornai ristagna, 

e dà quiete alla pena ria, 

che se io dovessi metterci la Spagna 

contenta ti farò viso giocondo, 

alhor tremò la Nave e tutto il mondo. 

Il racconto, seguitando, si raccosta alla Vindicta. Vespasiano gua- 

% 

rito e battezzato, manda un messo a Tiberio, chiedendo licenza di 
fare la vendetta di Cnsto. Tiberio consente, e intanto manda per 
Pilato, che si presenta a lui con la veste di Gesù indosso, ma 
senza che questa produca l’effetto, del quale altrove si narra, di 
rabbonire Tiberio. Spogliatone, e gettato in un carcere, Pilato si 
uccide. Vespasiano parte da Siviglia con trecento navi e più di 
centomila cavalieri, che tutti recano sul petto una croce vermiglia 
in campo bianco. La spedizione diventa una vera crociata. Segue 
una grande strage degli Ebrei, alla quale prendono parte, come 
alleati dei Romani, o cristiani che si vogliano dire, aquile, astori, 
griffoni, serpenti, draghi. Un ebreo negromante, di cui si tace il 
nome (Giuseppe Flavio), annunzia a Vespasiano l’impero. L’episodio 
della madre che mangia il figliuolo non manca. Espugnata la città, 
Vespasiano va, come Goffredo di Buglione, a pregare sul sepolcro 
di Cristo. Giuseppe d’Arimatea è tratto fuor della torre, gli Ebrei 
prigioni sono venduti trenta a denaro, la città è distrutta dalle 
fondamenta ( La Vendetta di Christo che fecero Vespasiano, e 
Tito contro a Oierusalemme. In Firenze , et in Pistoia , pet' 
Pier Antonio Fortunati s. a.). Non so se in questo poemetto sia 
mutato, come spesso incontra, l’esordio, tutt’uno con quello che 

Olir, Roma. 21 


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322 


CAPITOLO XI. 


registra il Zambrini, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII 
e XIV, , IV* ed., col. 1043, anch’esso di 96 ottave, e che in una 
stampa senza nessuna nota tipografica incomincia: 

0 eterno dio che el mondo sostene 
Che fo preso el nostro Salvatore. 

Un poemetto di 96 ottave stampato nel quattrocento registra anche 
il Molini, Operette bibliografiche , p. 193. Del resto la distruzione 
di Gerusalemme inspirò molti poeti in Italia, e sino a tempi molto 
prossimi ai nostri. Ricorderò il poema latino De eversione Urbis 
Hierusalem di Pietro Apollonio Collazio o Collatino, stampato 
in Milano nel 1491, e in Parigi nel 1540; la Gerusalemme di¬ 
strutta dell’ Arici, la Gerusalemme desolata del Lalli, il Tito, 
o la Gerusalemme distrutta di Daniele Florio. In tutti questi 
componimenti della leggenda non si ha più traccia, e non si ha 
nemmeno in un poemetto latino di Alessandro Donato, che pure 
s’intitola Mortem Christi Domini sequuta Hierosolimae miina. 
Finalmente ricorderò ancora un curioso libretto che, pel soggetto 
trattato in esso, non è estraneo al nostro tema. Il titolo suona in 
una ristampa cosi : Nuovo Libretto \ Portato da un Giovane, che 
viene da \ Genisalemme, | Che vi dà Ragguaglio di quello, che 
diede la Guanciata \ al Nostì'o Signor \ Gesù Cristo \ Ove si 
trova, e che penitenzia faccia, Cosa molto curiosa, e divota, j 
Data in luce dal M. Rev. Sig. D. Gio: Francesco Alcarotti | Ca¬ 
nonico nella Catteerale (sic) Città Novara. — Parma, Milano r 
A In Bologna, per Carlo Alessio, e Clemente \ M. Fratelli 
Saffi 1723 Con lic. de’ Sup. e Privilegio. È un opuscoletto di 
quattro carte in tutto: al verso dell’ultima carta una rozza inci¬ 
sione rappresenta il soldato che diede lo schiattò. La storia si sup¬ 
pone narrata dal Conte Penalio Bianzo, Gentiluomo Vicentino, a 

un banchetto in Venezia, dov’erano presenti molti nobili signori e 

« 

prelati. L’uomo che diede lo schiattò a Cristo è condannato a pas¬ 
seggiare su e giù con tutte l’arme indosso, senza posar mai, nè 
mangiare, nè bere, in una sala sotterranea dimenando sempre la 
mano scelerata. Questo racconto altro non è che un pallido riflesso 
della leggenda dell’Ebreo Errante, quale si trova narrata da Matteo 
Paris. Nello stesso libretto si aggiunge narrare Francesco Alca- 
rotti nel suo Libro del viaggio di Terra Santa, stampato in No¬ 
vara nel 1596, che nella casa di Pilato si ode sempre grande ru¬ 
more di flagelli, onde sono puniti, e saranno sino al di del Giudizio, 
gl’iniqui flagellatori di Cristo in essa rinchiusi. 


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APPENDICE A. 


323 


Redazioni provenzale, catalana, spagnuola, portoghese. — 
Una redazione provenzale in prosa contiene un codice della Bibl. 
Nat. di Paiigi (fonds Gaignières 4i) scritto nel XIV secolo, e tut¬ 
tora inedita (V. Bartsch, Qì'undriss zur Geschichte der pr'o- 
tenzalischen Literatur, Elberfeld, 1872, p. 57). Di una redazione 
catalana, derivata probabilmente da originale provenzale, fa cenno 
il Mila y Fantanals, De los trovadores en Espafla , Barcellona, 
1861, p. 482, in nota. Un racconto che si lega alla Vindicta tro¬ 
vasi nella già citata cronaca catalana della Bibl. Nat. di Parigi 
(Esp. 46). Una redazione spagnuola, col titolo Historia del rey 
Vespasiano , fu stampata in Siviglia nel 1498. In fine vi si dice: 
Està istoria hordenaron yacop et josep abarimatia que à todas 
estas cosas fueron presenles , e jafel que de su mano la escribio . 
Mostra d’avere stretta attinenza col racconto francese in prosa ri¬ 
cordato di sopra. Una redazione portoghese col titolo Estoria do 
muy nobile Vespasiano emperador de Roma , fu stampata in 
Lisbona nel 1496. 

Redazioni tedesche. — Anche delle redazioni tedesche, le quali 
sono abbastanza numerose, parecchie si legano alla Vindicta. Ci¬ 
terò i racconti contenuti nei codd. germ. 299, 640, 4865 della Bi¬ 
blioteca Regia di Monaco, e quello che si trova nel Marienleben 
in versi di Fra Filippo Certosino. Anche un racconto del Re- 
genbogen deriva dalla Vindicta, ma con alcune variazioni degne 
di nota (Cod. germ. 4997 della Biblioteca Regia di Monaco, f. 255 r. 
a 266 v.). La prima notizia dei miracoli di Cristo è recata in 
Roma da una schiava pagana. Fanno testimonianza per Cristo, Giu¬ 
seppe di Arimatea, Nicodemo, Luca, Cleofas, Longino, la Veronica. 
Tiberio guarisce e si fa battezzare, e di una sua infermità guarisce 
anche Vespasiano, che trovasi alla corte di Tiberio. Della vendetta 
si parla assai brevemente. Di Tiberio è detto: 

Der selbe keiser waz so gar ein friimmer mann 

daz sii noch vor gein ny waiser keyser kam. 

Il poemetto del Regenbogen fu stampato due volte, prima senza 
note tipografiche, poi a Norimberga nel 1497. In un seguito che 
si trova nella prima stampa si narra più diffusamente di Vespa¬ 
siano, di Tito, e della distruzione di Gerusalemme. Il lungo rac¬ 
conto della Kaiserchronih (v. 693-1134) può dividersi in due parti, 
delle quali la prima (v. 663-888) corrisponde alla Cura sanitatis, 
mentre la seconda, che narra la distruzione di Gerusalemme, ac¬ 
cenna a fonti francesi, o al Voragine. Il racconto dell 'Alle Pas- 


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324 


CAPITOLO XI. 


stonai è quello stesso della Legenda aurea. I due poemetti di 
Wernher Vom Niederrhein, intitolati: l’uno, Veronica , l’altro 
Vespasianus (V. W. Grimm, Wernher vom Niederi'hein, Got¬ 
tinga, 1839), si scostano in modo notabile dalla tradizione comune. 
Nel primo la Veronica prega San Luca di dipingerle sopra una 
tela l’immagine del Salvatore. San Luca si pone all’opera, e di¬ 
pinge una immagine, a suo credere, somigliantissima, ma quando 
vanno per farne il confronto trovano Cristo trasfigurato. Questi 
permette a Veronica di tenersi la immagine. Qui si può ricono¬ 
scere l’influsso dei Gesta de vultu Lucano. Il resto del poema 
contiene un racconto della passione e della risurrezione. Nel Ve¬ 
spasianus non si fa parola di Tiberio. Un. Ebreo narra di Cristo 
a Vespasiano, che è divorato vivo dalle vespe. Questi manda Tito 
a Gerusalemme a cercare di Cristo; ma Cristo è già morto. Tito 
riconduce con sè la Veronica. Vespasiano guarito compie la ven¬ 
detta. La storia della vendetta porge inoltre argomento a tredici 
canzoni del Moistersanger Sebastiano Wild. A un poema della 
distruzione di Gerusalemme, contenuto in un Leggendario del 
XII secolo, porge il fondamento della narrazione GiosefFo; ma si 
scopre facilmente che il poeta non conobbe direttamente lo storico 
(V. Busch, Ein Legender aus dem Anfange des zwòlften Jahr- 
hunderts , Zeitschrift fur deutsche Philologie, voi. I, pp. 17-20). 
Anche qui probabilmente la fonte diretta è francese. Frammenti 
della leggenda della Veronica, narrata separatamente dal resto, 
pubblicarono il Roth nei Denhmàler der deutschen Sprache , Mo¬ 
naco, 1840, e lo Schade, Fragmenta carminis theodisci vetcris , 
Konigsberg, 1866. Un’assai curiosa versione della leggenda indica 
il Massmann, Kaisei'ch., voi. III, pp. 589-90. 

Redazioni neerlandesi. — Un racconto della distruzione di 
Gerusalemme registra il Mone, Uebersicht der niedet'laendische 
Volhs-LUeratur aelterer Zeit\ Tubinga, 1838, p. 94. Esso deriva 
da alcuna delle redazioni francesi dove di Tiberio non si fa più 
parola. Jacob van Maerlant nella Rymbybel , composta fra il 1270 
e il 1280, narra la distruzione di Gerusalemme, molto attingendo 
da Giuseppe Flavio (Ed. di Bruxelles, 1858-9, parte III, cap. XVIII- 
CXIV). 

Redazioni anglosassoni e inglesi. — La leggenda anglosassone 
di santa Veronica pubblicata dal Goodwin ( Publications of thè 
Cambridge Antiquarian Society. Octavo Seì'ies. No I. Anglo- 
Saxon Legends of St. Andrew and St. Veronica , Cambridge, 
1851, pp. 26-46) deriva, con qualche variazione, dalla Vindicta , e 
lo stesso dicasi della Nathanis legatio ad Tiberium , pubblicata 


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APPENDICE A. 


325 


da L. G. Mueller nei Collectanea anglosaxonica , Kopenaghen, 
1834, pp. 5-18. Dalla Vindicia similmente deriva un frammento di 
poema inglese in versi allitterativi, contenuto nel cod. Cottoniano 
Vespasiano E, XVI, f. 70 r. a 75 v. Il cod. 2021 della Bodlejana 
contiene: The legend of Nicodemus , Chris ti descent into Hell, 
Pilatus exile. 

Misteri. — La leggenda della Vendetta diede argomento a mi¬ 
steri in varie lingue. Parecchi se ne hanno francesi, alcuni ine¬ 
diti, altri stampati, fra cui uno impresso da Antonio Vérard in 

♦ 

Parigi, nel 1491. Il cod. 625 della Biblioteca di Arras contiene 
La vengeance Jhesu Christ di Eustachio Marcadé. Per altri che 
si hanno a stampa v. il Brunet, V* ed. s. v. Vengeance, anche 
nel Supplemento. Un mistero gallico della Presa di Gerusalemme 
ricorda il Du Méril, Origines latines du thèdtre moderne , 
p. 34, n. 3. 


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326 


CAPITOLO XI. 


Appendice B. 


La leggenda di Pilato, quale si ha nei racconti latini e nelle 
numerose versioni volgari, può tornare d’illustrazione alla leggenda 
della Vendetta di Cristo. Traggo il racconto che segue dal cod. L, 
II, 14 della Nazionale di Torino (a. 1311). 

Ch'est ensì que Pylates fu engcnrez. 

N’est pas huiseus, ains fait bone oeure 
Li troueres qui sa bouche oeuure 
De bonne trouuere dire dire (1); 

Chis qui bien trueue est plains d’ire 
5 Quant il n’a de materre point. 

Ma volente semont et point 
Mon cuer a dire et de conter, 

S’il est qui me vuoile escouter, 

Vne mout meruillouse istoire, 

10 Qui plaisans est et bele et voire. 

Bien doit on oir et reprendre 
Biaus mos, car on i puet aprendre 
Sens et courtoisie en l’oir; 

Du bien se doit on esioir 

15 Li bon, car c’est drois et cousturae, 

Et li maluais en sont entrarne. 

Vne estoire en roumans mis ai 
Dont la materre moult prisai 
Quant g’euc la verite veu: 

20 Bien est raisons que soit seu, 


(1) 11 Toumoiemetit de VAntechrist d' Hcon de Meri comincia (cod. della 
Nazion. di Torino, L, V, 32): ' 

% 

N’est pas oiseuz, ains fait bonne oevre 
li troueres ki sa boehe oevre 
por bonne oeuvre conter et dire. 


< 



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APPENDICE B. 


Et dite (2) par rime et retraite, 
Sans faussete et sans retraite, 

Car faite est de droit essanplaire, 
Cose est qui puet valoir et plaire, 
25 Ains mais roumans en ceste terre 

Ne fu ois de tei materre. 

Tolens m’est pris que ie tranlate 
La vie de Bonce Pylate, 

Dont on fait souuent mention 
30 En quaresme en la passion. 

Se dieus le me veut consentir 
le vous cuic bien faire sentir 
Le voir de se natiuithe, 

Son pooir et sa dignithe; 

35 En non qualoir ne lairai mie 

Que maintenant ne vous en die. 
Beneois soit qui m’escoutera, 

Et qui vn poi de pais fera. 

Se vous me voles escouter 
40 Aprendre i porres, sans douter, 

Tel cose que ne seustes onques. 

Or entende chascuns bien donques. 
Tout estoient cha en arriere 
Li roi sage et de grant maniere, 

45 Et autre sergant terrien, 

Et viel et ione et anchien 
Volentiers metoient lors cures 
A sauoir logique et natnres, 

Et par nature qu’il sauoient 
50 Autres Sciences conqueroient : 

Li vds set de geometrie, 

Et li autres d’astrenomie : 

Plus goulousoient a sauoir 
Asses que amasser auoir. 

55 Venir voel a m’entention. 

Peu deuant l’incarnation 
Jhesucrist, si con lisant truis, 


(2) Il cod. : dire. 


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CAPITOLO XI. 

Fa en Ione vns rois instruis 
En la Science de clergie 
Que on apele astrenomie; 

Mout sot da coars du firmament, 
Et des estoiles ensement; 

A painnes ietoit onques sort 
Que ne trouast de son acort. 

Cis qui eut tant de sapience 
• Eut non Tirus rois de Maience; 
En vn castel noaris et nes 
Fa qai Berleis fa noames; 

Li pelerin de cest pais 
Noument le castel Berleis. 

Auint que vaust aler cacier 
Pour soi dedaire et souslacier: 
Son cheual commande a enseller, 
Se inaisnie fist apeller, 

Ses leuriers, sa braqaerie 
En oubli ne vaast metro mie. 

A la roine a pris congiet, 

En l’estrier a boute le piet, 

Sor le coursier maintenant monte; 
Que vons feroie plus Ione conte? 
le ne sai poarqnoi ne coument 
Tant cbenaucha il et sa gent 
Que en le terre vint de Braibant, 
Ou il voit vne forest grant, 

Mais il n’i pot aler quacbier 
Pour le solail qu’il voit coucier; 
Trop tart estoit, pas ne cacha 
Pour la nuit qui aprocha, 
Maisement eust fait son preu. 
la estoit entra kien et leu. 

Bele nuit conmencba a faire, 

Mout ot v ciel grant luminaire, 
Bien estoit esteles li chius; 

Cele part a iete ses ieus, 

Entour resgarde et enuiron 
Toute le constelation, 

Pense que si ne trouuera 
Qui grant mestire porterà: 

De l’estoile qu’il vit. mesure 

• 



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APPENDICE B. 


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Prent et souspoise la nature, 

Toute le disposition 
Resgarde de la region, 

Et l’escallette considero 
De l’art da ciel et de la tene. 

Quant ch’a fait si a espronue, 

Et par esperiment troune, 

Qniconques a fero e gerroit 
A celle eure vn enfant aroit 
Qui aroit et deuroit aquerre 
Mout grant signorie de terre, 

Et aroit pooir de donner 
Gens qui sont en isle de roer; 

Cis qui dont engenres seroit 
8ires de grant terre seroit. 

Dont vausist sa forame tenir; 

Mais n’i porroit a tane venir, 

Trop s’estoit de li eslongies, 

Quant voit chou si s’est herbergies. 

Si tost com il fu osteles 
Dont a ses serians apelles; 

Asses amast mix q’il genst 
A tei femme c’auoir peust 
Qu’il perdist la grant signorie 
Que peust auoir sa lignie. 

Li sergent viennent maintenant: 

* Ales fait il, “ ie vous conmant, 
Vne femme si me querres, 

Se che non mal venut seres, 

Qui de biaute soit amiable, 

Et qui a moi soit couuoitable, 

Et s’elle n’est telle tronuee, 

Vne autre m’en soit amenee 
Li seriant firrent maintenant 
De lor signour tout son conmant 
Au plus tost que il onques peurent, 
Pres d’iaus par cha et par la keurent, 
Tant tournerent et tant alerent 
Que la pres vn manoir trouuerent. 

Cis hom dont ie fas mention 
Auoit Atus, ce truis, a non, 

Et une bile auoit mout belle, 


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CAPITOLO XI. 

Pyle ot a non la damoiselle. 

Li seriant, qui el ne queroient, 
Sont esioi quant il le voient; 

Celle fu amenee et prise, 

Et ou lit auoec le roi mise. 

La pucelle le roi rechut, 

Et tant fist qu’elle conchut, 

Et quant il ot fait a piente 
De li toute sa vollente, 

Se li pria que s’ensi fast 
Que se de lui enfant eust, 

Coique fast, marie ▼ fumelle, 
Qu’ele enuoiast au roi nouelle, 

Qe pour riens nule ne lalsast 
Qe eie lui li enuoiast, 

Et elle li ot en couuenent 
Qu’elle feroit a son tollent. 

Atant li rois a pris congiet, 

S’a la damoiselle laissiet, 

Rales s’en est en sa contree, 

Et celle est grosse demouree; 

Tant le porta que raisons porte 
Qe vne femme vn enfant porte; 

Li tans vint qu’enfanter deut, 

Elle enfanta, vn enfant eut, 

Qui fu biaus de si grant biaute 
Con il a afiert a roiautbe. 

[Py]le, qui fu de l’enfant mere, 
Ot oublie le non son pere; 

[E}ncor deust bien par raison 
[L]i fius du pere auoir a non; 
[Mjais pour che que ne le sot pas 
[Sje li donna isnelle pas 
Son non et le son pere Atus; 

Pour ce ot non Pylatus. 

Mout fu biaus enfes et plaisans: 
Sa mere le garda .III. ans : 



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APPENDICE B. 


381 


Que vons feroie Ione destint? 

180 Adonques primes li souaint 

De ce que li rois li ot dit 
Quant de li ot fait son delit, 

Que s’il auenoit qu’elle eust 
De lui aucun oir quesqu’il fust 
185 Que pour riens nule ne laisast 

Que ne li enuoiast. 

Elle pensa que bon seroit, 

Et qu’ele li enuoieroit. 

Ensi pensa, ensi le fist, 

180 Pylate a son pere tramist, 

Dont fu Pylates enuoyes 
A son pere qui en fu lies. 

Quant il le voit son non enqiert, 
Et on li dist que nomes iert 
195 Pyla(l)te, ensi ot a non 

De par sa mere et son taion. 

Li rois auoit .1. fil mout cier 
Qui fu de sa trance moullier, 

0 lui mist Pylate d’enfenche, 

200 Pour norir furent rais ensenble; 

Anques estoient d’vn eage, 

Mais n’estoient pas d’un linage. 

Li tans passa de lor enfanche, 

Et quant vinrent a connissance, 
205 Et qu’il eurent discresion, 

Peu ot en aus d’afection, 

Ne se finoient de conbatre, 

L’uns se penoit de l’autre abatre; 
Quant a la luite se prendoient 
210 Mout dureraent se conbatoient; 

Ne quedent aussi comme frere 
Qui estoient de par le pere. 

Tous tans ensanble s’en aloient; 

A quelconques iu qu’il iouoient, 
215 A le fonde ou a le platine (3), 

Ades ot entr’iaus aatine. 

Mais de la roine li fìeus 


(3) Il cod. : piaterne. 


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235 


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CAPITOLO XI. 

De Pylate fu plus soutieus, 

De tous ius passa gentillece, 

Car il auoit doublé nobieche. 
Quant il venoient au palestre, 
C’est vns lieus v luit seut estre, 
Plus legiers estoit et plus aates 
Et plus fors que n'estoit Pylates; 
A quelconqes in qu’il venist 
Pylate a lui ne se tenist. 

Or ne pleut a Pylate mie, 
Ancois eu eut au cuer enuie, 
Tous fu de mautalent espris, 

Son frere a coiement souspris, 
Com maluais pour ceste ocoison 
Ocist son frere en traison. 

Au roi en vinrent les nouuelles; 
Sacies ne les tint pas a belles; 
Quant ot oi conter l’afaire 
De mautalent enprist a dire, 

Son fil fist deuant lui venir, 

Et comme maufaiteur tenir: 

* Ton iugement, „ fist il, * sarons 
Adont fist mauder les barons 
Et si lor conta le mesfait 
Qe Pylates ses fìeus ot fait, 

Et cil mout s’en esmeruillerent, 
Et ensanble se consillerent, 

Et quant il furent consillie 
Arriere au roi sont repairie, 

Et furent tout de tei acort 
Pylates ait deserui mort. 

Quant li rois vit qu’il fu ingies 
S’en fu encore plus iries: 

Pensa que se chis est pendus 
Que ses .II. fìeus aroit perdus; 
Apres vaurroit pis qu’enant, 

Dont s’end ala ia repentant, 

Son cuer au plus que pot maira, 
A soi meismes repaira, 

Ne vaust encontre son fil mie 
Moutepliier sa felonnie 



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APPENDICE B. 


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(4) 11 cod. : 


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Pensa que bien s’en vengeroit; 

A Rome dist l’enuoieroit, 

Et ne le traiteroit a mort, 

Ne li feroit ne droit ne tort. 

A Rourae deuoit (4) tous les ans 
Li rois Titus treuages grans, 
Dont enuoia son fil en gages 
Et en pleges pour les treuages; 
Pylate a mort pas ne liura 
Et del treu se deliura. 


Quant Pylate paruint a Rome 
Compagna soi a vn noble homme, 

Qui Paginus auoit a non, 

De son pere auoit le non. 

Et ert chis fieus au roi de France, 
Enuoiet l'ot pour l’aquintance 
Li rois ausai de son treuage 
Son fil en pleges et en gages. 

A celai conpaignon tint 
Pylates, oies qu’en auint. 

Quant il vit que chis Paginus 
Estoit mioldres de lui tenus, 

Pour ce que plains ert de bonnes meurs, 
Et plus dines d’auoir honneurs 
Qu’il n’ert, et que ert en verite 
Plus grans de lui en dinite, 

S’en eut ausi comme viltance; 

Mes comme il fiat grant enfance 
Coiement pour ceste raison 
Ocist celui en traison. 

Or fu seu par tout a Rome 
Que Pilate ot mort itel homme; 

Es Rouraains n’ot que couroucier 
Quant il oirent chou noncier; 

De Pylate furent en doute 
S’il aroit se deserte toute 
Tele comme il ot deseruie, 


deuoir. 



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334 CAPITOLO XI. 

V s’on li sauueroit sa vie, 

V s’on porroit naie raison 
Qne on le tenist en prison, 

V trouer c’on le laisast aler. 

300 Dont commencerent a parler 

Aucan Roumain et li plus sago, 

Et dient: * S’il vit Ione eage 
Cis qui a son frere a mort mis 
Et noblece nous a maumis, 

305 Et il aaoit par anentare 

D’aacane gent ingier la cure 
Qui fìsent fier et enuieus, 

Il est si fel et si crueus 
Que contro aus se conbateroit 
310 Et petit les deporteroit, 

Et ensi porroit porfiter 
En ses anerais deportar. 

Dont bon seroit que il fust mis 
Entro grant (5) piente d’anemis. 
315 Tant a fait que ne deueroit viure; 

S’en poiesmes estro deliure 
Cascuns en deuroit estro lies. 

En Pons ille soit enuoies: 

On ne leur puet signor offrir 
320 Qu’il vuellent deseur aus soufrir; 

Nus juges n’i va ne arriue 
Qui se il point sor aus estriue 
Qu’il ne l’ameccent a le mort: 
D’aus n’ara il autre deport. 

325 S’il a en lui tant de vigeur 

Qu’il les puist metro a sa dueur, 
Et se tei maniere les maire 
C’a sa cordelle les puist traire 
Par si qu’il ait sor aus pooir, 

330 Nous le poons moult bien voloir, 

Et s’il ne puet, s’ait sa deserte, 

Siens soit li gaains et la porte „. 

■ 

Cil qui furent illuec vena 
Le consei ont a bon tenu, 


(5) Il cod. : gent. 


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APPENDICE B. 


335 


A ce consei chascnns s’acorde, 

N’i a celui qui s’en descorde, 

Lor afaire ont aparilliet, 

Pylate ont a Pons ennoiet. 

Or voit Pylate c’on l’emmaine, 

Et qne chou est cose certaine 
Que sires doit estre et jugeres 
De ces gens crueuses et fieres, 

Et qu’il va droit en Pons en ille; 
Grant paonr a c’on ne l’escille, 
Dont fu il en moult grant doute 
De sa vie qui est courte; 

Pensa que bien se garira, 

Car humlement auant ira. 

Il se teut, n’eut tolent de braire, 

Et soufri chou c’on li veut faire, 
N’ot tolent de trop estriuer, 

A Pons le conuient ariuer, 

Et quant il fu a Pons venus 
Fu con lor sires receus. 

«155 Tant fist par dons et par promesses 

C'apaisa ces gens felenesses, 

Par flater et par losengier 
Fist que furent en son dangier; 

Ensi les prist au premerain, 

360 Et quant ce vint au daarain, 

Si les mena mout malement 
Par manaces et par tourment; 

En le fin lor fist moult de maus 
Que chascuns estoit lies et baus 
365 Qe peust qe seust deseruir 

Par coi il peust seruir: 

Et pour icbou qe par son sens 
Mist a point ces desperses gens, 

Et les mist en subiection, 

370 Ot il de Pons Ponces a non: 

Puis que iuges fu de Pons isle, 

Et que se mere ot a non Pyle, 

Et ses taions fu nomes Ates, 

Pour ce ot non Ponces Pylates ; 


335 


340 


345 


350 


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330 


CAPITOLO XI. 


875 


Pour ce que les gens a point mist, 
De Pons ille le sornon prist. 


380 


385 


390 


395 


400 


405 


410 


Dont en corut la reoomee 
En le terre de Galileo, 

En Ilierusaiem et en Inde 
Con Pylate les ot mene; 

Auoit Pylate bien tenu 
Icele gent qne illa fu; 

Par 6ons sens et par sa boisdie 
Auoit mainte gent cunciie. 

Con Pylates sages bom fu 
Par le pais renelle fu, 

Herodes la nouelle en oi, 

Cis qui fu fìex Archelei. 

Li grane Herodes, ce sauons, 

Fu a cel Herode taions 
Duquel nous faisons mention. 

Con princes, domination 
Ot en cel tans en la contree 
De Iherusalem de Iudee. 

Quant la nouuelle dire oi 
Mout durement s’en esioi, 

Pour ce que fu de sens si grans 
Fu de traire a lui mout engrans, 

Se feste fait do son parler, 

Dist qu’il veut veir le baceler. 

Le trekeur aimme li trekieres, 

Et le flateur li losengeres; 

Chascuns bom aimme, ce me sanble, 
Colui qui mieus a lui resanble. 
Herodes vaust a son conseil 
Pylate traire a son pareil, 

Et pour che qu’i[l] le vaust auoir, 
Mout li tramist de son auoir, 

Son mes aler a lui commande 
Et qu’il vingne a lui, et li mande, 
S’a lui vient s’ara grant partie 
Du sien et de sa signourie, 

Pooir ara sor la contree 
De Iherusalem et de Iudee. 


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APPENDICE B. 


337 


415 Pylates vint, Herode fist 

Chou que a Pylate pourmist. 

* 

Quant il fu sires du pai* 

Ne fu mie trop esbahis 
De querre deniers a piente; 

420 II en ot a sa uolente; 

Et quant ases en ot aquis, 

En Rome en ala, s’a requis 
Son signor Cesare et Tybere, 

Qui a cel tans fu emperere, 

425 Qu’il ait, si li vient a tolent, 

Le cite de Iherusalent, 

Et de Iudee ausi li prie 
Qu’il li doinst la signonrie; 

Pour ce vaust il illuec venir 
430 Qui le voloit de lui tenir. 

L'empereres pour les deniers 
Qu’il en eut le fist volentiers, 

Tant en fist Pylate donner 
Qu’il eurent asses a nonbrer. 

435 Adont ne sont Uerodes mie 

De Pylate la trequerie, 

Et que tenist mie d’autrui 
Telle dinite que de lui, 

Dusques adont qu’a Roume vint, 

440 Et quant il le sot il se tint 

Acunchiies trop durement 
Quant ne Tot de son tenement. 

Sitost con vit qu’i[l] l’ot trai 
Con son anemi le hai: 

445 Ce fu li cause de l’orine 

Dont entr’aus .II. fu li haine 
De coi on fait le ramenbrance, 

Si con sanes, en la souffrance. 

Entr’iaus .II. ot tous iors estris 
450 Dusques adont que Ihesucris 

Fu de par Pylate enuoiies 
A Herode qui fu lies. 

Oeaf, Roma. 22 


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338 


455 


460 


465 


470 


475 


480 


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CAPITOLO XI. 

Menes i fa vilainnement, 

Et ot de poupre un vestement. 

A Herode le fìat liurer 
Pylate ponr lui deliurer, 

Pour ce qu’il voloit soi purgier 
De son sane li fist enuoiier. 
Herodes pensoit tout autrement, 
Car il cuidoit tout vraiement 
Qu’i[l] li eust enuoiie celai 
Pour la reuerence de lui, 

Et qu’ifl] li yausist honneur faire, 
Et pour ce qu’i[l] le deust faire. 
Ensi Herodes l’entendi, 

Et pour ce s’amour li rendi, 

A lui se reconchilia, 

Et Ihesucris li enuoia, 

Dont li souffrance nous recorde 
Que pour Ihesucrist vint acorde. 
Mout fu Ihesucris demenes, 

A Pilate fu ramenes, 

Qui sati[s]fation vaust faire, 

Pour ce qu’il vaust as Iuis plaire, 
Et Ihesus gabes et batus, 

Et puis lor rendi Pylatus, 

As raauuais Iuis fu baillies 
Pour ce qu’il fust crucefiies. 

De se mort, de se passion, 

Ne ferai mie mention; 

Conment il morut cesques 
Asses de fois oit l’aues. 



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APPENDICE C. 


339 


Appendice C. 


Cod. L, IV, 5 della Nazionale di Torino (XV sec.ì. Meno pochis¬ 
sime correzioni volute dal senso, lascio al testo le molte sue mende. 


Chi apries s’enssieult la vengance mesire lhesucrist faitte 
par Vespasien. 


Signeurs, or faittes paix pour dieu le tout puissant, 
Cheualiers, bourgois, femmes et enfans; 

Che n’est mie d’Ogier, d’Aimont ne d’Agoulant, 

Ains est de la venganche le pere royamant, 

5 Que luis tourmenterent, li felons mescreant. 

Quarante ans en apries, ce trouuons noas lisant, 

Em prist Titus vengance a l’espee trenchant, 

Et Vaspasien son pere au coraige vaillant. 

Chils esmurent la guerre merueilleuse et pesant, 

10 Se destruisirent Pilatte le cuyers soudoyant. 

Dedens Iherusalem fn famine si grant 
Que de faim y menga la mere son enfant. 

Dedens Constantinoble la chite souffisant, 

En la lebrarie de l'eglise plaisant 
15 Que on dist Sainte Soufflé la li voit on trouuant. 

La certain cronicque, i’en ay veu l’apparant. 

Chils rois Vaspasien, don ie voy chi parlant. 

Fu preudons en sa loy, moult fu sage e sachant; 
S’il veusist croire en dieu le pere tout puissant 
20 N’euist milleur de ly en ce siede viuant. 

Mais puis le volt Ihesus par son digne commant 
Atourner a no loy par vng malage grant 
Ainsy que vous orez recorder ou romant. 

Seigneurs, or faittes paix, pour dieu le droiturier. 
25 Chelui Vaspasien dont vous m’oez plaidier 

Fut empereur de Rome, se l’eut a gouuerner. 


ijpoogle 



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340 


CAPITOLO XI. 


Moult Ione teraps fut payens, mais dieu le volt amer 
Tant qu’a sa loy le fist atraire et atoumer; 

Mais anchois le conuint moult grant paine endurer 
30 Par vne maladye que vous m’orez nommer, 

Le liepre l’appellent sergant et baceller, 

Ce est meselerie, au iustement parler. 

Ainsi volt Ihesucrist qui tous nos volt sauuer. 

Tant li fist le visage et le corps tempester, 

35 Et la barbe ebeoir et la liepre aleprer, 

Qui li menga la leure iusqu’au dent maisseller. 
Dangais (1) li seneschal le prist a regarder; 

Quant en ce point le vit se commence a plourer; 
Ains ne veistes hommes si grant doel demener, 

40 Ne detordre ses mains et ses cheueulx tirer. 

S’il demaine grant doel n’en fait mie a blasmer, 

Car qui bon seigneur pert il en doit bien plourer. 

A l’emperenr vint, se li dist sans cesser: 

* Par Mahommet, biau sire, pour vous cui foursener : 
45 N’est nuls hoins qui iamais sancte vous puist donner : 

Non pourquant ie me suis pris a pourpenser. 
le ne scay s’enuers moy vous en vauries yrer, 

Mais ie le vous diray, se vollez escoutter. 

Vng prophette soloit en Surie regner, 

50 Lequel vot en son temps maintes viertus moustrer, 
Mais en Iherusalem le firent lappider 
Iuis, en vne croix atachier et leuer. 

Se creyez ou prophette dont chi m’oez parler, 

Par le mien essiant bien vous polroit sanner 
55 De telle maladie dont ie vous voy porter „. 

Quant Vaspasien l’oit si commence a plourer, 

Et lui a dit: ' Amis, ie te doy moult amer; 

Mais se tant poryes faire par terre ou par mer 
Que pussies medechine par decha rapporter 
60 Dont veisse mon corps de la liepre monder 

Iamais iour, par Mahon que ie doy honnourer, 
N’aray honneur sans vous, ie le vous voel iurer „. 

* Amis dist l’empereur, * me ses tu conseillier? 
S’il estoit homme au monde qui ine puist aidier 


(1) In altri testi separato Dan» Gai», o Dan» Guy. Dangais, come Da meìdeu. 


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341 


APPENDICE C. 


65 Iam&is sans luy n'aroye le monte d’nn denier. 

Qui fut dont ce prophette que t’ay oit noncbier? „ 

“ Sire „, c’a dit Dangais, “ ne le vous quier noyer, 
Ce fut vng bon preudon que Iuis firent crucefiier, 
Qui faisoit les contrais par droit radrechier, 

70 Les mors ressusciter, les awlles renclairier; 

Mais Iuis par enuie, qui ne l’orent pas chier, 

A Iudas l’achetterent, li traittres lanier, 

Sy en furent pour ly donne trente deniers; 

Dedens Iherusalem le firent traueillier, 

75 Et par despit le firent en vne croix drechier. 

Longis ne veoit goutte, qui estoit cbeuallier, 

Ou coste le fery d’une lanche d’achier, 

Dont li sane li alla iusques es mains raiier, 

Le coer li en fendy, dont le conuint deniier, 

80 Et quant senti le sane ses yeulx alla touchier, 

Dont il en vit cler, si l’ala merchiier. 

Puis fist on ce prophette ou sepulcre couchier; 

Au tiercb iour ressuscita, si cornine oyc nonchier. 

Or vous dich que anuit ie vos vng songe songier, 

85 Qu’en Iherusalem, ou i’aloye cherquier 

Medechine pour vous, mais i’oich retraitier 
Tel chose, ce m’est vis, qui me fist relaichier, 

Dont bien ie loeroye, sei volies ottriier, 

Que demain y alaisse sans point d’atargier, 

90 Et se chose y truuoye qui vous puist aydier, 

Vous feries grant aulmosne, selonc le mien cuidier, 
De ce digne prophette sur les Iuis vengier 

“ Dangais „, dist l’empereur, “ vous estes bien parlant ; 
Vous yres le matin, ie vous en priie tant; 

95 Et dittes a Pilette il a passe Ione tamps 

Qu’il ne me vint seruir, dont ie suy moult dollant. 
Dittes luy qu’il m’enuoye querquiet vng aufferant 
De fin or et d’argent et de perles autant, 

Et si le deffyez se ce est reffnsant 
100 * Sire ,, c’a dit Dangais, “ ie feray vo commant „. 

Ne scay que vous yroye la canchon alongant: 

Au matin s’apareille li seneschal plaisant, 

A l’empereur coramande sa femme et ses enfant, 
Puis monte ou pallefroy qui suef va amblant. 

105 Aueuc lui en mena quattre de ses sergant, 


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342 Capitolo xi. 

• « 

Assez en fist porter or et argini luisant; 

Au riuage trouua, ce croi ge, cent marchant, 

Aueuc eulx est entrez, par la mer vont nagant, 

Tout iusques au port d’Acre ne furent arestant. 

110 Dangais yst de la nef quant furent arriuant, 

Adont prist il congiet as nageurs et marchant, 
Iusques a Iherusalem ne se fut arestant. 

Or oiies corament dien si le fut arinant. 

Lez le tempie David la se fut arestant, 

115 Sur vng riche bourgois qui bien estoit creant 
En celui qui pour nous fut la mort endurant, 

Mais n’osoit pour Pilatte en faire nuls semblant. 

Dieux a le seneschal richement ostele, 

Mieulx estre ne pooit en toute la chite; 

120 Celle nuit fut seruit par grande noblete, 

Et apries le soupper ont grant reuiel mene. 

Ly hostes apella le seneschal loe, 

Et dist: “ Dont yeste vous? point ne nous soit cele ». 

* Sire a , ce dii Dangais, “ de Rome la chite; 

125 Homme suy l’empereur, c’est fine verite. 

Or l’a prins maladiie et l’a si agreue 
Le corp a tout deffais et le vis tempeste 
Et la barbe keuwe et le vis alieupre. 

Medechine voy querre dont puist estre sanne; 

130 Qui conseil m’en douroit il aroit bien ouure. 

Venus suy demandar dedens ceste cite 
Se de ce saint homme, dont on a tant parie, 

Qui fu mis en la croix a doel et a viete, 

Seroit chose remesse dont on l'euist sanne. 

135 Qui trouuer le seroit, sachies en verite, 

I’en douroy d’or fin vng [sejstier mesure ». 

* Amis », c’a dit Iacob, “ ayes dont retourne, 

Car pour noyent ariens de ce fait chi parie, 

Mais s’il y volloit croire ie pense en verite 

140 Tel conseil lui douroye dont il seroit sanne ». 

Quant li seneschal l’ot si ploura de pite, 

Et lui a dit: * Biau sire, or m’ayes escoutte, 

Et ie diray comment polrons auoir use ». 

Dist Dangais li seneschal, qui moult preudons estoit : 
145 * Biau sire, par ma foy. qui tei chose feroit 


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APPENDICE C. 


343 


Enuers le mien seigneur, et gharir le polroit, 
le scay certaìnement qu’assez tost y creroit, 

Car il a du grant mal forment le coer estroit, 

Et s’il estoit gharis bien scay qu’il vengeroit 
150 La mort du saint prophette dont parlez chi endroit 
4 Amis cb’a dit Iacob, 4 par le dieu ou on croit, 
Que se li vostre sire ens ou prophette croit 
Il en sera sannez, bien scay en quel esploit. 

Car il a vne femme en celle ville endroit, 

155 S’elle y volloit aller tres bien le ghariroit 
Et par vne touaille qu’elle y porteroit 
4 Cortes ,, c’a dist Dangais, * se venir li plaisoit, 
Assez arra argent et or cornine il lui plairoit, 

N’a l’aller ne venir ia faulte n’y aroit, 

160 Et menaist vne femme qui bien le gharderoit 

4 Amis ,, c’a dit Iacob, 4 parlez dont en requoit; 
Trop redoubte Pilette le felon maleoit; 

Car nous seriens honnis se li glous le sauoit. 

Non pourquant se pour bien faire a mort me metoit 
165 le tiens que la dessus dieu le me rendroit, 

Car qui bon maistre sert bon loiier en rechoit 

4 Amis „, c’a dit Iacob, 4 c’est verite prouuee : 

La char du saint prophette en la croix fu penee, 
Dalez lui fu sa mere dolente et esgharee, 

170 Qui tenrement plouroit, souuent quey pasmee: 

Par le men essiant.ia fuisse foursenee 

Se ce ne fuist saint Iehan qui l’a reconfortee. 

Illeucq vint vne femme malade et agreuee 
Qui fut toute liepreuse de l’eure qu’elle fu nee; 

175 Elle eult a nom Veronne, ainsi fu apellee; 

Quant de Ihesus oit courir la renommee, 

Des viertus qu’il faisoit par toute la contree, 
lusqu’au mont (2) de Caluaire s’en vint sans demoree ; 
Quant Ihesus vit en croix s’a sa coulpe clamee (3): 
180 La mere au sauueur si l’a reconfortee, 

A son doy l’acbena, les elle l’a posee, 

Si a prinse la ghimpe, du chief li a hostee, 


(2) Il cod. : moult. 
■(3) Il cod.: pasmee. 


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344 CAPITOLO XI. 

Son chier filz en toncha dont Vaine fut seuree, 

Par deuant le viaire a la ghimpe tournee; 

185 Lors y fu sa figure et sa facbe fourmee, 

La femme le rendi qui bien Va reghardee, 

Aussitost qu’elle l’ot. Va a son vif frottee, 

Puis fut de son grant mal toutte par assouagie; 

A homme plus qu’a moy ne fu depuis monstree. 

190 Sannez en yert vo sire, se lui auies donneo, 

Mais qu’elle y aist sa touaille portee 
“ Sire # , c’a dit Dangais, * faitte que soit mandee 
Dont le manda Iacob sans nulle demoree, 

Et elle y est venne, que point ne li desuee, 

195 Sy salua lacob et toutte l’assamblee, 

Et Iacob la saisy et lez lui Va posee, 

Et lui a dit: “ Veronne, ie vous ay cbi mandee 
Car il vous fault aller a Romme la loee, 

Et porter vo tuaille, si qu’estre puist sannee 
200 La char de Vempereur, qui tant est agreuee. 

Bien scay que par ce point aueront grief saudee 
Pilette et tous les siens par qui fu lappidee 
La char de Ihesucrist et en la croix nauree. 

Vecbi le seneschal par qui serez menee, 

205 Du vos ne despendres nes vne chose nee 

* Par ma loy ,, dist Dangais, “ c’est verite prouuee, 
Et s’en sera toudis de riquesse peuplee 
“ Sire ,, c’a dit Veronne, “ bien me plaist et agree 
“ Biaulx bostes „, dist Dangais, “ ie le vous certefiee, 
210 De retourner ariere ai ge grant desiree, 

Mais il fault qu’ainchois soit ma parolle contee 
A (4) Pilette ensement c’on le m’a commandee 
Ainsi se deuiserent ensamble la nuitiie, 

Et puis vont reposer, iusqu’a l’abfrje esclarchie 
215 Que solaus fut leuet qui par tout reflff ljambie. 

Lors se leua Dangais et toutte sa maisnie, 

Et monta sur la mulle qui fu belle et polie, 

Vng rainsiel d’oli uier porta par seignourie, 

Vera le tempie David a sa voye aquellie, 

220 Pilatte y a trouuet auenc sa maisnie, 


(4) 11 cod.: E. 


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APPENDICE 0. 


345 


A moult grant assamblee des Iuis plain d’enuie, 
Deuant Pilatte vint, haultement li escriie: 

• Pilatte, entens a moi, et ne le laisse mye, 
S’ascoutte la parolle que je t’aray jehie. 

225 De par l’empereonr de toutte Rommenie, 

Chelui de qai tu tiens icelle seignourie, 

Et la grant prounoste de la chite hantie, 

Bien sces que l’empereour t’en donna la maistriie, 
Sept ans a que par toy ne fu sa cbar seruie: 

230 Or te mande que d’or fin vne mulle querquie 
Ly envoyes a Romrae sana ce que le desdiie, 

Gar dedens Romme gist d’une grant maladye 
Dont moult a despendut, gran mestier a d'aye, 

Et s’il na sa demando de par moy te deffye; 

235 Moult chier le comparas se sa char est gharye 
Quant Pilatte l’entent tous li sane li fourmie; 

Lors a dit a ses hommes: “ Chils vassaulx me deffie: 
le quide vrayement que ce soit vne espiie; 

Or le faisons destruire, ce est dont ie vous priie 
240 " Sire c’a dit Archilant, “ ce seroit grant folie; 

Mais laissies l’ent raller par dedens Rommenie 
A l’empereur de Romme, oussy de Lombardiie, 

Et s’il passe oultre deeba a baniere desploye, 

Tost y perdra la tieste, ad ce Jie faura mye 
245 • C’estbien dit „, dist Pilatte, ‘ et ie le vous ottrye 

Iacob l’aisa moult bien en icelle nuitiie, 

Et s’a ossy Veronne vne femme bailliie, 

Et puis s’en sont partis droit a Tabe esclarchye, 
Aueucq Dangais s’en va Veronne l’adrechie, 

250 S’en porte le touaille qui est digne et saintie, 

Dont Vaspasien ara la char toutte haitye, 

Sy que par yceste oeuure que vous auez oye 
Vint on sur le Iuis faire telle envaye 
Que toutte. Iherusalem fu tellement assigie 
255 Qu’il y ot tei famine et si tresresongnie 
Que la mere en menga, si fort fut curiie, 

La char de son enfant dessus le feu rostie, 

Ainsy que ie diray se ma vois est oye. 

Le seneschal s’en va qui le coer ot ioyant, 

260 0 ly maine Veronne qui moult a biel samblant, 


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346 CAPITOLO XI. 

A Accre en (5) sont entret dedens .1. grant callant, 
Tant nagerent qu’a Barlette (6) si se vont ariuant 
Et toat iusques a Romme ne s’y vont arestant, 

La fu ly empereur la sancte desirant, 

265 Et Dampgais va Veronne a son hostel menant, 

Au deuant lui ly vinrent sa femme et si enfant, 
Douchement le baiserent, pois le vont acollant, 

Et Dampgay leur ala Veronne cotnmandant, 

Et puis vers son seigneur s’en alla retournant, 

270 En son lit le trouua moult malade couchant, 

Deuant lui s’agenouille et le va saluant. 

“ Bien vignies, seneschal „, dist l'empereur vaillant: 
“ Auez vous riens pour moy trouue faire gbarant? * 
“ Sy „, ce dist Dangais, “ mais que fuissies creant 
275 En celui saint prophette c’on alla traueillant 

En croix, dont fu ferut d’une lanche trenchant 

* Oyl ,, dist l’empereur, “ s’aloye gharissant 

* Sire dit li vassauls congiet ie vous demand 
Iusques a lendemain que g’iray retournant ,. 

280 * Amis „, dist l’empereur, “ bien m’y voy acordant; 

Reuenez le matin, le peuple y sera grant, 

Car on yra Titus le mien fils couronnant; 

Tous y seront my hommes et my princbes vaillant „. 
Et dist le seneschal: * Tout a vostre command 
285 Vers son hostel s’en va, plus n’y est arestant, 
Veronne le fiestiie et le va honnourant, 

Celle nuit vont, sachies, moult grant ioye menant; 
Et quant l’empereur vit l’endemain apparant 
Tantost se fist porter en la saile deuant 
290 Pour y veoir Titus c’on aloit couronnant. 

Le matin se lena Veronne au corps sachant, 

Lors vit vng saint preudhomme qui passoit la deuant, 
Qui du vray dieu l’ala douceraent saluant, 

Quant Veronne l’oyt se lui dit en oyant: 

295 a Queles homes este vous sire? ne le ra’allez celant, 
Ne comment avez nom, pour dieu le vous demand *. 


(5) Il cod. : Acerene. 

(6) Il cod.: biel estre. barlette, Barlet, sì trova in altri testi. 


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APPENDICE C. 


347 


* Sire c’a dit Veronne, qui le viaire ot cler, 

• En quel loy crees vous? ne le veullies celer; 

Et quels homs este vous? ditte lez sana doubter „. 
300 “ Belle, ie croy en dieu qui se laissa pener, 

En croiz d’une lanche laissa son corps entamer, 
Saint Pierre et saint Poi, que Noiron fit finer, 

Me fìrent es sains fons baptisier et leuer, 

Sy eucb a nom Climen, ainsi me facb nommer ,. 
305 Quant Veronne l’entent si commence a plourer 
Pour l’amour des appostles qu’elle oit nommer, 

Dont l’a fait dallez ly seoir et reposer 

Et dist: * Sire, pour dieu, veuilles mes escoutter: 

Ne savez qui ie suy, si le vous voel conter. 

310 Quant dieu fu mis en croix cascun s’ent vot aller 
Des benois aposteles pour la mort euiter. 

Toutte lepreuse estoye, sachielle sans doubter: 

Les lui me volt la mere du sauueur apeller, 

Et puis m’ala tantost du cbief la guimpe hoster, 

315 Encontre son visage l’ala tantos frotter, 

Et dieux y fist tantost sa fache figurer, 

Boucbe et yeulx y ot sans changier ne muer, 

Elle le me rendy, se l’alay regharder, 

Et dieux y fist miracle dont m’alay conforter, 

320 Car il fist mon corps gharir et repasser. 

Oncques puis ne le voch a personne moustrer, 

Fors a vng saint preudon que le doy moult amer; 
En Iherusalem main, Iacob se fait nommer. 

Or vous dicb pour certain, chi me vot amener. 

825 Le senescal de Romme pour son seigneur sanner. 

Or suy lie qu’a vous m’a fait dieu assener, 

Par vo conseil volray d’orez en auant uzer. „ 

A ces mos vint Dangais, qui l’ala amener 
lusques ens ou palais, la l’ala presenter 
330 Par deuant son seigneur que moult deuoit amer. 

Moult fu grande la court s’i furent mains barons: 
L’empereur se gisoit ou grant palate de non, 

Et si hommes s'asamblent entour et enuiron: 

La fu Titus viestu d’un verroeil singlaton. 

335 E vous le seneschal, en sa main vng baston, 

Troix cop fiert sur vng bancq, adont se teusit on; 


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348 


CAPITOLO XI. 


Saint Climent commencha haultement .1. sermon 
Du saintisme prophette qui souffry passion, 

Comment resuscita la char saint Lazaron, 

340 Comment le mirent en croix li Iuif felon, 

Cornine Longhi le fery d’une lanche abandon, 

Puis il pria merchi et dieu li fist pardon, 

De Veronne leur conte doucement la raison, 

Si comme dieu li gharist la bouche et le menton. 

345 Volentiers escouterent li pluisieurs son sermon, 

Et Climent apella Yeronne sans tenchon, 

La ghimpe lui bailla sans nulle arestison, 

Lors l’estent Climent par grant affection 
Par deuant l’empereur qui mal sent a foison, 

350 Mais quant vit le viaire et la belle fachon 

Celle part tent ses mains par grant deuotion, 

Et sa bouche et ses yeulx y toucha habandon; 

Adont deuint haities comme en yauwe poisson, 

Les esquailles queurent entour et enuiron, 

355 La rouffle se desceuvre, dont il y ot foison, 

Nouuelle char li vint, ne senty se bien non, 

Et quant gharit se sent s’en ot ioye a foison 
Et acolle Dangay et Veronne de non, 

Qui lui ont pourvey sante et gharison. 

360 Lors a dit a ses horames: “ Bon seneschal auon, 

« 

Bon loyer doit auoir car present m’a fait bon 
De celui saint prophette qui m’a fait gharison: 

Ly Iuis l’achetterent a Iudas le felon, 

Trente deniers cousta, tout de fìs le scet on; 

365 Mal dehait aye iou se n’en prench vengison, 

Tant que pour .1. denier .XXX. Iuis douron. ,. 

L’empereur est gharit, ne sent mal ne dollour, 

Titus porta couronne a loy d’emperour; 

» 

Onques mais a Romme n’ot ioye ne telle honnour. 

370 Vaspasien apelle son fils par grant amour: 

“ Biau fils, ie suis gharis, merchi au creatour: 

Se vengier ne le puis iamais n’aray honnour. „ 

* Pere, „ dist li vassaulx, “ n’y mettez loncq seiour, . 
Faittes vos gens semonre enuiron et enthour, 

375 Quant ensamble seron li grant et li menour 

Tout droit par haulte mer les menrons sans seiour. 


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APPENDICE C. 


349 


Deuant Jberusalem mettre le siege entour: 

Se Pilatte y est prins il morra a dollour.„ 

• Vous dites bien, biau fils, „ cb’a dit l’empereour, 
380 Adont en appella Veronne par amour, 

Et dist: ‘ Venez auant, ie vous ayme par amour, 
Car aportez m’auez d’oultre la mer grignour 
Medechine qui m’a tolue ma langhour; 

S’en arez guerredon a vo volloir ce iour; 

385 Choisissies en ma terre enuiron et entour, 

le n’ay castiau ne ville, plache ne bautte tour, 

Fora Eomme seullement qui est de ma tenour, 

Qne ie ne vous ottroye a ioiie et a baudour, 

Et tant de l’autre auoir que prenderez sauour. „ 

390 * Sire, „ c’a dit Veronne, “ par le dieu que i’aour, 

Vechy vng moult saint bomme etplain de graut vallour, 
Trestout ce que vollez li donnez par amour, 

.Car a luy ie le rens ou noin du creatour. „ 

Dont apella Climent l’empereur de vallour 
395 Et lui a dit: * Saint homme, tout par le vostre amour, 
Vous serez appostole de Romme le maiour, 

Car il me plaist ainsy. „ Dont ot Climent baudour, 
Et lui a dit: “ Chier sire, ie vous prye par douchour 
Que tous ceulx qui volront croire ou creatour 
400 Qu’il n’ayent ia par vous honte ne deshonnour, 

Et sy prendez baptesme ou nom du creatour, 

. Car cortes fait vous a moult tresgrande douchour. „ 


405 


410 


415 


“ Climent, „ dist l’empereur, • or oyes ma raison : 
Quant j’aueray vengiet le prophdtte Jheson, 

Et destruit mains Iuif et ochis mains felon, 

De ce qu’il m’a ghary lui renderay guerdon. * 

' Sire, „ c’a dit Climent, * a vostre deuison. * 

Saint Climent puis ce iour dont parlet vous auon 
Faisoit trestous les iours as paiiens .1. sermon 
A vng moult riche autel qui est de saint Simon, 
Droit la est la tuaille, que de fit le scet on. 

Et rois Vaspasien manda ceulx d’enuiron, 

De touttes pars y vinrent a sa commandison, 

Plus de cent mille y furent a sa deliurison; 

Mains calains apointerent et ossy mains dromons, 

Et Titus li dansiaux s’apointa habandon; 


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350 


CAPITOLO XI. 


Pour le saint sepulcre aidier ot grant deuotion. 

Dont s’en vont les grana osts vera la mer de randon ; 
L’empereur conuoya saint Climent le preadon; 

420 Sur li auwe de la mer a fait le benichon, 

N’osa benir le peuple pour ce que crut Mahon. 

Et ceulx sont esquippe en la mer habandon, 

Et tant y ont nagiet au vent qu’il orent bon 
Qu’a Accres ariuerent par dessus le sablon; 

425 Deux iours y seioornerent li nobilles baron, 

Au tierch iour vont a Iaffe .1. chastiel biel et bon, 
La ville et le castiel assegerent enuiron; 

A iusticier adont l’auoient Iuis felon, 

Et Roumains deuant ont tendus mains pauillon, 

430 Sonner font leur buisines et mains corps de laiton, 
Se font pour establir moult belle gamison. 

Deuant le castiel furent .V. iours Ou enuiron 
Qu’ains puis n’en yssirent ne firent capplison; 

Mais Titus prist la ville, ou lui mains dansillon, 

435 Abattre fiat les murs, bruler mainte maison; 

Ou chastiel en auoit chinquante ou enuiron; 

Ardoir virent la ville, ne leur vint mie a bon. 

Lors dirent l’un a l’autre: “ Se chils paiien felon 
Nous tiennent en leur mains tous pendre nous feron 
440 Dont bouttent leur coutiaux en leur boucbe habandon. 
Ensy se sont ochis a leur maleichon, 

Et Titus prist la ville et chastiel et dongon, 

Dont fist criier vng bancq l’empereur de renon 
Que on alaist par tont de maison en maison, 

445 En cheliers et en boue que riens n’y laissast on; 

Et li Roumains le font a sa deuision, 

Tous les Iuis qui treuuent enthour et enuiron 
Il tuent et ocbient a grant destruction; 

Mais ens vne vosure esteit vng gentils hon, 

450 Et m’est vist que Iaffet il s’appelloit par non, 

A Titus se rendi d’umble condition, 

Et a Vaspasien l’empereur de renon, 

Et leur iura sa foy de vraye oppinion 
Qu’il leur vaura aidier de bonne mtention 
455 A Iherusalem prendre la chite de renon. 

L’erapereur le retint d’umble condition, 

Et puis s’espandy l'ost parmi la region. 


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APPENDICE C. 


851 


Or fa li os payenne par toutte la contree, 

Plus furent de cent mille tonte gent redoubtee, 

460 Se les condnit Titns a la chiere membree 
Aueucq Vaspasien qui bien fiert de l’espee. 

Le chastiel orent pris grant ioiie en ont menee. 

Ceulx de Ihernsalem sceurent la destinee, 

Qne ly Boumains venoyent a baniere leuee; 

465 Adont de touttes pars on fait leur assemblee, 

Par brief et par escript ont il leur gens mandee, 

Par vne riche fìeste qu’il orent celebree, 

Car ly rois Archillans ot couronne portee. 

Pour le grant effroy ont leur porte bien fremee. 

470 Et Sarazins ceuauchent a baniere leuee, 

Titus fist l’auangarde sans nulle demoree 
Droit vers Ihernsalem, la chite grande et lee; 

Tant ont il esploitiet et la ville auisee. 

Et Iuis en la ville ont leur deste leuee, 

475 Pour eulx esbattre as camps est la fìeste criee, 

Mais quant l’ost des Boumains virent si a vuee 
N’oserent yssir hors, la porte ont bien fremee, 

Pour esmouuoir la ville ont la cloque sonnee, 

Et sont alle as murs a toutte gente armee; 

480 Et Boumains se logerent deuant enmy la pree, 

La tente l’empereur fu haultement leuee, 

Et la tente Titus a la fiere pensee, 

Et Boumains vont fourant par toutte la contree, 

La proye que il treuuent en l’ost ont amenee; 

485 Mais grant besoing ont d’iauwe, car point n’en ont trouuee 
Plus pries qu’an fleuue Iourdain, dont la chier ont yree; 
De quoy li emperenr a la barbe meslee 
En appella Iaffet sans nulle demoree: 

• Conseillies moy Iaffet, s’il vous plaist et agree. 

490 Nous vous auons pour bien la vie respitee, 

Et pour ce nous deuez par raison ordonnee 
Conseillier au besoing sans faussete prouuee. 

Point n’auons d’iauwe douche dont pas bien ne m’agree, 

Et nous dittes comment nous en arons trouuee 

495 Quant Iaffet entendi l’empereur au vif cler 

Il lui a dit: “ Biau sire, pour vous bien conseiller 
Faittes touttes vos proiies tuer et escorcher, 


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852 


CAPITOLO XI. 


Et puis faites les cuirs tresbien appareillier, 

A poie et a chiment aioindre et atachier; 

500 II tenront moult bien yauwe tant que seront enthier. 
Le vai de Iosapha faitte bien nettoyer, 

Puis voyent iusques au fleuue iusqu’a mille soumier, 
Et quant il sont venus faitte lez desquerquier, 

Es puis li auwe ens ou vai si faittez trebuchier; 

505 En moult petit de tamps y ara grant viuier, 

Les keux y aront yauwe pour faire le mengier, 

Et bien y polront boire pallefrois et destrier *. 
Quant l’empereur l’oit ensement desraignier 
Grant ioye en a menet, se le vot ottroiier, 

510 Et lui a dit: “ Amis, bien sauez conseillier; 

Ainsi sera il fait sans point de l’atargier 
Dont va li emperenr sa gent enbesongnier, 

Et fist tout ainsy faire qu’auez oit nonchier; 

Tant que le vai fut plain ne le volrent laissier. 

515 Cheulx de Iherusalem, qui pensent a ghaitier, 

Desoubz les murs le virent, soy prirent a merueillier, 
Et li frans empereur fist ainsy besongnier, 

Et puis si est monte sur J. courant destrier, 

Aveucq lui alerent iusque a cent cbeualier, 

520 S’i fu Titus son fils qui le corps ot leghier, 

Dangais le seneschal qui tant fait a prisier, 

Et fut cascun arme de bon habier doublier, 

Iusqu’a la raaistre porte ne volrent detriier; 

Sur les murs fu Pilette qui coer ot de lanier, 

525 Pierres et caillaux fait moult forment apointier, 

Et les aloit ghamir pour ruer et lanchier, 

Quant Dangais le vit bien l’ala regbaitier, 

A l’empereur le va moustrer et enseignier, 

Lors l’appelle ly rois et le va bault criier: 

530 * Pilette, rendes moy la chite sans targier 

Vaspasien huqua par merueilleux air 
Pilette son prouuost que moult pooit hair, 

Et lui a dit : * Prouuost, or me faittes oir, 
le vous ay trop laissiet si grant bonneur tenir; 

535 Iherusalem avez de moy a manburnir, 

Piecha ne m’en dagnastez amer ne chierir; 

Mais par le saint prophette qui me a fait gharir, 

Se ie vous puis tenir ie vous feray morir 


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APPENDICE C. 


353 


Quant Pilatte l’entent si gitta vng souspii'. 

540 Ensy comma parloyent Dangais ala venir, 

% 

Et vit son hoste Iacob qne moult pooit chierir, 

Mais o’ose a ly parler ne nulle rime tenir, 

Asses lui fait des signes que bien pooit choisir. 

Et ly roÌ8 a Pilatte si a dit sans mentir; 

545 “ Or me dis dont, vassal, comment te voels cheuir. 

Iherusalem as tu de par moy a tenir, 

Or m’y laisses entrer, fay les portez onurir, 

Et les Iuis feray essilier et bruyr 

Pourtant que au prophette firent la mort souftrir. 

550 Trop fustes outrageux de telle oeuure bastir; 

S’on le veusist a droit on denst venir 
Le certain iugement a Romme requerir; 

Mais par celui seigneur qu’en croix fistez morir, 

Se ie vous puis auoir ie vous feray fenir 
555 Quant Pilatte l’entent de paour va fremir. 

Pilatte en appella les Iuis sans demour: 

* Que forai ge, „ dist il, * de cest empereour? 

Bien scay que s’il me tient ie moray a dollour „, 

“ Sire, „ dist Barabam, “ n’ayes nulle paour, 

560 Soiies lies et ioyanB nous vous tenrons a seignour; 

Iamais l’empereur ne l’ara a nul iour; 

Iherusalem est forte, bon mnrs y a et tours. „ 

Quant Pilatte l’entent si a repris vighour, 

A terre s’abaissa si a pris vne flour, 

565 Son seigneur deffya a loy de traytour. 

Lors s’en part l’empereur quant aprocha le tour, 

Il iura le prophette qui fait li ot amour 
Que mais ne rentera a Romme le maiour 
Si ara prins Pilatte et mis a deshonnour 
570 Et la chite destimitte et mise en tenebrour. 

A tonte reposerent e mainent grant nigour, 

La nuit ont reposet desy iusques au jour 

C’on fist criier vng banc de par l’empereour 

Que trestous s’adoubaissent li grana et ly meno or, 

575 Et on le fist ainsy sans faire Ione seiour. 

Vers la chite s’en vont menant grande freour, 

Sonner y oissies mains corps et mains tambours, 

L’assault se commencha a force et a vighour, 

Ceulx dedens se deffendent qui sont en grand paour. 

■GaAF, Roma. SS 


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354 CAPITOLO XI. 

580 Et d’nne part et d’anitre y maynent grant labour. 
Layens auoit .1. sot demoret par mains iours, 

Trente ans y ot este, ne fiat anitre clamour 
Qne Va, Va, mais ce mot va il criant tonsionrs: 

En ce ionr fu ochis d’un quairiel d’une tonr; 

585 Quant les Iuis le virent s’en orent grant paonr: 

“ C’est une prophesie, , ce diient li plnisonrs; 

Che fols disoit Va, Va, or est mors a dollonr: 

Ceste chite yest destrnitte et mise a dollour n . 

Ensement fh le fol ochis et affines. 

590 Iacob a donchement les Iuis appelles: 

“ Seigneurs, , dist li preudons, “ enners moy entendes. 

Plus y a de trente ans accomplis et passez 

Qne chils son crioit, Va, Va ; oyt sonuent l’auez: 

La chite yert destruitte, adeuenir le verres, 

595 No chite est assise enuiron des tous les, 

Cha dedens ne venra pain, vin, chars ne bleds, 

S’y a peu de vitaille et de Iuis asses, 

Bien sommes qnarante [milj (7) qui nous aroit nombres. 
De femmes ne d’enfants n’en y a nuls contes. 

600 Crees conseil, biau sire, et si vous adnises 
Anchois que no barnage soit cheens affames 
Quant Pilatte l’entent si fu comme derues, 

A ses hommes escrye: “ Ce viellart me prendes: 

Par lui nous est chils maulx acrut et abosnes, 

605 Car par lui a estet tout ce fait atournes 
En ceste medechine que vous oy aues 
Dont roy Vaspasien est gharis et sanes *. 

Adoncques fu saisy Iacop li renommes, 

Se l’ont rais en prison et formant enkaisnes, 

610 A dieu de sainte gioire s’est souuent commandes. 
Lors fina li assaulx si se sont desseures, 

L’empereur repaira as loghes et as tres, 

La endroit se desarme et son riche barnes, 

Et Titus li sien fils s’est ossi dessarmes; 

615 On a cornet a li auwe, souper s’en sont alles; 

A ce soupper y ot grande solempnites, 

Et en Iherusalem sont Iuis arres. 


(7) Il test# del cod. L, II, 14 ha: Par .////. foie .C.M. les a on aesmes. 


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APPENDICE C. 


855 


Iacob est en prison qui moult s’est dementes; 

Se Ihesucrist n’en penso a mort sera liures. 

620 * Biau sire dieu „ dist il, * car me seconres, 

la fuy au fleu Iourdan baptisies et leues 
Pour augmenter vo loy ou ie me suy donnes 
Elisi disoit Iacob qui de coer fu tourbles, 

Du roy de sainte gioire fu moult bien escoutes, 
625 Son angle li tramist dont fu reconfortes, 

De prison le gitta, les huis a deffremes, 

Parmy la porte d’or l’en a l’angle menes. 

Quant il se vit as camps de li fu dieu loes, 
Trestout iusques as tentes ne s'i est arrestes, 

630 Du seneschal Dangais fu bien tost aduises, 

Moult grant Ceste li fist et molt l’a acolles, 

Et deuant l’empereur fu de ly presentes. 

* Sire ,, c’a dit Dangais, “ costui amer deues, 
Veronne me bailla dont vous fustes sanes 
635 Quant I’empereur l’oit vers ly s’en est alles, 
Doucement l’en appello, puis si l’a acolle. 

L’empereour de Romme, qui fu de grant renon, 
Honnoura bien Iacob car il y ot raison. 

Iacob crut hien en dieu, sane male ocquison, 

640 Entre lui et Iaffet furent deux compagnon. 

Adont conta Iacob comment fu en prison, 

Et comment fu deliures par le volloir Ibeson, 

Et puis dist: “ Empereur, entendes ma raison. 
Chy deuant poes estre assez et a foison, 

645 Assault ne vous y vault le monte d’un bouton. 
Mais petit ont vitaille et sont gens a foison, 

C’est ce qui les menra en grant confusion. 

Faittes faire fossez entour et enuiron 
Que n’en puissent yssir le anemis felon. 

SfcO Se le faittes ensi comme dit uous auon 
Affamer les verres en bien briefue saison 
“ Par foy „, dist l’empereur, * ensement le feron 
Dont s’alerent couchier tant que le iour vit on 
Que l’empereur fist tout aprester habandon 
655 Pour faire les fossez dont parlet vous auon; 

Plus de .XX. m ouvries fosser y veist on; 

A Iacob et Iaffet a fait commandison 


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356 


CAPITOLO XI. 


De deuiser l’ouurage comme il leur samble bon ; 
Paia fist armer sa gent entonr et enuiron 
660 Pour gharder les fosseurs que n’ayent se bien non; 
Et les ouuriers se painent par tei deuision 
Qu’en mains de .1111. iours les fossez fait il ont 
Quattreuins pies de let et .LX. de parfon. 

Les Iuis en perchurent des mura la fachon; 

665 Quy qui en fnist ioyans Pilette ot marison, 

Oussy eult Àrchilant le iosne roy felon, 

Mais Iosep les conforte et dist en sa raison: 

* Seignenrs, ne vous donbtez, par amour vous prion, 
. Se li fossez sont fais n’en ayez marison, 

670 A vne matinee tantos deffais seron, 

Et s’en yrons as tentes esmouuoir la tenchon; 

Se vne fois Roumains reculler nous poon 
Iamais iour de si pries ne nous approcheron 

Arcillant le Iuis qui le coer ot dollant, 

675 Et Pilatte qui fu vng cuyer soudoyant, 

Au matin se leuerent anchois Tabe esclairant, 

Et uestent les haubers, les healme uont lacant, 
Chascun monte un cheual, au coste le bon brant, 

Et pendent leurs escus, leurs lances vont portant ; 
680 Bien furent trente mille, par le mien ensiant; 

Tous iusques as fossez ne se vont arrestant; 
Roumains sont a leurs trefs qui les uont regardant, 
Adoncques keurent as armes si se vont adoubant, 
Ly empereur s’arma et Titus son enfant, 

685 Dangais et Iacob et Iaffet enssieuwant. 

Des grans fosses remplir Iuis se vont hastant, 

As pelles et as hoes bien les vont remplissant, 

Puis montent es cbevaulx et vont oultre passant, 
Mieulx leur venist assez que fuissent retournant, 

690 Car les Roumains en viennent qui les vont encontrant. 
La peuist on veoir vng estour fort et grant, 

Tant bons escus trauwer et tant bons iaserant, 

Li vns more dessus l’autre a la terre gisant, 

Et derompre ces lances sur ces escus luisant: 

695 Tel cliquetich i font et tei noise vons menant 

Que d’une lieuwe on l’oist qui y fnist escoutant. 

Ly noble empereur vint a l’estour courant, 

D’une espee qu’il tint va Iuis decoppant. 


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APPENDICE C. 


857 


Deuant ses cops De dure armare tant ne quant; 

700 Mais quant Pilatte vit qu’il n’y aroit gharant, 

Vers la chite s’en fuit, aueuc lui Archillant. 

Quant l’empereur le vit sa gent va escriant: 

* Or tosts, seigneurs, apries, car ie le vous commant; 
Pilatte voy fair, allez apries courant, 

705 Iamais n’iert mes amis qui ne l’ira sieuwant „. 

Dont vont Rouraains apries moult radement courant, 
A celle cache y eult vng estour moult pesant, 
L’empereur de Romme y va grant cop donnant, 
Mais riens ne leur valli, leur paine vont perdant, * 
710 Car Pilatte escappa et se mist a gharant, 

Par dedens la grant porte se boutte tout errant, 

Et Archilant oussy, dont moult furent dollant, 

Mais Joseph fu naure, pries ne l’ala’n tuant; 

C’euist este damaige, car bien estoit creant 
715 Au tresdouls Ihesuchrist qui se fu baptisant. 

Ly Iuis sont retrais dedens la chite grant, 

Puis fremerent la porte et le pont vont haucant, 
Mais bien furent .XII. m sur les camps demorant 
Qui iamais ne verront ne femme ne enfant. 

720 Vers le tempie s’en vont, Pilatte ot coer dollant, 

Et l’empereur s’en va es tentes repairant 
Qui moult auoit le coer bauli, liet et ioyant 
De ce que li Iuis estoiient ensi roecrant. 

Seigneurs or escoutes canchon de verite, 

725 Ains plus vraye n’oistes en iour de vos ae. 

Ly empereur se fu par .1. matin leue, 

Les fosses fist reffaire qui estoient estouppe, 

Layens ne peult venir pain, vin, char ne bled, 

La furent poure gens moult. forment esgharez, 

730 Pilatte fu moult dollant et s’ot le coer yre, 

Car vitaille failly qui n’en auoit piente; 

Laiiens ot tei basquie et telle pourete 
Oultre mer veusist estre qui plus auoit barne: 
Layens furent forains li premiere affarne 
735 Qui estoiient venus par dedens la chite 

Pour la feste Archilant c’on auoit couronne, 

Car il n’eurent nul viure a leur volloir trouue: 

Ceulx qui orent vitaille si l’ont tresbien garde; 

« 

Des chars de leurs chevaulx ont il mengiet asse. 




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358 


CAPITOLO XI. 


740 II n’a homme en ce monde tant enst coer adure, 

S’il encontraist ces femmes qu’il n’en euist pite, 

Qui veist ces enfans comment il ont ploure, 

Et comment il auoient a mengier domande, 

C’estoit grande pite de voir la cruaulte. 

745 Si grant famine fu par dedens la chite 
Que vne senile castaigne euist on acette 
Volentieri vng besant de.fin or esmere. 

La furent poure gent forment desbarete, 

Qui vont par ceste rue morant en grant viete, 

750 La maudissent Pilatte souuent et a piente 
Quant oncques deffya l’empereur redoubte. 

Dedens Iherusalem ot vng doel moult plenier, 
Pa[r] touttes les maisons n’auoient que mengier, 

Du fosset se complaindent et deuant et derier, 

Qui la menue gent fist forment esmayer, 

Car volentiers s’en fuissent se peuissent widier. 

L'un a l’autre se combat pour la char crue mengier, 
Pour cheuaulx et pour bestes pries sont de l’esragier, 
Le fort le tault au foible, la fu grant l’encombrìer 
Des dammes qui n’auoiient que boire ne mengier, 
Les herbes vont adont querant par le vregier, 

Qui trouuer puelt l’ortye il le prent sans dangier. 
La vieille gent y fu affamee premier, 

Quant vitaille ont apris il n’en ont recouurier, 

Sy se laissent cheoir cornine pourchiaulx en fumier, 
La endroit les conuient de famine baillier, 

La les vist on morir de fain et deuyer, 

Et ceulx qui sont en vie les gittent es camier. 

Les portes furent cuiries, les cuirs en vont mengier 
Et par petittes pieces cuire et despecbier; 

Ly enfanchon des biers seuffrent grant dangier, 

De fain et de mesaise commencent a schier, 

Les meres ne les seuent de quoy rappaisier, 

Il tirent et saquent, ne treuuent que suchier 
Fors que des tettes font sans plus le sane widier; 
Pasmer y veissies maintes iosnes moullier, 

Et par terre morir a doel et encombrier. 

Pilatte le prouuost a fait vng banc criier 
Ne remaine cheual, pallefroy, ne destrier 


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APPENDICE C. 


359 


780 Que tantost od ne fache tuer et eschorchier 
Et par meuues pieches les faire despechier. 

Et en mengeront ceulx qui en aront mestier, 

Et on fiat son command c’on ne volt detriier. 
Layens ot vne damme qui moult fist a prisier, 

785 Roynne fu d’Aufricque, grant terre ot a baillier; 
Quant more fu son mary qui le viair ot fier 
Pour l’amour damme dieu volt sa terre laissier, 

En Iherusalem vint le sepulcre baisier, 

Tous les iours y alloit son offrande baillier. 

790 La damme ot nom Marie dont vous m’oez nonchier, 
Sy auoit vne fille qu’elle ama et tint chier, 

Mais il convint par lui la parolle adrechier 
Que dieux dist ains que se laissast crucefier. 

Cele damme d’Aufricque, dont ie vous senefye, 
795 Ot en Iherusalem prinse sa herbe[r]g[e]rie 

En l’ostel d’une damme qui moult estoit s’araie; 
Clarisse fu nommee et fu de grant lignie, 

Assez auoit vitaille et bien en fut gamie, 

Mais Iuis li tollirent la putte gent baye, 

800 Ne l’en volrent laissier denree ne demye; 

Dont la roynne fu durement mal baillie, 

L’enfant n’ot que donner soir ne matinye; 

Moult l’en pesoit au coer car souef l’a nourie, 

De fain le vit morir a vne abe esclairie. 

805 Quant la damme le voit forment pleur et larmie, 
Quattre fois a la terre s’est pasmee (8) flastrie, 

“ Aye, my dieu „, dist elle, * que je suy ahontie! 
Pour vostre loy tenir ay ma terre laissie: 

Or voi ge mon enfant mort a doel et a hasquie. 

810 Pensons de l’enfouuir, Clarisse, douce amie 

* Douce damme „, dist elle, “ ce ne ferons nous mie; 
Mieulx vault que le mengons que nous perdoDS la vie ; 
Se ie n’ay a raengier, par la vierge Marie, 
le mengeray mes mains pour le fain qui m’aisgrie, 
815 Ne me puis soustenir tant sui ge mesaisie, 

De cestui viuerions se la char fuist rostye, 


(8) Il cod. : paltnee. 


» 


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360 CAPITOLO XI. 

Tant que le mien ara ossy perdu la vye, 

Et puis le mengerons, ie le vous certefye 

* Clarisse „, dist la damme, “ de ce ne parlez mye, 
820 Car anchois mengeroy de caroigne rostie 

Que mengier mon enfant pour fain qui me maistrye, 
Qu’en mes costes portay; bien seroy esragie # . 

* Si ferez „, dist Clarisse, * doucbe soer et amye. 
le me desesperay se de vous n’ay aye, 

825 Mieulx vault que le mengons que nous perdona la vye 

* .Par ma foy non feray „, ce respondi Marye; 

* I’ay trop plus chier morir et a perdre la vye *. 
Atant es vous vng angle qui luist et reflanbie, 

Qui deuant elle descent en leur hostelerie, 

830 Pries de Marie vint a douce vois serie, 

Qui lui dist en l’oreille: * Dieu si te mande, amie, 
Que de l’enfant mengier ne t’esbahy mie, 

Pardonne te sera du digne fruit de vie; 

Dieu voelt que par toy soit la parolle auerie 

835 Quant la damme oit l’aingle qui tels mos a contes 

Moult tenrement ploura, le sane li est mues, 

Dont fot l’enffant saisis et auant aportes, 

L’un des bras en ont pris et trestout decoppez, 

Sur le charbon fu mis rostir et puis toumes, 

840 Et la damme plouroit, piteulx mos a gittes, 

Et dist: “ Enffes beaulx, de moy fust en portes; 
Quant ie vous raengeray ce sera grant grietes, 

Mais puis qu’il plaist a dieu faire conuient son gres 
Adont chey li corps de la damme pasmes, 

845 Et de Clarisse fu forraent le feu bastes, 

Et quant la char fu cuitte et bien rostie asses 
A la damme en presente dont li coer est tourbles: 
Troix morsiaux en menga, puis key l’autre les, 
Quinze fois se pasma, puis key l’autre les, 

850 Et dist: “ Lasse raesehante, de quelle heure fu nes 
Le corps de moy qui tant sy est maleures ! 

Iusques en fin du monde est chils fais reprouues 
Quant i’ay mengiet l’enfant qu’en mes flans ay portes. 
He mors, qu’atendes vous que tosts ne m’estrangles ? „ 
855 Enssi disoit la damme qui grans cris a gittes; 

Et le flair de la char est par les rnes alles; 


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APPENDICE C. 


861 


Pilatte yert au tempie ainsi que foursenes, 

Dont appella sa gent et leur dist : “ Cha venes ; 
Tosts et ysnellement la quizine me queres 
860 Dont chi endroit le fìair si m’est venu au nes, 
Faittes comment que soit que chi m’en aportes; 

Se donner on n’en voelt trestoutte leur tolles 
Et ceulx ont respondu: “ Si comme vous commandos 
Ly sergans s’en tournerent qui de fain sont lasses, 
865 Par le fìair de la char sont tantos assenes, 

Il busquent a l’ostel, si leur fu deffremes, 

“ Damme, „ ch’a dit li vns, “ enuers nous entendes. 
Pilatte le preuost, nostre droit aduoes, 

Voelt que de vo cuisine li ayes presentes 
870 * Par ma foy, „ dist Clarisse, “ il en ara asses: 

Nous mengons nos enfans, venez, si en prenes 
Le remanant aporte dont li brach fu hostes : 

Quant ly sergans ce virent tous furent effrees, 

De hide et de paour sont en fuyant tournes. 

♦ 

■ 

Ariere retournes si s’en sont li sergant, 

Au tempie Salemon s’en sont venu courant, 

Quant Pilatte les vit s’a dit: “ Venez auaDt; 

Aye de la vitaille que ie desiroy tant? „ 

“ Nenil. „ ch’a dit li vngs: „ au diable le commant. 
Il n’a femme ne homme en ce siede viuant 
Qui veist oncques mais tei dolleur apparant, 

Car de fain y menga la mere son enfant; 

Elle m’en volt donner mais ie fus acourant 
Quant Pilatte l’entent grant doel va demenant, 

Bien voit seront destruits et n’y aront gharant, 
Iusques a lendemain va le chose delaissant 
Qu’il alla deuant lui le grant conseil mandant, 

Et leurs a dit: “ Seigneurs, allez moy conseillant; 
Oncques mais en ma vie n’euch de destourbier tant, 
Car plus ne trouuerons de vitaille noyant, 

Et se veons no gens .qui de fain vont morant. 

§ 

Rendons nous la dehors a l’empereur vaillant, 

I’ayme mieulx que li voye celle chite rendant 
C’on me voist par famine sur .1. fumier getant 
Quant Iuis l’entendirent leur poins vont detordant, 
Et dames et pucelles vont grant dolleur menant, 


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362 


CAPITOLO XI. 


As portes vont les hommes leur palmes detordant, 
Et mandent l’empereor qu’a eulx il soit parlant, 

Et il y est venus raontez sur l’afferant. 

900 Quant li Iuis le virent si leur vont escriant: 

" Sire, drois empereres, entendes no samblant; 
Laissies nous ent yssir par ytel couuenant 
Que ne reuenrons mais en iour de no viuant „. 

Et dist l’empereour: “ N’en ales plus parlant, 

905 Car par chelui phropbette que fustes crucefiant 

Ains feray de vos corps du tout a mon command 
Et quant Archilant va la (9) parolle escoutant, 

C’est que a l’empereur n’iront merchi trouuant, 
Adont s’est desarmes tost et incointinant, 

910 Et puis si a parlet haultement en oyant, 

Et dist a Tempereur: “ Alez moy escoutant. 

Herode fu mon pere, ce sceuent li auquant, 
le portay la couronne quant il fu definant. 

Mal dehait aye iou se tout fin maintenant 
915 Ens ou despit de vous ne me voy ochiant; 

De ma mort ne seront ia Sarazin vantant „. 

Puis a saquiet Uespee qui clere yert et luisant, 

. Par desoubz la mamelle se fiert .1. cop si grant 
Que on peuist veoir la pointe oultre passant; 

920 Es fosses quey mort dont Roumains sont dollant; 

Et le Iuis retournent courouchies et dollant. 

Mais Pilette s’escrye a l’empereur puissant: 

“ Sire, a moult grant tort m’alez vos destruisant; 
Mais prendez nostre auoir si nous laissies a tant ,. 
925 * Pilette, , dist l’empereur, * ie vous ay en couuant, 

Quant de chi partires vous n’y ares gharant. 

A malie heure feiste le prophette dollant 
Qui mon corps a gbary, si le seray vengant 

A ces mos dont ie dis ont laissiet le plaidier. 

930 L’empereur retouma a ses tentes arier, 

Et Pilatte au tempie si s’en va repairier, 

Et puis fist les Iuis mander pour conseillier, 

Et leurs a dit: “ Seigneurs, or oyes mon plaidier. 


(9) Il cod. : les. 


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APPENDICE C. 


363 


Noas aaons chi dedens et argent et or mier, 

935 Grant honte ce sera se Sarazins lanier, 

Qui de cha sont venus pour nous a essilier (10), 
Mais ie scay tei enghien, sei Yolies ottriier, 

Que ia n’en aueront qui vaille .1. seul denier. 

Et vous aues oy l’empereur prononchier 
940 Qu’il nous fera tout vendre, c’est tout son desirier. 
Ceulx qui seront vendus, c’est a prouuer legier, 
Polront bien escapper, espoir, de ce dangier, 

Sans recepuoir la mort ne leurs corps erapirier; 

Sy vous loe trestous vostre auoir a mengier, 

945 Car encore en polrons bien auoir grant mestier 
Ceulx qui escapperont de ce perii enthier. 

S’ensy le voles faire bien vous say conseillier 
Comment le mengeres tout a vo desirier. 

A bon cbisiaulx le faitte rompre et detaillier, 

950 Et pesteller menut cascun en vng mortier, 

Ensy le polres bien user et essillier, 

Et qui trop en ara s’en donne sa moullier, 

Son frere, son cousin, et ceulx qu’il ara chier ,. 
Quant Iuis l'entendirent commenchent a criier: 

955 * Moult bien a dit Pilatte, ce fait a ottriier *. 

Ly Iuis s’en toumerent, n’y volrent atargier. 

Qui veist ces auoirs hors des coffrez saquier, 
Hanapz et escuelles, argent et or mier, 

En ces mortiers de beuure estainper et froissier, 
960 Cascun a son pooir se penoit d’enforchier, 

Oncques ne s’aresterent bien trois iours enthiers, 
Ne les nuis ensement iusques a l’esclairier, 

Et Pilatte ensement, qui dieu doint encombrier, 

A fait tout son auoir donner et exsillier. 

965 II cuiderent bien faire a leur auoir mengier, 

Mais pour ce en morurent bien .XL. millier 
Qui fuissent escappez sains sauf et haities, 

Se ce ne fuist leur ors que il volrent mengier. 

Lendemain au raatin, si qu’a prime sonnant, 

970 Se sont tous assamblez li vies hommeS sachant, 

Et Pilatte meysme y est venu plourant. 


(10) Qui il copista saltò probabilmente un verso. 


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364 


CAPITOLO XI. 


“ Seigneurs, „ ch’a dit Pilatte, * entendez mon samblant. 
le vous ay iusque a chi este vostre gharant, 

Mais ores vous gherpis puis ce iour en aduant, 

975 Ne vous puis mais aidier ne valloir tant ne quant, 
Se riens vous ay meffait le pardon vous demand 
Quant Iuis l’entendent forment vont soupirant, 

Vers la porte se tournent, Pilatte va deuant, 

Tout iusques au fosset ne se vont arestant, 

980 Titus venoit sus son destrier courant, 

Enuiron le fosset s’aloit esbanoyant, 

S’avoit aueuc lui raains cheualiers puissant. 

Quant virent les Iuis moult se vont merueillant; 
Pilatte les perchut, si les va assignant, 

985 Et Titus vint a luy as esperons brochant; 

Tantos l’ala Pilatte par le sien nom nommant, 

Bien le congneult as armes et a l’escnt lnisant. 

* Sire, „ c’a dit Pilatte, * entendez mon samblant. 

A vous et a vo pere nons alons tous rendant, 

990 Chite, corps et auoir, faittes ent vo command. 

Ayes pite de nous, pour dieu le vous demand. 

Bien scay que par follour ay este mesprenant, 

Mais se me volles rendre la cbite souffisant 
Cent ostoirs vous douray et cent pail d’oriant, 

995 Et cent meutes de chiens qui bien seront cachant, 
Aueuc cent hotois et deux mille auferant, 

Et .X. soumiers d’argent et de fin or otant 
Quant Titus l’entendy si en va souriant, 

Par vng message alla le sien pere mandant, 

1000 Et quant li empereur en seult le couuenant 
Il iura le prophette qui fait li eult gharant 
Que iamais vers Pilatte ne s’iroit acordant-. 
Erraument s’adouba, puis monte en l’aferant, 

Vng graisle 6st ruuer, de l’ost s’en va partant. 

1005 Et li Roumains le sieuwent cheualiers et sergant, 
Tout iusques as fosses ne se vont arrestant, 

Sy tost qu’il vit Pilatte se lui dist en oyant: 

* Pilatte, mon prouuost, moult ay ie courouch grant 
Que vous auee este encontre moy tenant 

1010 Cette belle chite; or le m’alez rendant „. 

* Sire, „ ch’a dit Pilatte, “ i’ay este ygnorant: 

A vous nous nous alons corps et avoir rendant. 

A vo plaisir en faittes desormais en aduant „. 


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APPENDICE C. 


365 


L’empereour de Romme qui tant fist a doubter 
1015 Fist les fosses remplir et la terre raser, 

Tant que on y pooit et venir et aller, 

Diix mille cheualiers a fait oultre passer 
Qui fìrent les Iuis hors de la ville aller, 

Puis allerent vistement les portes reffremer, 

1020 Sy que nuls ne peuist ariere retourner. 

Titus a pris Pilatte, le commande a gbarder, 

Et Iacob prist Iosepb, car moult le volt amer, 

Bien crut en damme dieu qui se laissa pener, 
Volentiers se fera baptisier et leuer. 

1025 Puis dist Vaspasien tout haultement et cler: 

“ Seigneurs, ie ne voel pas mon sereraent fausser: 
Or viengne auant qui voelt des Iuis achetter, 

Et trente l’en feray pour .1. denier donner „. 

Vng Roumain sault auant qui oit ce parler, 

1030 Vng denier il bailla, .XXX. en a fait seurer, 

D’une part les mena, dont commence a iurer 
La mort du saint prophette leur fera comparer. 

‘A ycelle parolle ne volt plus arrester, 

Le destrier espouronne quan qu’il peult randonner, 
1035 Et fiert vng des Iuis deuant a l’encontrer, 

Trestout parray le corps a fait le fier passer, 

Au saquier hors sa lanche en wida li or cler. 
Quant li Roumain le vit si n’en seult que penser; 
Vng aultre en va ferir de son brancq qui fu cler, 
1040 Et le tiers et le quart va tous ius crauenter, 

A cascun veoit on l’or des pances couiler. 

A vng des Iuis va vistement demander 
Quelle cho6e puelt estro qu’il voit luiie si cler: 

“ Se le voir tu m’en dis ie te volray sauuer *. 
1045 “ Sire „, dist li Iuis, " ne le vous quier celler: 

Pilatte nous rouua nostre auoir a vzer, 

Tout ce que en auiesmes la dedens a gharder; 
la mar y enteres pour avoir eonquester, 

D’or ne d’argent n’y a vaillant .1. bouqueler „. 
1050 La furent li Roumains qui le volrent escoutter: 
Quant il orent oy tei raison deuiser 
A l’empereur viennent, puis prendent a crier: 

* Sire, i’en voel denree pour vo dit auerer „. 

Et il leur respondi: * le le voel agreer. 

1055 Qui vng denier donra .XXX. en polra mener 


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366 CAPITOLO XI. 

En plus de mille part les veist on capler, 

Et le roy leur faisoit les Iuis deliurer: 

N’en veult que troix denrees detenir ne gharder, 
Trestous ionnes Iuis femraes et bacellers; 

1060 Vous orez qu’il en fist, mais ains volray conter 

Comment fist la chite essillier at gaster. 

• 

Seigneurs, ceste canchon doit bien estre oye. 

Ly nouueaux Titus a le chiere hardye 
Entra en la chite o sa cbeualerie, 

1065 Assez y ont trouuet riquesse et manandye, 
Pourpres et singlatons et draps de Damarie; 

Mais or fin ne argent n’en trouuerent mie. 

Ly rois fist tout tourser par sa bonne maisnye, 

Et fist les murs abattre et raaintes tours antie, 
1070 N’y remest que le tempie, c’est bien cho&e auerie, 
Et (11) la tour de David qui fu d’ancisserie. 

Et quant fu la chite ensement essillie 
Il s’en est repairies a ses tentes iolye, 

Venus est a son pere et doucement li prye 
1075 De repairier ariere et le roy lui ottrye. 

Adont a commando que l’ost soit deslogie; 

Quant li payens l’oirent s’en mainent chiere lie. 
Le roy fist apointier en la mer ressongnie 
Troix nef et en cascune fist mettre sans detrye 
1080 Vne denree sans plus de la iuyserye; 

Oncques denree n’y eult de vitaille baillie, 
Ensement les esquippent en la mer qui ondie; 

Aut tier iour ariuerent oes en quel partie, 

Ly vne en Antioche (12) come l’istoire crie, 

1085 Et l’autre en Engleterre ala ne doubtez mie, 

Et en Flandres la tierch a qui le fain curie. 

Or en lairons ester, si dirons ceste fie 
De l’empereur de Romme qui o sa baronnie 
Qui en la mer s’esquippe o sa cbeualerie: 

1090 En .Vili, iour ariuerent a Ba[r]lette l’antie; 


(11) 11 cod. : A. 

(12) Altri testi hanno : en tiesee terre, cioè in Germania. D'entiesce il 
pista avrà fatto antioche. 


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APPENDICE C. 


367 


Lors yssirent des nef leur voye ont quellie, 

Et s’en vont deuers Romme a belle ceuauchie, 
Aueuc enlx en menerent par moult fiere maistrie 
Pilatte le proauost qui la cbiere ot marie. 

1095 A l’entrer dedens Romme fu la ioye essauchie, 
Cascun a son pooir l’enpereres fiestie. 

A Romme droit si est l’empereur repairies, 

Saint Climent vint encontre qui ne s’est atargies, 

Et dist: * Drois empereur ie vous priie et requieis, 
1100 Vous estes reuenus sains sauf et haities, 

Et Titus vostre tìls, dieux en soit graties, 

Or me tenes couuent que soiies baptisies 
Respont l’erapereour: * I’en suy appareillies. 

Alez isnellement, les fons saintefiies 
1105 Et saint Climent ne s’est de riens atargies, 

Les cuues fist emplir, puis l’a saintefiies, 

Et eus ou non de dieu le pere droituriers, 

Puis a fait l’empereur trestou nuds despoulliers, 
Tout et incontinent fu premier baptisies, 

1110 Et Titus apries ly qui en fu forment lies, 

Dangais et Iacob et Iaffet le prisies. 

Quant ceulx de Romme virent leur seigneurs baptisies 
En plus de mille lieux fu saint Climent huquies: 

* Sire, baptisies nous et si nous enseignies 
1115 Quant saint Climent l’entent si en fu forment lies: 

En .Vili, ionrs ne fina saint Climent le prisies ; 
Cuues a fait emplir, se les fait dediier 
Et benir et sacre r, et puis leur a pries 
Qu’il entraissent dedens; ceulx y vons volentiers; 
Ensy se sont Roumains tous a dieux ottries. 

Et li trans empereur ne s’i est atargies, 

Ses barons appella, donne leur a congies 
Qn’il iugassent Pilatte qui tant est renoiies. 

Dont s’asamblent si hommes et se sont conseillies, 
Et puis fu li consaulx a l’empereur nonchies 
Que Pilatte si soit en Vianne enuoyes, 

Car la coustume estoit en ce temps, ce sachies, 

Que nuls homs ne moroit, mais il estoit iugies, 

En la fosse en Vianne estoit mis et muchies; 

Ensi le tenoit on a Romme et ens es fies, 

Et l’empereur s’i est volentiers ottriies. 


1120 


1125 


1130 


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368 CAPITOLO XI. 

Par trenta cheualiers y fu tost enuoye.s. 

De karkans et de fiere fu il tresbien lyes ; 

La ne veoit clarte, de nului n’est aidies; 

1135 En ycelle maniere, ce tesmoigne li bries, 

Vesqni plus de .1111. ans et puis fu deuiie3, 

Et traine par la ville et as caraps conuoyes. 

Quant la gent Pont veu cascun est escriies: 

• Vela le fau Pilatte qui tant fu renoiies, 

1140 Par qui Ibesu no pere fu en croix traueillies 

Ainsy fu par la ville Pilatte trayenes, 

Dedens vne gisquiere la fu il enteres; 

Il y gut bien .VII. ans acomplis et passes, 

Mais en ce pays aduint si grande cruaultes, 

1145 Car ou pays ne crut auaine, vins ne bleds 
L’espasse de .VII. ans qu’il y fu enterres, 

Dont le pays en fu tellement affames 
Oncques n’y eult si riche qui n’en fuist effrees; 

A Peuesque s’en est trestout le peuple alles: 

1150 * Sire ,, font il, “ pourdieu, quel conseil nous doures, 

Par quoy chils pays puist estre reconfortes? 

Si grant famine y a que c’est grande pites ,. 

* Seigneurs c’a dit Peuesque, * vng petit m’escoutez. 
A ioeudy du matin trestous chi reuenres, 

1155 La fieste saint Marcq sera et sa solempnites, 
Pourcession ferons ,. Ceulx se seront acordes. 

A ce iour si se sont tous vers lui retournes; 

Mais a Peuesque fut vng briefuet aportes 
Par vng angle du chiel et li fu presentes 
1160 Que c’estoit pour Pilatte qui la fu enterres; 

Dont commanda Peuesque que de terre soit ostes, 

Et ceulx y sont courut de bonne vollentes, 

A pilles et a howes si fu tantost trouues 
Par desoubs une pierre, de la Pont desterres, 

1165 Et tout oussy enthier que quant y fu boutes. 

Quant Pilatte trouuerent moult se vont merueillant : 
L’euesque commanda c’on aportast erant 
Vng tonniel bon et fort pour mettre le tirant, 

Et que bors du pays on le voist troudelant. 

1170 Tantos et sans demeure il on fait son ymant 


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APPENDICE C. 


369 


Dedens le tonniel mirent le cuyers soudoiant, 

Gitte l’ont en la mer, au diauble le comraant. 
L’euesque retourna moult haultement chantant, 

Et le peuple apries lui les orisons disant, 

1175 Au moustier sont venus li petis et li grant, 

Et gratierent dieu le pere royamant. 

Apries vint ou pays vne piente si grant, 

Ly fonrmens et li vins furent si habondant 
Que tout par tout s’ala le pays repeuplant. 

1180 Et Pilatte s’en va parmi la mer flotant, 

A vng mont s’est hurte c’on apelle Baucant, 

La roche s’est esprise quant senti le tirant, 

Et encores art elle si que l’en va disant. 

Mais ie yous en lairay, se m’en seray taisant. 

1185 Ly ame Pilatte est en enfer le puant; 

Dieux nous en gbarde tous par son digne commant, 
Lequel si vit et rogne ou trosne triumphant; 

Estre y puissons nous tous en la parfin manant, 
Ceulx qui sont trespasses et ceulx qui sont viuant. 

In secula seculorum. Dittes amen. 


Our, Roma. 


Ai 


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CAPITOLO XII. 


Trajano. 


Dante trova Tramano fra Vanirne beate che nel cielo di Giove 
ricevono premio e sono glorificate per avere amata ed ammini¬ 
strata la giustizia del mondo (1). Un imperatore non battezzato, 
fatto partecipe della felicità degli eletti, non è certo la meno strana 
fra le immaginazioni e le favole di cui siamo venuti discorrendo 
sin qui, o discorreremo in seguito. La storia autentica nulla ri¬ 
corda che faccia parer degno di tanta grazia Trajano; anzi narra 
di fatti che avrebbero dovuto renderne odiosa alla Chiesa la me¬ 
moria in perpetuo; giacché egli fu persecutore dei cristiani, e in 
molte cronache del medio evo si fa espresso ricordo di ciò, e, con 
certa alterazione di verità, si dice che dalle persecuzioni desistette 
più tardi per consiglio e per intercessione di Plinio il Giovane (2). 


(1) Farad., c. XX, vv. 44-48. 

(2) Plinio il Giovane, mandato a reggere la provincia di Bitinia, scrisse 
una lettera a Trajano per chiedere quali modi egli dovesse tenere nel pro¬ 
cedere contro ai cristiani. Nel Passio di sant’Ignazio Trajano fa un’assai 
trista figura (V. la Legenda aurea del Voragine, c. 36: lo stesso nel rac¬ 
conto di un codice coptico che si conserva nel Museo egizio di Torino). 
Sant’Agostino non lascia di ricordare, fra le dieci persecuzioni che sino al 
tempo suo avevano afflitto la Chiesa, anche quella di Trajano, che era 

* stata la terza (De Civ. Dei, 1. XVIII, c. 52). Nicefobo racconta nella Historia 
ecclesiastica, 1. HI, c. 23, la storia seguente. Espugnata Antiochia, Trajano 
fece mettere a morto, insieme con altri cristiani, cinque vergini, e ordinò 
che delle ceneri di queste, miste con bronzo, si facessero vasi da servire 
nelle pubbliche terme da lui costruite. Avvenne che chiunque andava per 
lavarvisi era soprappreso da repentino malore. Conosciuta la causa di ciò, 


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TBAJANO 


371 


Si sa inoltre ch’egli fu dedito al vino un po’ più dell’onesto, e non 
rifuggi da certi amori, in quel tempo non meno latini che greci. 

Di ciò Dione Cassio non sembra fargli gran carico (3) ; ma Gregorio 
Magno, se l’avesse saputo, l’avrebbe senz’alcun dubbio lasciato 
stare all’inferno, donde, secondochè la leggenda racconta, con per¬ 
severantissime preci gli venne fatto di trarlo. Più delle sue colpe 
si ricordavano le sue virtù, e in particolar modo il grande amore 
della giustizia (4). Alessandro Neckam esprimeva un comune giu¬ 
dizio dei tempi suoi quando diceva a tale proposito: 

Trajanum superis aequat clementia somma (5). 

4 

La leggenda comincia a lavorare intorno a Trajano già sino dal 
terzo secolo. Molti atti di bontà gli sono attribuiti de’ quali egli 
non ebbe merito, e di cui altri limane spogliato in suo beneficio. 

Chi più vi scapita è Adriano (6). Cosi la fantasia, coadiuvando la 
storia nel perpetuare ed accrescere la buona riputazione di Tremano, 
preparava la via alla leggenda celebre della redenzione di lui dal¬ 
l’inferno (7). Il documento più antico in cui questa leggenda si / 
trovi riportata è la vita che del santo papa Gregorio scrisse Paolo 
Diacono, come sembra, in Roma stessa, corrente l’anno 787. Ecco 
in breve la sostanza di tale racconto. Trajano partiva per una spe¬ 
dizione guen’esca, seguito da numeroso esercito, quando una vecchia 


Trajano ordinò si provvedessero alle terme altri vasi, e di quelli, rifusi, 
fece fare cinque statue che rappresentavano le cinque vergini, e furono 
erette davanti alle terme. 

(8) Hiat. rom., LXVI1I, 7. 

(4) Un esempio di tale amore riporta lo stesso Nickforo, l. c. 

(5) De laudibua divinae sapientiae, dist. V, v. 231. 

(6) Cf. C. me la Bkhok, E$8ai sur le tigne de Trajan, fase. XXXII, della 
Bibliothlque de VÉcole de8 hautes études, 1877, p. 292. 

(7) V. intorno a tale leggenda G. Paris, La légende de Trajan nel fasci¬ 

colo XXXV della Bibliothlque de VÉcole dea hautea études , 1878, pp. 261-298. 
Di questo lavoro eccellente deH’illustre erudito mi sono molto giovato nel 

presente oapitolo, sebbene me ne scopti in alcune conclusioni. V. inoltre 

Massmanh, Kaiserchronik, voi. Ili, pp. 753-64 e D’Ancona, Le fonti del Novel¬ 
lino in Studi di critica e storia letteraria , Bologna, 1880, pp. 330-1. 


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372 


CAPITOLO XII. 


vedova, cui era stato ucciso ingiustamente il figliuolo, gli si fece 
incontro domandando giustizia. Trajano prometteva di esaudirla 
quando' fosse tornato ; ma, ripreso da lei di tal negligenza, si fermò, 
e non volle più oltre procedere finche non le ebbe fatta ragione. 
Passando un giorno San Gregorio per il Foro Trajano, vide le te¬ 
stimonianze e udi narrare la storia di quella giustizia, onde co¬ 
minciò a lacrimare per la pietà e a pregare Iddio che volesse 
usare la sua misericordia verso quell’ottimo principe. Cosi giunse 
al sepolcro di San Pietro, dove continuando a pregare si assopì, 
e nel sonno ebbe per rivelazione che la sua preghiera era stata 
esaudita; ma perchè si guardasse da indi in poi di pregare per 
chi era morto senza battesimo, ebbe a soffrire il castigo della sua 
tracotanza (8). 


(8) Vita S. Gregorii Magni, 22, ap. Mabillon, Acta sanctorum ordinis 
S. Benedirti, saec. I, pp. 387-8. Precede il racconto di altri miracoli ope¬ 
rati dal santo pontefice. Ecco il testo: * Idem vero perfectissimas et ao- 
oeptabilis Deo Sacerdos, cum quadam die per forum Trajani, quod opere 
mirìfico constat esse extructum, procederet, et insignia mieericordiae ejus 
conspiceret, interque memorabile illud comperiret, videlicet quod cum idem 
orbis prìnceps in expeditionem circumvallatus militum cunei» pergeret, 
ibidem obviam habuerit vetustissimam viduam senio simulque dolore ac 
paupertate confectam, cujus lacrymis atque vocibus sic compellatur : 

* Prìnceps piissime Trajane; ecce hic sunt homines qui modo mihi unioum 
filium, senectutis videlicet meae baculum et omne solatium, ocoiderunt, 
meque una cum eo nolente» occidere, dedignantur etiam mihi prò eo ra- 
tionem aliquam reddere ,. Cui ille festinato, ut res exigebat, pertransiens : 

* Cum rediero, inquit, dicito mihi, et faciam tibi omnem justitiam .. Tum 
illa * Domine, inquit, etsi tu non redierìs ego qui faciam? , Ad quam 
vocem 8ubstit.it, et reos coram se adduci fecit. Neque cum suggeretur a 
cunctis accelerare negotium, gressum a loco movit, quousque et viduae a 
fisco quod jurìdicis sanctionibus decretum est, persolvi prò re fecit, de- 
mumque supplicationum precibus et fletibus super factis saia poenitentes 
viscerali clementia flexus, non tam potestate quam precatu et lenitate 
vinctos Praetorialibus catenis absolvit. Hujus rei gratia compunctus vene¬ 
rabili Pontifex, coepit lacrymosis gemitibus secum inter verba precantia 
haec siquidem Prophetica et Evangelica revolvero oracula: * Tu Domine 
etilisti : Judicate pupillo, defindite viduam et venite et arguite me. Et alibi : 
Dimittite et dhnittetur vobie. Ne immemor sia quaeso. Peccator ego indi- 
gnissimus propter nomen gloriae tuae et fldelissimae promissioni tuae, in 
hujus devotissimi viri facto piotati tuae humiliter supplico ,. Perveniensque 


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TKAJANO 


373 


Che Paolo Diacono abbia composta una Vita di San Gregorio è 
certo, poiché egli stesso ne fa poi ricordo nella Historia Levigo - 
bardorum , e che la Vita scritta da lui sia quella medesima che, 
sotto il suo nome, è venuta sino a noi non si può ragionevolmente 
mettere in dubbio, sebbene sia stato da parecchi negato. Ma non 
è men vero che sono da considerare come una interpolazione i 
capitoli 17-23, dove si narrano i miracoli più insigni di Gregorio, 
tra gli altri quello della salvazione di Troiano. Tale racconto con¬ 
traddice formalmente a quanto lo stesso Paolo Diacono afferma in 
questo medesimo scritto, che, cioè, San Gregorio avrebbe agevol¬ 
mente potuto fare miracoli, se gli si fosse offerta occasione (9). 
Questa interpolazione dev’essere del resto assai antica, giacché si 
ritrova in presso che tutti i manoscritti. 

Nel IX secolo la leggenda è raccolta da Giovanni Diacono, che 
la narra nella Vita Sancii Gregorii Magni da lui composta (10). 
Questo racconto, confrontato col precedente, presenta alcune par¬ 
ticolarità e differenze notabili, ma mostra di derivare da una me¬ 
desima fonte con quello. Paolo, o l’ignoto interpolatore del suo 
scritto, non dice d’onde attinga; Giovanni accenna espressamente 
a documenti scritti e divulgati per le chiese d’Inghilterra: Legitur 


ad sepulchrum Beati Petri, ibi diutius oravit, et flevit, atque veluti sonino 
correptus, in extasim est raptus. Quo per revelationem exauditum se discit, 
et ne ulterius jam tali a de quoquam sine Baptismate sancto defuncto prae- 
sumeret petere, promeruit castigari „. 

(9) Cap. 17: * Iam vero utrum aliquibus vir iste tanti meriti miraculis 
claruerit, superfluo quaeritur, quod luce clarius constat quod is qui vir- 
tutum signa suis meritis valuit aliis quocque Christo largiente acquirere, 
si exegisset opportunitas, faciliua poterat haec etiam ipse promereri „. 
L'interpolazione comincia subito dopo con le parole Sed ne his, ecc. 
V. Bbthmamn, Paulus Diaeonua Leben und Schriften, nell 'Archiv der Gesell- 
schaft fdr àttere deutsche Geschichtskunde del Pbbtz, voi. X, 1851, p. 305. 
Ad ogni modo l’argomento migliore per negare l’autenticità a quei capi¬ 
toli lo porge il fatto che Giovanni Diacono, sebbene conosca la Vita 
scritta da Paolo, non solo non attinge da essa quanto narra di Trqjano, 
ma non fa neppure cenno di un racconto di Paolo che a quella leggenda 
si riferisca. 

(10) L. II, c. 44, ap. Mabillom, Op. eit., saec. I, pp. 415-6. 


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374 


CAPITOLO XII. 


etiain penes easdem Anglorum Ecclesias, ecc. Poi nel suo rac¬ 
conto comincia a prendere maggiore svolgimento il dialogo fra la 
vedova e Trajantv dialogo che non mancherà mai nei riferimenti 
posteriori della leggenda, e di Trajano non si dice che, provveduto 
alla vedova, mandasse sciolti i rei, com’è narrato nella scrittura 
di Paolo, e non si accenna a nessuna punizione inflitta dal cielo 
a Gregorio (11). Nella breve Vita di questo pontefice pubblicata 
anonima dal Canisio (12) il miracolo è similmente narrato, e con 
le stesse parole quasi di Giovanni Diacono (13). Tuttavia scostan¬ 
dosi da costui in sul principio del racconto, l’autore di essa ricorda 
che Trayano perseguitò ferocemente i cristiani, e dice che San Gre¬ 
gorio lo trasse bensì dall’inferno, ma non però gli aperse le porte 
del paradiso. Più antico di questi sarebbe il racconto contenuto 
nella omelia De iis qui in fide dormi e l'un t (XVI), attribuita a 
San Giovanni Damasceno, se veramente questo padre ne fosse 


(11) Legitur etiam penee easdem Anglorum Ecclesias, quod Gregorius 
per forum Trtgani, quod ipse quondam pulcherrimis aedificiia venustaret, 
procedens, judicii ejus, quo viduam consolatola fu era t, recordatus atque mi* 
ratus sit: quod scilicet, sicut a prioribus traditur, ita se habet. Quodam 
tempore Trajano ad imminentis belli procinctum vehementissime festinanti, 
vidua quaedam processit flebiliter dicens: * Filine meus innocene, te regnante 
peremptns est: obsecro, ut quia eum mibi reddere non vales, sanguinerò 
ejus legai iter vindicare digneris Cumque Trajanus, si sanus reverteretur 
a proelio, hnnc se vindicaturum per omnia responderet, vidua dixit : * Si tu 
in proelio mortuus fueris, quia mibi praestabit „? Trajanus dixit: * IUe qui 
post me imperabit.. Vidua dixit: * Et tibi quid proderit, si alter mihi justi- 
tiam fecerit, ? Trajanus respondit: * Utique nihil ,. Et vidua: * Nonne, in* 
quit, melius tibi est, ut tu mihi justitiam fucias, et tu prò hoc mercedem tuam 
recipias, quam alteri hanc transmittas ,V Tunc Trajanus ratione pariter, 
pietateque commotus, equo descendit, nec ante discessit, quam judicium 
viduae per scmet imminens profligaret. Hqjus ergo mansuetudinem judicis 
asserunt Gregorium recordatum ad sancti Petri Apostoli Basilicam perve¬ 
nisse : ibique tamdiu super errore tara clementissimi Principis deflevisse, 
quousque responsum sequenti nocte cepisset, se prò Trajano fuisse auditum, 
tantum prò nullo ulterius pagano preces effunderet. 

(12) Lectionee antiquae , ed. del Basnaok, t. II, parte II, p. 261. 

(13) L'identità dura per tutto il tratto del racconto di Giovanni Diacono 
compreso fra le parole: Quodam tempore Trojano — prò nullo ulterius pa¬ 
gano prece$ effunderet. 


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TRAJANO 


375 


l’autore. Ma che non sia dimostra fra l’altro quanto in un luogo 
di esso racconto si afferma, cioè che il miracolo era noto in tutto 
l’Oriente e in tutto l’Occidente, cosa che Giovanni Damasceno non 
avrebbe potuto affermare a mezzo del secolo Vili, quando nel IX 
vediamo Giovanni Diacono non conoscere ancora altre fonti della 
leggenda che la relazione sparsane per le chiese d’Inghilterra (14). 

Questa leggenda, di cui abbiamo veduto la prima forma e le te¬ 
stimonianze più antiche, era destinata ad avere per tutto il medio 
evo una grande e crescente celebrità. Parecchie ragioni coopera¬ 
vano a procacciarle favore: anzi tutto la qualità dei personaggi 
che vi sono introdotti, da una parte un imperatore romano, dal¬ 
l’altra un pontefice famosissimo e che porse argomento d’altre leg¬ 
gende alla fantasia popolare; poi la stessa curiosità della favola; 
finalmente la esemplarità sua. In tempi di fede assai viva, quando 
le coscienze erano senza posa affaticate, o almeno molto spesso 
ricorse dal pensiero dell’altra vita, e l’uomo era del continuo ri¬ 
chiamato alla considerazione delle mille pratiche e de’ mille espe¬ 
dienti onde poteva giovarsi per conseguire l’eterna salute, la storia 
di un principe pagano, a cui era fatta grazia di uscire dall’inferno 
e di salire tra i beati, non poteva non trovare avidi ascoltatori e 

ricordatori fedeli. Quale prova più trionfale della efficacia della 

• • 

preghiera, che, secondo la bella espressione di Dante, fa forza alla 
stessa divinità, e quale più chiara dimostrazione che l’esercizio di 
una sola virtù può ricomprare tutta una vita di colpe? I leggen¬ 
darii abbondano di esempii d’uomini sceleratissimi che riuscirono 
a salvarsi, o perchè in mezzo a tutte le sceleraggini loro durarono 
devoti di Maria, o perchè con un atto di pietà o di giustizia in¬ 
terruppero il corso delle loro nequizie. Oltre a ciò la storia di 
Trajano, a cui un atto di giustizia acquista il cielo, poteva essere 
ricordata come esempio illustre a quanti hanno in terra il grave 
carico di reggere i popoli e di amministrar la giustizia. Il medio 


(14) V. la dissertazione V del Lequikn in testa al primo volume delle 
Opere di Sak Giovassi Damasceno nell'edizione da lui curata, p. i.xiv. 


col. 1*. 


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376 


CAPITOLO XII. 


evo ebbe dello stato un concetto essenzialmente etico, e pose la 
giustizia primo fondamento della politica. 

Legem servare, hoc est regnare, 

dice Vipone in uno de’ suoi Proverbii composti nel 1027 o 1028, 
e dedicati ad Enrico III. Dante pone in Giove i principi che eser¬ 
citarono la giustizia, e Calendre avverte nella sua Cronaca rimata 
degl’imperatori : 


Tant faz je les princes savoir 
Que nus n’a tresor ne avoir 
S’il n’a justise et verite. 

Però ò da meravigliare che quello esempio della giustizia di Tra- 
jano non si trovi ricordato in alcuno di quei trattati di cui ebbe 
copia il medio evo, intesi a instituire i principi nella virtù e nelle 
dottrine del buon governo, come sarebbero il De regimine prin- 
cipum di Egidio Colonna, ed il De regimine rectoris di Fra Pao¬ 
lino Minorità. Ma nel poema francese di Girart de Roussillon, com¬ 
posto fra il 1330 e il 1348 (15), si narra il fatto della giustizia di 
Trajano, e si dice espressamente che il valoroso Gerardo, il quale 
nell’esercizio di tutte le virtù cercava di seguire gli esempii degli 
uomini eccellenti, come Romolo, Giulio Cesare, Augusto, non di¬ 
menticò quello che aveva lasciato al mondo Trajano: 

Trop bien li sovenoit de Trajain l’emperiere (16). 

Dopo il riferimento fattone da Giovanni Diacono, che dovette 
scrivere la sua Vita di San Gregorio tra l’872 e l’882, noi non 
troviamo, per lo spazio di quasi tre secoli, altra testimonianza della 


(15) Da non confondere co) poema provenzale di Girart de Rossilho, del 
quale esiste un frammento di versione francese pubblicato dal Michel, 
Gerard de Rossillon, Parigi, 1856. 

(16) Le Roman en vere de très-excellent, puissant et noble homme Girart de 
Roussillon, pubblicato dal Mionarp, Paripi, 1858, v. 2970. 


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TBAJANO 


377 


leggenda di Trajano, sino a giungere a quella che si trova nel 
Polycralicus di Giovanni Sarisberiense, finito di scrivere nel 1159. 
Questo è un fatto molto importante, perchè dimostra che la nostra 
leggenda stentò gran tempo a ottenere il favore che poi più tardi 
le fu così universalmente consentito, e non si difittse da prima 
fuori di quella Inghilterra d’onde Giovanni Diacono l’aveva rice¬ 
vuta, e dove ora la vediamo novamente raccolta ed esposta da uno 
scrittore celeberrimo (17). 

Giovanni Sarisberiense, dopo aver dichiarato di porre Trajano 
al di sopra di Cesare, di Augusto e di Tito, entra a narrare la 
leggenda in questa forma (18): « Ut vero in laude Trajani facilius 
aquiescant, qui alios ei praeferendos opinantur, virtutes ejus le- 
gitur commendasse sanctissimus papa Gregorius, et fusis prò eo 
lachrymis inferorum compescuisse incendia, Domino remunerante 
in misericordia uberi justitiam, quam viduae denti exibuerat Tra- 
janus. Quum enim memoratila Imperato!* jam equum adscendisset, 
ad bellum profecturus, vidua apprehenso pede illius, miserabiliter 
lugens, sibi justitiam fieri petiit, de his qui filium ejus optimum 
et innocentissimum juvenem injuste occiderant. Tu, inquit, Auguste, 
imperas, et ego tam atrocem injuriam patior? Ego, inquit impe- 
rator, satisfaciam tibi quum rediero. Quid, inquit illa, si non re- 
dieris? Successor meus, ait Traganus, satisfaciet tibi. Et illa: Quid 
tibi proderit si alius benefecerit? Tu mihi debitor es, secundum 
opera mercedem recepturus. Fraus utique est nolle reddere quod 
debetur. Successor tuus injuriam patientibus, prò se tenebitur. Te 
non liberabit justitia aliena. Bene agetur cum successore tuo, si 
liberaverit se ipsum. His verbis motus imperator, descendit de 
equo, et causam presentialiter examinavit, et condigna satisfactione 


(17) Tuttavia non è improbabile cbe prima di Giovanni Sarisberiense, e 
fuori d'Inghilterra, da qualcun altro sia stato fatto ricordo della leggenda. 
È da deplorare a tale proposito cbe i Bollandoti non abbiano stimato op¬ 
portuno di pubblicare un poema assai antico della vita di Gregorio, scritto 
in forma di dialogo, in versi leonini, e del quale si dà un brevissimo saggio 
nel voi. I! del mese di Marzo degli Ada sandorum, p. 122, co). 2*. 
(ì8)*Polycrai. t 1. V, c. 8. 


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378 


CAPITOLO XII. 


viduam consolatus est. Fertur autera beatissimus Gregorius Papa 
tamdiu prò eo fudisse lachrymas, donec ei in revelatione nunciatuin 
sit Tnganum a poenis inferni liberatum sub ea tamen conditione, 
ne ulterius prò aliquo infedeli l)eum sollicitare praesumeret ». 

In questo racconto si nota anzi tutto il maggiore svolgimento 
dato alle ragioni con cui la vedova stringe Trajano a farle pronta 
giustizia: esso è senza dubbio dovuto allo stesso Giovanni Saris- 
beriense, il quale, discorrendo, in quella parte del suo libro, della 
epistola indirizzata da Plutarco a Tngano, e del buon reggimento 
degli stati, trovò opportuno d’insistere alquanto più sulla virtù ca¬ 
pitale del principe, che è la sollecita amministrazione della giustizia. 
Quanto al rimanente del racconto Gaston Paris crede che Giovanni 
Sarisberiense l’abbia composto traendone gli elementi, cosi dal rac¬ 
conto di Paolo, come da quello di Giovanni (19). Ma su ciò si può 
muovere un dubbio. Giacché Paolo e Giovanni derivano da una 
fonte comune i loro racconti, non avrebbe potuto da questa me¬ 
desima fonte derivare il suo Giovanni Sarisberiense? Sarebbe cosi 
più semplicemente spiegato il fatto dei riscontri di concetti e di 
parole che Gaston Paris viene notando. Ai tempi in cui Giovanni 
Sarisberiense scriveva è molto probabile che in qualche chiesa 
d’Inghilterra si conservassero ancora le relazioni antiche a cui 
Giovanni Diacono accenna, per modo che non fosse necessario ad 
uno scrittore inglese l’andare ad attingere in libri di stranieri la 
notizia del miracolo ; e d’altra parte mi ripugna di ammettere che 
l’autore del Policratico , uso a conversare coi classici, volesse torsi 
la briga di confrontar fra di loro due scritture quali sono quelle 


(19) * L’auteur du Policraticus parait, comme je l’ai dit, avoir eu sous les 
yeux les deux versione anciennes: il a emprunté & Paul le nombre pluriel 
dea meurtriers, les expressions guum rediero (dans Jean si sanus reterie- 
retur) et si non redieris (dans Jean si tu in proelio mortuus fueris ); il a 
pria à Jean l'épithète d 'innocent donnée au 61s, l’amplification du dialogue 
(qu’il a lui-méme varié et allongé en partie, bien qu’en supprimant la ré- 
plique de Trajan: utique nihii), et enfin la mention du cbeval. 11 a ajouté 
de son chef, outre les réflexions insérées dans le dialogue, un détail pit- 
toresque: la veuve arrète l’empereur à chevai en le saisinsant par le pied ,. 
Dis*ert. eit ., p. 264. 


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TRAJANO 


379 


di Paolo e di Giovanni, e studiarsi di scegliere in ciascuna di esse 
le parole che meglio gli si affacevano. 

Se alcuni tra i narratori che vengono dopo si attengono alla 
versione di Giovanni Diacono (20), come fanno, fra gli altri, l’au¬ 
tore degli Annales Magdeburgenses (21), Giovanni Bromyard (22), 
Teodoro Engelhusio (23), Gotofredo da Viterbo (24), il numero di 
coloro che seguitano la versione di Giovanni Sarisberiense è di 
gran lunga maggiore. Quella per contro di Paolo Diacono ebbe 
pochi seguaci, benché lo scritto che la contiene fosse conosciutis¬ 
simo. Tuttavia da essa par che tragga principio quanto in alcuni 
racconti di tempo posteriore si narra di un castigo toccato a 


(20) Citati dal Massmann, Kaiaerchronik , voi. Ili, p. 753 e da Gastov Paris, 

p. 268. 

(21) Ap. Pkrtz, Scriptorea, t. XVI, p. 112. 

(22) Summa praedicantium, lett. J, Xlll, 8. 

(28) Ap. Lribnitz, Scriptorea rerum brunavicenaium, t. II, p. 1025. 

(24) Speculum Rcgum, ap. Pkrtz, Script., t. XXII, vv. 948-68. Gotofredo 
aggiunge al racconto di Giovanni alcune particolarità: 

Prelia gesturus prooedit ab Urbe monarchus, 

Ponti* aput Tiberina preparane dum tranaiit arcua, 

Obvia atat vidua, mota querela sonat. 

8tee, ait illa, meum reddene ulciecere natum ; 

Nam morior, dum tic video cervice necatum. 

Hoc ecelue imperium vindicet: ecce capud. 

Cesar ait: Pugnato priue etudeamque redire . 

Illa refert: Si non redeae, quo vindice fletf 
Nec Deus hic lauderà te memiese eciet. 

Rex stetit attonitus; iubet ut vindiota feratur. 

Post ftbiit, set non rediit quia marte neoatnr, 

Unde sibi laudem rex meruisse datur. 

Hoc pietatis opus dum Ghregorio memoratur, 

Ingemuit prò morte viri, digne laorimatur, 

Orat, ut alma Dei dextera paroat ei. 

Dum iaeet in preoibus, stana angelus xncrepat illuni : 

Scie quia non habuit toptirmatie ilie eigillum, 

Quomodo cum lacrimie dona negando petief 
Aet homo tu pacie opus expetie hoc pietatis, 

[Quo semel indulto, non ampline ieta petatiej 
Iste modo requiem te lacrimante capita 

Per quanto io so, Gotofredo, e un suo commentatore di cui dirò più oltre, 
sono i soli che facciano morire Trajano in guerra. Confrontisi -col racconto 
che lo stesso Gotofredo introduce nel Pantheon, partic. XV, ap. Pistobius, 
Rer. germ. acript., ed. dello Stbitvio, t. Il, p. 258. 


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380 


CAPITOLO XII. 


San Gregorio, poiché di un castigo si fatto Giovanni Diacono e 
Giovanni Sarisberiense non dicono parola. La narrazione di Paolo 
è inoltre recata per intero da Bonino Mombrizio nella Vita Sancii 
Gregorii papae , la quale fa parte del suo Sanctuarium. Il rac¬ 
conto di Giovanni Sarisberiense fu da Elinando inserito nella sua 
cronaca, d’onde Vincenzo Bellovacense lo recò nello Speculum 
hi#toriate (25). Gli è probabilmente dopo essere entrata in questa 
celebre compilazione, e per suo mezzo, che la leggenda ottenne 
maggiore diffusione ed entrò nel numero delle finzioni più famose 
del medio evo. Dalla cronaca di Elinando, o dallo Speculum di 
Vincenzo, passa la favola nel Fiore di filosofi , attribuito contr’ogni 
ragione a Brunetto Latini (26), e poi dal Fiore passa nel Novel- 


(26) L. XI, c. 46. Notisi tuttavia che in questo luogo Vincenzo Bellova¬ 
cense narra la sola prima parte della leggenda, quella cioè che bì riferisce 
all’atto di giustizia di Trajano, mentre della seconda, che concerne il mi¬ 
racolo, tocca appena di volo molto più innanzi, nel c. 22 del 1. XXIII, rac¬ 
contando la vita di san Gregorio. Ciò importa non poco alle cose che se¬ 
guono. La cronaca di Elinando pare sia andata perduta, meno i cinque 
ultimi libri (erano in tutto quarantanove) che furono pubblicati, e nem¬ 
meno per intero, nel t. VII della Bibliotheca patrum Cistercensium del Tissjbr. 
In alcuno dei libri perduti era la storia di Trajano. Se Vincenzo abbia tra¬ 
scritto senz’altro le parole di Elinando è dubbio ; ma la dicitura di alcuni 
testi che citano Elinando direttamente farebbe credere che Vincenzo vi 
avesse fatta qualche piccola alterazione. 

(26) Il Fiore di filosofi e di tnolti savi fu pubblicato primamente dal Nan- 
nucci, che lo attribuì, con assai poco fondamento, all’autore del Tesoro 
(V. Manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana , 8* ed., 
Firenze, 1874, pp. 300-23 : il racconto Della giustizia di Trajano sta a 
pp. 315-6); poi dal Palermo nella Raccolta di testi inediti del buon secolo 
stampata a Napoli nel 1840; finalmente da Aktonio Cappelli, Scelta di cu¬ 
riosità letterarie , disp. LXIII, Bologna, 1865. Qui il racconto della giustizia 
di Trajano (Troglano) sta a pp 58-61. A proposito della falsa attribuzione 
di questo scritto fatta a Brunetto Latini, v. Suedby, Brunetto Latinos Levnet 
og Skriften , Eopenhagen, 1869, pp. 54*5; Cappelli, Op. cit., prefazione, 
pp. xvi-xviii ; D’Ancona, Op. cit., pp. 258-9. Gli è certamente per una svista 
che Gaston Paris dice il racconto del Fiore di filosofi derivare dal racconto 
del Policratico. Ecco le sue proprie parole: * C’est sane doute directement 
du Policraticus que notre récit avait passé dans une compilation latine 
qui ne s’est pas encore retrouvée, mais dont nous possédons une traduction 
italienne, intitulée Fiore di filosofi, et attribuée sane motifs suffisants à Bru- 


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TBAJANO 


381 


lino (27)*. L’autore del Dialo ;jwì creaturai'um che, come Dante, 
pone il fatto di Trayano fra gli esempii di umiltà, cita (cap. LXVIII), 


netto Latino. L’auteur, qui écrivait certainement au XIII siècle, a traduit 
exactement son originai, aioutant seulement quelques mot* à la seconde 
réplique de la veuve. Trajan Ini dit: * E s'io non reggio, e’ ti soddisfarà 
il successore mio „. Elle répond: * E io come il so? E pognamo ch’elli lo 
faccia, a te che fia se quell'altro farà bene? ,. A la fin ausai, le tro- 
ducteur italien (ou peut-ètre déjà le compilateur latin qu’il traduisait) a 
cru devoir ajouter : * E posoia salio a cavallo, e andò alla battaglia e scon¬ 
fisse li nimici .. — Anzi tutto è da chiedere: ci fu egli una compilazione 
latina di cui il Fiore di filosofi non sarebbe se non la versione? Il Sundby, 
citato dal Paris a questo punto, dice solo, parlando in generale (Op. cit., 
p. 52), che le raccolte di detti di filosofi di cui vanno largamente provve¬ 
dute le letterature del medio evo risalgono a sorgenti latine, e‘ciò non si 
può mettere in dubbio. Ma da questa sorgente comune il Fiore di filosofi 
pare che siasi scostato appunto a proposito della storia di Trajano, della 
quale in altre raccolte consimili non si trova fatto ricordo (V. YOp. cit. del 
Suhdbt, pp. 52-4, e i testi spagnuoli pubblicati dal Emust, Mittheilungen 
aus dem Eskurial, Bibl. d. liti. Vereins, 1879). Che poi il racconto inserito 
nel Fiore derivi da quello dello Speculata e non da quello del Policratico, 
si può dimostrare agevolmente con un confronto di testi. A tal uopo io 
reco qui parallelamente i due primi, ponendo in corsivo quanto, essendo a 
entrambi comune, non si riscontra nel terzo, il che, se non è molto, è pur 
tuttavia sufficiente a far pienissima prova.- 


SpKCULUM HtSTOBIALR 

(Ed. principe di Giov. Mutilui). 

Hio tliqsudo oum profecturua ad bel* 
lum iam equino aaoendiaset, vidua quae- 
d&m apprehenao pede illius miserabili ter 
lagena iuatioiam sibi fieri de his qui fi* 
Uum ejua iustissimum et innooentiasimum 
oeeiderant proaoeba(u)t. Tu, inquiens. 
Auguste, impera*, et ego tam atrooem 
iniuriam paeior? Ego, ait Me, satisfa- 
oiam tibi oum radierò. Quid si non re- 
dieris? ait illa. 8uooeasor, iaquit, mena 
satisfiaoiet tibi. At illa: Qwrmodo hoc 
sciamt Quod et si faoturus est, quid tibi 
proderit si alias bene feoerit? Tu miohi 
debitor es, seoundum opera tua meroe- 
dem recepturus. Frana autem est nolle 
reddere quod debetur. Suooeesor tuus 
iniuriam paoientibus vel pasturi» per 

* Nota 97, vedi a pag. teg. 


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Fiore di pilosofi 

(Testo del Kaivuoci). 

Trajano fua imperadore molto giusto, 
ed essendo uno die salito a cavallo per 
andare alla battaglia oolla cavalleria 
sua, una femmina venne e preseli l 9 un 
piede, e piangendo molto teneramente 
domandavaio e riohiedevalo ohe li fa¬ 
cesse diritto di coloro, ohe l'Aveano 
morto uno suo figliuolo, il quale era 
giusti$$imc 9 sansa cagione. E quegli ri¬ 
spose e disse: Io' ti soddisfarò quando 
io reddirò. E quella disse: E se tu non 
riedi? E que* rispose: E s'io non reggio, 
e' ti soddisfarà il successore mio. E 
quella disse: E io come il $ot e pognamo 
ch'eli! lo taooia, a te ohe fia, se quei¬ 
raltro farà bene? tu mi se’ debitore, e 
ascondo l'opere tu sarai giudicato: frode 


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382 


CAPITOLO XII. 


per una delle due versioni che reca, Elinando : « Helinandux in 
(jestis Romanoì'um narrai ». 


ho tenebitur ; te non Uberabit instici» 
aliena. Bene agetor cnm successore tno 
si liberaverit seipsum. Hi» verbi» motns 
Traianns deseendit de equo, et oau* 
sani vidue presenoialiter examinavit, 
et oondigna satisfaotione vidnam conso- 
latus eet. 


è non volere reddero qneUo ohe l’nomo 
dee; l’altrni giustizia non libera te, e 
ben sarà al successore tno s'elli li berrà 
se medesimo. Psr queste parole mosso 
l’imperadore scese da cavallo e fece la 
giostiaia e consolò la vedova, e poscia 
saUo a oavaUo, e andò alla battaglia, e 
sconfisse li nemioi. 


Le parole E io come il so? non sono dunque aggiunte dall’autore nel Fiore 
di filosofi, ma tolte, insieme col resto, da Elinando o da Vincenzo Bellova- 
cense. Ho citato il testo del Fiore pubblicato dal Nannucci, perchè è quello 
a cui si riferisce il Pabis ; ma il testo del Cappelli si accosta ancor di più 
allo Speculum, giacché dove questo dice filiutn ejus justissimum et innocen- 
tissimum, esso traduce correttamente per intero un suo figliuolo ch’era giu¬ 
stissimo e senza colpa, e dove lo Speculum dice: Successor tuus iniuriam 
pacientibus rei passuris per se tenebitur, proposizione a dirittura saltata nel 
testo del Nannucci, esso pone : Lo successore tuo a quelli che hanno ricevuto 
e riceveranno ingiuria sarà tenuto per sè. Ora quel rei passuris nel racconto 
del Policratico non si trova. Erra similmente il Babtoli quando, raffrontati 
fra loro i testi della Legenda aurea, del Fiore e del Novellino, dice (/ primi 
due secoli della letteratura italiana, Milano, 1873, p. 294) che il racconto del 
Fiore deriva dalla Legenda aurea. Ecco finalmente un’altra prova, se d’altre 
prove è pur bisogno, della derivazione del racconto del Fiore dallo Spe¬ 
culum. Ho già detto che nel c. 46 del 1. XI Vincenzo Bkllovacbnbe narra 
la giustizia di Trajano, non la sua salvazione, la quale è narrata nel c. 22 
del 1. XXIII. Ora, per questa seconda parte della leggenda, l’ignoto com¬ 
pilatore del Fiore non si attiene alla tradizione più antica e più comune, 
ch’è quella stessa accolta da Paolo, da Giovanni e poi dal Sarisberiense ; 
ma ne accetta un’altra, dove al primo miracolo se ne aggiunge un secondo, 
e che io esporrò tra breve. Il difetto del racconto di Giovanni Bellovacense 
spiega questo rivolgersi del compilatore ad altre fonti. 

(27) Circa le attinenze del Novellino col Fiore v. D’Ancona, Op. cit., pp. 257-8 ; 
Babtoli, I primi due secoli della letteratura italiana, pp. 293-4 e Storia della 
letteratura italiana, voi. Ili, pp. 213-6. Nel Novellino, come nel Fiore (testo 
del Nannucci), manca la corrispondenza delle parole dello Speculum: Suc¬ 
cessor tuus iniuriam pacienttbus vel passuris per se tenebitur; comune per 
contro ad entrambi è la notizia soggiunta in fine al racconto della fatta 
giustizia, che Trajano cavalcò e sconfisse i suoi nemici, la quale nello 
Speculum non si trova; comune del pari la nuova tradizione circa il mira¬ 
colo alla quale ho accennato. Notisi tuttavia che nel racconto LV1II del 
testo Panciatichiano-Palatino appare una variante della leggenda, di cui 
non è traccia nel Fiore, e di cui parlerò più oltre; quella cioè che l’uc- 


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TRAJANO 


383 


Venuto in sulla prima balza del monte del Purgatorio Dante 
trova una ripa di marmo candido e adorno, dove sono con arte 
mirabile intagliati alcuni solenni esempii di umiltà, e con la scena 
dell’Annunziazione, e con quella di Davide danzante davanti al¬ 
l’arca santa, quella ancora di Trajano e della vedova. I versi im¬ 
pareggiabili in cui tale scena è ritratta, benché cogniti a tutti, 
vogliono essere riportati per intero. 

Quivi era storiata l’alta gloria 

Del roman principato, il cui valore 
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria: 

Io dico di Traiano imperadore; 

Ed una vedovella gli era al freno, 

Di lagrime atteggiata e di dolore. 

Intorno a lui parea calcato e pieno 
Di cavalieri, e l’aquile nell’oro 
Sovr’esso in vista al vento si movieno. 

La miserella intra tutti costoro 
Parea dicer: * Signor, fammi vendetta 
Di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro „. 

Ed egli a lei rispondere : * Ora aspetta 
Tanto ch’io torni „. E quella: * Signor mio, „ 

Come persona in cui dolor s’affretta, 

* Se tu non torni? , Ed ei: * Chi fia dov’io 
La ti farà „. E quella: “ L’altrui bene 
A te che ha se il tuo metti in obblio? „ 

Ond’egli : “ Or ti conforta, che conviene 
Ch’io solva il mio dovere, anzi ch’io mova: 

Giustizia vuole e pietà mi ritiene s (28).. 

Della-seconda parte della leggenda dov’è narrata la salvazione 
di Trajano, qui il poeta non fa che un cenno; ma egli poi trova, 


cisore del figliuolo della vedova sia lo stesso figlio di Trajano. V. Biagi, 
Le novelle antiche dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Qad- 
diano 193, Firenze, 1880. Ma tale redazione del racconto è posteriore all’altra. 
(28) Purgai., c. X, vv. 73-93. 


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384 


CAPITOLO XII. 


com’è noto, l’anima dell’imperatore in Giove, tra quelle che Inumo 
premio di maggior gloria (29). Il racconto che Benvenuto da Imola 


(29) Qual'è la fonte a cui attinse Dante? Già il Nannucci avvertì {Op. cit., 
ed. cit., voi. II. p. 315, n. 10) che Dante usa quasi le medesime parole del 
Fiore di filosofi , e il riscontro in più particolar modo fra le parole: a te 
che fio, se quell'altro farà bene ? di questo, e le rispondenti; L'altrui bene 
A te che fia ? del poema, difficilmente si può ritenere fortuito. Nullatueno, 
poiché quell'uso del verbo essere non è senz'altri esempii, potrebbe pur 
darsi che così l'autore del Fiore come Dante avessero tradotto a un mede¬ 
simo modo il quod tibi proderit si alius bene fecerit che si trova anche nel 
Poi ieratico, senza che ci fosse imitazione per parte del poeta. Vero è che 
le parole Intorno a lui parta calcato e pieno Di cavalieri, le quali non hanno 
riscontro nello Speculutn , nè nel Polycraticus, parrebbero rimandare ancor 
esse al Fiore, dove è fatta espressa menzione della caralleria che accom¬ 
pagna Trajano {la sua grande cavalleria nel Novellino); ma esse si riscon¬ 
trerebbero ancor più con quelle di Paolo Diacono che dice : circumvallatus 
militum cuneis pergeret ; e d’altra banda il Pabis fa giustamente osservare 
(p. 267, n. 2) che l'ultimo verso, Giustizia vuole, e pietà mi ritiene, ha con 
le parole di Giovanni Diacono ratione pariter et pittate commotus tale somi¬ 
glianza che difficilmente può essere creduta casuale. Il Mazzoni, non cono¬ 
scendo altre relazioni della leggenda, credeva che Dante avesse potuto 
derivare il suo racconto dallo Speculutn regum di Gotofbbdo da Viterbo. 
V. Della difesa della commedia di Dante, ed. di Cesena, 1688, voi. I, pp. 600-1. 
Chi vuol vedere come un altro poeta, di poco posteriore a Dante, ma per 
forza d'ingegno troppo lontano da lui, narrò il medesimo fatto, legga i 
seguenti versi che appartengono al già citato Roman de Girati de Roussillon 
(vv. 2971-2994): 

Uae foia fut monfcés pour aUer eia bataille ; 

Quar grana beaoings oatoit, bien le sanoit sana faille, 

Vist une potare femme veeue vera li venant, 

Merci criant, le priat par le pié maintenant, 

Et diet : Droie empori e rea, vainge moi de la mort 
D'ong mien ohea&lier fila o’ung tiene mortriera m'a mort. 

Tu m’es airea, tnes jagea, fai moi tantoa droltnre : 

Li ouers me partirà ae ne vaingea m'injure. 

Li cola diat : Trae bon droit te ferai aia re tour. 

— Et ae ta ne reaiena, qui me fera oel tour ? 

— Mea aucceaaora, diat-il, t'en fera droit auoir. 

— Lasse moi trea dolente, oe ne puia je sauoir ! 

Et a’il le faoeoit bien, que te profiteroit 
La veojanoe et le bien o’ung autre me feroit ? 

Tu es mea debitore, tu me dois auoier 
8i que de bon inerite reoourea bon loier. 

Tea suooeeaora aera pour li propre tanna : 

S'il fait bien enuera Dieu aera trea bien venus, 

Ja droiture d’autrui ne te deliurera: 


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TRAJANO 


385 


introduce nel suo Commento, al c. X del Purgatorio, lascia dubbio 
se provenga dallo Speculum, oppure dal Polycratieus. 

Nei varii documenti passati in rassegna sin qui abbiamo veduto 
la leggenda, o almeno la prima parte di essa, conservare la forma 
sua primitiva; ma già molto prima di Dante, prima ancora, senza 
dubbio, dello stesso Giovanni Sarisberiense, il lavoro di lenta e 
progressiva alterazione che a mano a mano viene trasformando 
tutte le leggende, era cominciato anche dentro di questa. Nella 
Kaiserchronih, composta, com’è noto, verso il mezzo del XII se- 
colo, i lineamenti principali della leggenda rimangono immutati, 
ma la narrazione si allarga e si arricchisce di alcuni particolari 
curiosi. Precede l’elogio di Trajano, 

Tràjànus w &9 ein helt kuone 
unde milde genuoge (30); 

4 

egli giudicava con pari giustizia il signore e il servo, non accet¬ 
tava doni, e puniva di morte chiunque tentasse corromperlo con 
ricchezze ; 

er hete ein kanicllch leben (31). 

Un giorno vennero messi ad annunziare a Trajano che i Normanni 
avevano uccise le sue genti, erano penetrati nelle terre dell’im¬ 
pero, rubando e incendiando, e tenevano il mare con le loro navi. 
Trajano raccolse il suo esercito per passare il mare; in quella che 
stava per mettere il piede nella staffa ecco farglisi incontro una 


Qai bica fera ou monde oilz tona biens tronera. 

— Qnant li rois ont ol, da oheaal declina, 

La canee de la veeae tre* bien examina, 

Selonc droit com’ bone jages sentence rapoarta, 

La poare bien dolente tres bien reconforta. 

Il verso Lasse moi tres dotante, ce ne puis je sauoir ! mostra che il poeta 
attinse dallo Speculum. V. KOhlkb, Die Betspiele aus Oeschichte und Dichtung 
in dem altfranzdsischen Roman von Girart de Roussillon, in Jahrbuch fUr 
romanische und englische Sprache und Literatur, Neue Folge, voi. II, p. 20. 

(80) Vv. 5879-80. 

(81) Vv. 5865-78. 

Gaar, Roma. V2f> 


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386 


CAPITOLO XII. 


vedova che con alte strida gli domanda giustizia. Segue il con¬ 
sueto dialogo; ma in esso, più che in altri racconti non si vegga, 
spiccano l’arditezza della vedova e l’umiltà di Tramano: quella mi¬ 
naccia all’imperatore l’eterno castigo, questi prega la vedova di 
lasciamelo andare. Vinto poscia dalle ragioni di lei, egli scavalca, 
fa cercare il colpevole per tutta Roma e Laterano , lo fa con¬ 
durre alla sua presenza. Costui non è senza scusa: egli ha ucciso 
il figliuolo della vedova per vendicare il proprio fratello che da 
quello gli era stato morto. Ma tale scusa non è ammessa per buona 
da Trajano, che dice al reo: Se t’era stato ucciso il fratello, tu 
dovevi ricorrere a me, dappoiché i Romani mi hanno scelto a loro 
giudice. Tu hai sostituito il tuo al mio giudizio. Dopo di ciò fa 
decapitare l’uccisore, e presenta il capo alla vedova che loda e 
benedice l’imperatore. Questi allora si rimette in cammino, passa 
il mare, sconfigge i Normanni, fa prigione il loro re e torna glo¬ 
rioso e trionfante in Laterano (32). Segue la narrazione del mi¬ 
racolo operato a intercessione di San Gregorio, e qui appajono 
nella leggenda alcune particolarità nuove sulle quali tornerò 
or ora. 


Una delle variazioni presentate dal racconto della Kaiserchronik 
non è senza importanza: il figliuolo della vedova non è più il giu¬ 
stissimo ed innocentissimo giovane delle versioni più antiche; ma 
è egli stesso un omicida ; e Trajano punisce l’uccisore di lui, non 
tanto perché si sia lordato le mani di sangue, quanto perchè si 
arrogò di farsi giustizia da sé, recando offesa per cotal modo alle 
prerogative imperiali. Il motivo dell’azione di Trajano è più poli¬ 
tico che morale, e con esso assai malamente può conciliarsi la 
presentazione che del capo del secondo uccisore è fatta alla ve¬ 
dova. La leggenda è dissestata, e le varie sue parti non si raffron¬ 
tano più come prima. In questa medesima forma è essa narrata da 
Heinrich von Munchen, il quale segue verso a verso il racconto 
della Kaiserchronih (33). 


(32) Vv. 5893-6039. 

(33) Vv. Massmasn, Kaiserch., voi. Ili, pp. 762-4. 


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TRAJANO 


387 


Ma a tale punto una variazione di molto maggior rilievo, di cui 
si hanno testimonianze del mezzo del secolo XIII, appare nella 
leggenda. Dacché la fantasia e degli eruditi e del popolo si era 
venuta rappresentando Trajano come un tipo perfetto di principe 
giusto, voleva la logica consueta della leggenda, e richiedeva in 
certo qual modo il sentimento morale, che si esagerasse la gravità 
della prova per far più bella la vittoria del principe e più lumi¬ 
noso l’esempio. Nella tradizione più antica Tingano, con piegarsi 
ai prieghi della vedova non incorre in danno alcuno, ma solo ri¬ 
tarda la sua mossa contro ai nemici. L’uccisore ch’egli punisce gli 
è estraneo, ed anzi nel racconto della Kaiserchronih è reo anche 
verso di lui. La leggenda fa un salto e mostra a un tratto nella 
persona dell’omicida lo stesso figliuolo di Trajano. La nuova ver¬ 
sione appare qua e là diversa, quando con una, quando con altra 
movenza, ma nella forma sua più comune svolge il seguente fatto: 
11 figlio di Trajano, trascorrendo col cavallo per la città, uccide 
involontariamente il figliuolo della vedova; Trajano vuol punire il 
suo proprio figliuolo di morte; ma richiestone da colei, a lei lo 
concede, perchè le sia in luogo di quello che ha perduto. Questa 
versione si trova nella Cronaca di Giacomo Twinger di Konighofen 
(XIV sec.), nella Cronica von der hilliger Stati Còllen (versione 
tedesca degli Annales Colonienses maximi ), nelle Vite dei Santi 
di Hermann von Fritslar (34), nel commento in prosa allo Spe- 
culum Regum di Gotofredo da Viterbo (35), in uno dei due rac¬ 
conti compendiati da Giacomo da Voragine (36), in uno dei due 
compendiati nel Dialogus crea tur at'um (37), nel Commento di 
Jacopo della Lana (38), nel Romuleon (39)*, nella Cronaca di Gia- 


(34) 1d., ibid., pp. 753*5. 

(35) Ap. Pertz, Script., t. XXII. 

(36) Legenda aurea, c. XLV1, 10. 

(37) Cap. LXVIII. Avvertasi che la Legenda aurea e il Dialogus hanno 
la stessa identica dicitura. 

(38) Qui, ma anche altrove, non è la vedova a chiedere il figliuolo di 
Trajano, è Trajano che pone nell’arbitrio della vedova o di tor quello per 

• Nota 89, vedi a pag . teg . 


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CAPITOLO XII. 


388 

corno da Varignana (40), nella Historia Imperiatiti di Giovanni 
da Verona (41), nel Commento di Guglielmo Capello al Ditta¬ 
mondo (42), in certe redazioni più recenti dei Mirabilia (43). 

Di una versione strettamente affine a questa, ma nella quale. 


suo, o di far esegui™ l a sentenza: * Or vedi costui che è ino mio figliuolo, 
è quello che ha commesso l'omicidio. Qual vuoi tu innanzi o ch’elio mora, 
o ch’io tei dia per tuo figliuolo? E sappi certamente ch’io il ti darò sì 
libero ch’io non avrò più a fare in lui, nò elli in me, e sarà così tuo sud¬ 
dito, come se tu l’avessi portato nel tuo corpo 

(39) L. IX, c. 30. 

(40) Cod. dell’universitaria di Bologna, 482. Trajano dà il figliuolo alla 
vedova dotandolo riccamente : * Et adoctollo molto nobilmente diparten¬ 
dolo da se 

(41) Giovanni da Vehona cita Giacomo da Voragine. 

(42) L. II, c. 6. 

(43) Pabthby, Mirabilia Romae, pp. 7-8. Per mostrare come si venissero 
alterando intanto anche altre parti della tradizione riporterò qui il rac¬ 
conto dei Mirabilia. * Sant praeterea alii arcua qui non sunt triumphales 
sed memoriale8. ut est arcus Pietatis ante sanctam Mariam rotundam, ubi 
cum esset imperator paratus in curru ad eundum extra pugnaturus, quaedam 
paupercula vidua procidit ante pedes eius, plorane et clamane: domine, 
antequam vadaa mihi facias rationem. cui cum promisisset in reditu facere 
plenissimum ius, dixit illa: forsitan morieris prius. imperator hoc consi¬ 
derane praesiliit de curru, ibique posuit consistoriuro, mulier inquit: habebam 
unicum filium, qui interfectus eet a quodam iuvene, ad banc vocem senten- 
tiavit imperator: moriatur, inquit, homicida et non vivat. morietur ergo 
filiu8 tuus, qui ludens cum filio occidit ipeum. qui cum duceretur ad mortem 
mulier ingemuit voce magna: reddatur mihi iste moriturus in loco filii mei, 
et sic erit mihi recompensatio, alioquin numquam me fateor plenum ius 
accepisse, quod et factum est, et ditata multnm ab imperatore recessit,. 
Qui il nome di Trajano ò taciuto, com’ò taciuto nel Dolopathos ; ma in 
altri testi dei Mirabilia quel nome si ritrova, e, per contro, l’uccisore non ò 
più figliuolo dell’imperatore. Così in un codice della Casanatense, segnato 

D, V, 13, al f. 148 r.: *.arcus pietatis ante sanctam Mariam Rotundam, 

ubi accidit quedam istoria de paupere muliere cuius filius occisus erat a 
filio vicine sue, que petiit ius sibi fieri ab imperatore Traiano peracto ire 
ad exercitum, ecc. „. Il nome di Trajano ò taciuto anche da Giovanni 
d’Outbemeuse, il quale deriva evidentemente il suo racconto dai Mirabilia, 
ma dice inoltre, raccostandosi a qualche fonte tedesca (v. i racconti di 
Kòttigshofen e della Cronaca di Colonia in Massmann, Op. cit., voi. Ili, p. 754), 
che la vedova sposò il figlio dell’imperatore. V. Ly myreur des histor *, 
voi. I, p. 64. 


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TRAJANO 


389 


con più rigorosa giustizia, Trajano faceva eseguire nella persona 
del proprio figliuolo la pronunziata sentenza, sono rimaste alcune 
scarse vestigia. In una romanza spagnuola del secolo XIII si leg¬ 
gono questi versi (44): 

Acnérdate de Trajano 
En la justicia guardar, 

Que no dejó sin castigo 
Su unico hijo carnai: 

Aunque perdonò la parte, 

E1 no quiso perdonar. 

Essi hanno un assai curioso riscontro nel racconto del Novellino 
secondo la lezione del cod. Panciatichiano-Palatino, dove si dice: 
« Lo Imperadore rivenne lo raalificio; trovò che Ilo suo figliuolo 
l’avea morto correndo lo cavallo isciaghuratamente. Fecene giu¬ 
stizia et non volse pregilo, poi cavalcoe et isconfisse li nimici ». 

Ma qui accade avvertire un fatto, il quale per la storia della 
leggenda nostra non è senza importanza. La versione testé esami¬ 
nata, dove il figliuolo dell’imperatore è dato in compenso alla ve¬ 
dova, appare già nel Dolopalhos latino di Giovanni di Alta Selva (45), 

salvo che qui del principe giusto non si dice che sia Trajano, ma 

• * 

solamente un re dei Romani, quidam Romanorum rex. Lo stesso 
silenzio quanto al nome fu osservato nel Dolopalhos francese 
d’Herbers. Ora Giovanni d’Alta Selva compose il suo libro negli 
anni fra il 1184 e il 1212, e potrebbe nascer dubbio se la storia 
che egli racconta, e che altri poi attribuiscono a Tramano, non fosse 
in principio del tutto estranea a questo imperatore. Ma tale dubbio 
può essere facilmente dileguato confrontando il racconto suo con 
quello di Giovanni Diacono, giacché il riscontro evidente di alcuni 


(44) Romance de la etnbajada que enviò Danes Urgel , morguea de Màntua 
al Emperador , ap. Wolf e Hofmann, Primavera y Fior de Romance*, Ber¬ 
lino, 1856, voi. II, p. 200; Ddban, Romancero generai, voi. I, p. 21S. 

(45) Johannis de Alta Silva Dolopathos sivt de rege et eeptem sapientibus, 
pubblicato dall’ Omteblby, Strasburgo e Londra, 1873, pp. 62-8. 


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390 


CAPITOLO XII. 


luoghi mostra che noi qui abbiamo veramente dinnanzi l’antica 
leggenda di Tragano, tuttoché profondamente variata e scompa¬ 
gnata dal nome di costui (46). 

Corrente dunque il XII secolo la leggenda circolava sotto tre 
diverse forme : quella del Polycraticus , quella della Kaiserchronik , 
quella del Dolopathos. La seconda ebbe poca fortuna; molta n’eb¬ 
bero per contrario la prima e la terza; e questa, forse perchè ri¬ 
cevuta in libri di minore autorità, palesa, a fronte di quella, 
maggior tendenza alla variazione. In un racconto di Enenkel (47) 
l’unico figlio di Trajano stupra una fanciulla; la madre di costei 
lo accusa e chiede giustizia. Trcgano, sopraffatto dal dolore, ma 


(46) Basterà recarne un esempio. Giovami Diacono dice : Tutte Trajanus 
rattorte pariter, pie tat eque commotus equo descendit, nec ante discessit, ecc. ; 
e Giovanni di Alta Selva : Motus rex tam rottone vidue, quam etiatn miseri¬ 
cordia, dilato iterum bello ad urbent regreditur. Del resto il racconto, così 
del Dolopathos latino come del Dolopathos francese, si mostra in più parti 
diverso dai racconti posteriori, dove appare la stessa versione della leg¬ 
genda. Un falco del figliuolo del re uccide la gallina della vedova; il 
figliuolo di costei uccide il falco, il figlio del re uccide lui. Il re lascia in 

- facoltà della vedova o di far morire, o di adottare il reo. Costei si apprende 
al secondo partito, ed è menata a vivere in corte. Hbrbebb allunga il rac¬ 
conto di Giovanni di Alta Selva, ma senza aggiungere nulla di nuovo. Nè 
quegli, nè questi fa cenno di un miracolo qualsiasi operato in favore del 
giusto re. Può darsi che lo stesso Giovanni d'Alta Selva, nutrendo forse 
come teologo quegli stessi dubbii in proposito che altri nutriva sino dai 
tempi di Giovanni Diacono, abbia a questo modo mutilato la leggenda, e 
per togliere di mezzo l’impaccio di una connessione stretta già fermamente, 
abbia a dirittura taciuto il nome di Trajano. 

(47) Riportato dal Masshahn, Op. et/., voi. Ili, pp. 760-2. Anche qui la 
giustizia di Trajano è celebrata altamente : 

Sin kttnlo Tr^jAnna bies 
bt slnen zlten er vAr sich nieman liez 
an gròsem gewalt, 
wan sin gewalt was manicvalt. 
er rihte alad ataro, 
der !m hiet geben tùsent maro 
▼on lùterem gol de 
er rihte nioht wan ala er aolde. 
ez waere herre oder kneht 
er rihte niht wan nAoh reht 
vriunt and ra&gen and kiadelia 
kunden im ed liep niht sin. 


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■a*» ^ 



TRAJANO 


391 


risoluto di compiere il dover suo, si strappa i capelli e la barba, 
parla teneramente, ma fermamente al figliuolo, gli annunzia la 
morte che lo aspetta. Indarno s’inframmettono gli uomini di corte; 
indarno la vedova dice di voler per denari rinunziare alla sua 
vendetta; Trajano si rimane nel suo proposito; ma poi con un sot¬ 
tile ragionamento si persuade che senza tor la vita al figliuolo può 
soddisfare alla giustizia togliendogli gli occhi; e poiché padre e 
figlio sono una carne, fa strappare un occhio al figlio e l’altro a sé. 
Questa variante nacque senza dubbio, come fu già notato dal Mass- 
mann (48), per influsso della nota storia di Zaleuco, che, narrata 
primamente da Valerio Massimo, trovasi ripetuta in numerose 
scritture del medio evo. 

Ma mentre varia nel modo che si è veduto la prima parte della 
leggenda, dov’è narrata la giustizia di Trajano, varia anche la se- 
•conda, dov’è narrato il miracolo ; e come in quella si esagera il 
contrasto morale, cosi in questa si esagera il meraviglioso. Non 
saprei dire chi sia stato primo a narrare il nuovo miracolo a cui 
accenno; ma lo riferirò con le stesse parole di Jacopo della Lana, 
che commentando il noto luogo del canto X del Purgatorio cosi lo 
racconta : « Elli si legge che al tempo di san Gregorio papa si 
cavò a Roma una fossa per fare fondamento d’uno lavorio, e ca¬ 
vando li maestri, trovonno sotto terra uno monumento, lo quale 
fu aperto, e dentro era in fra l’altre ossa quello della testa del 
defunto, ed avea la lingua cosi rigida, carnosa e fresca, come 

fusse pure in quella ora seppellita. Considerato li maestri che 

« 

molto tempo era scorso da quello die a quello che potea essere 

% 

stato teppellito lo detto defunto, tenneno questa invenzione della 
lingua essere gran meraviglia, e publiconno a molta gente. Alle 
orecchie di san Gregorio venne tal novità, fessela portare dinanzi, 
e congiurolla da parte di Dio vivo e vero, e per la fede cristiana, 
della quale elli era sommo pontefice, ch’ella li dovesse dire di che 
condizione fu nella prima vita. La lingua rispuose: io fui Traiano 
imperadore di Roma, che signoreggiai nel cotale tempo, dappoi 


(48) Ibid. 




p. 755. 


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392 


CAPITOLO XII. 


che Cristo discese nella Vergine, e sono all’inferno perch’io non 
fui con fede. Investigato Gregorio della condizione di costui per 
quelle scritture che si trovonno, si trovò cli’elli fu uomo di gran¬ 
dissima giustìzia e misericordiosa persona; e tra l’altre novelle 
trovò, che essendo armato e cavalcando con tutte le sue milizie 
fuori di Roma, andando per grandi fatti, una vedovella, eco. ». 
Francesco da Buti ripete un po’ più in breve questo stesso rac¬ 
conto ; e il miracolo si trova .inoltre narrato nel Fiore di filosofi 
nel Novellino , nel già citato commento allo Speculum regum di 
Gotofredo da Viterbo, altrove. Ma esso non è nuovo tra le finzioni 
ascetiche, e prima di apparire nella leggenda di Trajano aveva già 
avuto, senza dubbio, una lunga storia. Di San Macario si racconta 
che, andando una volta per il deserto, trovò un teschio, il quale, 
interrogato da lui, rispose e disse che al mondo era stato pagano, 
e gli diè contezza dell’inferno dov’era relegata l’anima sua (49). 
Werner Rolewing narra quanto segue (50): « Circa annum domini 
ut puto .M.CC. in Vienna repertum fuit caput cujusdam defuncti, 
lingua adhuc integra cum labiis, et loquebatur recte. Episcopo 
autem interrogante qualis fuisset in vita, respondit: Ego eram pa- 
ganus et judex in hoc loco, nec unquam lingua mea protulit ini- 
quam sententiam, quare etiam mori non possum, donec aqua Ba- 
ptismi renatus, ad coelum evolem, quare propter hoc hanc gratiam 
apud Deum merui. Baptizato igitur capite, statini lingua in favillam 
corruit et spiritus ad Dominum evolavit ». Fra i miracoli della 
Vergine se ne trovano due che narrano un fatto in tutto simile, 
salvo che il teschio è non di pagano, ma di cristiano, e aspetta 
non il battesimo, ma la confessione (51). 


(49) Legenda aurea, e. XVili. 

(50) De antiquorum Saxonum ritti , 1. 1, c. 3, ap. Lkibnitz, Scriptores rerum 
tìrunsvicenfrium , t. Ili, pp. 611-2. 

(51) V. i Miracoli della Vergine stampati senza indicazione di luogo l’anno 
1489, c. XVIII e XX. Di una testa che sul campo di battaglia di Nicopoli 
parlò e domandò di confessarsi narra il Bonfikio, Rerum hungaricarum, 
dee. Ili, 1. 3. Parecchi altri esempii di teste parlanti v. in Kobhmann, De 
miraculi* mortuorum, s. 1., 1610, palle IV, cc. XVIII, XIX. La immaginazione 


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TRAJANO 


-393 


Del modo onde San Gregorio fu tratto a intercedere per l’anima 
di Trajano si narra diversamente nelle diverse relazioni della leg¬ 
genda. I racconti più antichi di Paolo e di Giovanni accennano 
oscuramente a qualche opera d’arte in cui fosse istoriato il fatto, 
e che sarebbesi veduta nel Foro stesso di Trajano. Negli Annales 
Magdeburgenses ( Ctironographus Saxó) composti in sul finire 
del XII secolo, ciò è detto più chiaramente: « Nam in ejus foro, 
ubi cuncta Traiani insignia facta espressa sunt, inter cetera hoc 
quoque mira celatura depictura est, quod properanti sibi ad proe- 
lium, ecc. » (52). I Mirabilia nominano l’Arcus Pietatis, dinnanzi 
al Pantheon (53). In un commento alla Divina Commedia, il quale 
è in sostanza tutt’uno con quello di Ja